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Natalia Ginzburg “LA FAMIGLIA MANZONI” ed. ET Scrittori.

Natalia Ginzburg “LA FAMIGLIA MANZONI” ed. ET Scrittori

Nuova Edizione a cura di Salvatore Nigro.

(Recensione di Anna Piccioni)

Nel 1983 uscì “La famiglia Manzoni” di Natalia Ginsburg raccolta di lettere che i membri della famiglia si sono scambiati nel corso della loro vita sia tra di loro che con gli amici.

La Ginsburg racconta in “un lessico famigliare” la storia di una Famiglia Lombarda vera e famosa , una famiglia numerosa che parte da una madre estrosa e insofferente, colta intelligente, e comprende otto figli , due mogli, un figliastro, ma schiacciata dal protagonista;e la figura del Manzoni andrà confusa con le altre, sarà vista di scorcio e di profilo…(L. Mondo -La Stampa 1983)

Dalla lettura la figura di Alessandro sembra ridimensionata: al grande scrittore simbolo del Risorgimento si contrappone un uomo, marito e padre, non sempre all’altezza del suo ruolo familiare. A ogni componente della famiglia la Ginsburg dedica un capitolo, “una stanza”, ma non ad Alessandro Manzoni.

Grazie a questo romanzo il lettore entra nel privato di una famiglia di un grande personaggio della letteratura italiana, e anche se la figura del Manzoni sembra in secondo piano è invece dominante, perché presente nei pensieri e nei discorsi di quelli, soprattutto le donne, che gli stanno attorno: è il capo-famiglia.

Nel Risvolto voluto dalla stessa autrice nella prima edizione del 1983 così scrive “Oh tentato di rimettere insieme la storia della famiglia Manzoni; volevo ricostruirla, allinearla ordinatamente nel tempo[…]Non volevo esprimere commenti, ma limitarmi a una nuda e e semplice successione dei fatti[…]volevo che le lettere, accorate o fredde, cerimoniose o schiette, palesemente menzognere o indubitabilmente sincere, parlassero da sé. Pure alcuni commenti mi è sembrato via vi impossibile non esprimerli. Sono quanto mai rari e brevi.”

L’autrice ha dovuto muoversi in mezzo a una grande quantità di materiale documentario: lettere, testamenti, memorie, documenti, biografie e ritratti, mantenendo una rigorosa coerenza cronologica

di una storia che attraversa centoquarantacinque anni di storia.

Non posso ora esimermi dall’ esprimere le mie impressioni su questo romanzo: già nel 1983 ho letto La famiglia Manzoni e mi lasciò quella volta un profondo senso di tristezza, ora a distanza di tanti anni devo ammettere che ancora di più sono entrata in empatia con la triste breve vita di tutte le figlie del Manzoni, morte in giovane età probabilmente di tubercolosi, tranne Vittoria che morì a settanta anni; e la sorte di Enrico e Filippo incapaci di gestire il loro patrimonio sempre indebitati, tanto da far quasi morire di fame i propri figli. Solo Piero sembra avere la testa sulle spalle ed essere il sostegno al padre dopo che nessun altro della famiglia è sopravvissuto. Enrichetta Blondel, morta a 42 anni, dopo quindici gravidanze e dodici parti di cui solo 8 figli sopravviveranno, non sembra aver avuto una vita fortunata.

Lo stile della Ginsburg, sobrio immediato, dà alla lettura vivacità e realtà tanto che il lettore sembra far parte di Casa Manzoni.

Gli epistolari sono sempre molto utili per conoscere la personalità di un individuo, se poi è un personaggio famoso conosciuto attraverso la sua scrittura possiamo entrare nel suo intimo.

Sarà difficile per noi oggi lasciare qualcosa di sé visto che non si usa più scrivere con la penna, ma si usano mezzi tecnologici, che un blackout mondiale potrebbe cancellare e cancellarci.

LA RECENSIONE: Jonathan Littell – “Le Benevole”.

Recensione di Anna Piccioni.

Jonathan Littell “Le Benevole” – edizioni Super ET

Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata; non siamo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un vero racconto morale, ve l’assicuro…questo è l’incipit de “Le Benevole”. Arrivare alla fine del romanzo è un momento in cui non sai con che stato d’animo hai raggiunto il traguardo. La lettura è stata lunga, faticosa, direi estenuante; quelle mille pagine, fitte fitte senza tregua sembrano non finire mai, ma vai avanti come nello scalare una montagna, vuoi raggiungere la vetta, pur sapendo come è andata a finire. Ma quando arrivi alla fine devi riprendere dall’inizio e rileggere altre pagine che già avevi sottolineato.

Il lettore viene (s)travolto dai fantasmi del protagonista, io narrante: Maximillien Aue, giovane ufficiale SS, intelligente, colto, ama la letteratura, ha studiato legge ed economia politica, laureato in giurisprudenza, a volte schizofrenico, omosessuale, tormentato dall’amore incestuoso ossessivo verso la sorella gemella, Una, e dall’odio verso la madre. Il lettore si sente proiettato nella mente del protagonista: vede con i suoi occhi, entra nel suo pensiero fermamente convinto; soprattutto risalta la sua anaffettività, non ha scrupoli di ordine morale quasi nulla sembra turbarlo, anche le dettagliate descrizioni di corpi lacerati, di donne uomini bambini ammassati per essere fucilati davanti a una fossa. Tuttavia per tutto questo periodo ha sofferto di diarree e vomito, forse questa reazione fisica andrebbe analizzata da uno psichiatra.

Il protagonista è convinto sostenitore del regime nazista e della necessità dello sterminio degli Ebrei. Nel Reich ricopre un ruolo di responsabilità come Obersturmbannfuhrer (tenente colonnello) con il compito soprattutto di scrivere rapporti, trovare soluzioni per rendere vantaggioso l’uso dei prigionieri dei campi di concentramento da usare nelle fabbriche. Di questa lunga, tragica guerra, racconta i due teatri dove ho potuto interpretare una parte, per quanto fosse infima : la guerra contro l’Unione Sovietica e il programma di sterminio ufficialmente designato nei nostri documenti con il bell’eufemismo di “Soluzione finale della questione ebraica”(pag.15).

La recensione: PAOLO RUMIZ “Il filo infinito”.

PAOLO RUMIZ “Il filo infinito” – Universale economica Feltrinelli.

