Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

10 novembre 2018: Trieste Europea ricorda i caduti Austro – Ungarici.

Trieste - 10 novembre 2018.(di Biagio Mannino)

Erano tanti, tantissimi, i cittadini del Litorale che prestarono servizio durante la Grande Guerra.
Erano soldati dell’esercito e della marina Austro – Ungarica e, in molti, non fecero ritorno.
La Trieste plurale, multi culturale, multi etnica, si muove nella sua storia, attenta e prudente, orgogliosa e spaventata di sé stessa, visibile in ciò che è apparso per cento anni, celata in tutto ciò che è stato per 500 anni.
Austria e poi Austria – Ungheria e poi Italia in un vortice dove tutti erano avvolti quasi la Bora fosse l’unica espressione impetuosa che avrebbe potuto unire i suoi popoli.
Italiani, sloveni, croati, austriaci, greci, ebrei e tanti altri ancora… insomma… triestini, oggi… europei.
Difficile è muoversi nei complessi meandri dell’anima di questa città e di queste terre.
Sì, di queste terre poiché a Trieste si deve aggiungere la Slovenia, la Croazia, parte del Friuli, l’Istria, in tutti i passaggi portati dalle vicende storiche, spostamenti di confini, di popoli che si univano e che poi, qualcuno divideva, o meglio, tentava di dividere.
Il popolo triestino interpretabile come insieme di popoli, con tutte le loro caratteristiche ma che, per il regime post Grande Guerra, quello fascista, non poteva e non doveva essere.
Cancellare, dimenticare. E così quei caduti che si chiamavano Boris, Peter , Aron, Angelo…
Sono passati cento anni dalla fine della Grande Guerra e, in questo periodo, tutto si è fermato ma solo per alcuni poiché tanti, ostinatamente, orgogliosamente, mantenevano il proprio ricordo proprio di Boris, Peter, Aron, Angelo e tutti coloro che furono soldati Austro Ungarici.
Cento anni di memorie celate, nascoste perché era incomprensibile, per le generazioni post 1918, avere famigliari non dalla parte “giusta”.
Il tempo passa e le tensioni si affievoliscono e la curiosità, ma soprattutto il desiderio, porta a riaprire i cassetti lasciati lì, chiusi da anni, appunto, “dimenticati”.
Le foto, ingiallite dal tempo, screpolate nelle loro immagini stinte, quell’uomo, in uniforme, fermo, immobile nella stampa come nel ricordo di sua figlia, qualche lettera, un ricordo , una mostrina e poi la voglia di conoscere e saperne di più.
Trieste fa il salto e diviene Europea proprio perché tragicamente privilegiata dalla sua terribile storia.
Comprende prima degli altri come le contrapposizioni e le strumentalizzazioni di alcuni, alla fine, producano solo dolorosi effetti tra, appunto, i popoli.
Guerre e morti, niente di più: questa è la storia del ‘900.
Oggi, 10 novembre 2018, in Piazza Verdi, a partire dalle ore 10.00, si è tenuta una cerimonia voluta da trenta associazioni.
Ricordare i caduti “dimenticati”. Dimenticati dalla storia, dimenticati per tutto il ‘900 ma, solo in apparenza, perché erano sempre lì.
E ricordando loro non si dimentica Trieste.
Non un ricordo finalizzato a nostalgie imperiali ma semplicemente volto a riconoscere a quelle povere persone che anche loro sono state vittime di drammatiche scelte politiche.
Tanti nomi pronunciati oggi, canti in dialetto triestino, in sloveno, tante lingue, l’italiano, il croato, il tedesco, lo sloveno, il friulano proprio ad evidenziare la natura eterogenea di queste terre e, oggi, orgogliosamente ricordate.
Un’iniziativa dal sapore europeo, dove la storia fatta di storie, dove la cultura fatta di culture, dove tutto è fatto da tutti, si mostra a quella politica che insistentemente guarda ai confini come punti di imprescindibile interesse.
La Grande Guerra ha rappresentato l’inizio del disastro europeo e quell’esperienza ha prodotto ricordi di sofferenza.
Oggi tutto è a disposizione: sarebbe un peccato buttare questa occasione, l’occasione di essere europei.

