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Riuscirà la cara, vecchia Europa ad affrontare il 2019?

(di Biagio Mannino)
Il 2019 si presenta come l’anno della svolta per l’Unione Europea.
Sono numerosi gli interrogativi che in molti ci poniamo in merito a quale potrà essere il futuro della UE.
In particolare i punti cruciali sono due: il compimento della Brexit e le elezioni europee nel mese di maggio.
Era il 23 giugno del 2016 quando, i cittadini del Regno Unito, con una piccola percentuale, in quel referendum divenuto poi comunemente conosciuto come “Brexit”, si espressero favorevolmente all’uscita dalla UE.
Un rapporto sempre difficile, quello degli inglesi con il resto dell’Europa ma, ad un effettivo divorzio, non ci credeva nessuno.
Forse non ci credevano neppure gli stessi proponenti di quel referendum, forse erano convinti che la minaccia di uscire dal sistema Europa Unita fosse sufficiente per ottenere, semplicemente… di più. Forse la politica era quella di avere una posizione, per così dire, privilegiata in una UE che mai è stata effettivamente europea quanto piuttosto soggetta alla Germania ed alle ambizioni francesi.
No, quella separazione non la volevano i giovani ma la volevano gli anziani, non la volevano le aree urbanizzate ma le aree agricole, non la voleva la Scozia e… alla fine, si è capito che non la voleva nessuno.
Il sistema “politica” dell’UK entra in crisi e questa aumenta più alto è il livello di mascherare quella crisi con una volontà ferrea di uscire per ottenere di più, per ottenere un accordo con l’UE non favorevole ma ottimale.
E adesso… l’accordo si rimanda poiché la paura è che lo stesso Parlamento inglese lo bocci rimettendo tutto in discussione inclusa la stessa Brexit.
E se poi si inserisse un nuovo referendum?
Si pensa che possa essere la soluzione ed accontentare tutti, dai cittadini che ormai sono tornati, o meglio, divenuti europeisti, alla politica stessa che sotto sotto, di Brexit non ne vuole proprio sentire parlare.
Ma… che fine farebbe l’English Style?
Intanto si prepara la campagna elettorale per le elezioni che rinnoveranno i componenti del Parlamento Europeo.
Un sistema complesso, quello elettorale europeo ma che, in base ai sondaggi, al momento, mostra tendenzialmente che sarà la componente sovranista a prevalere.
L’Unione Europea ha mostrato negli ultimi anni tutta la sua debolezza: da una politica litigiosissima nella gestione del problema migranti a una sproporzione di assunzione di forza e potere politico da parte della Germania trasformando, in definitiva, la UE in una sorta di struttura a somiglianza germanica.
E poi gli Stati dell’Europa di mezzo, sostanzialmente esclusi e sottoposti ad equilibrismi politico – protezionistici tra una Germania influente ed una Russia extra europea sempre più dominante nel mondo.
Nuovamente un’Europa debole nel riconoscersi in sé stessa, nel prendere decisioni per gli interessi comuni, europei.
E allora via tutto! Una visione europea anti sistema europeo portato dai movimenti sovranisti che promettono una sorta di UE che tutela gli interessi particolari senza però accorgersi, alla fine, che questa tendenza, in modo non ufficiale, già c’è.
La sfida Europea per l’Europa diviene contrapposizione per la stessa sopravvivenza della UE. Un contrasto tra una componente che vuole l’Europa Unita ma che la gestisce come se non lo fosse ed una che, al contrario, non la vuole ma non propone modelli alternativi per tentare di restare nel gioco globale dove gli altri giocatori si chiamano Cina, USA e Russia.
Passano gli anni, si celebrano i centenari, ed è sempre la stessa, la cara, vecchia Europa… ideale oggi di Trump come di Putin.

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Midterm: Donald Trump non perde e… non vince.

