Archivi categoria: Riflessioni

Dove sta andando l’informazione? (parte seconda).

Dove sta andando l’informazione? (parte seconda).

Se ne parla a Buongiorno Italia, la trasmissione a cura di Graziano D’Andrea con la partecipazione di Biagio Mannino.

Puntata 20/7 ottobre 2022 ore 8.05.

Siamo soli nell’Universo? Una domanda che mette a confronto scienza, fede e voglia di conoscenza senza pregiudizi. VIDEO.

Info Line 24, il network che unisce Il vento di nord est, RDE radio e Pianeta Oggi TV, presenta PUNTO DI INCONTRO, il talk dedicato a quanto accade attorno a noi.
Nella sesta puntata Massimo Bonella, Sabrina Ciccotti e Biagio Mannino, si confrontano sul tema “Siamo soli nell’Universo? Una domanda che mette a confronto scienza, fede e voglia di conoscenza senza pregiudizi”.

Pianeta Oggi TV: le difficili relazioni tra individualismo, solidarietà e spiritualità in una Terra sofferente. VIDEO.

Pianeta Oggi TV: le difficili relazioni tra individualismo, solidarietà e spiritualità in una Terra sofferente. VIDEO.

INTERVISTA A GAETANO PEDULLA’ RICERCATORE – LAVORO INTERIORE

A CURA DI SABRINA CICCOTTI COLLABORATRICE DI PIANETA OGGI TV ALLNEWS

IN COLLABORAZIONE CON IL CIRCUITO RTV INTERREGIONALE TERRESTRE

Si ringrazia Pianeta Oggi TV per aver concesso la condivisione del video.

La democrazia? Una semplice illusione.

(di Biagio Mannino)