GUARDA I VIDEO: il discorso di Pierluigi Sabatti, Presidente del Circolo della Stampa di Trieste. Canti in triestino. Canti in sloveno. Ricordo in friulano.

 

spotNOTA: le immagini e i video in questo post sono di Biagio Mannino. Archivio BM – 2018.

Midterm: Donald Trump non perde e… non vince.

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Donald Trump

(di Biagio Mannino)

Le elezioni di midterm sono ormai archiviate e lasciano spazio alle valutazioni prima di manifestare i loro effetti.
Entrambe le parti, quella Democratica e quella Repubblicana festeggiano una propria vittoria ma, in realtà nessuno vince e, al contrario, si preannuncia uno scenario politico di oggettive difficoltà, sia per il Presidente Donald Trump sia per il Partito Democratico che conquista solo una dimezzata capacità di reale opposizione.
Il Congresso USA mostra una sostanziale spaccatura con un Senato controllato dai Repubblicani e la Camera, dove gli elettori hanno affidato la maggioranza ai Liberal.
Insomma, nessuna politica senza l’inevitabile passaggio attraverso il.. compromesso.
Una campagna elettorale difficile ed intensa dove, mai come in questa occasione, sono stati impegnate ingenti somme di denaro. Si parla di oltre sei miliardi di dollari spesi nel tentativo di entrambe le parti di garantirsi la vittoria.
Evidentemente un investimento di scarsa soddisfazione poiché, alla fine, ne è uscito solo un pareggio che, contrariamente alle apparenze, delude tutti ma fa tirare un respiro di solievo proprio a Trump.
La forte opposizione del Partito Democratico, tra le tante cose, più per sopravvivere al tornado “Donald”, puntava anche all’impechment ma, per poterlo ottenere, il controllo di entrambe le Camere del Congresso è imprescindibile.
In questo caso, sebbene la Camera dei Rappresentanti sia sotto il controllo dei blu, un’eventuale iniziativa di messa in stato di accusa del Presidente, si trasformerebbe immediatamente in un fallimento politico prima ed uno comunicativo dopo in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Ma anche la politica, i disegni di Trump, ora si bloccano proprio per la diversità di colore assunta dal Congresso e tutto, per lui, diventerà più difficile se non impossibile.
Nessuna blue wave, nessuna red wave
Elezioni che danno molte indicazioni: prima di tutto Trump regge il confronto.
Non perde e mantiene salda la presa nelle simpatie degli elettori americani, in particolare di quelli degli Stati interni.
La capacità, poi, di estremizzazione di determinate situazioni, come, ad esempio, il problema dei migranti in marcia verso il confine statunitense, diviene una formula consolidata nei trucchi politico – elettorali e si dimostra, alla fine, sempre vincente.
Una comunicazione politica che fa sempre effetto quando è la paura ad essere messa al centro dell’attenzione.
Di conseguenza, le elezioni di midtterm divengono secondarie nel loro significato istituzionale e si trasformano in serie di occasioni basilari assumendo il ruolo determinante nel legittimare il Presidente difensore dai rischi.
I Democratici riescono a trovare la spinta che mostra una volontà di ricambio della loro classe dirigenziale e politica dopo l’ormai archiviato tramonto dell’era “Clinton”.
Ma non basta: sebbene molte nuove figure siano emerse, tra le quali donne anche di origini etnicamente differenti, non appare all’orizzonte una figura che sia pronta a divenire l’anti Trump alle prossime elezioni.
Il Partito Democratico affronta una sorta di cambiamento lento e questa occasione ha rappresentato più un test che un’effettiva battaglia politica.
I Democratici alla ricerca di loro stessi che, con questo risultato, devono necessariamente rivedere tutte le loro strategie a cominciare proprio dalla scelta dei protagonisti.
Non appaiono all’orizzonte nomi in grado di competere in vista delle Presidenziali ma, soprattutto, manca quella capacità di riuscire a far convergere le effettive esigenze del popolo americano che, al contrario ha visto e continua a vedere proprio in Donald Trump il riferimento unico e veritiero.
Adesso la campagna elettorale midterm è finita ma,contemporaneamente, continua poiché i giochi divengono sempre più duri nel complesso sistema americano fatto di competizioni tra partiti e di competizioni nei partiti in vista delle Presidenziali.
The show go on.

spotNOTA: le immagini in questo post sono state tratte dalla rete interne attraverso Google immagini.

