Il nuovo Renzi? Assomiglia tanto a quello vecchio…

(di Biagio Mannino)

 

Matteo_Renzi_2015Anche se un terzo dei votanti del 2013 non si è presentato alle primarie, Matteo Renzi si riconferma segretario del PD, o meglio, di quel che resta del PD.
Un mandato, quello precedente,  porta dei risultati che contraddicono il successo ottenuto.
Era difficile riconfermarsi dopo un evidente calo degli iscritti, dopo una scissione del partito, dopo aver mostrato ai cittadini italiani che maggioranza ed opposizione coincidevano in una coabitazione chiamata, appunto, PD, dopo un clamoroso fallimento in occasione del voto per confermare una riforma costituzionale, decisamente criticabile nei contenuti e nelle metodologie di realizzazione, dopo aver varato una legge elettorale, l’Italicum che, oltre ad essere stata parzialmente dichiarata incostituzionale lascia l’Italia di fronte ad una confusione inimmaginabile se si dovesse andare a votare senza vararne una nuova.
Dopo tutto questo, però, Matteo Renzi raccoglie il successo.
A poco o nulla hanno contato i voti ottenuti da Orlando ed Emiliano di fronte a quello che sembra essere un leader riconosciuto dai suoi elettori e che, in realtà, non è indebolito affatto proprio per merito di quella  affluenza che ne certifica il ruolo con la sua sostanziale tenuta, per quanto quasi un milione di persone non hanno partecipato al voto.
Dopo il risultato del referendum Matteo Renzi mantiene la parola e si dimette ma poi cambia idea e lo troviamo di nuovo nella mischia per riprendere il posto alla guida del PD.
Promessa strana ma poco importa di fronte alla possibilità di avere un leader maturato dall’esperienza precedente.
Ma il linguaggio non cambia e il metodo comunicativo mette in evidenza solo una continuità.
Slogan e battute, tante, progetti, prospettive e politica, poca…
Gli italiani lo avevano detto chiaramente quel 4 dicembre 2016: vogliamo contare di più nella politica in quanto cittadini! La risposta è stata non considerare quel clamoroso risultato nel suo significato ma lasciarlo andare, lentamente…
Adesso siamo allo stesso punto con l’aggravante che le prossime elezioni, se la legge elettorale non verrà modificata, ci daranno il trionfo della politica, quella vecchia, fatta di accordi e tante difficoltà.
Colpa degli italiani che hanno scelto di mantenere la Costituzione del 1948? No, colpa della politica che non trova o non vuole trovare punti su cui lavorare in comune. Forse bisognerebbe prendere esempio proprio da quei Padri Costituenti, quelli del 1946, quelli che in meno di due anni scrissero la “più bella Costituzione del mondo” e che così ci viene riconosciuta ovunque, ebbene quegli uomini e donne seppero lavorare assieme nonostante le dure esperienze, contrapposizioni e vicende vissute. Sì, lo seppero fare attivamente e concretamente per tutti gli italiani che li votarono orgogliosi di averlo fatto e di aver partecipato, quel 2 giugno.
Oggi la battuta domina e lo slogan impera, i partiti non si contano così come l’analisi del voto del 4 dicembre non conta. E l’Italia e gli italiani perdono terreno.
Il Paese più vecchio del mondo, il Paese con la più bassa natalità del mondo, sono elementi sufficienti a mettere in evidenza come sia tutta la struttura in crisi, sul piano economico, finanziario, sociale, strutturale, culturale.
Ma… era questa la “rottamazione”?

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta dal sito www. wikipedia. it.

25 aprile… riflessione.

(di Biagio Mannino)

 

 

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Trieste – Risiera di San Sabba – 25 aprile 2017 – foto BM 2017.

