Verità per Giulio Regeni.

verità per giulio regeni(di Biagio Mannino)

“Verità per Giulio Regeni”. Così è scritto su un piccolo adesivo che ho sulla scrivania. Uno dei tanti che sono stati e che vengono distribuiti da quando Giulio Regeni, assassinato orribilmente, è divenuto un vero e proprio simbolo.
Un simbolo di tutto ciò che va, come la voglia di conoscere, di studiare, di portare la ricerca della verità ai massimi livelli, di combattere i soprusi, di esercitare la libertà di pensiero, di stampa, di essere cittadini del mondo, di viaggiare e conoscere, di confrontarsi in modo civile e democratico, di aprirsi alle idee di tutti, di avere un dialogo tra culture diverse, di far conoscere tutto questo a tutti.
E Giulio è anche il simbolo di ciò che non va, della violenza che distrugge tutto, che caratterizza come ha caratterizzato la vita degli uomini nel tempo, di come pochi possano essere l’incubo di tanti, della libertà negata, della soppressione e della cancellazione del pensiero, della volontà di creare, per gli altri, un mondo triste, e, alla fine, della verità negata.
Sì, della verità negata perché questo giovane, caduto vittima di logiche più grandi di lui, si trova anche a vivere dopo morto contrapposizioni dettate da altre logiche.
La  sua morte, anche questa, diviene simbolo del soppruso e del fatto che, poi, alla fine, non se ne verrà fuori.
E allora che significato ha esporre un adesivo, una bandiera, uno striscione con scritto “Verità per Giulio Regeni”?
Nessuno, se vogliamo rassegnarci all’idea dell’incapacità e dell’inutilità di chiedere, di chiedere che si conosca cosa è successo, perché, se si ritiene che anche il diritto all’indignazione sia da mettere da parte e dimenticare come tante altre cose.
Quell’adesivo, quello striscione e quella bandiera indicano che esiste un popolo e questo popolo vuole vivere da protagonista la propria vita.
Diviene, in una sorta di metamorfosi, l’espressione della presenza, del valore di democrazia ma sempre di più messo da parte.
Adesivi, bandiere, striscioni. Tutti uguali, gialli con la scritta nera “Verità per Giulio Regeni”. Tanti in tanti luoghi come sulla facciata del Palazzo della Regione Friuli Venezia Giulia, nella Piazza Unità di Italia, anche questa simbolo, a Trieste.
Ma non più. Decisione irrevocabile, lo striscione va tolto.
Quel simbolo sparisce e sparisce quella piccola grande funzione che aveva, in un luogo importante, frequentato, turisti e ancora e ancora gente e genti di tutti i posti. Visibilità, guardare e riflettere, non solo su Giulio ma un po’ più in là, su di noi, sul mondo dell’uomo e della politica, sul significato di essere cittadini, sul significato di democrazia.
Quasi un controsenso che proprio là dove si dedica una piazza all’Unità di Italia, proprio un italiano caduto vittima, lontano, non troverà più  il suo posto, utile solo ad uno striscione che, silenziosamente, gridava “Verità per Giulio Regeni”.
Tolto. Niente di tutto questo potrà essere più.
Un pensiero va proprio ai genitori di Giulio Regeni che vedono proprio a Trieste sparire un piccolo pezzo di speranza. Non cambierà molto le cose, nel resto di Italia tutto resta ma a Trieste… no.

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NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da google immagini.

Confini? No, grazie.

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avvisi nei boschi del Carso triestino – foto di Biagio Mannino.