Democrazia? Ormai dobbiamo rassegnarci e rendercene conto: è semplicemente un’illusione. La parola in cui ci siamo sempre identificati, che ha rappresentato il nostro modo di agire, di essere, di confrontarci con gli altri, che la democrazia, ci dicevano, non la avevano.
La democrazia che ci contrapponeva, a seconda dei momenti storici, ai vari regimi, comunisti, fascisti o simili, senza poi sapere neppure cosa fossero.
La democrazia che rappresentava la nostra educazione e il nostro orgoglio così forte da sentirci, in altri momenti storici, autorizzati ad… esportarla. E così, in nome di quella democrazia che gli altri non avevano, in nome di quelle libertà democratiche che gli altri non conoscevano e si trovavano a subire regimi autoritari, andavamo in giro a far guerre per il mondo e portarla, convinti di salvare, gli altri, per poi lasciarli, gli altri, peggio di prima.
Quante lotte, quante battaglie, si sono fatte per la democrazia, quando i nostri Padri Costituenti scrivevano quel testo meraviglioso, considerato non a torto la più bella Costituzione del mondo.
Ma cosa direbbero, oggi, proprio loro, che con esperienze di contrapposizioni dure, di autoritarismi e totalitarismi alle spalle, si adoperarono nella stesura della legge fondamentale dello Stato nella speranza di garantire, appunto, alle generazioni future la democrazia?
La vicenda del Green Pass ha smontato tutto o, forse, ha aperto gli occhi di chi vuole vedere. Ci ha portati alla triste consapevolezza, alla fine del sogno che pensavamo fosse realtà e abbiamo capito che, la democrazia, semplicemente, è un’illusione.
Tutto parte da un punto, unico, che porta le persone ad accettare, qualsiasi cosa, anche il paradosso della democrazia, ovvero rinunciare democraticamente alla stessa democrazia. Il punto si chiama PAURA.
La paura così presente negli ultimi due anni, la pandemia che ci ha costretto in casa, per mesi, ad una situazione inimmaginabile, al sacrificio, per molti alla perdita del lavoro e ad altre situazioni che conosciamo, e poi la paura di ritrovarci al punto di inizio della disavventura, senza porci domande, senza porci perché, no quell’esperienza non doveva tornare e le macerie delle conseguenze delle scelte prese erano lì fumanti come dopo un bombardamento.
Disoccupazione, famiglie spezzate, giovani in disagio sociale, sistema sanitario in crisi.
La paura e la necessità di sopravvivere e di affidarsi, essere guidati, accettando, pur di non tornare a prima.
Il Green Pass, se lo analizziamo, è quanto di più strano si possa desiderare: un’autorizzazione a vivere in un contesto sociale. Un’autorizzazione a frequentare il contesto pubblico, un’autorizzazione a poter continuare a lavorare proprio nel momento di massima crisi per le economie delle famiglie.
La salute diventa paura e qui gli aspetti si spostano su un piano diverso, dove quell’Italia, Repubblica, democratica, fondata sul lavoro, non si trova più. Dove si è mai sentito che, per lavorare, bisogna pagare? Dove si è mai sentito che i lavoratori sono obbligati a tamponi frequentissimi? Dove si è mai sentito che i partiti appoggiano tutti, tranne uno, l’operato di un Governo, che non ha opposizione e che sembra aver riunito nelle proprie mani potere esecutivo e legislativo assieme, facendo uso dei decreti legge? Dove sono i sindacati, che dovrebbero essere alla difesa di tutti e di nuovo tutti i lavoratori ma che sembrano ormai non sapere da che parte girarsi per ritrovarsi? Ma soprattutto, dove si è mai sentito che chi manifesta, liberamente e con il diritto di farlo, di portare in piazza i propri problemi, la propria opinione, il proprio dissenso, non viene considerato?
Manifestare non significa andare a fare un giretto per le vie del centro. Manifestare significa affrontare con coraggio le strade e mostrarsi nel proprio disagio, per essere ascoltati e considerati, come tutti i cittadini poiché democrazia non è semplicemente che chi ha la maggioranza governa, la democrazia è essere delegati dal popolo sovrano a governare nel rispetto dei diritti di tutti e di tutte le minoranze, inclusi coloro i quali non hanno delegato quel governo.
Democrazia è anche comunicazione: avete seguito i dibattiti nel vari salottini televisivi in questi giorni? No? Meglio!
Avreste assistito a intellettuali, o presunti tali, che, con opinione comune, esprimevano considerazioni sui No Green Pass senza aver alcuna attenzione alle loro legittime esigenze.
Le loro parole stridevano di fronte alla concretezza di chi vive la realtà, la vita non ovattata delle persone che combattono per pagare le bollette, per trovare un lavoro non gratificante ma che permetta di andare avanti, di garantire un minimo di futuro ai loro figli e, adesso, anche di pagare i tamponi! Stridevano di fronte alla voce dei portuali di Trieste e di tutti coloro che si sono aggregati alle manifestazioni. Voci però ascoltate solo da chi era lì, presente in quei posti.
Tante cose non dette, non considerate, taciute ci portano all’orwelliana memoria che ciò che non viene detto, alla fine, non esiste?
La democrazia tristemente diviene illusione e, senza che i più se ne accorgano, lo è per tutti.

Green Pass: quando il saggio punta il dito verso la luna, lo stolto guarda il dito e non la luna

(di Biagio Mannino)

