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Tutto da rifare!

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Il Parlamento riunito in seduta comune presso la Camera dei Deputati.

(di Biagio Mannino)

Tutto da rifare! O meglio, da fare…
Cosa? Non si sa, anche perché, qualunque sia la scelta, a questo punto, produrrà inevitabilmente tensioni.
Sono ormai passati 84 giorni dalle elezioni e quel 4 marzo appare quanto mai lontano nella memoria degli italiani.
Quello che, però, resta ben evidente, è non solo l’insistente incapacità della politica di arrivare ad una soluzione di un oggettivo stato di crisi, ma anche l’impressione di essere già in una sorta di campagna elettorale di elezioni non definite, con date non definite e con risultati decisamente imprevedibili.
Le abbiamo viste tutte: accordi tra forze di tutto l’arco parlamentare, divisioni e litigi, prese di posizioni imprescindibili, volontà di fare passi indietro a condizioni che… , ipotetici congressi e lotte di potere, auto candidature a incarichi svariati, compromessi e questioni di principio e… tanto altro ancora.
Alla fine, Giuseppe Conte, un nome nuovo, sconosciuto ai più, forse una novità, chissà… E tutto sembra tornare verso una sorta di pseudo certezza di aver trovato una soluzione.
E poi qualche scandaletto che non manca mai e con essi, tensioni nel mondo della finanza: il contratto Lega – Cinque Stelle non piace proprio.
Sale la paura. La UE cosa dice? E la Germania?
La politica italiana diviene sempre più una realtà in stato di fibrillazione dove l’attenzione mondiale si concentra nel tentativo di comprendere se e fino a che punto i “barbari”, come definiti altrove, sarebbero arrivati.
E se l’Italia rappresentasse il via ad un percorso di emulazione europeo? In Francia? Forse nella stessa Germania?
Ma il punto di disaccordo arriva e si chiama Savona. Un uomo che critica il sistema Europa, un uomo non gradito.
“O lui o niente” dicono alcuni, “O un altro o niente” rispondono altri. Lo scontro inizia e… si arriva ad oggi: niente!
Ma a chi fa paura questa situazione? A chi giova questa situazione?
Non ci sono dubbi: l’Italia come l’Unione Europea necessitano di una effettiva ristrutturazione in un mondo dove ormai anche la globalizzazione è cosa antica.
Di fronte alle sfide non del futuro ma del presente, così come si è oggi, si fa poca strada.
Cambiamento? Sì, ma quale? E come?
Il fatto è sempre quello: nessuna Europa senza limitazione di sovranità da parte di tutti. Nessuna Europa se prevalgono gli interessi particolari.
Può piacere, può non piacere. Basta scegliere. Sicuramente così, come si è adesso, le cose non andranno.
Nel frattempo la politica italiana è esempio di chàos del vecchio mondo post 1914 e le vicende del mancato Governo ci danno bene l’idea della confusione.
Non solo, all’ennesimo tentativo, si prende coscienza dei limiti di questo Parlamento ma altri segnali lasciano quanto mai perplessi di fronte ad ipotesi di messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica.
Insomma, la bussola sembra roteare vertiginosamente indicando chiaramente che… la strada è persa.
Le elezioni, secondo alcuni, sarebbero la soluzione migliore. Sì, ma se la legge elettorale non fosse il Rosatellum Bis…
Con questo sistema elettorale il rischio è quello di essere al punto di partenza.
Forse la soluzione passa da un atto di consapevolezza che vede una fiducia ed una partecipazione di tutte le forze politiche ad un Governo, senza distinzioni ideologiche, ma con un contributo attivo e cosciente proprio in nome di un obbiettivo superiore: l’Italia. Un atto di responsabilità che riporterebbe la fiducia nei confronti della politica nei cittadini italiani.

 

NOTA. l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it. 

Elezioni in Friuli Venezia Giulia: con il 57% vince il centro destra e la Lega vince su tutti. E adesso?

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le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015

(di Biagio Mannino)

Trieste, 30 aprile 2018.