(di Biagio Mannino)

Non c’è tregua. No, non c’è tregua per il cittadino europeo nel mare in tempesta delle vicende targate UE.
In questo caso, la politica italiana è andata ormai in tilt. E quella europea… anche.
La sola ipotesi di ricostituire il confine  o, come si dice da giorni, di costruire barriere o cose simili sul confine italo – sloveno, finalizzate alla limitazione dei passaggi dei migranti, è l’espressione della totale incapacità da parte del Governo italiano di affrontare i problemi.
Quando si parla di “confine italo – sloveno, ci si riferisce in modo particolare ha due aree ben specifiche che si chiamano Trieste e Gorizia.
Due città che sono vissute chiuse dai confini, isolate ed impoverite dalle insensate scelte di politiche degne solo di essere giudicate profondamente dalla storia.
Sessanta anni e più di isolamento che solo chi ha vissuto quei momenti, in questi territori, può comprendere.
Popoli divisi ed allontanati, messi gli uni contro gli altri, generazioni pronte allo scontro in una sorta di deserto dei tartari là dove prima regnava la normalità. Una normalità interrotta, forzatamente da quello che la politica di allora riteneva opportuno, incapace anche allora di risolvere i veri problemi.
Generazioni, sì, generazioni perse che il tempo ha visto passare nell’attesa che qualcosa cambiasse.
E quel qualcosa è arrivato e si chiama Unione Europea. Unione Europea, alla quale proprio qui, a Trieste, si deve tanto,  visto anche quanto la città, grazie alle aperture proprio di quei confini, in tutta quell’Europa centro – orientale, sta vivendo.
Prima Austria Ungheria e poi la Grande Guerra e poi la caoticità totale europea.
L’Unione Europea, tanto disprezzata, ha reso possibile, letteralmente, di vivere il territorio europeo, per tutti coloro che ne hanno compreso il valore, per tutti coloro che ne hanno compresa l’importanza.
Eppure no. Popoli e Governi, visioni differenti, posizioni contrastanti e là dove l’interesse prevale implica la non comprensione che l’Unione Europea deve avere una politica comune e veramente comune.
Grandi sfide all’orizzonte, grandi opportunità a portata di mano e di fronte alla vicenda dei migranti, tutto implode.
La soluzione diviene allora la più semplice: chiudere. Anzi, chiudersi, isolarsi, tornare immediatamente piccoli e non saper cogliere le occasioni.
Ma quanto fanno paura questi migranti?
Quanto fanno paura questi migranti da portare a pensare di ricostituire i confini chiusi?
Quanto fanno paura questi migranti all’Italia, in calo demografico, con una bassissima natalità, con la popolazione più anziana del mondo? Quanta paura fanno questi migranti all’Europa che, come l’Italia, invecchia sempre di più?
Occorre cercare quelle soluzioni di impatto, che colpiscano l’opinione pubblica, che diano la sensazione di un risultato immediato, ma che, in realtà servono solo a distanziare più in là quello che non si è capaci di fare.
Impreparazione o incapacità, non ha importanza perché, alla fine, tutto è immobile.
E allora, invece di programmare, di avere una visione di insieme, di lavorare per l’Europa e gli europei, si assiste allo spettacolo triste di una nave che forza tutti i blocchi incurante delle normative, si assiste a litigi tra politici, si assiste all’edificazione di barriere e si pensa di costruirne altre, si accoglie ma non si integra, rischiando anche di creare problemi sociali in un prossimo momento, si assiste ad una UE incapace di essere punto effettivo di riferimento per tutti gli europei.
Si assiste a tutto questo mentre Putin dice che la politica del futuro si chiama  Trump, Orban e Salvini.
E la politica si mostra con i politici, arrabbiati, che dicono tutto quello che, alla fine, già sanno tutti.
Si pensa all’oggi ma si rimanda il domani, quando prima o poi, i problemi si faranno sentire. Dopo aver sperimentato muri di tutti i tipi, nella speranza di risolvere semplicemente… tutto, quali provvedimenti prenderanno i politici del futuro?

 

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Qual è il senso della vita?

