La trappola del fuorigioco. Un libro di Carlo Miccio.

IMG-20180123-WA0000(di Anna Piccioni)

La lettura del romanzo di Carlo Miccio trascina all’interno di un privato sofferto. Con un linguaggio ricco, vario, con una prosa moderna e letteraria insieme,lo scrittore descrive ambienti, personaggi vivi reali, situazioni nelle quali ognuno si ritrova; passando poi attraverso i meandri della coscienza e dellìignoto.
Lo scrittore inizia il romanzo con un calcio, ma non è su un campo da gioco; è un gesto violento del padre per distruggere la torre che insieme al figlio avevano costruito: la sorpresa del figlio a cinque anni si manifesterà ancora nel corso del tempo di fronte all’irrazionalità del padre.
Il romanzo di Carlo Miccio “la trappola del fuorigioco” narra di un vissuto nell’arco di quasi quarant’anni, il titolo stesso mette l’accento sul parallelismo tra il gioco del calcio e la vita: il calcio come metafora della vita: nel momento in cui esci dal “collettivo” – la squadra – cadi in trappola.
E’ la storia del disagio famigliare nei confronti della malattia mentale. Quello che colpisce è il forte rapporto tra padre e figlio, anzi sarebbe meglio dire tra figlio e padre: “accanto a lui respiravo anch’io la sua felicità”. La percezione del figlio di qualcosa che rende infelice il padre, che a volte lo allontana, perduto nelle sue “paure”. Quindi è importante per il figlio tenere lontane le paure: il comunismo soprattutto. Non riuscire a capire sembra sia un cruccio, quasi un tormento, ma allo stesso tempo è incuriosito da quella “zona buia del suo cervello” quella “vitalità scomposta”. Col tempo il figlio comprende “l’intensità di quel dolore capace di sommergere la caotica esuberanza delle sue fasi maniacali e cancellare quell’uomo divertente, egoista, curioso, prepotente, bugiardo, disordinato ed eccessivo, ma comunque sempre vivo e radioso di un’infinita energia”.
Per il figlio il padre è ammalato perché prende le medicine; il riconoscimento della malattia passa attraverso vari gradi: esaurimento nervoso, schizofrenia, sindrome maniaco-depressiva, fino al verdetto finale sindrome bipolare.
Per il padre la malattia permette ai sani di essere tali , il malato sia fisico che mentale è un santo, in quanto accentra su di sé le disgrazie del mondo e permette al giovane protagonista di giocare a pallone. La religione, o meglio la superstizione ha una influenza negativa sul padre tanto da credere
al “santone” che spilla i soldi alla povera gente per intercedere con San Michele Arcangelo.
Quello che mi ha colpito nella lettura del romanzo è riscontrare più volte la parola “silenzio”: silenzio piatto, l’aria che si gonfia di silenzio, silenzio compatto che solidifica ogni spazio intorno a me, silenzio minaccioso e imbarazzato, silenzio osceno, “mi colpì la qualità del suo ascolto, il silenzio e l’attenzione che dedicava alle mie parole”. Forse attraverso il silenzio arrivare nella zona buia, scatenante. Ma anche il silenzio per evitare di sconvolgere i fragili equilibri. Il silenzio del padre, il silenzio del figlio, il non detto per paura di scatenare la bestia che stravolge. E’ importante mantenere la fiducia per dare sicurezza.: non tradire mai la fiducia.
Col tempo il figlio osserva costantemente i movimenti, scruta gli impercettibili cambiamenti espressivi per prevenire il momento della dissociazione, della crisi.
E poi la droga, gli studi per dare al giovane la possibilità di mantenersi intero e non perdersi nella sua malattia, nell’ansia di mia madre e di mia sorella
Decidere alla fine di prendersi cura del padre, per non “esaltare la sofferenza fino al punto di farla accadere” per creare un ambiente fiducioso e tranquillo, per non alimentare i fantasmi, per difendersi dalla vita, per proteggersi.

Trieste e le vie della seta in un’Unione Europea in crisi d’identità e dall’incerto futuro.

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Trieste – 10 gennaio 2018 – Le vie della seta e dei cantieri – foto BM 2018.