Non c’è che dire ma, mai come in questo momento, quel proverbio, antico, iper utilizzato, correttamente o scorrettamente interpretato, sembra voler farsi sentire ed essere quanto mai ascoltato: quando il saggio punta il dito verso la luna, lo stolto guarda il dito e non la luna.
Siamo, noi cittadini globali, ormai da un anno e mezzo immersi nella tensione. Quella tensione che il corona virus, o meglio, il Covid – 19, ci ha portato colpendoci nel profondo anche del nostro essere, così il fisico come la mente. Ma, come se non bastasse la paura della malattia, stiamo anche vivendo le conseguenze delle scelte prese dagli uomini, utili a combattere l’epidemia, ma con un numero indecifrabile di effetti, per così dire, indesiderati.
All’inizio la scelta presa era quella sostanzialmente più semplice: isolare tutti, poiché se un virus si trasmette da un uomo ad un altro, tenerli lontani significava rompere la catena della trasmissione.
Isolare tutti e, improvvisamente, il mondo si è trovato nella trama di un film di fantascienza, o, perché no, di fantapolitica.
Tutti a casa! Lavorare, chi poteva, da casa! Studiare, chi riusciva, da casa! Vivere, chi resisteva, da casa! E così ovunque, dalla Cina all’Europa, dagli USA ai remoti Paesi del globo malato.
Un mondo che, improvvisamente, si scopre fragile, di fronte alla malattia, di fronte a chi si è dimostrato impreparato a questo genere di eventi di dimensioni planetarie, di fronte a se stesso e di fronte a tutte quelle convinzioni che sono evaporate come neve al sole di luglio.
Tutto da ridiscutere, da scoprire e da vedere. Sì da vedere, con occhi nuovi.
Dopo sono arrivati i vaccini e quel mondo portato da mesi di chiusure e di impoverimento globalizzato, di disoccupazione disperatamente unificatrice in un valore comune per tutti, ovvero, la miseria, guardava con speranza non tanto alla sconfitta del virus quanto alla fine di tutto quello che si era vissuto, alla speranza di un ritorno alla vita normale.
La vita normale, quella di prima, dove non si sapeva dove sbattere la testa per andare avanti, dove i problemi della quotidianità, di fronte alla nuova vita, quella di aspettare chiusi in casa di vedere liberamente il cielo azzurro, ha portato a desiderare tutte quelle cose che sembravano tristezze del passato ma che, poi, sono diventate nostalgie lontane.
Ma le vicende non si mostravano di facile soluzione e, anche nel campo dei vaccini, qualcosa non è andato come qualcuno pensava, proprio perché le aspettative erano che tutto finisse.
E così quelle persone, stanche, impaurite, scioccate, impoverite hanno visto un ulteriore problema: affrontare la certezza che diventava dubbio, il vaccino come strumento di ritorno al passato desiderato ma con riserva e, alla fine, diventare, o meglio, essere considerati, buoni o cattivi, a seconda che fossero vaccinati o meno.
Una cosa strana, anche perché, alla base di tutto, lo sappiamo, non c’è l’obbligatorietà della vaccinazione, ma coloro i quali hanno ritenuto, indifferentemente quale sia il motivo, di non farla, progressivamente subiscono, in modo indiretto e trasversale, conseguenze che si aggiungono a quelle delle scelte prese precedentemente e che non hanno motivo di essere, proprio perché la vaccinazione non è obbligatoria.
Una società che si divide e proprio chi dovrebbe essere unito…. Si perde e lascia spazio.
Il dito del saggio è lì, osservato da tanti e la luna, che splende alta nel cielo, che illumina con la sua luce, ignorata del tutto.
Si gioca a calcio, sì sì, quello sport che si fa con una palla, rotonda, che rotola, che si spinge un po’ qua e un po’ là… e quanti sono ad appassionarsi a quelle competizioni! Tanti tanti, fino a quando il gioco finisce e, il giorno dopo, si dice che… nuovi contagi. Tutto sommato, per non sospendere le attività, come la prima volta, quel lockdown che ha provocato disastri nelle famiglie di tutto il mondo e le cui vittime nessuno conta, questa volta, ci si limita a guardare a coloro i quali non si sono vaccinati, per libera scelta perché… l’obbligo non c’è.
Sì, guardiamo a loro! Sì, è vero, non ci sono obblighi di vaccinarsi ma, tutto sommato, la via indiretta è quella di lasciarli fuori dalla vita normale, quella che tutti desiderano.
Allora niente teatri, ristoranti, bar e tante altre cose che troveremo scritte ovunque e i buoni, dicono che è giusto mentre i cattivi… non li ascolta nessuno.
Adesso, dopo un anno e mezzo, ci sono i cittadini divisi in due gruppi, pro o contro i vaccini, dove alcuni potranno ed altri no, dove per vivere normalmente dovrai essere autorizzato e dove quell’autorizzazione non meraviglia più ma diventa, democraticamente, normale.
Normale come ci ricordavamo, forse no, è passato tanto tempo e molte cose sono accadute, la memoria è breve. Adesso è bello perché è normale andare a prendere un caffè, un semplice caffè, con lo smartphone e, protetto nella scatola elettronica, il green pass che tutto permette, che tutto apre… al vaccinato, non obbligato.
La luna si è spenta, ormai stanca di aspettare.