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Donald Trump

(di Biagio Mannino)

Le elezioni di midterm sono ormai archiviate e lasciano spazio alle valutazioni prima di manifestare i loro effetti.
Entrambe le parti, quella Democratica e quella Repubblicana festeggiano una propria vittoria ma, in realtà nessuno vince e, al contrario, si preannuncia uno scenario politico di oggettive difficoltà, sia per il Presidente Donald Trump sia per il Partito Democratico che conquista solo una dimezzata capacità di reale opposizione.
Il Congresso USA mostra una sostanziale spaccatura con un Senato controllato dai Repubblicani e la Camera, dove gli elettori hanno affidato la maggioranza ai Liberal.
Insomma, nessuna politica senza l’inevitabile passaggio attraverso il.. compromesso.
Una campagna elettorale difficile ed intensa dove, mai come in questa occasione, sono stati impegnate ingenti somme di denaro. Si parla di oltre sei miliardi di dollari spesi nel tentativo di entrambe le parti di garantirsi la vittoria.
Evidentemente un investimento di scarsa soddisfazione poiché, alla fine, ne è uscito solo un pareggio che, contrariamente alle apparenze, delude tutti ma fa tirare un respiro di solievo proprio a Trump.
La forte opposizione del Partito Democratico, tra le tante cose, più per sopravvivere al tornado “Donald”, puntava anche all’impechment ma, per poterlo ottenere, il controllo di entrambe le Camere del Congresso è imprescindibile.
In questo caso, sebbene la Camera dei Rappresentanti sia sotto il controllo dei blu, un’eventuale iniziativa di messa in stato di accusa del Presidente, si trasformerebbe immediatamente in un fallimento politico prima ed uno comunicativo dopo in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Ma anche la politica, i disegni di Trump, ora si bloccano proprio per la diversità di colore assunta dal Congresso e tutto, per lui, diventerà più difficile se non impossibile.
Nessuna blue wave, nessuna red wave
Elezioni che danno molte indicazioni: prima di tutto Trump regge il confronto.
Non perde e mantiene salda la presa nelle simpatie degli elettori americani, in particolare di quelli degli Stati interni.
La capacità, poi, di estremizzazione di determinate situazioni, come, ad esempio, il problema dei migranti in marcia verso il confine statunitense, diviene una formula consolidata nei trucchi politico – elettorali e si dimostra, alla fine, sempre vincente.
Una comunicazione politica che fa sempre effetto quando è la paura ad essere messa al centro dell’attenzione.
Di conseguenza, le elezioni di midtterm divengono secondarie nel loro significato istituzionale e si trasformano in serie di occasioni basilari assumendo il ruolo determinante nel legittimare il Presidente difensore dai rischi.
I Democratici riescono a trovare la spinta che mostra una volontà di ricambio della loro classe dirigenziale e politica dopo l’ormai archiviato tramonto dell’era “Clinton”.
Ma non basta: sebbene molte nuove figure siano emerse, tra le quali donne anche di origini etnicamente differenti, non appare all’orizzonte una figura che sia pronta a divenire l’anti Trump alle prossime elezioni.
Il Partito Democratico affronta una sorta di cambiamento lento e questa occasione ha rappresentato più un test che un’effettiva battaglia politica.
I Democratici alla ricerca di loro stessi che, con questo risultato, devono necessariamente rivedere tutte le loro strategie a cominciare proprio dalla scelta dei protagonisti.
Non appaiono all’orizzonte nomi in grado di competere in vista delle Presidenziali ma, soprattutto, manca quella capacità di riuscire a far convergere le effettive esigenze del popolo americano che, al contrario ha visto e continua a vedere proprio in Donald Trump il riferimento unico e veritiero.
Adesso la campagna elettorale midterm è finita ma,contemporaneamente, continua poiché i giochi divengono sempre più duri nel complesso sistema americano fatto di competizioni tra partiti e di competizioni nei partiti in vista delle Presidenziali.
The show go on.

spotNOTA: le immagini in questo post sono state tratte dalla rete interne attraverso Google immagini.