Trieste 3 – 4 novembre 2018: catarsi di un secolo di storia.

dig(di Biagio Mannino)

Due giornate impegnative: il corteo di CasaPound e, in contemporanea, quello della Rete antifascista ed antirazzista. Il giorno dopo la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per le celebrazioni del centesimo anniversario del 4 novembre..
Non è facile riuscire a descrivere al meglio tutti questi eventi poiché i significati e i simbolismi si scontrano tra quelli che appaiono e quelli che restano, celati nelle parole tra pochi.
Diviene così complesso inerpicarsi nei percorsi della comprensione di ciò che effettivamente accadde e ciò che continua ad essere portato avanti ancora oggi.
Non pochi sono i triestini che si pongono l’interrogativo sull’effettivo significato di questo anniversario: la celebrazione di cosa? Della vittoria o della fine della guerra?
Non è una distinzione da poco se resa attuale al periodo contemporaneo dove, proprio il concetto di Europa diviene, allo stesso tempo, dominante e debole.
mde“Vittoria” di una guerra che causò centinaia di migliaia di morti, di feriti, di mutilati, di sofferenze e che, di fatto, rappresentò l’anticamera del fascismo e di tutto ciò che seguì.
“Fine” di una guerra che impoverì’ tutti, che lasciò milioni di morti, che distrusse i territori, che abbatté l’Europa prima nel mondo con la semplice, ma incomprensibile, formula dell’autodistruzione.
Svariati epicentri di questo terremoto ed uno era proprio Trieste.
A cento anni di distanza le valutazioni storiche del passato lasciano spazio a quelle più moderne e realiste, più rilassate grazie anche a quell’Europa divenuta, nel frattempo, Unione Europea e che, con la caduta dei confini, mai come oggi (con tante difficoltà) parla, o dovrebbe parlare… europeo.
Ma per quanto?


Sembra, sotto certi aspetti, andando ad analizzare a fondo il contesto, di rivivere parzialmente quei momenti che precedevano il 1914 e la tensione nazionalistica si mostra, ieri come oggi, sempre pronta a prevalere in una direzione incognita.
Trieste simbolo del terribile ‘900, con le sue vittime, molte, e i suoi vincitori, pochi.
E la storia continua: il 3 novembre 2018, giorno dedicato al Santo Patrono della città, San Giusto, si tiene il corteo di CasaPound.
Una scelta che, come sempre, pone Trieste come elemento simbolico di una contrapposizione più estesa.
Diviene ulteriore simbolo. Simbolo di una italianità così forte da richiedere l’introduzione nel vocabolario di un termine nuovo. Trieste infatti è… italianissima.
Ma a CasaPound ha risposto la contromanifestazione antifascista ed antirazzista, che ha portato in piazza migliaia di persone, decisamente molte di più dell’altro corteo.
Una festa di colori e di gente che diceva NO al modo di interpretare il mondo come nel passato.


Quello che non poteva non essere osservato, ed in stretta relazione con quanto sopra detto, era vedere come tra i componenti del corteo di CasaPound ci fossero ben pochi triestini mentre, al contrario, nell’altro corteo, erano quasi tutti triestini, inclusi quelli nuovi, dal colore della pelle diverso ma ormai destinati a divenire cittadini di Trieste, città multietnica e multiculturale da sempre.
La visita del Presidente Mattarella si è svolta molto tranquillamente e, tutto sommato, anche in breve tempo.
Adesso che sono passati cento anni è giunto il momento di incominciare.
Sì, di incominciare, poiché da quel 1914, con l’attentato a Francesco Ferdinando, tutto ebbe una conseguenza: la Grande Guerra, i totalitarismi, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, la fine di quell’Europa. Milioni di morti, persecuzioni, bombardamenti, campi di concentramento, bombe atomiche, distruzioni di ogni genere, esodi di popoli interi. E dopo il crollo del Muro di Berlino, e l’Unione Europea.
Sì, adesso si può incominciare e Trieste può serenamente guardarsi indietro e l’Italia e l’Europa guardare a Trieste.

spotNOTA: foto e video in questo post sono tratti dall’archivio BM – 2018.