Nelle elezioni regionali, in Friuli Venezia Giulia, con il 57,1% dei consensi, trionfa il centro destra ma, in particolare, è l’affermazione della Lega che, con il 35%, rappresenta il vero successo.
Una affermazione che non solo ha confermato il già ottimo risultato conseguito nelle recentissime elezioni legislative nazionali, ma anche ha mostrato un copioso aumento di consensi in riferimento alle passate regionali nel 2013.
La Lega, quindi, il primo partito che adesso porta Massimiliano Fedriga ad assumere il prestigioso incarico di Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, succedendo a Debora Serracchiani.
Ma non basta: è questo un risultato che deve essere interpretato.
Il momento storico che l’Italia sta attraversando mostra come, nel contesto della politica, vi sia una grande sostanziale confusione.
Ancora non si è raggiunta la formazione di un Governo dopo le elezioni del 4 marzo e le trattative tra le diverse forze politiche si sono ormai dimostrate inconcludenti.
Sono passati due mesi e l’effetto del Rosatellun Bis si vede tutto.
Tante parole, molti incontri, poca chiarezza, nessun fatto.
I cittadini, ormai perplessi dallo spettacolo “politica”, vedono aumentare il livello della loro disillusione nelle effettive capacità dei loro rappresentanti e la partecipazione al voto in FVG ha mostrato un ulteriore calo dei votanti.
L’attenzione mediatica all’evento è stata tanta e questo non può essere spiegato se non con l’interesse oggettivo nel risultato finalizzandolo ai giochi nazionali per conseguire gli obbiettivi, ovvero, la politica.
In molti ci hanno creduto e, altri, molto meno.
Infatti se i “big” del centro destra si sono decisamente dati da fare frequentando ogni angolo della Regione, le altre forze non hanno avuto la stessa determinazione e, alla fine, l’idea era che l’unica lotta effettiva fosse quella tra Lega e Forza Italia per chi conquistava più voti.
Ha vinto la Lega: ha vinto le regionali, ha vinto la competizione con Forza Italia, o meglio, con Berlusconi.
Le diatribe tra Berlusconi e Salvini dovevano trovare una soluzione da parte dei cittadini e così è stato: Salvini supera Berlusconi di 20 punti percentuali.
Il PD del FVG esce di scena senza clamorose cadute ma, di fatto, sconfitto.
Perché? Per non aver ben governato nei precedenti cinque anni?
Non si può dire questo, anzi, la Giunta Serracchiani ha fatto molto, eppure…
Eppure il PD perde per un effetto, nuovamente, nazionale, dove l’onda di tsunami del renzismo tutto travolge e tutto porta via con sé.
Troppa è stata la delusione rappresentata da Renzi e troppe le contrapposizioni all’interno di un PD che più che mai necessita di una seria ristrutturazione.
Troppi conflitti interni per poter dare l’energia sufficiente ad intraprendere una campagna elettorale per riaffermarsi in FVG.
E il Movimento Cinque Stelle?
Silenziosamente dimezza i suoi voti dopo soli due mesi e silenziosamente mette da parte una campagna elettorale che, anche questa silenziosa, evidenzia una certa distrazione a livello locale da parte di questa forza politica.
Effetto delle lunghe trattative a livello nazionale?
Forse, un’attesa eccessiva per cominciare a vedere qualche cosa, ma anche, semplicemente, una comunicazione praticamente assente.
E adesso?
I partiti nazionali faranno di questo risultato un elemento di immenso interesse, se vincenti, o, al contrario, di grande banalizzazione, se perdenti. Ma, visti i risultati, Salvini, avrà la forza di staccarsi da Forza Italia, dall’anziano Berlusconi che, anche in questa occasione ha raccolto un 12%, evidente segnale di un percorso non certo brillante. Salvini riuscirà a trovare la forza ed iniziare a governare veramente? A governare prendendo responsabilità che guardino al lungo periodo e non alle prossime elezioni?
In realtà, mentre l’Italia attende, il Friuli Venezia Giulia inizia un percorso nuovo in un momento storico che, per queste terre e Trieste in particolare, rappresenta una vera occasione di grandi prospettive ed opportunità.
Sì, e con il Veneto, quello del Presidente Zaia, quel Veneto che guarda a questa Regione autonoma più come un ostacolo che una risorsa, sì, come saranno le relazioni del nuovo FVG?
Nel frattempo, la Cina, guarda anche lei ai porti dell’Adriatico…

 

NOTA: l’immagine in questo post è di Biagio Mannino.

Donne candidate parlano del ruolo della donna in un incontro trasversale.

