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LA RIVOLTA DEGLI ASTENUTI AL VOTO.

(di Pio Baissero)

“Saggio sulla lucidità!”: di questo libro del Premio Nobel per la letteratura del 1998, il portoghese Josè Saramago, avevo un vago ricordo. Ma questi giorni mi è riemerso nella memoria. Per quale motivo? Perchè Saramago, già nel 2004, ci aveva fatto entrare, con prosa incredibilmente efficace, nella profonda crisi della democrazia e nella sua mistificazione ad opera di Governi e partiti di ogni colore. Così lo scrittore aveva prefigurato, nel romanzo, un supremo e pacifico atto di ribellione delle persone. Un atto compiuto in un Paese descritto come un inferno dove la politica non riesce a risolvere nulla, il potere economico è altrove e deride la gente, i diritti umani sono abilmente calpestati. In quel Paese il cittadino non riesce più a dir la sua, ad opporsi agli abusi. Alla fine, quando giunge il momento elettorale, prende una decisione irriverente. Spinto da incontenibile indignazione, il corpo elettorale decide – con l’80% degli aventi diritto – di affrontare la deprimente realtà con inaspettata lucidità (da qui il titolo del libro): con un enorme “BASTA” diserta i seggi elettorali. Un “non voto” che suscita prima l’ira e poi la violenta reazione del Governo e del sistema politico. Saramago paragona quella ribellione all’ululato di un cane. Insomma, i cittadini di quell’immaginario Paese avevano provato a parlare, discutere e confrontarsi col potere , ma del tutto inutilmente. Ecco perchè, nella narrazione dello scrittore, non restava al cittadino che ululare, ovvero tentar di riprendere col “non voto” coscienza o lucidità, insomma ribellarsi ad un sistema che pretende di controllare in modo assoluto la vita e le relazioni umane.

NOTA: l’immagine in questo post è di libero uso ed è tratta da Wikipedia Commons.

“Figlie del mare”. Un romanzo che racconta una delle tante follie delle guerre.

(di Anna Piccioni)

Figlie del mare” di Mary Lynn Bracht edizioni TEA

Le figlie del mare sono le tuffatrici, le pescatrici dell’isola di Jeju a sud della Corea; sono donne che fin da piccole imparano dalla madre a nuotare e appena adolescenti provvedono con le loro immersioni a procurare il sostentamento alla famiglia. Dopo i 14 anni seguono le madri nelle profondità dell’Oceano ogni giorno e ogni stagione dell’anno fino a quando hanno fiato: catturano qualche pesce,ma per lo più il loro lavoro consiste nella raccolta degli abaloni (molluschi) che poi vendono al mercato del villaggio.

Per questo romanzo l’autrice americana di origine coreana Mary Lynn Brecht si è ispirata ai racconti di sua madre, nata in uno dei villaggi dell’isola, e delle donne coreane emigrate dalla Corea del Sud. Attraverso la protagonista principale Hana, l’autrice ci porta nella Corea del 1943, già occupata dal 1910 dal Giappone. Hana ha 16 anni quando viene rapita da soldati giapponesi e subirà ogni genere di violenza nel suo viaggio in Manciuria. Qui nel bordello sarà una delle tante confort women ( donne di conforto) per l’esercito giapponese. La storia si alterna su due piani temporali il 1943 e il 2011. Nel 2011 ritroviamo la sorellina di Hana, Emi che ormai settantasettenne, ma ancora pescatrice, si reca a Seul dai figli per partecipare alla millesima Marcia Memoriale del mercoledì davanti all’ambasciata del Giappone per chiedere sia fatta giustizia nei confronti di migliaia di donne costrette ad essere schiave del sesso. Emi spera sempre di incontrare la sorella o qualcuna che possa darle qualche notizia; non l’ha più vista e avute sue notizie da quel lontano 1943, quando la sorella Hana fece in modo che i soldati non si accorgessero di lei. Anche la vita di Emi non è stata felice avendo dovuto passare dalla seconda guerra mondiale alla guerra tra le due Coree.

È un romanzo crudo, violento , ma che fa conoscere un’altra pagina di disumanità, di aggressività nei confronti delle donne, prime vittime della follia della guerra.