(Recensione di Anna Piccioni)

Da giorni penso come iniziare a parlare del racconto di viaggio di Paolo Rumiz “Il filo infinito” per paura di sminuire il senso profondo di questi “appunti” di viaggio , di riflessioni politiche, sociali, tutto impregnato di un’immensa umanità e di una grande spiritualità: “ […] il mio non è un viaggio nello spazio. È una navigazione interiore” Fin dalle prime pagine sono entrata in sintonia direi in empatia con l’autore; nelle sue parole ho trovato il conforto al mio pensiero attraverso chiarezza e lucidità;
L’autore attraverso i monasteri benedettini sparsi in tutta Europa va alla ricerca, e direi che lo trova, quel filo rosso che lega tutti i territori europei, dimostrando quanto insano, distruttivo, impossibile sia pretendere di credere che l’unità europea non esista, sbandierando nazionalismi e sovranità. Attraverso le sue esperienze cerca e annota soprattutto parole argomenti da contrapporre a quelli che non hanno “memoria dell’orrore”. L’Europa delle nazioni non sa compattarsi per controbattere “[…] a nord le lusinghe di Putin. A est, il focolaio mai spento dei Balcani e dell’Ucraina, i reticolati, i nazionalismi etnici, le mire della Cina. A ovest i dazi di Trump, l ‘autolesionismo della Brexit, la Catalogna. A sud il mare dei naufragi, l’islamismo violento, le dittature,la guerra, le bombe sui civili. Mai nella storia abbiamo avuto tanti problemi in comune […]”.
Tutto ha inizio dalla statua di san Benedetto, patrono d’Europa, a Norcia; rimasta incolume dopo il terremoto che ha colpito l’Umbria nel 2016. Per Rumiz quelle macerie sono la stessa Europa “[…] una balcanizzazione in atto su scala continentale”o forse il messaggio che quella statua manda all’autore è opposto: “Ricordava che alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’Europa. I semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per il nostro mondo, in un Occidente segnato da violenza, immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano, bancarotta. Qualcosa di pallidamente simile all’oggi.”.
Dopo Norcia seguono Praglia in Veneto, Sankt Ottilien, in Germania, Viboldone, in Lombardia, Muri Gries, Sud Tirolo, Marienberg, Sud Tirolo, San Gallo, in Svizzera, Citeaux, in Francia, Saint-Wandrille, in Fancia, Orval, in Belgio, Altötting, in Gemania, Niederalteich, in Germania, Pannonhalma, in Ungheria, Camerino, nelle Marche, San Giorgio Maggiore, in Veneto.
Paolo Rumiz in questo peregrinare ci fa ritrovare il valore della Regola ora et labora, la pace e la serenità che si respira tra quelle mura tra il profumo del luppolo e della campagna, dei monti e delle pianure dei fiumi: una conciliazione con la Natura e ci fa partecipi del Creato. Nel corso dei secoli molte volte l’umanità è precipitata tra le macerie ed ha saputo rialzarsi, cercare questo filo infinito potrebbe aiutare a farci diventare migliori.

La recensione: “Alla cieca” (Claudio Magris – edizioni Garzanti).

(Recensione di Anna Piccioni)

Claudio Magris “Alla cieca” edizioni Garzanti -prefazione di Eugenio Scalfari

La prima volta che ho iniziato a leggere “Alla cieca” di Claudio ; Magris è stato con il gruppo di lettura che frequentavo. Non ho finito di leggerlo: forse perché obbligata, forse perché non sono particolarmente interessata alla scrittura di Magris, forse perché è una storia talmente ingarbugliata che mi provocava fastidio. Dopo circa quattro anni ho ripreso in mano il libro e ho ricominciato a leggerlo: è stato per sfida! Essendo una lettrice “compulsiva” non sia mai che lasci un romanzo in sospeso! Mi sono ripromessa di leggere senza prender note, senza soffermarmi a riflettere o cercare di trovare un filo logico; cioè l’ho letto alla cieca, navigando a vista.
Certo la scrittura, lo stile distingue Magris e in più la sua cultura mitteleuropea trasborda in ogni frase. E’ un romanzo che ti “frastorna” passando attraverso piani storici e temporali: dagli Argonauti e il vello d’oro a Dachau, Goli Otok, l’Istria, la Tasmania, l’Irlanda, Danimarca, Inghilterra, Trieste…L’Io narrante è lo stesso:un malato di mente, un megalomane, uno scrittore, un sopravvissuto, un fondatore di città, uno schizofrenico curato dal dottor Ulcigrai, un cybernauta, un comunista Il mare è come il Partito- sono altri a sapere dove andare; la corrente e le maree non le decidi tu, le segui [pag. 67]
Parla dell’amore di Maria che diventa Mariza, Marie, Norah e Mangawana:una sola donna o una Polena.
Un Io che muore nelle profondità del mare, che condivide la violenza subita dai galeotti, ma poi risorge sul ponte di una nave, di una galera, o di un caiccio. Un Io che cambia i suoi nomi a seconda del tempo e del luogo: è Tore, Jan Jansen, Nevèra, Stijela e tutti gli altri…
In tutto questo labirinto di fatti, pericoli, sofferenze, dolori c’è un filo conduttore: il mare che unisce storie,leggende, e terre lontane. IL mare è la vita, la pretesa tracotante di vivere di espandersi,di conquistare – dunque è la morte, la scorreria che depreda e distrugge, il naufragio… [pag 288]
Ah,se ci fosse solo mare, mare senza neanche un’isola dove un piede possa stampare un’orma di dolore. [pag 307]
Dopo questa seconda lettura non so dare un giudizio, tuttavia mi ha attratto nelle sue storie “deliranti”.

La recensione: BERNARDO ZANNONI “I MIEI STUPIDI INTENTI”.

BERNARDO ZANNONI “I MIEI STUPIDI INTENTI” – SELLERIO EDITORE.