Trieste 3 – 4 novembre 2018: catarsi di un secolo di storia.

dig(di Biagio Mannino)

Due giornate impegnative: il corteo di CasaPound e, in contemporanea, quello della Rete antifascista ed antirazzista. Il giorno dopo la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per le celebrazioni del centesimo anniversario del 4 novembre..
Non è facile riuscire a descrivere al meglio tutti questi eventi poiché i significati e i simbolismi si scontrano tra quelli che appaiono e quelli che restano, celati nelle parole tra pochi.
Diviene così complesso inerpicarsi nei percorsi della comprensione di ciò che effettivamente accadde e ciò che continua ad essere portato avanti ancora oggi.
Non pochi sono i triestini che si pongono l’interrogativo sull’effettivo significato di questo anniversario: la celebrazione di cosa? Della vittoria o della fine della guerra?
Non è una distinzione da poco se resa attuale al periodo contemporaneo dove, proprio il concetto di Europa diviene, allo stesso tempo, dominante e debole.
mde“Vittoria” di una guerra che causò centinaia di migliaia di morti, di feriti, di mutilati, di sofferenze e che, di fatto, rappresentò l’anticamera del fascismo e di tutto ciò che seguì.
“Fine” di una guerra che impoverì’ tutti, che lasciò milioni di morti, che distrusse i territori, che abbatté l’Europa prima nel mondo con la semplice, ma incomprensibile, formula dell’autodistruzione.
Svariati epicentri di questo terremoto ed uno era proprio Trieste.
A cento anni di distanza le valutazioni storiche del passato lasciano spazio a quelle più moderne e realiste, più rilassate grazie anche a quell’Europa divenuta, nel frattempo, Unione Europea e che, con la caduta dei confini, mai come oggi (con tante difficoltà) parla, o dovrebbe parlare… europeo.
Ma per quanto?


Sembra, sotto certi aspetti, andando ad analizzare a fondo il contesto, di rivivere parzialmente quei momenti che precedevano il 1914 e la tensione nazionalistica si mostra, ieri come oggi, sempre pronta a prevalere in una direzione incognita.
Trieste simbolo del terribile ‘900, con le sue vittime, molte, e i suoi vincitori, pochi.
E la storia continua: il 3 novembre 2018, giorno dedicato al Santo Patrono della città, San Giusto, si tiene il corteo di CasaPound.
Una scelta che, come sempre, pone Trieste come elemento simbolico di una contrapposizione più estesa.
Diviene ulteriore simbolo. Simbolo di una italianità così forte da richiedere l’introduzione nel vocabolario di un termine nuovo. Trieste infatti è… italianissima.
Ma a CasaPound ha risposto la contromanifestazione antifascista ed antirazzista, che ha portato in piazza migliaia di persone, decisamente molte di più dell’altro corteo.
Una festa di colori e di gente che diceva NO al modo di interpretare il mondo come nel passato.


Quello che non poteva non essere osservato, ed in stretta relazione con quanto sopra detto, era vedere come tra i componenti del corteo di CasaPound ci fossero ben pochi triestini mentre, al contrario, nell’altro corteo, erano quasi tutti triestini, inclusi quelli nuovi, dal colore della pelle diverso ma ormai destinati a divenire cittadini di Trieste, città multietnica e multiculturale da sempre.
La visita del Presidente Mattarella si è svolta molto tranquillamente e, tutto sommato, anche in breve tempo.
Adesso che sono passati cento anni è giunto il momento di incominciare.
Sì, di incominciare, poiché da quel 1914, con l’attentato a Francesco Ferdinando, tutto ebbe una conseguenza: la Grande Guerra, i totalitarismi, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, la fine di quell’Europa. Milioni di morti, persecuzioni, bombardamenti, campi di concentramento, bombe atomiche, distruzioni di ogni genere, esodi di popoli interi. E dopo il crollo del Muro di Berlino, e l’Unione Europea.
Sì, adesso si può incominciare e Trieste può serenamente guardarsi indietro e l’Italia e l’Europa guardare a Trieste.

spotNOTA: foto e video in questo post sono tratti dall’archivio BM – 2018.