830480_4471158819175_617803408_o(di Biagio Mannino)

Qual è il senso della vita? Adire il vero… non lo so.
No, non lo so.
Quante discussioni ho sentito. Quanti incontri ho visto e a quanti incontri ho partecipato. E ancora lunghe disquisizioni, piacevoli confronti, eleganti chiacchierate, meravigliosi dialoghi intellettuali, tanti soldi spesi nei caffè… e poi, alla fine… niente.
Niente di niente. Assolutamente niente!
Sì, è così. Cercare di capire, di comprendere, di conoscere, di avvicinarsi in qualche modo al significato, a quel senso della vita che, forse, e sottolineo forse, ci caratterizza ed unisce tutti, uomini e piante, animali e ogni genere vivente, sul nostro pianeta e ovunque nel fantastico incomprensibile universo, è, francamente, impossibile ed avvilente.
Quante domande ci poniamo. Quante risposte ci diamo. Forse addirittura, superiori numericamente ma, prive di ogni sostanza.
Perché è questo che cerchiamo alla fine, la sostanza.
La materialità della vita, la visione di una continuità di ciò che abbiamo, di ciò che concepiamo unicamente come essere, quello che vediamo con gli occhi, che sentiamo con le orecchie, che tocchiamo con la nostra mano e… nulla di più.
Un fiore, il mare, le nuvole. Bianche, nere. E la foresta, il canto degli uccelli, la pioggia che cade. E poi il sole al tramonto e la luna luminosa nel cielo.
Una farfalla che vola e un profumo intenso di lavanda.
Bellezza e sensazioni, spettacolo e meraviglia e dietro , però, la vita, quella dell’altro, di quel fiore, di quella farfalla, di quegli uccelli che lottano disperatamente per sopravvivere.
Come non rimanere stupefatti dal vedere un gabbiano che vola libero, alto fino a quel punto in cui il blu del mare e l’azzurro del cielo si incontrano.. E poi vederlo tuffarsi, rapido nell’acqua, per prendere quel pesce. E allora come non fermarsi, almeno un attimo, a pensare che adesso, quel gabbiano, potrà guardare al domani e quel pesce, ora, non c’è più.
Sacrificare o, in parole ben evidenti e crude, uccidere quel pesce, nessuna alternativa a ciò che è.
E così tutto, dove la gioia non c’è se no c’è la tristezza, dove tutto è perché esiste il non è, dove la vita c’è solo perché esiste la morte.
Come sono belle quelle foto della Terra vista dallo spazio. Bellissime ma poi, sotto quei colori bianchi intensi e quel blu del mare e quelle spirali fatte dai venti che muovono tutto, lotta e disperazione, conquista e sconfitta, continuità e conclusione, benessere e dolore, nascita e morte, nel tempo, lungo o breve che sia, istantaneo nel presentare i suoi effetti, le sue conseguenze.
E così camminare in un bosco, in una città, in riva ad un fiume, ovunque, in qualsiasi stagione, in qualsiasi condizione e guardare, osservare e consolarsi con lo stupore di essere partecipi di tutto questo e semplicemente chiedersi… perché.
Partecipi e ammirati, colpiti ed increduli ma niente di più, nessuna illusione perché le illusioni non appartengono a questa manifestazione della realtà.
Capire. Questo grande sforzo che cerchiamo di fare. Questo grande sforzo che cerchiamo di fare, sempre, giorno dopo giorno, sempre.
Capire per vivere, ancora, e ancora e ancora, senza fine, quando poi è un po’ negare il tutto. Semplicemente imbrogliarsi e tentare di imbrogliare.
Domande, confronti, interrogativi di tutti i tipi e poi passare alle ritualità, a tentare di fare per ottenere e non ottenere niente. O, almeno, niente di ciò che vogliamo.
Perché? Per quale motivo?
Esiste un centro? Un punto su cui fare riferimento?
Forse sì. E l’unico che mi viene in mente è quello rappresentato da noi stessi dove, in definitiva, collochiamo il nostro centro dell’universo.
E allora tutto ruota intorno a me, intorno a te, intorno a lui, a lei e poi a Lei e a lei e a lui e, così, intorno a tutti.
No, troppe domande, troppi pensieri, troppa fatica per poi tornare al punto di partenza senza aver ottenuto alcuna risposta all’unica, errata, inutile,domanda: qual è il senso della vita?

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