Nelle note l’autrice scrive:Al rientro in Corea molte halmoni (nonne) sopravvissute alla schiavitù non poterono raccontare la verità né alla famiglia né alla comunità, perché tornavano in una società patriarcale basata sull’ideologia confuciana secondo cui la purezza sessuale di una donna ha la massima importanza. Le poche sopravvissute furono costrette a soffrire in silenzio.

Nelle ultime pagine una interessante bibliografia per approfondire l’argomento.

“L’altra anima di Trieste” il volume a cura di Marija Pirjavec.

“L’altra anima di Trieste” il volume a cura di Marija Pirjavec – Mladika 2008

(di Anna Piccioni)

Saggi, racconti, testimonianze, poesie di autori e autrici di lingua slovena sono raccolte in questo volume a cura di Marija Pirjavec., docente di Lingua e Letteratura slovena presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste. L’ambizione della curatrice è quello di dare “un ritratto spirituale, politico,sociale e storico… di molti che a Trieste hanno vissuto e hanno lasciato una traccia nella sua storia passata e presente”. L’intenzione di far conoscere all’altra parte triestina la quantità e la qualità di intellettuali e menti pensanti che arricchiscono questo nostro territorio pur parlando un’altra lingua.
Ben venga questa pubblicazione! Per molti Triestini, che a tutti i costi difendono l’italianità di Trieste e dare spazio alla cultura di lingua slovena potrebbe “metter in pericolo” le loro convinzioni.
Scrive la Pirjavec nella presentazione culturale e storica del volume: “A ridosso tra Ottocento e Novecento, Trieste fu teatro anche di un’eccezionale fioritura della produzione letteraria italiana […]Grazie a nomi eccellenti quali Italo Svevo, Umberto Saba e Scipio Slataper, la città assurse alla condizione privilegiata di finestra italiana sul mondo[…]La sprezzante sufficienza con cui questa cerchia di raffinati intellettuali considerava gli Sloveni di Trieste appare oggi difficilmente comprensibile, se non come dimostrazione di quell’arroccamento in un’autarchia spirituale refrattaria al contatto con i “diversi”, cui a volte neppure la cultura più alta riesce a sottrarsi ”ad eccezione di Scipio Slataper che in un articolo su La Voce di Firenze ricordò che l’insediamento degli Sloveni risalisse a ben 11 secoli prima; e inoltre scriveva alla futura moglie Gigetta Carniel nel 1912 “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano” e senza dimenticare l’incipit de “Il mio Carso”
Tuttavia Claudio Magris in Identità di frontiera che prima della Grande Guerra gli ambienti culturali italiani e sloveni non avevano alcun rapporto non solo per volontà di ambedue le parti.
Vorrei osservare che per quanto la cultura di lingua slovena i suoi esponenti hanno un punto di riferimento nel vicino stato di Slovenia, mentre la cultura di lingua italiana solitamente trova poca solidarietà dalla Madre patria. Inoltre gli Sloveni di Trieste hanno un vantaggio rispetto i Triestini di lingua italiana, sono bilingui; i Triestini non si sono mai impegnati a studiarla, nelle scuole non si è mai provveduto ai corsi di sloveno: quindi questo è un grosso handicap.
Ma tornando all’antologia io credo che condividere uno stesso territorio alimenti uno stesso modo di sentire; forse la differenza può rivelarsi tra un vissuto urbano e l’ambiente carsico. La poesia ispirata dalla landa carsica o dal mare provoca emozioni che chi vive qui non può non condividere. Le testimonianze portano alla luce situazione di un vissuto semplice faticoso di pescatori e di lavoratori della cava di marmo di Aurisina. I borghi carsici sono animati dal lavoro dei campi, dalla dignità dalla semplicità , dalle sofferenze della gente che li abitano: l’orgoglio dell’appartenenza da generazioni a un luogo che solo l’intolleranza vorrebbe negare. Altre testimonianze riportano le tragedie vissute dagli Sloveni durante il Regime fascista: il non poter usare la propria lingua, avere le proprie scuole, essere costretti a nascondere la propria identità.
Interessante secondo me è l’ultima parte dove autorevoli intellettuali sloveni si pongono il problema della convivenza di due etnie di Aleš Lokar, Darko Bratina Gli sloveni a Trieste: un soggetto storico da “nascondere”?, Alojz Rebula La cultura nelle regioni di confine, Jože Pirjavec Un vaso di coccio tra due vasi di ferro,Ivan Verč Essere sloveno, Pavel Fonda In quale Trieste vivremo nel secolo che si affaccia? ;e infine Miran Košuta La profezia di Dževad. Košuta scrive”In questo mondo ristretto dalla comunicazione a minuscolo villaggio globale, le enclavi nazionali o statali appaiono assurdità anacronistiche. Ovunque esistano confini, differenze, contiguità, intrecci di popoli, razze, religioni e culture, il convivere pacifico diventa necessità quotidiana, destino ineluttabile. Oggi forse sciagura, domani felicità”