Padre Luciano Larivera e la povertà. IL PODCAST.

Il vento di nord est presenta, in podcast, la relazione di Padre Luciano Larivera, Direttore del Centro Culturale Veritas di Trieste.
In piena pandemia, nel vortice di tutte le conseguenze che derivano dalle decisioni prese per far fronte all’emergenza, ci si accorge di quanto il mondo sia diviso e gli uomini lontani tra loro.
Luciano Larivera dedica la sua importante riflessione alla povertà oggi.
Ascolta il podcast: https://www.spreaker.com/user/12881193/luciano-larivera-e-la-poverta

NOTA: si ringrazia Luciano Larivera per aver autorizzato la diffusione del podcast.

Fase 2:la necessità di fare delle scelte per far fronte alle conseguenze delle… scelte.

1(di Biagio Mannino)

La fase 1 lascia spazio alla fase 2, quel percorso che dovrebbe portare l’Italia da uno stato emergenziale ad uno di sostanziale normalità, auspicabilmente, nel minor tempo possibile.
Ma i dubbi, le incognite, le incertezze e gli interrogativi sono molti anche perché il rischio di tornare al punto di partenza esiste.
Tanto è stato fatto e le decisioni di bloccare ed isolare hanno prodotto i loro effetti nell’ambito della tutela della salute.
Il progetto di chiudere è partito dalla Cina quando, nel mese di gennaio, tutto si mostrava nella sua pericolosità e velocità di diffusione.
Da quell’esperienza, con adattamenti alla realtà di applicazione, quel modello di reazione trovava spazio sostanzialmente in tutto il mondo.
Il ragionamento era semplice: per evitare il contagio, si isolano i cittadini.
Al momento sembra aver funzionato ma, inevitabilmente, a quelle scelte, conseguenze seguono e seguiranno.
In una società, globale e globalizzata, l’isolamento sociale implica il blocco delle attività produttive con inevitabili ripercussioni sul sistema economico e finanziario.
Il sistema implica il consumo e, senza consumo, il sistema stesso entra in crisi.
Gli Stati Uniti, al momento, contano trenta milioni di disoccupati provocati dalle scelte per far fronte all’emergenza Corona Virus. In India il tasso di disoccupazione è passato dal 7% dello scorso anno all’attuale 24% di oggi con un’impennata proprio nelle ultime settimane. Questo favorirà, nel secondo Paese più popoloso del mondo, situazioni gravi, quali lo sfruttamento del lavoro minorile ed altre situazioni di difficoltà sociale.
Sono solo alcuni esempi di conseguenze legate alle soluzioni adottate.
La Costituzione Italiana, all’art. 32, afferma che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività ”.
Ma l’art. 1 recita “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Il problema si pone: salute e lavoro, scelte e conseguenze nel momento in cui, per tutelare la salute dei cittadini si applicano decisioni che creano migliaia di disoccupati. E a queste valutazioni il dubbio ulteriore si affianca all’interrogativo legato proprio alla natura stessa della disoccupazione. Infatti potremmo negare che la condizione di disoccupazione non pregiudichi la salute di chi non ha più un lavoro?
In ogni caso, quanto deciso precedentemente ha, al momento, prodotto i suoi risultati e, da quel piano strategico, le cose hanno funzionato. Adesso occorrono gli interventi opportuni per far fronte alle conseguenze delle scelte precedenti e le responsabilità della politica richiedono, alla politica stessa, maggioranza ed opposizione, un grande passo verso la maturità e la consapevolezza.

Potete scaricare il file PDF con tutti i dati in merito all’epidemia di Corona Virus in Italia nel corso della fase1.
Il file è stato prodotto da Giuliano Bettella, Presidente del Gruppo CICAP del Friuli Venezia Giulia, studioso dei fenomeni legati alla disinformazione. Giuliano Bettella a deciso di condividere i dati raccolti con il blog Il vento di nord est.