(di Biagio Mannino)

 

L’affermazione della forza economica e finanziaria cinese è ormai una realtà consolidata.
La necessità di trovare sbocchi al di là dei confini, impone al Governo cinese di intraprendere percorsi commerciali puntando in particolare all’Europa.
Quella mitica “via della seta” rappresenta un’idea che trova una piena realizzazione anche oggi ma che, da “via” diviene “vie” della seta.
“Vie” poiché a quella linea terrestre che dalla Cina, attraverso l’Asia, raggiunge l’Europa, si affiancherebbero altre “vie”, marittime che, passando per Suez, giungerebbero ai porti del Mar Mediterraneo per poi convogliare tutte le merci nel territorio europeo.
Un enorme scambio di beni e prodotti in entrata e in uscita da queste due grandi realtà: quella cinese e quella dell’Unione Europea.
Ma, mentre la Cina presenta una pianificazione strategica chiara e strutturata, l’Unione Europea mostra, come ormai siamo abituati ad osservare, una forte disorganizzazione e, soprattutto, una visione di insieme assente ma sostituita e sempre dominata dagli interessi particolari degli Stati membri.
L’Europa erede di quei territori che una volta venivano identificati come Austria Ungheria e poi, successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, come Europa dell’est, non accetta una visione germano centrica portata avanti dalla politica di Angela Merkel.
E questo, in quella eterna contrapposizione Russia – Stati Uniti è quanto di più favorevole ad una politica di oltre oceano volta ad isolare l’erede dell’Unione Sovietica.
Un’Europa che dalla Polonia alla Croazia, dall’Austria alla Slovenia, dalla Slovacchia all’Ungheria e alla Romania, vive la UE con grande malessere e sempre attenta ai tentativi, o presunti tali, di eventuali forme di controllo ad est, ovvero da parte russa, ed a ovest, ovvero da parte tedesca.
Nella confusione europea di mezzo, si realizzano le previsioni che, negli anni ‘90, gli analisti statunitensi facevano a proposito di un avvicinamento della Germania e dell’Italia proprio alla Russia motivato principalmente dall’effettiva necessità di risorse energetiche.
Se poi includiamo il fatto che, con la Brexit, il Regno Unito ha dato il via al desiderio di separazione, l’immagine di una Unione Europea in crisi è quanto mai evidente.
Nel recente vertice africano con l’Unione Africana è emerso come le diverse relazioni internazionali avvenissero sì tra Unione Europea ed Unione Africana ma poi, gli accordi, quelli veri, avvenivano tra i singoli Stati membri delle due organizzazioni.
E questo evidenziava ulteriormente la debolezza di una visione d’insieme della UE.
Nel panorama dei grandi interessi internazionali, la logistica dei trasporti punta ai porti italiani come via privilegiata, e, in particolare, al porto di Trieste.
Proprio Trieste che, protagonista nei mari fino a cento anni fa, nell’anniversario della fine della Grande Guerra, potrebbe trovare un nuovo rilancio.
Ma anche qui l’incertezza è molta nel momento in cui la politica italiana si trova in una fase di grande confusione, con prospettive elettorali che, al momento, vedono nell’ingovernabilità il solo risultato nelle prossime elezioni legislative.
Le caratteristiche fisiche del territorio, del mare e la struttura urbanistica di Trieste, rappresentano il punto di vantaggio rispetto ad altri competitori in Italia, come, ad esempio, Venezia.
Tuttavia anche in Italia, come nell’Unione Europea, la mancanza di una visione d’insieme, rischia di vanificare delle occasioni straordinarie di crescita e, soprattutto, di rilancio.
In occasione del convegno “Le vie della seta e dei cantieri”, tenuto presso la sala Saturnia della Stazione Marittima di Trieste e che ha visto, tra i relatori, la partecipazione di Lucio Caracciolo, Direttore della rivista di geopolitica Limes e di Zeno D’Agostino, Presidente dell’Autorità d Sistema Portuale del Mare Adriatico orientale, davanti ad un numerosissimo pubblico, sono state affrontate le analisi oggettive della situazione.
Se, da un lato, emerge la consapevolezza della necessità di un coordinamento governativo, contemporaneamente si evidenzia la debolezza della politica non solo italiana ma anche europea.
Nonostante questo il percorso è iniziato. La direzione che questo prenderà dipenderà solo da quelle strategie e quelle visioni d’insieme che al momento non ci sono.

 

NOTA: le immagini in questo post sono di Biagio Mannino.