In un momento storico in cui l’incertezza domina la vita del cittadino globale, in cui le guerre sono presenti in numero maggiore di quelle che vengono citate, in un momento storico in cui le tensioni internazionali sembrano riportare alla memoria episodi del passato dove Russia e Stati Uniti si contrapponevano in nome di visioni ed ideologie diametralmente opposte, in un momento storico in cui si parla di destra e sinistra quando destra e sinistra non ci sono più e a loro si aggiunge il “centro destra” o il “centro sinistra” poiché i nomi dei partiti sono talmente tanti e dei quali se n’è persa la memoria, in un momento storico in cui la differenza tra chi vive bene e chi cerca di sopravvivere si nota sempre di più, in un momento in cui la politica non riesce a cogliere le effettive esigenze del popolo mondiale, in un momento in cui i popoli mondiali si allontanano  dalla vecchia politica, in un momento in cui le relazioni sociali mostrano tutta la loro debolezza e gli abusi tra generazioni e generi sono all’ordine del giorno, quegli istanti rappresentati da quelle occasioni di partecipazione e riflessione che derivano dal ricordo di ciò che accadde, possono aiutare e anche consolare.
Tantissima partecipazione di gente, oggi, alla Risiera di San Sabba a Trieste.
La ricorrenza del 25 aprile ha portato numerosissime persone ad essere presenti al comune mantenimento del ricordo di ciò che accadde e che la speranza che non accada più si confronta con la realtà di massacri, guerre, persecuzioni, migrazioni forzate odierne.
Tutto accadeva e tutto accade, in modo diverso, nei metodi, nei numeri, nei mezzi, ma… accade.
E allora non serve celebrare? Non serve ricordare?
Mantenere ed imparare, essere presenti ed osservare per essere coscienti e consapevoli: questo ci dà il 25 aprile.
Un esempio per i tempi e per le generazioni, un’occasione, come quella di oggi, in cui accanto agli anziani che vissero quegli anni, erano presenti tante giovani famiglie con i loro bambini, i loro figli, testimoni oggi di ciò che fu ma che, altrove è.
L’evento specifico è sì importante ma il suo significato temporale ed intergenerazionale lo rende significativamente utile.
Associazioni, gruppi, autorità e tanti altri tra bandiere e stendardi, persone di ogni età, bambini e anziani. Giornalisti, noti personaggi della televisione. Discorsi, belli, brutti, adesso non si sente bene. Lei cerca di sentire. Silenzio. Muri di cemento grigio, finestre vuote. Cortile. Volantini, giornali. Canti di preghiera in ebraico, rappresentanti di tante comunità religiose. Qualcuno scherza, qualcuno litiga. Nuvole sulla Risiera e poi il sole, caldo. Chissà, in quei giorni, se guardavano il sole…

 

Nota: le immagini in questo post appartengono all’archivio Biagio Mannino.

Europa o Europetta?

(di Biagio Mannino)

 

Che l’Unione Europea abbia dei problemi, possiamo affermare, non vi sono dubbi.
Che la soluzione ai suoi problemi sia il suo abbattimento, in questo caso analogamente possiamo affermare che i dubbi vi siano e molti.
In un contesto composto da 27 membri il susseguirsi di tornate elettorali è praticamente all’ordine del giorno.
Ogni consultazione assume progressivamente nel tempo un valore che stima la tenuta o il crollo dell’Istituzione Europea.
Il tutto condito da continue certezze dei movimenti populisti che un ritorno a ciò che era sia non solo la soluzione ma anche la logica conseguenziale alla natura stessa dell’Europa, ovvero essere divisi e, aggiungiamo inoltre, da quanto la storia ci ha insegnato nel recente passato, anche contrapposti.
Mentre il mondo globalizzato trova nelle maxi strutture l’unica via di competitività e di effettiva realizzazione, mentre il contesto economico e finanziario assume una forza, una potenza e valenza sovranazionale, in Unione Europea, già maxi struttura istituzionale, con un popolo sì eterogeneo ma ricchissimo, grazie alla sua naturale diversità, di cultura ed esperienza, si ragiona nella direzione dei piccoli territori, volendo convincere che “piccolo” è competitivo globalmente.
Se la Brexit ha dato il via ad un processo disgregatorio, a quasi un anno dal referendum,i cittadini del Regno Unito se oggi votassero direbbero assolutamente il contrario rispetto a quanto scelto e, di conseguenza, nessuna Brexit.
Invece l’uscita dalla UE porrà sempre di più il Regno Unito indipendente dall’Europa e molto dipendente dagli Stati Uniti ,mentre un altro percorso disgregatorio interno coinvolgerà in particolare la Scozia che ambisce autonomamente di rientrare… in Europa!
Le elezioni francesi rappresentano potenzialmente un altro passo disgregatorio che, sebbene limitato dalla vittoria degli europeisti sia in occasione delle elezioni presidenziali in Austria che da quelle in Olanda, vede proprio nell’esito della consultazione francese il punto di svolta.
Seconda in ambito economico soltanto alla Germania, la Francia presenta una situazione sociale alquanto complessa dove, al 13% di cittadini stranieri si affianca un 11% di cittadini figli di immigrati, dove ad un incremento del numero di abitanti si contrappone il 6% di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.
Presidenziali: Macron e Le Pen, Europa e non Europa, futuro e passato che si scontrano in una confusa visione di cosa possa essere meglio per i cittadini.
Sì, ma quali cittadini? Quelli europei o quelli dei 27 singoli Stati membri?
Chiusura dei confini, ritorno alle monete nazionali, secondo Marine Le Pen rappresentano l’unica via alla quale i “patrioti francesi” possono guardare e l’unica scelta per cui votare.
L’Europa riformata, con una maggiore centralità, un Ministero del Tesoro ed una difesa comune, sono le risposte di Macron all’evidente situazione di crisi e di stallo.
L’Europa forte e l’Europa debole, così debole da renderla una “realtà geografica” e nulla più. Un’Europetta che lascerebbe il posto agli Stati nazionali, come una volta, con la differenza che oggi, al contrario, nel contesto globale, ci sono i Giganti.
E così quel percorso iniziato a Roma nel 1957 potrebbe rallentare, finire, implodere o dare il via ad un’effettiva riforma della struttura europea e rafforzarla rendendo il tutto meno “nazionale” e più “nazionale europeo”.
Tutto dipende dal voto dei francesi, dalla loro capacità di comprendere cosa sia non meglio ma opportuno per loro, per tutti. Tutto dipende dalla volontà della politica di saper cogliere, e realizzare, quanto gli elettori dicono attraverso il voto.
Destra, sinistra, centro sono ormai distinzioni che appartengono ai libri di storia quando di fronte ci sono i problemi oggettivi dei cittadini e… basta.
Sono i problemi che devono essere affrontati e, al contrario, la costante diatriba lessicale politica ne rimanda a chi segue l’onere della responsabilità di affrontarli.
Nel mentre la Cina cresce, gli Stati Uniti impostano un percorso di riaffermazione geopolitica, la Russia ritrova il suo ruolo di protagonista.
E l’Europa guarda ai muretti…