Scarica il file PDF: CoViD-19-Italia

spot

VIDEO: la poesia al tempo del Corona Virus. Dialogo con Anna Piccioni.

VideoVento: la poesia al tempo del Corona Virus.
Continua la sperimentazione de Il vento di nord est in VIDEO.Tante sono state le segnalazioni di gradimento, le opinioni, i suggerimenti ed allora… avanti così!
Questa sera avremo un’ospite con la quale dialogherò di poesia. Infatti l’importanza di questo genere di arte, oggi più che mai, diviene di aiuto nell’affrontare le preoccupazioni portate da questa disavventura collettiva, il Corona Virus e, in qualche modo, ci aiuta a superare il disagio dell’isolamento che, chi più chi meno, si trova a vivere.
Anna Piccioni è un’amica de Il vento di nord est, attiva nel contesto sia sociale che politico di Trieste. Professoressa di lettere è stata anche Consigliera Regionale e componente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Muggia. Viaggiatrice, scrittrice e tanto altro, i suoi interessi sono molteplici e la curiosità la rende una grande osservatrice delle cose nel loro divenire. Una delle persone più adatte per poter parlare di poesia al tempo del Corona Virus.
spot

Il Corona Virus e quella linea sottile tra il diritto alla salute e la possibilità di garantirlo.

DSC_0211
il mare al tramonto. foto BM 2015

(di Biagio Mannino)

Chi lo avrebbe mai detto?
Trovarsi, in poco più di due settimane, da spettatori, comodamente seduti sul divano di casa,  che guardavano alla TV i servizi giornalistici sull’epidemia di Corona Virus in Cina, a protagonisti delle scelte che, di fatto, limitano le nostre libertà ma finalizzate a garantirle in un futuro speriamo non troppo lontano.
Dal divano degli osservatori a quello degli osservati, guardare e adesso guardati, chiusi nelle nostre case, chi più, chi meno, per un periodo non quantificabile, per un risultato sperato ma non garantito.
Guardati da chi, tra poco, sarà a sua volta guardato, perché quell’epidemia venuta da lontano, da molto lontano, ha fatto prendere coscienza che poi, alla fine, il mondo non è così grande.
Strana la sensazione di capire improvvisamente che, prima, si aveva tutto, e, dopo, rendersi conto come questo tutto sia veramente poco e fragile, che, come nel tempo di un battito di ciglia, si possa ritornare a non avere più niente.
I nuovi valori e principi si scontrano contro quei diritti inalienabili per cui i nostri padri avevano lottato e lottato duramente a costo della libertà più grande: la vita.
L’aperitivo diviene il surrogato del concetto di poter essere, di poter fare, e l’individualismo, dominante sempre di più, diviene nel tempo il principio fondamentale dell’apparente senso di realizzazione democratica.
Mal si concilia, però, nel momento in cui quell’individualismo deve la sua esistenza all’appartenenza ad una collettività, che in modo inconsapevole, ne rende il senso stesso della sua esistenza.
Quell’aperitivo esiste perché c’è chi lo rende possibile.