Telemachia.

Digitalizzato_20180804(di Anna Piccioni)

Ancora prima che Massimo Recalcati parlasse della generazione Telemaco in “Il complesso di Telemaco” del 2013 , Roberto Calogiuri nel 2009 ha pubblicato “Telemachia”; giusto per dare una corretta posizione temporale a una tematica o meglio su un personaggio mitologico che per alcuni giovani esponenti politici è diventato il simbolo delle nuove generazioni. Ma la figura di Telemaco non è sovrapponibile: per Recalcati “Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.
Riscrivere la figura di Ulisse, Odisseo, con gli occhi del figlio Telemaco: questo fa Roberto Calogiuri nel suo romanzo “Telemachia”. Telemaco il figlio che aspetta un padre che non ha mai conosciuto. La domanda ricorrente è perché: come può un padre partito per una guerra durata dieci anni, lasciando la giovane moglie e un bimbo in fasce, non sentire il desiderio l’amore per ritornare in patria, almeno per far sapere di essere vivo.
Paolo di Paolo in “Il Mal del Tempo o della Telemachia” così scrive “La vita che c’è stata prima per capire la vita che tu sei adesso. Non la trovi sui libri, bisogna ascoltare le voci di chi c’era. Bisogna andarseli a cercare i padri, guardarli per quello che sono e riconoscerli nel loro valore.
Questo gli antichi lo sapevano bene. L’Odissea si apre con Telemaco esasperato dai prepotenti che banchettano in casa sua, i Proci, gli arroganti del potere, i corrotti. Anche Telemaco ha il Mal del Tempo, ha problemi col suo presente: ogni mattina anche lui si chiede: dove siete tutti, o eroi di cui a lungo ho sentito raccontare e facevate di Itaca un nobile regno? Dov’è mio padre? Chi è mio padre? E così parte per cercare Ulisse. E il figlio non raccoglie testimonianze completamente positive sul genitore. Anzi. Il vecchio Nestore racconta che mentre lui dopo la guerra ha fatto con saggezza immediatamente rotta verso casa ed è arrivato sano e salvo, Ulisse ha voluto compiacere lo stolto Agamennone e lo ha seguito per compiere un’ecatombe che avrebbe dovuto placare l’ira di Atena, atto quanto mai inutile e scellerato. Insomma Nestore lascia intendere a Telemaco che se suo padre non è a casa come tutti gli altri è perché ha commesso qualche empietà di troppo. Eppure è il grande Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, l’unico in grado di sconfiggere l’arroganza dei Proci e riportare saggezza a Itaca. È un grande padre, ma non è perfetto. E forse è proprio questo che lo rende grande. “
Nel romanzo di Calogiuri Telemaco s’interroga continuamente chi sia suo padre, se veramente è o è stato quel grande eroe di cui ha sentito parlare, sembra quasi abbia dei dubbi. Telemaco deve diventare adulto senza la presenza del padre. Quando arriva non è più un adolescente che cerca la sua identità, non ha bisogno del padre per crescere anzi è un estraneo lo straniero che si svela genitore. Ma ha bisogno di lui per sconfiggere i Proci. E la condanna che seguirà non lo sconvolge, avendo più volte pensato che se avesse ucciso il padre non avrebbe potuto considerarsi parricida.
All’inizio del romanzo Telemaco ormai vecchio è tormentato da notti insonni popolate dai fantasmi del suo passato. Policasta, la figlia di Nestore, sua dolce sposa, coricata vicino a lui non dormiva:”sapeva che nessuna parola avrebbe alleviato il peso che quell’uomo,il saggio e avveduto Telemaco, portava dentro di sé…Dopo molti anni era ormai rimasta la sola a conoscere quali pensieri la mola della sua mente macinasse senza interruzione. E questo aveva creato un legame profondo e fermo come quel silenzio”.