Quando il nuovo è già vecchio e il vecchio crede di essere tornato nuovo.

renzi-berlusconi-675(di Biagio Mannino)

Ormai ci siamo: le Camere sono state sciolte, le elezioni sono alle porte, la campagna elettorale è ufficialmente incominciata!
In queste occasioni tutti i più raffinati tatticismi, le più fantasiose strategie portano al massimo l’esperienza della comunicazione politica che dà il meglio, o il peggio, di sé stessa.
L’attenzione si pone, in particolare, su due figure dello scenario politico italiano. Quelle che hanno unito la politica (poca) all’esposizione mediatica (tanta), al punto tale da concentrare in loro l’attenzione dei cittadini, o meglio, elettori, in una sorta di gioco che, tele visivamente, li ha gradualmente trasformati in spettatori.
Spettatori di uno show fatto di dibattiti, di apparizioni televisive, di spot, tweet e di tanto altro ancora che si è andato a integrare con il modificarsi delle tecniche e dei mezzi comunicativi.
Silvio Berlusconi e Matteo Renzi incarnano il modo contemporaneo di quel concetto di campagna elettorale che nel suo realizzarsi più antico ricorreva agli ormai dimenticati comizi di piazza, sostituiti oggi dai più moderni, e comodi, salotti televisivi.
Fin da quando Renzi è comparso nel “campo di battaglia” della politica italiana, in molti osservarono una certa somiglianza con Silvio Berlusconi.
Una certa irriverenza nei confronti di ciò che era, un modo di parlare molto schietto senza preoccuparsi della forma, senza preoccuparsi di rischiare di essere offensivi, e, in particolare, senza preoccuparsi dei contenuti.
Molti ricorderanno i celebri “sono stato frainteso” utili a Berlusconi per rimediare ad affermazioni che si rivelavano discutibili, o le promesse di Renzi, mai mantenute, come quella dell’ormai mitizzata uscita dalla politica nel caso di sconfitta nel Referendum Costituzionale.
E poi l’uso dei numeri per indicare i successi ottenuti dal proprio lavoro, o imputare agli altri incapacità o, cosa importante, porsi come una, o meglio ancora, la soluzione alle situazioni di crisi.
Senza poi dimenticare l’uso delle barzellette, delle battute, utilissime in ambito comunicativo a fine di creare intorno a sé un’immagine di simpatia e, contemporaneamente, a distrarre dai problemi veri.
Linguaggi simili, poco tecnici molto famigliari. Quasi due amici con cui condividere una serata in pizzeria ma altrettanto capaci nel guidare l’Italia?
Anche qui le somiglianze: grandi aspettative, pochi risultati, molte delusioni ma, soprattutto, elettori che, alla fine, si dividono in correnti all’interno delle stesse famiglie, poi, la ricerca di un capro espiatorio come elemento fondamentale per giustificare. Cosa? Non l’insuccesso ma il mancato compimento del pieno successo e, di conseguenza, la motivata necessità a tornare e ricominciare per impedire che altri possano travolgere tutto.
E allora gli ingredienti divengono la personalizzazione, la necessità, la paura, in un gioco che pone tutti ad assistere contrapposti agli altri come tifoserie alle patite di pallone.
Ma una cosa li differenzia: l’età.
Uno, Renzi, è giovane e l’altro, Berlusconi, è anziano.
Renzi, senza dubbio, ha avuto la capacità di raggiungere il vertice della politica italiana dimostrando una grande abilità e strategia politica ma, contemporaneamente ha dimostrato una altrettanto grande incapacità nel saper gestire il risultato e precipitando rovinosamente in un brevissimo arco di tempo.
Il concetto di “rottamazione” che gli dava forza agli inizi, paradossalmente ora è riservato a lui poiché l’estremizzazione dei toni si è rivelata, alla fine, una resa dei conti proprio da parte di coloro i quali sono stati rottamati.
Berlusconi, che ha adottato una metodologia più attenta e che ha avuto sicuramente il merito di modernizzare i meccanismi di comunicazione politica, non ha dato spazio a nessuno e la politica italiana ha visto trascorrere il tempo e lui invecchiare con essa.
Vedere oggi certe espressioni da parte del leader di Forza Italia usate venti anni fa ed adattate agli avversari contemporanei, lascia alquanto perplessi.
Lo spettacolo della politica italiana non annoia se lo si guarda per quello che è: uno spettacolo appunto.
Ma parlare di statisti, di persone capaci di far ripartire l’Italia, questo non si può proprio fare.
In ogni caso tutto diviene ancora più relativo quando la legge elettorale con cui gli italiani andranno a votare è il Rosatellum Bis. Una legge che tutto darà tranne che la governabilità.
E questa legge è stata voluta da entrami.

 

NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da “Il Fatto Quotidiano”.