(Recensione di Anna Piccioni)
Vincitore premio Campiello

Dopo aver letto il romanzo del giovane Bernardo Zannoni non ho avuto dubbi che avrebbe vinto il premio Campiello. L’escamotage, la trovata ingegnosa, di far parlare il mondo animale che vive nella foresta con le sue regole e i suoi istinti e tuttavia le tane hanno cucina, sedie, tavoli, camere da letto finestre; probabilmente vista la giovane età dell’autore, 24 anni, è una reminiscenza dei fumetti della sua infanzia. Una vita animale antropomorfica. Appena iniziata la lettura ho pensato di trovarmi nella suburra, mi sono apparse le immagini del mondo anaffettivo, amorale del film “brutti, sporchi, e cattivi” di Ettore Scola, ho creduto a una sovrapposizione di mondo animale e mondo umano. Mi sbagliavo era proprio la tana di una famiglia di faine. Il protagonista è una faina, Archy che poi sarà accolto da una volpe, Salomon, che sa leggere e scrivere e insegnerà molte cose perché ha il libro.
Vengono trattati temi importanti: Dio, la morte, l’amore, il tempo… In questo vero/fantastico mondo la scrittura, lo stile prende il lettore; gli intelligenti e profondi ragionamenti della volpe e la faina che pensa “ queste considerazioni mi impegnarono per un brevissimo istante” fanno riflettere sulla condizione umana. Oserei dire che ci sono profonde riflessioni filosofiche
Riporto alcuni passi che trovo particolarmente significativi: pag. 64 : Prima volontà di Dio la Morte
Quando gli altri se ne vanno…si addormentano per sempre…gli altri non c’entrano niente, tocca a ciascuno di noi. Assurda consapevolezza. Da giovani non c’è la consapevolezza della morte… Dio è il Padre del Mondo…l’unico che non muore…la morte la uccidi se non ci pensi, perché non è adesso
pag. 69 scoperta dell’Uomo: la Volpe racconta di non aver mai cercato un senso più profondo del suo solo istinto. Cominciò a spiare gli Umani. La parola di Dio lo colpì sulla testa ancora più forte. La verità sulla vita distrusse quello che era stato fino a quel momento sradicandolo da se stesso
pag. 87 Archy : il presente era tornato ad essere il mio mondo per qualche attimo, e fuori di quello, il nulla. Ero un animale ero felice. Comportarsi da animale istintivamente, togliere la logica delle azioni, la consapevolezza, la coscienza fa ritornare felici. La felicità è lo stato di natura istintiva. pag. 97 se non avessi conosciuto Dio non mi sarei lamentato così tanto…avrei accettato ogni cosa che veniva da vero animale. Scontro continuo tra istinto e razionalità, ma soprattutto contro Dio causa dei nostri mali, se non lo conosci non hai nessuno contro cui scagliare la tua collera per le avversità che ti colpiscono. La libertà è tristezza.
I pensieri degli Umani sono pieni di se e ma di un prima e un dopo, hanno questo fastidioso difetto gli animali vivono il presente

Spero con questi pochi indizi di aver incuriosito.

LA RIVOLTA DEGLI ASTENUTI AL VOTO.

(di Pio Baissero)

“Saggio sulla lucidità!”: di questo libro del Premio Nobel per la letteratura del 1998, il portoghese Josè Saramago, avevo un vago ricordo. Ma questi giorni mi è riemerso nella memoria. Per quale motivo? Perchè Saramago, già nel 2004, ci aveva fatto entrare, con prosa incredibilmente efficace, nella profonda crisi della democrazia e nella sua mistificazione ad opera di Governi e partiti di ogni colore. Così lo scrittore aveva prefigurato, nel romanzo, un supremo e pacifico atto di ribellione delle persone. Un atto compiuto in un Paese descritto come un inferno dove la politica non riesce a risolvere nulla, il potere economico è altrove e deride la gente, i diritti umani sono abilmente calpestati. In quel Paese il cittadino non riesce più a dir la sua, ad opporsi agli abusi. Alla fine, quando giunge il momento elettorale, prende una decisione irriverente. Spinto da incontenibile indignazione, il corpo elettorale decide – con l’80% degli aventi diritto – di affrontare la deprimente realtà con inaspettata lucidità (da qui il titolo del libro): con un enorme “BASTA” diserta i seggi elettorali. Un “non voto” che suscita prima l’ira e poi la violenta reazione del Governo e del sistema politico. Saramago paragona quella ribellione all’ululato di un cane. Insomma, i cittadini di quell’immaginario Paese avevano provato a parlare, discutere e confrontarsi col potere , ma del tutto inutilmente. Ecco perchè, nella narrazione dello scrittore, non restava al cittadino che ululare, ovvero tentar di riprendere col “non voto” coscienza o lucidità, insomma ribellarsi ad un sistema che pretende di controllare in modo assoluto la vita e le relazioni umane.

NOTA: l’immagine in questo post è di libero uso ed è tratta da Wikipedia Commons.

“Figlie del mare”. Un romanzo che racconta una delle tante follie delle guerre.

(di Anna Piccioni)

Figlie del mare” di Mary Lynn Bracht edizioni TEA

Le figlie del mare sono le tuffatrici, le pescatrici dell’isola di Jeju a sud della Corea; sono donne che fin da piccole imparano dalla madre a nuotare e appena adolescenti provvedono con le loro immersioni a procurare il sostentamento alla famiglia. Dopo i 14 anni seguono le madri nelle profondità dell’Oceano ogni giorno e ogni stagione dell’anno fino a quando hanno fiato: catturano qualche pesce,ma per lo più il loro lavoro consiste nella raccolta degli abaloni (molluschi) che poi vendono al mercato del villaggio.

Per questo romanzo l’autrice americana di origine coreana Mary Lynn Brecht si è ispirata ai racconti di sua madre, nata in uno dei villaggi dell’isola, e delle donne coreane emigrate dalla Corea del Sud. Attraverso la protagonista principale Hana, l’autrice ci porta nella Corea del 1943, già occupata dal 1910 dal Giappone. Hana ha 16 anni quando viene rapita da soldati giapponesi e subirà ogni genere di violenza nel suo viaggio in Manciuria. Qui nel bordello sarà una delle tante confort women ( donne di conforto) per l’esercito giapponese. La storia si alterna su due piani temporali il 1943 e il 2011. Nel 2011 ritroviamo la sorellina di Hana, Emi che ormai settantasettenne, ma ancora pescatrice, si reca a Seul dai figli per partecipare alla millesima Marcia Memoriale del mercoledì davanti all’ambasciata del Giappone per chiedere sia fatta giustizia nei confronti di migliaia di donne costrette ad essere schiave del sesso. Emi spera sempre di incontrare la sorella o qualcuna che possa darle qualche notizia; non l’ha più vista e avute sue notizie da quel lontano 1943, quando la sorella Hana fece in modo che i soldati non si accorgessero di lei. Anche la vita di Emi non è stata felice avendo dovuto passare dalla seconda guerra mondiale alla guerra tra le due Coree.

È un romanzo crudo, violento , ma che fa conoscere un’altra pagina di disumanità, di aggressività nei confronti delle donne, prime vittime della follia della guerra.

Nelle note l’autrice scrive:Al rientro in Corea molte halmoni (nonne) sopravvissute alla schiavitù non poterono raccontare la verità né alla famiglia né alla comunità, perché tornavano in una società patriarcale basata sull’ideologia confuciana secondo cui la purezza sessuale di una donna ha la massima importanza. Le poche sopravvissute furono costrette a soffrire in silenzio.

Nelle ultime pagine una interessante bibliografia per approfondire l’argomento.

“L’altra anima di Trieste” il volume a cura di Marija Pirjavec.