Il diritto, così fondamentale, così importante, così presente nel nostro immaginario collettivo, così presente nelle parole di tutti e, anche, così abusato, c’è perché ad esso si contrappone quel principio sempre un po’ ostico da accettare, ovvero il dovere.
Non c’è diritto senza dovere.
L’estensione da tutta Italia delle regole applicate alla zona rossa, implicano dei doveri per garantire i diritti.
Occorre un forte senso di appartenenza al gruppo sociale, che non si chiama però Italia, che non si chiama Cina, che non si chiama Europa ma, semplicemente, si chiama mondo, anzi, Mondo!
In una società globalizzata, dove il sistema basato sul consumismo garantisce , al momento, la sopravvivenza del sistema stesso, il concetto di confine è quanto mai insignificante nel momento in cui, quegli elementi utili alla sua realizzazione, di fatto, confini non ne hanno.
E così il crollo delle Borse mondiali non guarda alle bandiere, il panico dei popoli porta a rifugiarsi là dove si può, le epidemie dilagano senza che alcuna sbarra, passaporto o visto possa, in qualche modo, trattenerle al di là del… confine.
Parlare di Stati in queste situazioni è quanto mai relativo, parlare di unione di intenti, d’obiettivi, di salvaguardia dei diritti inalienabili e di doveri per realizzarli, è quanto mai auspicabile.
Il diritto alla salute, così importante, così prezioso, così scontato, così dimenticato quando, come in Italia, se ne beneficia al punto di potersi permettere di non rendersi conto che, la Costituzione Italiana, la tanto criticata Costituzione Italiana, lo garantisce in modo assoluto, ma, la Costituzione formale viaggia su strade diverse da quella materiale e, alla fine, trova a scontrarsi con la realtà oggettiva dei fatti, ovvero la possibilità di renderlo effettivo per tutti.
La velocità di diffusione del Corona Virus, le caratteristiche dello stesso, la necessità di cure impegnative, rendono il sistema sanitario potenzialmente a rischio di blocco.
Allora quel diritto si scontra contro la possibilità di renderlo garantito a tutti e necessita del dovere collettivo.
Il dovere ci riporta da quel principio individualistico ad una visione di appartenenza sociale ad un gruppo, da un sacrificio finalizzato a noi stessi ad uno finalizzato a tutti per, nuovamente, garantire a noi stessi di sopravvivere.
Il gruppo come strumento di salvaguardia dell’individuo, gli individui come parte unica del tutto.
Ma non possiamo guardare al percorso di risoluzione del problema se, contemporaneamente, non concepiamo che anche “gli altri” fanno parte del tutto.
Individui, quindi, di una società globale, che trasforma il momento di crisi in uno di opportunità, che capiscono di cogliere l’occasione per uscire da questa esperienza ricchi di aver provato quella paura che permette di vedere le cose in modo diverso, che permette di impostare il cammino collettivo degli uomini e non il piccolo sentiero del singolo uomo.
Alla fine, però, il dubbio resta: quell’aperitivo, dopo, sopravviverà al Corona Virus?
spot