(di Anna Piccioni)

All’invito promosso dal Forum delle Donne alle candidate alle prossime elezioni regionali si sono presentate rappresentanti del PD, di Open FVG, Cittadini, Lega.
Queste donne hanno accettato la sfida si sono messe in gioco,per farsi sentire e incidere in un mondo che ancora lascia poco spazio alla politica al femminile. Sono donne diverse di formazione, di provenienza, ma tutte con un loro bagaglio di esperienze e di conoscenze. Alcune come Teresa Bassa Poropat , Antonella Grim ,Majda Canziani rappresentante della minoranza di lingua slovena, hanno alle spalle già un’esperienza politica, quindi conoscono la macchina amministrativa e il loro impegno è soprattutto nel portare avanti i progetti iniziati
Le altre provengono dal mondo della scuola, del commercio, dell’imprenditoria: Ariella Bertossi, dirigente scolastica; Debora Desio, imprenditrice; Flavia Kvesto, commerciante; Federica Verin, dal Ministero dell’Interno, Fiorella Macor, fotografa; Ingrid Stratti, relazioni internazionali.
Nel presentarsi tutte hanno messo in evidenza le difficoltà che ancora le donne trovano nel mondo del lavoro e nel sociale: soprattutto l’isolamento se non addirittura la “ghettizzazione” che ancora troppo spesso le donne subiscono. E’ interessante rilevare che la politica al femminile non vuol essere relegata solo a risolvere i problemi della curatela, ma farsi sentire anche su altri tempi soprattutto per quanto riguarda il lavoro, l’ambiente, l’economia; insomma fare Politica a tutto tondo
Volutamente non ho aggiunto al nome il partito di appartenenza in quanto nel momento in cui le donne si presentano e si confrontano in vista delle prossime elezioni regionali dimostrano di saper superare gli schieramenti che rappresentano: parlano la stessa lingua.
Questa considerazione fa pensare che le donne dovrebbero fare ancora un passo veramente rivoluzionario; formare il partito delle donne.
Da tutte ,se elette, viene espresso la volontà di fare battaglie insieme, di unirsi, in quanto purtroppo la politica è ancora gestita solo dagli uomini.

 

NOTA: l’immagine in questo post è opera di Biagio Mannino.

Cercasi maggioranza parlamentare…

Giuramento_Mattarella_Montecitorio
Il Parlamento riunito in seduta comune presso la Camera dei Deputati.

(di Biagio Mannino)

La politica italiana continua a mostrarsi “alla vecchia maniera”.
Dopo le elezioni del 4 marzo poco o nulla appare all’orizzonte.
Poco o nulla di quanto gli elettori italiani attendono: un vero cambiamento.
L’esito della consultazione ha espresso chiaramente la volontà dei cittadini di esprimere contemporaneamente un forte malcontento nei confronti delle forze che hanno gestito il Paese negli ultimi venti anni e, di conseguenza, l’esigenza di provare nuove strade.
A distanza di ormai più di un mese quella partita a scacchi sembra essere arrivata in una fase di stasi e, i giocatori, appaiono spaventati dall’essere proprio loro i vincitori.
Sì, i vincitori ai quali spetta l’onore, e l’onere, di governare.
Se agli inizi, e, in particolare, con l’elezione dei Presidenti delle Camere, sembrava che la strada andasse nella direzione di una coabitazione tra Lega e Movimento Cinque Stelle, a distanza di pochi giorni, tutto rientra e torna ai soliti meccanismi elettorali di tipo proporzionale.
Nessuna rottura della coalizione di Centro Destra da parte della Lega e, nello stesso tempo, Berlusconi fa sentire ancora la sua forza nel determinare la politica della storica alleanza.
E Salvini torna sui suoi passi dopo il momento d’energia decisionale e di strategia politica mostrate in occasione dell’elezione dei Presidenti delle Camere.
Il M5S si trova allora a guardare altrove, a quel PD che, forte della sua sconfitta, può fare un po’ quello che vuole senza preoccuparsi troppo dei futuri risultati: guardare, commentare, osservare, criticare… comunicare.
Comunicare cosa?
Comunicare l’incapacità degli altri di raggiungere un risultato ma utilizzando quel semplice metodo che consiste nel “lasciar fare”.
Infatti, almeno per il momento, l’incapacità di arrivare ad una soluzione, punta tutta l’attenzione mediatica solo ed esclusivamente su Lega e M5S e, un po’ con l’aiuto di Berlusconi, un po’ con quello del PD “all’opposizione”, l’attesa degli italiani si fa sempre più faticosa e il malumore pure.
Non ci sono dubbi: il Rosatellum Bis ha provocato l’effetto perfetto: l’ingovernabilità accompagnato da forti svantaggi per chi non la raggiunge, pur impossibilitato nel farlo, e forti vantaggi per chi non la cerca, pur potendola raggiungere.
E allora la strategia del gioco cambia.
Non più vincere la partita ma perderla facendo sembrare che sia stato l’altro ad essere la causa della sconfitta.
Importante diviene uscire da questa situazione con l’immagine di averci provato e lasciare la responsabilità del fallimento all’altro.
Un gioco difficile, rischioso e, soprattutto, triste.
L’impressione diventa , alla fine, quella che nessuno ci tenga poi così tanto a governare, a prendere in mano una realtà che ha forte bisogno di decisioni anche impopolari.
E’ finita la serie delle promesse elettorali che abbiamo avuto modo di sentire. Adesso bisogna mantenere quella più importante: governare.
Il Mondo corre e l’Italia è lì, ferma nelle alchimie di quelle logiche incomprensibili agli elettori mentre i partiti, tutti, dal primo all’ultimo, dovrebbero incominciare a ragionare sull’investire proprio sull’Italia, assieme, con obiettivi precisi, chiari, realizzabili.
Ma ormai sono in molti a ritenere che l’investimento sarà dedicato alle prossime elezioni, che, se si continuasse a procedere così, si presenteranno presto.
E gli elettori, quelli che hanno votato, che hanno votato in tanti il 4 marzo, che hanno votato in tanti il 4 dicembre 2016, sì, quelli là, su chi investiranno questa volta?