“L’altra anima di Trieste” il volume a cura di Marija Pirjavec – Mladika 2008

(di Anna Piccioni)

Saggi, racconti, testimonianze, poesie di autori e autrici di lingua slovena sono raccolte in questo volume a cura di Marija Pirjavec., docente di Lingua e Letteratura slovena presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste. L’ambizione della curatrice è quello di dare “un ritratto spirituale, politico,sociale e storico… di molti che a Trieste hanno vissuto e hanno lasciato una traccia nella sua storia passata e presente”. L’intenzione di far conoscere all’altra parte triestina la quantità e la qualità di intellettuali e menti pensanti che arricchiscono questo nostro territorio pur parlando un’altra lingua.
Ben venga questa pubblicazione! Per molti Triestini, che a tutti i costi difendono l’italianità di Trieste e dare spazio alla cultura di lingua slovena potrebbe “metter in pericolo” le loro convinzioni.
Scrive la Pirjavec nella presentazione culturale e storica del volume: “A ridosso tra Ottocento e Novecento, Trieste fu teatro anche di un’eccezionale fioritura della produzione letteraria italiana […]Grazie a nomi eccellenti quali Italo Svevo, Umberto Saba e Scipio Slataper, la città assurse alla condizione privilegiata di finestra italiana sul mondo[…]La sprezzante sufficienza con cui questa cerchia di raffinati intellettuali considerava gli Sloveni di Trieste appare oggi difficilmente comprensibile, se non come dimostrazione di quell’arroccamento in un’autarchia spirituale refrattaria al contatto con i “diversi”, cui a volte neppure la cultura più alta riesce a sottrarsi ”ad eccezione di Scipio Slataper che in un articolo su La Voce di Firenze ricordò che l’insediamento degli Sloveni risalisse a ben 11 secoli prima; e inoltre scriveva alla futura moglie Gigetta Carniel nel 1912 “Tu sai che io sono slavo, tedesco e italiano” e senza dimenticare l’incipit de “Il mio Carso”
Tuttavia Claudio Magris in Identità di frontiera che prima della Grande Guerra gli ambienti culturali italiani e sloveni non avevano alcun rapporto non solo per volontà di ambedue le parti.
Vorrei osservare che per quanto la cultura di lingua slovena i suoi esponenti hanno un punto di riferimento nel vicino stato di Slovenia, mentre la cultura di lingua italiana solitamente trova poca solidarietà dalla Madre patria. Inoltre gli Sloveni di Trieste hanno un vantaggio rispetto i Triestini di lingua italiana, sono bilingui; i Triestini non si sono mai impegnati a studiarla, nelle scuole non si è mai provveduto ai corsi di sloveno: quindi questo è un grosso handicap.
Ma tornando all’antologia io credo che condividere uno stesso territorio alimenti uno stesso modo di sentire; forse la differenza può rivelarsi tra un vissuto urbano e l’ambiente carsico. La poesia ispirata dalla landa carsica o dal mare provoca emozioni che chi vive qui non può non condividere. Le testimonianze portano alla luce situazione di un vissuto semplice faticoso di pescatori e di lavoratori della cava di marmo di Aurisina. I borghi carsici sono animati dal lavoro dei campi, dalla dignità dalla semplicità , dalle sofferenze della gente che li abitano: l’orgoglio dell’appartenenza da generazioni a un luogo che solo l’intolleranza vorrebbe negare. Altre testimonianze riportano le tragedie vissute dagli Sloveni durante il Regime fascista: il non poter usare la propria lingua, avere le proprie scuole, essere costretti a nascondere la propria identità.
Interessante secondo me è l’ultima parte dove autorevoli intellettuali sloveni si pongono il problema della convivenza di due etnie di Aleš Lokar, Darko Bratina Gli sloveni a Trieste: un soggetto storico da “nascondere”?, Alojz Rebula La cultura nelle regioni di confine, Jože Pirjavec Un vaso di coccio tra due vasi di ferro,Ivan Verč Essere sloveno, Pavel Fonda In quale Trieste vivremo nel secolo che si affaccia? ;e infine Miran Košuta La profezia di Dževad. Košuta scrive”In questo mondo ristretto dalla comunicazione a minuscolo villaggio globale, le enclavi nazionali o statali appaiono assurdità anacronistiche. Ovunque esistano confini, differenze, contiguità, intrecci di popoli, razze, religioni e culture, il convivere pacifico diventa necessità quotidiana, destino ineluttabile. Oggi forse sciagura, domani felicità”

Telemachia.

Digitalizzato_20180804(di Anna Piccioni)

Ancora prima che Massimo Recalcati parlasse della generazione Telemaco in “Il complesso di Telemaco” del 2013 , Roberto Calogiuri nel 2009 ha pubblicato “Telemachia”; giusto per dare una corretta posizione temporale a una tematica o meglio su un personaggio mitologico che per alcuni giovani esponenti politici è diventato il simbolo delle nuove generazioni. Ma la figura di Telemaco non è sovrapponibile: per Recalcati “Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.
Riscrivere la figura di Ulisse, Odisseo, con gli occhi del figlio Telemaco: questo fa Roberto Calogiuri nel suo romanzo “Telemachia”. Telemaco il figlio che aspetta un padre che non ha mai conosciuto. La domanda ricorrente è perché: come può un padre partito per una guerra durata dieci anni, lasciando la giovane moglie e un bimbo in fasce, non sentire il desiderio l’amore per ritornare in patria, almeno per far sapere di essere vivo.
Paolo di Paolo in “Il Mal del Tempo o della Telemachia” così scrive “La vita che c’è stata prima per capire la vita che tu sei adesso. Non la trovi sui libri, bisogna ascoltare le voci di chi c’era. Bisogna andarseli a cercare i padri, guardarli per quello che sono e riconoscerli nel loro valore.
Questo gli antichi lo sapevano bene. L’Odissea si apre con Telemaco esasperato dai prepotenti che banchettano in casa sua, i Proci, gli arroganti del potere, i corrotti. Anche Telemaco ha il Mal del Tempo, ha problemi col suo presente: ogni mattina anche lui si chiede: dove siete tutti, o eroi di cui a lungo ho sentito raccontare e facevate di Itaca un nobile regno? Dov’è mio padre? Chi è mio padre? E così parte per cercare Ulisse. E il figlio non raccoglie testimonianze completamente positive sul genitore. Anzi. Il vecchio Nestore racconta che mentre lui dopo la guerra ha fatto con saggezza immediatamente rotta verso casa ed è arrivato sano e salvo, Ulisse ha voluto compiacere lo stolto Agamennone e lo ha seguito per compiere un’ecatombe che avrebbe dovuto placare l’ira di Atena, atto quanto mai inutile e scellerato. Insomma Nestore lascia intendere a Telemaco che se suo padre non è a casa come tutti gli altri è perché ha commesso qualche empietà di troppo. Eppure è il grande Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, l’unico in grado di sconfiggere l’arroganza dei Proci e riportare saggezza a Itaca. È un grande padre, ma non è perfetto. E forse è proprio questo che lo rende grande. “
Nel romanzo di Calogiuri Telemaco s’interroga continuamente chi sia suo padre, se veramente è o è stato quel grande eroe di cui ha sentito parlare, sembra quasi abbia dei dubbi. Telemaco deve diventare adulto senza la presenza del padre. Quando arriva non è più un adolescente che cerca la sua identità, non ha bisogno del padre per crescere anzi è un estraneo lo straniero che si svela genitore. Ma ha bisogno di lui per sconfiggere i Proci. E la condanna che seguirà non lo sconvolge, avendo più volte pensato che se avesse ucciso il padre non avrebbe potuto considerarsi parricida.
All’inizio del romanzo Telemaco ormai vecchio è tormentato da notti insonni popolate dai fantasmi del suo passato. Policasta, la figlia di Nestore, sua dolce sposa, coricata vicino a lui non dormiva:”sapeva che nessuna parola avrebbe alleviato il peso che quell’uomo,il saggio e avveduto Telemaco, portava dentro di sé…Dopo molti anni era ormai rimasta la sola a conoscere quali pensieri la mola della sua mente macinasse senza interruzione. E questo aveva creato un legame profondo e fermo come quel silenzio”.