La trappola del fuorigioco. Un libro di Carlo Miccio.

IMG-20180123-WA0000(di Anna Piccioni)

La lettura del romanzo di Carlo Miccio trascina all’interno di un privato sofferto. Con un linguaggio ricco, vario, con una prosa moderna e letteraria insieme,lo scrittore descrive ambienti, personaggi vivi reali, situazioni nelle quali ognuno si ritrova; passando poi attraverso i meandri della coscienza e dellìignoto.
Lo scrittore inizia il romanzo con un calcio, ma non è su un campo da gioco; è un gesto violento del padre per distruggere la torre che insieme al figlio avevano costruito: la sorpresa del figlio a cinque anni si manifesterà ancora nel corso del tempo di fronte all’irrazionalità del padre.
Il romanzo di Carlo Miccio “la trappola del fuorigioco” narra di un vissuto nell’arco di quasi quarant’anni, il titolo stesso mette l’accento sul parallelismo tra il gioco del calcio e la vita: il calcio come metafora della vita: nel momento in cui esci dal “collettivo” – la squadra – cadi in trappola.
E’ la storia del disagio famigliare nei confronti della malattia mentale. Quello che colpisce è il forte rapporto tra padre e figlio, anzi sarebbe meglio dire tra figlio e padre: “accanto a lui respiravo anch’io la sua felicità”. La percezione del figlio di qualcosa che rende infelice il padre, che a volte lo allontana, perduto nelle sue “paure”. Quindi è importante per il figlio tenere lontane le paure: il comunismo soprattutto. Non riuscire a capire sembra sia un cruccio, quasi un tormento, ma allo stesso tempo è incuriosito da quella “zona buia del suo cervello” quella “vitalità scomposta”. Col tempo il figlio comprende “l’intensità di quel dolore capace di sommergere la caotica esuberanza delle sue fasi maniacali e cancellare quell’uomo divertente, egoista, curioso, prepotente, bugiardo, disordinato ed eccessivo, ma comunque sempre vivo e radioso di un’infinita energia”.
Per il figlio il padre è ammalato perché prende le medicine; il riconoscimento della malattia passa attraverso vari gradi: esaurimento nervoso, schizofrenia, sindrome maniaco-depressiva, fino al verdetto finale sindrome bipolare.
Per il padre la malattia permette ai sani di essere tali , il malato sia fisico che mentale è un santo, in quanto accentra su di sé le disgrazie del mondo e permette al giovane protagonista di giocare a pallone. La religione, o meglio la superstizione ha una influenza negativa sul padre tanto da credere
al “santone” che spilla i soldi alla povera gente per intercedere con San Michele Arcangelo.
Quello che mi ha colpito nella lettura del romanzo è riscontrare più volte la parola “silenzio”: silenzio piatto, l’aria che si gonfia di silenzio, silenzio compatto che solidifica ogni spazio intorno a me, silenzio minaccioso e imbarazzato, silenzio osceno, “mi colpì la qualità del suo ascolto, il silenzio e l’attenzione che dedicava alle mie parole”. Forse attraverso il silenzio arrivare nella zona buia, scatenante. Ma anche il silenzio per evitare di sconvolgere i fragili equilibri. Il silenzio del padre, il silenzio del figlio, il non detto per paura di scatenare la bestia che stravolge. E’ importante mantenere la fiducia per dare sicurezza.: non tradire mai la fiducia.
Col tempo il figlio osserva costantemente i movimenti, scruta gli impercettibili cambiamenti espressivi per prevenire il momento della dissociazione, della crisi.
E poi la droga, gli studi per dare al giovane la possibilità di mantenersi intero e non perdersi nella sua malattia, nell’ansia di mia madre e di mia sorella
Decidere alla fine di prendersi cura del padre, per non “esaltare la sofferenza fino al punto di farla accadere” per creare un ambiente fiducioso e tranquillo, per non alimentare i fantasmi, per difendersi dalla vita, per proteggersi.