Qual è il senso della vita?

830480_4471158819175_617803408_o(di Biagio Mannino)

Qual è il senso della vita? Adire il vero… non lo so.
No, non lo so.
Quante discussioni ho sentito. Quanti incontri ho visto e a quanti incontri ho partecipato. E ancora lunghe disquisizioni, piacevoli confronti, eleganti chiacchierate, meravigliosi dialoghi intellettuali, tanti soldi spesi nei caffè… e poi, alla fine… niente.
Niente di niente. Assolutamente niente!
Sì, è così. Cercare di capire, di comprendere, di conoscere, di avvicinarsi in qualche modo al significato, a quel senso della vita che, forse, e sottolineo forse, ci caratterizza ed unisce tutti, uomini e piante, animali e ogni genere vivente, sul nostro pianeta e ovunque nel fantastico incomprensibile universo, è, francamente, impossibile ed avvilente.
Quante domande ci poniamo. Quante risposte ci diamo. Forse addirittura, superiori numericamente ma, prive di ogni sostanza.
Perché è questo che cerchiamo alla fine, la sostanza.
La materialità della vita, la visione di una continuità di ciò che abbiamo, di ciò che concepiamo unicamente come essere, quello che vediamo con gli occhi, che sentiamo con le orecchie, che tocchiamo con la nostra mano e… nulla di più.
Un fiore, il mare, le nuvole. Bianche, nere. E la foresta, il canto degli uccelli, la pioggia che cade. E poi il sole al tramonto e la luna luminosa nel cielo.
Una farfalla che vola e un profumo intenso di lavanda.
Bellezza e sensazioni, spettacolo e meraviglia e dietro , però, la vita, quella dell’altro, di quel fiore, di quella farfalla, di quegli uccelli che lottano disperatamente per sopravvivere.
Come non rimanere stupefatti dal vedere un gabbiano che vola libero, alto fino a quel punto in cui il blu del mare e l’azzurro del cielo si incontrano.. E poi vederlo tuffarsi, rapido nell’acqua, per prendere quel pesce. E allora come non fermarsi, almeno un attimo, a pensare che adesso, quel gabbiano, potrà guardare al domani e quel pesce, ora, non c’è più.
Sacrificare o, in parole ben evidenti e crude, uccidere quel pesce, nessuna alternativa a ciò che è.
E così tutto, dove la gioia non c’è se no c’è la tristezza, dove tutto è perché esiste il non è, dove la vita c’è solo perché esiste la morte.
Come sono belle quelle foto della Terra vista dallo spazio. Bellissime ma poi, sotto quei colori bianchi intensi e quel blu del mare e quelle spirali fatte dai venti che muovono tutto, lotta e disperazione, conquista e sconfitta, continuità e conclusione, benessere e dolore, nascita e morte, nel tempo, lungo o breve che sia, istantaneo nel presentare i suoi effetti, le sue conseguenze.
E così camminare in un bosco, in una città, in riva ad un fiume, ovunque, in qualsiasi stagione, in qualsiasi condizione e guardare, osservare e consolarsi con lo stupore di essere partecipi di tutto questo e semplicemente chiedersi… perché.
Partecipi e ammirati, colpiti ed increduli ma niente di più, nessuna illusione perché le illusioni non appartengono a questa manifestazione della realtà.
Capire. Questo grande sforzo che cerchiamo di fare. Questo grande sforzo che cerchiamo di fare, sempre, giorno dopo giorno, sempre.
Capire per vivere, ancora, e ancora e ancora, senza fine, quando poi è un po’ negare il tutto. Semplicemente imbrogliarsi e tentare di imbrogliare.
Domande, confronti, interrogativi di tutti i tipi e poi passare alle ritualità, a tentare di fare per ottenere e non ottenere niente. O, almeno, niente di ciò che vogliamo.
Perché? Per quale motivo?
Esiste un centro? Un punto su cui fare riferimento?
Forse sì. E l’unico che mi viene in mente è quello rappresentato da noi stessi dove, in definitiva, collochiamo il nostro centro dell’universo.
E allora tutto ruota intorno a me, intorno a te, intorno a lui, a lei e poi a Lei e a lei e a lui e, così, intorno a tutti.
No, troppe domande, troppi pensieri, troppa fatica per poi tornare al punto di partenza senza aver ottenuto alcuna risposta all’unica, errata, inutile,domanda: qual è il senso della vita?

spot

Scusate se vi disturbo ma oggi vi parlerò di… morte.

DSC_0211
il mare al tramonto. foto BM 2015

(di Biagio Mannino)