La trappola del fuorigioco. Un libro di Carlo Miccio.

IMG-20180123-WA0000(di Anna Piccioni)

La lettura del romanzo di Carlo Miccio trascina all’interno di un privato sofferto. Con un linguaggio ricco, vario, con una prosa moderna e letteraria insieme,lo scrittore descrive ambienti, personaggi vivi reali, situazioni nelle quali ognuno si ritrova; passando poi attraverso i meandri della coscienza e dellìignoto.
Lo scrittore inizia il romanzo con un calcio, ma non è su un campo da gioco; è un gesto violento del padre per distruggere la torre che insieme al figlio avevano costruito: la sorpresa del figlio a cinque anni si manifesterà ancora nel corso del tempo di fronte all’irrazionalità del padre.
Il romanzo di Carlo Miccio “la trappola del fuorigioco” narra di un vissuto nell’arco di quasi quarant’anni, il titolo stesso mette l’accento sul parallelismo tra il gioco del calcio e la vita: il calcio come metafora della vita: nel momento in cui esci dal “collettivo” – la squadra – cadi in trappola.
E’ la storia del disagio famigliare nei confronti della malattia mentale. Quello che colpisce è il forte rapporto tra padre e figlio, anzi sarebbe meglio dire tra figlio e padre: “accanto a lui respiravo anch’io la sua felicità”. La percezione del figlio di qualcosa che rende infelice il padre, che a volte lo allontana, perduto nelle sue “paure”. Quindi è importante per il figlio tenere lontane le paure: il comunismo soprattutto. Non riuscire a capire sembra sia un cruccio, quasi un tormento, ma allo stesso tempo è incuriosito da quella “zona buia del suo cervello” quella “vitalità scomposta”. Col tempo il figlio comprende “l’intensità di quel dolore capace di sommergere la caotica esuberanza delle sue fasi maniacali e cancellare quell’uomo divertente, egoista, curioso, prepotente, bugiardo, disordinato ed eccessivo, ma comunque sempre vivo e radioso di un’infinita energia”.
Per il figlio il padre è ammalato perché prende le medicine; il riconoscimento della malattia passa attraverso vari gradi: esaurimento nervoso, schizofrenia, sindrome maniaco-depressiva, fino al verdetto finale sindrome bipolare.
Per il padre la malattia permette ai sani di essere tali , il malato sia fisico che mentale è un santo, in quanto accentra su di sé le disgrazie del mondo e permette al giovane protagonista di giocare a pallone. La religione, o meglio la superstizione ha una influenza negativa sul padre tanto da credere
al “santone” che spilla i soldi alla povera gente per intercedere con San Michele Arcangelo.
Quello che mi ha colpito nella lettura del romanzo è riscontrare più volte la parola “silenzio”: silenzio piatto, l’aria che si gonfia di silenzio, silenzio compatto che solidifica ogni spazio intorno a me, silenzio minaccioso e imbarazzato, silenzio osceno, “mi colpì la qualità del suo ascolto, il silenzio e l’attenzione che dedicava alle mie parole”. Forse attraverso il silenzio arrivare nella zona buia, scatenante. Ma anche il silenzio per evitare di sconvolgere i fragili equilibri. Il silenzio del padre, il silenzio del figlio, il non detto per paura di scatenare la bestia che stravolge. E’ importante mantenere la fiducia per dare sicurezza.: non tradire mai la fiducia.
Col tempo il figlio osserva costantemente i movimenti, scruta gli impercettibili cambiamenti espressivi per prevenire il momento della dissociazione, della crisi.
E poi la droga, gli studi per dare al giovane la possibilità di mantenersi intero e non perdersi nella sua malattia, nell’ansia di mia madre e di mia sorella
Decidere alla fine di prendersi cura del padre, per non “esaltare la sofferenza fino al punto di farla accadere” per creare un ambiente fiducioso e tranquillo, per non alimentare i fantasmi, per difendersi dalla vita, per proteggersi.

Algoritmi Indiani.

(di Anna Piccioni)

 