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it. 

Con Fabrizio Frizzi finisce un modo di essere.

foto(di Biagio Mannino)

La scomparsa di Fabrizio Frizzi ha lasciato sconcertato il numeroso pubblico televisivo italiano.
Frizzi, un presentatore che aveva accompagnato le serate da molti anni, il presentatore che prima di tutto era l’amico di chi lo guardava quotidianamente, l’uomo che aveva fatto dell’educazione e del bel modo di essere il suo elemento e caratteristica distintiva.
Sì, un metodo comunicativo che non lasciava spazio alle scorrettezze, alle brutte parole, alla presa in giro, alla volgarità.
La notizia ha colpito tutti e in molti l’hanno vissuta come se la perdita li riguardasse personalmente.
Un amico, un caro amico che viene a mancare e che crea una sorta di emotività collettiva dove tutti i singoli divengono il tutto e il tutto si identifica proprio nella figura dell’amico virtuale: Fabrizio Frizzi.
Diviene naturale allora porsi un interrogativo sul significato e sul valore che il mezzo televisivo ha nella vita di chi lo guarda.
Tra le tante interviste, una in particolare evidenzia un punto di profonda riflessione. Un’intervista in cui una telespettatrice dice di essere sola ma, alla sera, cenava sempre con Frizzi.
Allora il mezzo televisivo passa da quella funzione di informazione, di intrattenimento, ad una dimensione superiore: quella della socializzazione.
La virtualità dell’amico diviene strumento di compensazione delle proprie situazioni personali espresse in una società che, sempre di più, assume toni individualistici e ci trasforma inesorabilmente, tutti, in persone sole.
La compagnia, la presenza, l’elemento che colma ciò che manca si personifica nel personaggio televisivo attribuendogli, suo malgrado, responsabilità.
Ma l’attenzione non vale per tutti.
Frizzi rappresenta quel bisogno di una società diversa, di una società gentile, educata, cortese, lontana dai contrasti verbali, dalle violenze che emergono ovunque, dalle grandi alle piccole cose.
E così, di fronte ad una televisione dei reality show, in cui l’eterna discussione domina ed alimenta la tensione, si ricerca, nuovamente, l’amico, quello a cui affidarsi.
Un mondo strano e particolare, in cui modernità e sviluppo mal si ambientano con le più lente regole del vivere comune, in cui agli insulti nel mondo dei social, si chiede un ritorno alle buone maniere.
Ipocrisia? Mancanza di una visione realistica della realtà?
Tanti potrebbero essere gli interrogativi ma il senso di smarrimento in un mondo di relazioni sempre più difficili, è in costante aumento e porta all’inevitabile desiderio di quella quiete, di quel silenzio che solo gli eremiti hanno la forza di cercare.
Con Frizzi se ne va un modo di essere che, oggi più che mai, necessita di trovare altri che ne prendano l’esempio e ne facciano scuola.
Indubbiamente un senso di vuoto…

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da http://www.corriere.it .