Scusate se vi disturbo ma oggi vi parlerò di… morte. Forse, molti di voi, difronte ad un titolo come questo, avranno già chiuso la pagina, velocemente. Non si sa mai… Vi comprendo.
Non avrei trattato questo argomento. No, non lo avrei trattato fino a pochi mesi fa, quando, purtroppo, un gravissimo lutto mi ha colpito.
Non so bene come impostare la riflessione, mi riesce veramente difficile iniziare, trovare le parole adatte, riuscire ad esprimere quello che penso, quello che provo.
Mi disturba dire “un gravissimo lutto mi ha colpito”. Sì, mi disturba perché assieme ci sono le parole “gravissimo” e “lutto” che, da sempre, o evitato proprio per evitare ciò che evitabile non è.
Ma mi disturba ancor di più il concetto “mi ha colpito”, perché colloca me al centro della questione e non la persona mancata e, questo, realmente ed emotivamente, mi fa sentire molto egoista.
La confusione è infinita e, da quando tutto è successo, poco più di tre mesi fa, le domande e i pensieri sono tantissimi e sembrano girarmi intorno come un vortice.
E questo continuo interrogarsi, cercando di darsi qualche risposta, alla fine, mi porta a chiedere a me stesso, in quello che ormai è diventato un dialogo tra me e me, se abbia raggiunto qualche cosa, una minima risposta, un senso di comprensione a tutto ciò che è successo, un perché, uno scoglio al quale aggrapparsi dopo essere affondati e circondati da un mare in tempesta.
Chi ha provato l’esperienza del lutto, del lutto grave, del lutto gravissimo, sa bene come, improvvisamente, tutto assuma un valore, un significato diverso.
Quello che consideravo importante, quello che mi dava soddisfazione, quello che mi faceva arrabbiare, prima, adesso, non conta assolutamente più.
Appare una visione della vita completamente diversa, meno legata alle cose, anzi, direi, completamente distaccata dalle cose, e un orizzonte del tutto nuovo, inaspettato, è lì, di fronte, dove la vita diventa una delle due componenti del nostro effettivo essere.
Sì, perché l’altra è la morte.
La morte, che prima non volevo neanche pronunciare, che prima non volevo neanche pensare, che prima volevo solo evitare, quando passavo le ore difronte al computer cercando e ricercando, e poi cercando di nuovo impossibili soluzioni per aiutare mia mamma, per aiutarla ad andare avanti, a curarsi, a guarire.
E invece no, è arrivata ed io ho visto la mia sconfitta e tutta la perdita.
Ma no, non è così. Da quel momento tutto è apparso diversamente duplice.
Non solo la vita ma la vita e la morte, insieme.
Tante parole mi sono state dette, tante frasi, come  “il tempo che sistemerà tutto”, come “vedrai che tutto passa” e tante, tante altre sciocchezze come queste che, alla fine, servono solo a continuare l’illusione di sfuggire alla morte, per chi le pronuncia.
Invece la più pragmatica delle persone che conosco, una professoressa di matematica, anziana, mi dice una cosa semplicissima che, nella sua essenzialità, mi ha aperto un mondo: “La morte è la cosa più naturale che ci sia”.
Tante cose ho visto nel cammino, anzi, nella battaglia di mia mamma. Ho visto persone che tentavano di sorridere a tutti i costi, ho visto pianti di pazienti disperate, ho visto gente cattiva fare cose cattive e gente buona… non riuscire a fare niente. E ho anche visto figli litigare perché la madre… non si decideva.
Tante cose ho fatto. Ho corso da un ospedale all’altro alla ricerca della speranza, sono andato a bussare a tutte le porte chiedendo di aprire e dare la soluzione. Sono andato in Chiesa a pregare che tutto potesse, semplicemente… fermarsi.
No, non può il tempo risolvere. La situazione è cambiata e resta cambiata. Cambiata. Sì, ma come?
No, non è bastata la frase, non è bastata l’acquisita consapevolezza dell’insieme vita morte in un tutt’uno, la consapevolezza di quanto tutto ciò sia naturale ed imprescindibile. Non è bastato a consolarmi, ad asciugare le mie lacrime ormai insipide. No, non è bastato.
Ma è servito a guardare le cose in modo diverso cominciando proprio dal non dare nulla per scontato, dal non aver paura di quello che c’è, dal guardare con occhi aperti, dal non aver paura di conoscere e di sapere.
A tanti che mi incoraggiavano con considerazioni, lodevoli nelle intenzioni, ma povere nei contenuti, sono seguiti tantissimi che si sono aperti, che mi hanno raccontato, del prima, del dopo, delle loro reazioni e delle loro sensazioni fino alle loro percezioni.
Un altro modo di vedere, di sentire, personale, intimo, segreto ma accompagnato dal desiderio di dirlo, gridarlo al mondo.
Io, pragmatico da sempre, convinto di esserlo, forse mai stato, cambio la rotta e quelle ore passate nel tentativo di fermare ciò che è la cosa più naturale che c’è, si esauriscono e, adesso, le trascorro nel tentare di comprendere ciò che i miei occhi non riescono a vedere, come se fossero coperti da un velo che non voglio togliere, involontariamente. E lo sforzo inizia ad essere superato dalla consapevolezza di questo.
Ascoltare tutto e tutti, i loro racconti, le loro riflessioni, le loro paure. Cercare, scrivere, trovare e provare nuovi spazi.
Io, che oltre all’arida geopolitica non guardavo, ho iniziato a scrivere poesie. Un’esperienza strana. Una penna e un pezzo di carta. E poi il resto…
Tutto è difficile, tutto è faticoso, tutto e doloroso. E anche scrivere questa riflessione lo è. Rifugiato in un bar, lontano da ovunque i miei ricordi possano incontrarmi.
Adesso è diverso. Veramente diverso.