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari: in questo caso i “passi elementari” sono i racconti personali che la protagonista Rani ascolta dalle donne che incontra sul treno, sul lavoro. Ognuna ha la sua storia, ma tutte sono espressione di quel mondo pieno di contraddizioni, superstizioni, disuguaglianza, caste, religiosità, spiritualità e tanta modernizzazione che caratterizza l’India. “I passi elementari” però non risolvono il problema, rimangono lì appesi, fluttuano nell’aria piena di odori : acqua stantia, spezie, tubi di scappamento, gelsomino, pioggia battente che poi si trasforma” in cascata di petali di rosa”. Layla Wadia nel suo ultimo romanzo-documento “Algoritmi indiani” ci butta in faccia la realtà di una società che è entrata a pieno titolo nel novero dei Paesi emergenti, dove la globalizzazione la fa da padrona; ma non tutto il miliardo e passa di abitanti ne sono coinvolti.
Delle donne indiane coprotagoniste del romanzo ne ha parlato l’autrice invitata all’incontro-conversazione organizzato da Vita Activa Editore domenica 10 dicembre, in un pomeriggio di pioggia battente, nella cornice della Biennale Internazionale Donne, nel Magazzino 26.
Gabriella Musetti, presidente di Vita Activa, ha espresso la soddisfazione di aver edito quest’ultimo romanzo della Wadia, scrittrice indiana, ma italiana di adozione.
Laila Wadia si considera più una narrastorie che scrittrice. Questo romanzo ha avuto una lunga genesi, quasi 20 anni. Dai vari viaggi fatti col marito, Tullio Valenti, fotografo italiano, nel suo Paese natale, ha raccolto il materiale, ha ascoltato le storie: Bisogna sfatare i luoghi comuni, che caratterizzano la visione del mondo occidentale sull’India. Probabilmente potrebbe essere accusata di essere troppo dura, di presentare il suo Paese in modo spietato, ma l’India è un Paese spietato. La modernizzazione ha portato alla crescita economica, ma ha aumentato la disparità tra ricchi e poveri e all”impoverimento dei diritti soprattutto nei confronti delle donne. E’ un Paese schizofrenico. Per fare un esempio pratico, Layla Wadia racconta che il governo ha stanziato finanziamenti per dare ad ogni casa in ogni villaggio dei gabinetti, ma non ha provveduto agli allacciamenti idrici. La spiritualità era una ricchezza, ormai sta scomparendo. Il viaggio in treno in seconda classe che nel romanzo è l’occasione per la protagonista di incontrare varia umanità femminile, è un “viaggio nel tempo” .
Parlando delle figure di donne , che si raccontano nel romanzo, non c’è una che meglio rappresenta il suo Paese; ognuna vive dentro l’altra.
Nel romanzo osserva, Gabriella Musetti, ci sono parole indiane senza traduzione, come per trasmettere i suoni; inoltre il cibo è molto presente: aiuta a buttare giù i muri. Il cibo, aggiunge Wadia, è l’elemento unificatore; scambiarsi il cibo vuol dire dare il proprio contributo di gusto e di sapore.
Purtroppo il governo indiano con una mano scrive le leggi e con l’altra cancella i diritti. Infatti non si sa da che parte stare:le multinazionali si appropriano dei pozzi d’acqua che servono ad irrigare i campi; le multinazionali danno lavoro e dall’altra parte privano i contadini del bene più prezioso.
Nota positiva è che ora le donne in India si stanno organizzando: non intendono più subire in nome della casta, sono vestite di rosa e si oppongono alla tradizione.
Le letture di Giuliana Pregellio e Luisa Cividin hanno fatto da intermezzo alle parole di Layla Wadia e Gabriella Musetti.

 

NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. Wikipedia. it.

“Voci rimosse”, voci di rifugiati.

(di Biagio Mannino)

 

“Voci rimosse”: un libro di Alberto Flego, un testo di grande valore ed importanza, difficile da definire o inserire in qualche categoria.
Un romanzo? Una raccolta di testimonianze? Forse un reportage. Non ha importanza. Quello che “Voci rimosse” è non incide su quel profondo significato che rappresenta in un’epoca, la nostra, dove il fenomeno delle migrazioni è alla base dei grandi cambiamenti geopolitici e sociali oltre che economici e finanziari.
Tanta attenzione viene data a questo fenomeno , agli eventi, ai terribili viaggi che vengono affrontati dalle migliaia e migliaia di persone alla ricerca di una vita, se non migliore, quanto meno lontana da tragiche vicende di guerra.

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Alberto Flego – foto di Biagio Mannino – 2017

Alberto Flego affronta questo tema dando spazio, in particolare, direttamente ai protagonisti, quei migranti che molto spesso, pur essendo in tutto e per tutto i protagonisti della storia, sono trascurati nei loro personali racconti, ricordi, esperienze.
Sono ben cinquanta le testimonianze raccolte in questo libro e il fatto che molte tra loro sembrino avere punti in comune, rappresentano un fenomeno complessivo che proprio per la sua generalità diventa un unico, impercettibile, dramma.
Incontro Alberto Flego in un noto Caffè cittadino e, tra tintinnio di bicchieri, profumo di caffè e voci diffuse ed allegre, gli chiedo proprio perché “Voci rimosse”:
Mi risponde “Sono le loro voci, quelle delle loro storie, dei loro racconti, delle loro esperienze. Difficili da ascoltare, difficili da accettare, difficili da sostenere. E allora la via più semplice è quella di… rimuoverle. Ma non loro, i protagonisti bensì noi, Noi che dovremmo accoglierli, noi che dovremmo guardare in modo più profondo ed attento ad un fenomeno che è inevitabile.”.
Sì, è una questione di punti di vista che cambiano i loro effetti a seconda del nostro personale modo di interpretare e, in particolare, di volere conoscere.
Non sempre la volontà c’è e, forse, è giustificabile interpretando questo come un percorso di autodifesa nel non volere accettare la sofferenza degli altri, la paura di perdere qualcosa di proprio in un mondo sempre più concentrato sull’individualismo.
I racconti di Alberto Flego su come abbia avuto l’idea di scrivere un libro di questo tenore, la complessa attività di riflessione sulle vicende che a lui venivano raccontate mi colpiva ancora di più sentendo quanto diceva e, con lo sguardo, vedevo un’atmosfera di tutt’altro tono in quel Caffè.
Colpevoli? Innocenti? Semplicemente tutti vittime di un meccanismo che ci rende sempre più indifferenti all’altro.
“Come fare per rendere le persone più attente e sensibili?” gli domando.
“Il mio libro è solo una goccia versata nel tentativo di fare qualche cosa per essere di aiuto. E’ la cultura fondamentale per un cambiamento obbiettivo di mentalità. Solo attraverso la conoscenza e la comprensione, il rispetto reciproco tra tutti, con lingue, tradizioni, usi differenti, può portarci a vedere come il fenomeno delle migrazioni possa divenire anche un elemento di ricchezza”.
Attualmente la popolazione mondiale è in grande aumento demografico. Si stima che, nel 2050 il mondo sarà abitato da 9 miliardi di persone concentrati prevalentemente nelle aree più povere. Inoltre il fenomeno dei cambiamenti climatici renderà proprio quelle aree aride e inciderà fortemente sulle decisioni di lasciarle.
L’Europa e gli USA saranno, al contrario, caratterizzati non solo da un calo demografico ma anche da un invecchiamento della popolazione, da una bassa natalità e da una decisa perdita della forza lavoro. Solo l’arrivo di migranti garantirà a queste realtà il mantenimento della qualità del proprio stile di vita.
Di fronte a queste previsioni diviene logico interrogarsi e chiedersi quali siano le politiche nel lungo periodo ma, al momento, le soluzioni sembrano essere solo l’edificazione di muri.
“I muri” continua Alberto Flego “vengono costruiti in tanti luoghi del mondo. La motivazione è sempre la stessa: difendersi da qualche cosa.  Ed è qui che le testimonianze raccolte diventano un elemento di conoscenza e di consapevolezza, di tutto quello che i migranti devono affrontare senza poi dimenticare le cause che li fanno andare via”.
Ho avuto modo di assistere alla seconda presentazione del libro e la presenza attiva di molti protagonisti di questo fenomeno, che possiamo definire “storico”,era di forte impatto.
Quella, come altre occasioni, alle quali lo stesso Alberto Flego ha voluto che partecipassi, hanno evidenziato come, da parte del pubblico, ci sia stata un’ampia presa di coscienza di un problema che è troppo semplificato per essere compreso. Non bastano espressioni come “Mandiamoli a casa” o “Chiudiamo i confini” per poter risolvere, comprendere l’immenso gioco geopolitico che mette assieme tutto: guerre, clima, cambiamenti demografici, interessi, beni primari e tantissimi altri elementi causando vittime e, appunto, profughi o, utilizzando un termine più corretto, rifugiati.
Sì, rifugiati e non migranti poiché queste sono persone che scappano anche da quelle nuove tipologie di guerre che non si combattono con le armi ma con i giochi della finanza, ulteriori vittime delle conseguenze dell’errate scelte nella gestione del cambiamento climatico.
Alberto Flego fa tutto questo per aiutare, tant’è che i proventi del suo libro sono destinati in beneficenza.
E allora? Cos’è “Voci rimosse”? La risposta è sempre quella: non ha importanza cosa sia ma cosa rappresenti. Un libro da tenere e conservare, sugli scaffali delle proprie librerie di casa, su quelli delle biblioteche perché si possa  capire, oggi come domani, cosa accade intorno a noi, cosa accade agli “altri”, cosa accade a… Noi.