GRANDANGOLO: la trasmissione di Biagio Mannino.

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Puoi ascoltare da questo blog la trasmissione GRANDANGOLO!

Le trasmissioni radiofoniche a cura di Biagio Mannino:
GRANDANGOLO – analisi panoramica degli eventi
tutti i martedì alle ore 17.03 su RADIO NUOVA TRIESTE
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PODCAST
tutte le puntate sono ascoltabili e scaricabili dal sito:
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REPLICHE:
venerdì ore 12.45 – sabato ore 15.18

Siria: quando guerra e comunicazione politica coincidono.

(di Biagio Mannino)

 

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Donald Trump

L’intervento militare in Siria voluto da neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sorpreso per la velocità nel prendere, e realizzare, una decisione dagli effetti sicuramente gravi ed imprevedibile nelle conseguenze.
Le vicende tormentate e drammatiche che colpiscono la Siria in generale ed il suo popolo in particolare, caratterizzano la storia degli ultimi anni: guerra civile allargata in ambito internazionale, interessi contrapposti, presenza di potenze straniere in modo attivo e tanto altro ancora accompagnano migliaia di morti ed un numero infinito di migranti, o meglio, profughi, o meglio ancora, persone in cerca di vivere lontano da luoghi in cui i giochi della politica globale sembrano badare, o non badare, a fasi alterne, a tutto quello che la gente vive direttamente.
Persone che scappano, che cercano rifugio altrove, dove vengono accolte malvolentieri, persone che muoiono sotto le bombe e altre cose, come quei gas che pochi giorni fa hanno prodotto disastri tra la popolazione.
Il mondo si indigna. Ma si doveva arrivare ai gas per indignarsi?
Non era sufficiente il numero dei morti, dei profughi, della distruzione materiale e morale di uno Stato che oggi è la Siria, ma ieri era l’Iraq, e prima ancora la Jugoslavia e tanti altri ancora fino al prossimo, quello che risponderà delle strategie e delle pianificazioni geopolitiche.
Donald Trump ritiene che tutto questo debba… finire! O forse… quel “finire” meriterebbe un bel “?” conclusivo?
Se osserviamo i primi mesi del mandato di Trump sono i dissensi, le contestazioni, le opposizioni e, in generale, gli insuccessi ad accompagnare il Presidente.
“America first” appare uno slogan molto debole e che non trova una corrispondenza creando una disillusione in quelle aspettative degli elettori di Trump mentre, a livello internazionale, il progressivo isolamento degli USA cresce portando l’Unione Europea e la Cina a posizioni sempre più vicine e lasciando Trump nella condizione di guardare al Regno Unito più come una necessità che una effettiva risorsa.
Se poi prendiamo in considerazione il fallimento portato dalla tenuta della riforma sanitaria di Obama, dalle sentenze di svariate Corti di netta opposizione alle politiche sull’immigrazione, è facile intuire come Trump, a soli due mesi e mezzo dal suo insediamento, sia in evidente difficoltà e, come se non bastasse, fortemente osteggiato dal sistema mediatico statunitense.
In un sistema, quello USA, che fa della comunicazione e, in particolare, della comunicazione politica il punto di rotazione principale tra chi governa e chi è governato, diviene necessario un segnale di forza, di decisionismo, di protagonismo sulla scena e sulla scena mondiale, occorre, appunto, “America first”!
Un palcoscenico: la Siria, un motivo: la strage di popolazione portata dai gas, un nemico classico: la Russia. Sembrano gli ingredienti perfetti per un messaggio al mondo, per un messaggio ai propri elettori.
E così la guerra diviene comunicazione così come a questo intervento, valutati gli effetti mass mediatici, seguirà qualche altra decisione e il popolo di turno ne subirà le conseguenze.
C’è un problema però: la politica estera non fa mai vincere le elezioni. Al contrario le fa perdere poiché, alla fine, il cittadino – elettore, guarda nelle sue tasche e, se sono vuote, cambia rapidamente idea e così se l’isolazionismo “America first” di Trump dovesse continuare, avrà la conseguenza di una sorta di sconvolgimento del sistema economico e nulla più provocando disoccupazione, miseria e, di nuovo, guerre.
Il Risiko planetario continua… peccato però che non sia un gioco.

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it.