Quale PD dopo il referendum?

(di Biagio Mannino)

 

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Gianni Cuperlo – Trieste, 9 dicembre 2016 – foto BM 2016 – archivio fotografico Biagio Mannino.

Quale PD dopo il referendum del 4 dicembre? E’ questo, non “un”, bensì “il” quesito che molti si pongono, sia all’esterno che, in particolare, all’interno del Partito Democratico.
Ne hanno discusso a Trieste molti autorevoli rappresentanti del PD triestino che, presso l’Hotel Savoia, nella sala Zodiaco, venerdì 9 dicembre, hanno organizzato un incontro pubblico con la partecipazione di Gianni Cuperlo.
La sala era assolutamente gremita da persone simpatizzanti,  che volevano capire cosa potrebbe avvenire di un partito che, con la vicenda referendaria, ha mostrato una grande capacità, a detta di molti, autodistruttiva.
Un partito con una grande forza, con persone capaci  che poi, regolarmente, si potrebbe dire, si scontra con sé stesso.
Una storia già vista ma che, in questo caso, sembra aver prodotto danni superiori alle precedenti esperienze.
“Quale  PD dopo il referendum ?” :  questo è stato il titolo dato all’incontro e che ha visto esprimere una serie di appassionate riflessioni non solo sulle difficoltà di saper cogliere le effettive esigenze della società italiana in grande disagio ma, anche, nel non saper vedere come le condizioni geopolitiche internazionali cambino e dove le forze di sinistra appaiano sempre più emarginate.
Una valutazione non basata sui contenuti della riforma quanto sui metodi comunicativi portati, sull’effettiva esigenza ed opportunità di affrontare un percorso così faticoso e di duro confronto, sugli errori fatti dal Segretario Matteo Renzi.
Tanti argomenti sono stati trattati ed invitavano a riflessioni che sarebbero dovute essere fatte in momenti precedenti come quando, all’indomani della sconfitta in occasione delle elezioni comunali di Trieste, di Torino, di Roma e di tante altre città, il PD non si accorse o, forse, non volle accorgersi, che l’allarme era suonato.
E i bisogni dei giovani? Un altro punto di delicata attenzione sfuggito quando l’80% di questi ha votato “NO” al referendum del 4 dicembre. Inoltre… i sindacati, e in particolare la CGIL, la scuola, tutti bacini elettorali divenuti ex bacini elettorali.
Inevitabile il confronto, la riflessione e porsi, appunto, il quesito su quale possa essere il futuro del PD dopo il referendum.
Quello che è mancato è stato il contrasto tra i partecipanti. L’opinione di autocritica era presente solo in parte, a differenza della presa di coscienza delle responsabilità dei vertici nazionali.
E allora? Si è forse rotto l’incantesimo con Matteo Renzi?
Non è possibile affermarlo in questo momento. Vero è che il senso di profondo disagio e disappunto per come sono state svolte le cose in questi tre anni appare quanto mai evidente e molti, in occasione dell’incontro di Trieste, lo hanno espresso.
Gianni Cuperlo, nella sua città, parla chiaro e con un intervento apprezzato da tutti i presenti, sia per i contenuti che per la qualità, evidenzia la serie di problematiche intrecciate tra la società italiana, il mondo dei giovani, le relazioni intergenerazionali e la situazione internazionale. In un contesto dove si trova il PD ad essere la forza di riferimento appare una società in difficoltà ma che, paragonandola ad un film in cui, nonostante tutto c’è un lieto fine, in questo caso, manca anche la speranza.
Ed è questo il problema: non saper vedere nel lungo periodo, forse, non riuscire, forse non potere. Ma quel grido lanciato ai politici, tutti, non è stato, come scritto nel post precedente, un indirizzarsi verso un apprezzamento o meno del Governo quanto una vera e propria espressione di volontà di partecipare ed essere attivi nella vita politica.
Diviene allora un percorso assolutamente ricco di imprevisti quello di ritenere che quel 40% di voti a favore del SI possano essere interpretati come una sorta di gradimento della figura di Matteo Renzi trasformando un fallimento clamoroso in una grande vittoria.
Una vittoria poiché da solo, Renzi, avrebbe il 40% dei consensi e, tutti gli altri, il 60% da dividersi tra loro.
Un grande e grave errore perché non si è compreso che sono espressione di partecipazione e lo sono tutti, sia il 60% dei NO che il 40% dei SI.
Sottovalutare questo aspetto significa non aver compreso il peso dell’avvenimento del 4 dicembre che, oltre al risultato, ha visto la partecipazione di quasi il 70% degli aventi diritto al voto.
Forse l’interrogativo più opportuno per il convegno doveva essere non tanto “Quale  PD dopo il referendum” quanto “Quale futuro per la politica italiana dopo il referendum” poiché sembra non essere stata ancora compresa la serie di esigenze che l’intera società italiana ha e che vuole, o per lo meno, vorrebbe, vedere la politica, tutta, iniziare a trattare.
Ottima l’iniziativa da parte del PD triestino di realizzare, a così pochi giorni dal referendum, questo confronto ed eccellente l’intervento di Gianni Cuperlo. Un peccato però l’assenza di Debora Serracchiani che sicuramente avrebbe dato un senso di maggiore completezza all’incontro.

“Sono andato via”. Un libro di Biagio Mannino.

Il libro di Biagio Mannino, Sono andato via, è stato presentato più volte in una serie ravvicinata di incontri che, iniziati presso la sala del Consiglio comunale di Monfalcone, sono poi proseguiti all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e al Comune di San Canzian d’Isonzo per concludersi poi alla sala “Millo” di Muggia. Nel corso di tali eventi, è emersa una pluralità di elementi che hanno reso le presentazioni sempre differenti l’una dall’altra, mostrando come queste costituissero, in realtà, un unico percorso fatto di molteplici considerazioni ed osservazioni.

L’aspetto piacevole, curioso ed interessante è rappresentato già dal titolo: Sono andato via. Sostiene l’autore: «E’ risultata immediatamente una risposta da parte dei primi lettori, quando, alla visione del libro e del suo titolo, in modo automatico, lo collegavano allesperienza dell’esodo, quasi si trattasse di vicende esclusivamente riservate a quella componente istriana che ha vissuto la tragica esperienza».

Vi è nel libro una raccolta di testimonianze che unisce i protagonisti in un unico aspetto: quello, appunto, dell’essere dovuti andare via. Il periodo storico in esame si estende, oltre agli anni dell’immediato dopoguerra, anche ai momenti che hanno preceduto il terribile evento bellico.

«Se è vero che quegli accadimenti storici hanno provocato nei popoli conseguenze drammatiche, non possiamo prescindere dal fatto che tutto ha una causa ed un effetto e, di conseguenza, per comprendere al meglio le situazioni in oggetto, dobbiamo affrontare lo studio con una sorta di visione panoramica senza la quale potrebbe riuscirci molto difficile comprendere».

Infatti è la comprensione alla base della struttura narrativa: la comprensione del perché il popolo o, meglio, i popoli eterogenei della Venezia Giulia si siano trovati nella condizione di una contrapposizione tale da andare via e lasciare la propria vita quotidiana, la propria storia familiare, i propri affetti, la propria casa.

Non sono le vicende della politica, gli accordi internazionali, le biografie di noti personaggi ad essere i protagonisti, ma la quotidianità semplice della gente normale che, travolta dagli eventi, da osservatrice passiva si è ritrovata attrice attiva e che, ancora oggi, vive con fatica quel percorso intrapreso.

L’autore affronta infatti non solo la testimonianza diretta di chi c’era in quegli anni, ma anche valuta come le generazioni di oggi, di figli e di nipoti vivano le esperienze che a loro sono state tramandate dal ricordo dei loro padri e dei loro nonni.

Il ricordo, traslato in quelle che potremmo definire le generazioni contemporanee, diventa possesso di queste ma, molto spesso, esso trascina anche tutti quegli aspetti di emotività accesa, non tipici dell’età e dell’epoca contemporanea ma appartenenti ad anni ed eventi legati al passato.

«Due sostiene Biagio Mannino sono i gruppi generazionali. Il primo è rappresentato da chi ha avuto qualcuno che raccontasse loro le esperienze del passato. Nei componenti di questo gruppo possiamo trovare molti elementi di contrapposizione che, ancora oggi, nonostante la caduta dei confini, fanno permanere una situazione di oggettiva difficoltà comunicativa. L’altro gruppo è invece rappresentato da chi non ha avuto nessuno che raccontasse cosa accadde e, di conseguenza, affrontano con passionale curiosità un percorso di studio, di ricerca e di comprensione. Questi, a differenza dei primi, sono maggiormente aperti al confronto con le diverse parti».

Ed infatti sono proprio le parti contrapposte uno degli elementi che maggiormente risaltano nel libro: quelle persone, famiglie che si sono trovate ad essere collocate l’una contro l’altra in una sorta di divisione ideologica che si giustifica in una appartenenza sociale, etnica, culturale.

Livio Dorigo, Fabio Scropetta, Dimitrij Rupel, Stanka Hrovatin ed altri sono alcuni dei protagonisti del libro. Le loro storie si intrecciano tra il racconto delle proprie vicende storiche, le riflessioni su quanto è accaduto, le valutazioni di ciò che è oggi, le speranze, i propositi per il futuro di queste terre.

Così Livio Dorigo ricorda quando un medico, caro amico di famiglia che lo aveva curato sempre con attenzione ed affetto, in una manifestazione per le vie di Pola gli puntò una pistola sul petto dove l’unica motivazione era quella di trovarsi su fronti politicamente e nazionalisticamente differenti.

Fabio Scropetta valuta con serenità tutti gli avvenimenti tragici successi e non imputa responsabilità alla gente, ma auspica la vita comune nelle proprie diversità identificate come ricchezza.

L’ex console generale di Slovenia a Trieste, Dimitrij Rupel, sostiene che queste terre istriane e triestine siano le più belle del mondo.

Suzuki Tetsutada, sociologo giapponese studioso delle problematiche delle zone di confine, ritiene che oggi più che mai questo sia il momento per superare le reciproche diffidenze; altrimenti il rischio è quello di fare la fine della mela matura che, pronta per essere assaporata, se non raccolta, cade marcia.

E molte altre sono le riflessioni e le considerazioni che si trovano in questo libro, che pone il lettore di fronte a due possibilità: la prima è affrontarlo in una lettura semplice ma che non fornisce alcuna forma di riflessione e di arricchimento; la seconda è lì, a portata di mano. Basta avere la pazienza e la volontà, in particolare, di abbandonare per un attimo le proprie strutture mentali predefinite e lasciarsi andare all’ascolto di quanto viene dato, permettendo poi una meditazione, una comparazione della storia e delle memorie di tutti, riuscendo ad acquisire la consapevolezza che tutti sono vittime delle scelte politiche infelici. E questa valutazione è particolarmente importante oggi di fronte alle prospettive che il valore dell’Europa ha in queste terre.

La copertina del libro merita una considerazione. Un’immagine stilizzata dell’Istria e del golfo di Trieste è sorvolata da api che volando di fiore in fiore, impollinandoli, permettono la prosecuzione della vita. Un’immagine simbolica che non vede interruzioni nella sua spontanea naturalità. Ma una fotografia reale di una barriera materiale, fatta di filo spinato, rompe questa condizione. I confini di fatto, elemento plurale nella vita dell’Istria, frantumano la quotidianità della gente d’Istria trasformandola nelle genti d’Istria. Un plurale non da poco, un accadimento drammatico.

Un libro quindi da leggere, da conservare, da valutare attentamente nei suoi profondi significati di mantenimento della memoria collettiva e di superamento delle contrapposizioni.

Nota: il libro è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.circoloistria.it .

Nota2: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.