Chi prenderà la responsabilità di non deludere (nuovamente) gli italiani?

Giuramento_Mattarella_Montecitorio
Il Parlamento riunito in seduta comune presso la Camera dei Deputati.

(di Biagio Mannino)

La politica italiana, dopo il 4 marzo, produce i primi due risultati: le elezioni del Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, e del Senato, Elisabetta Casellati.
Inizia così la legislatura con le mosse in una partita a scacchi che vede tutti i contendenti impegnati a cercare la strategia corretta.
Al momento sembra proprio che questa appartenga  alle due forze che maggiormente si sono distinte nella consultazione elettorale: M5S e Lega.
Un lavoro di attento equilibrio dove un eventuale passo falso potrebbe compromettere tutto.
Infatti sono questi i momenti, tipici di situazioni complesse prodotte dai sistemi di tipo proporzionale, che sanciranno le future coalizioni finalizzate ad una piena ed operativa esperienza di governo.
Ormai la distinzione tra vincitori e sconfitti è evidente e solo traballanti tentativi di comunicazione politica possono, in qualche modo, cercare di attutire il colpo che PD e FI hanno ricevuto dagli elettori italiani.
Con il 18% il primo e il 14% il secondo, diviene difficile tentare di inserirsi da protagonisti nelle vicende parlamentari, anche perché, cosa ben più ardua da risolvere, è in ridiscussione tutto l’operato di queste due forze di Governo degli ultimi 20 anni.
E la debolezza si vede benissimo anche in questa occasione, non contando più di tanto nell’elezione della seconda e della terza carica dello Stato.
Sembra, al contrario, un gioco di squadra, da abili conoscitori delle dinamiche parlamentari, quello della Lega e del Movimento Cinque Stelle.
Un gioco che ha messo in evidente difficoltà proprio colui che era abituato a gestirlo da protagonista: Silvio Berlusconi.
La mossa sulla scacchiera della politica ha portato il re sotto scacco e Berlusconi ha dovuto arretrare accettando gli accordi sui nomi dei Presidenti delle Camere imposti proprio dalla Lega di Salvini e dal M5S.
Se la strada, sebbene non spianata, si apre per queste due forze, dall’altra parte appare ormai chiaro che per Forza Italia e per il Partito Democratico ci saranno momenti di seria difficoltà.
Per il primo si tratta di una conferma al già evidente risultato elettorale, dove quel ruolo di primarietà all’interno della storica coalizione di centro – destra è ormai concluso.
Di conseguenza il ruolo stesso di Berlusconi necessita di una ridiscussione anche perché un grande cambiamento generazionale è avvenuto in Parlamento.
Un Paese che guarda al futuro deve guardare al futuro.
Il PD, che indubbiamente un ricambio lo ha già effettuato, è poi caduto in un percorso gestionale che anziché andare nella direzione segnata dalla “rottamazione”, si è dimostrata essere la stessa precedente con un leader, Matteo Renzi, già vecchio prima ancora di essere stato giovane.
Grandi ristrutturazioni e consapevolezza di direzioni politiche contemporanee divengono la necessaria formula che queste due realtà devono intraprendere prima di tutto per la loro sopravvivenza, poi, per l’interesse generale.
Se la Lega nuova non è, ha saputo trovare una via ma, adesso, la possibilità di governare c’è, e a quella si accompagna anche la responsabilità.
La stessa responsabilità tocca, o spetta, al M5S, che dopo anni di accesa battaglia, si trova davanti il traguardo di quel percorso iniziato ancora a Bologna con il “Vaffaday” ma che, di fatto, rappresenta l’inizio di una realizzazione delle promesse fatte in questi anni.
Dice Beppe Grillo “Non siamo anti sistema. Il sistema è caduto da solo”.
Effetti di una storia post 1989 che, dopo quel crollo del Muro di Berlino, ha trascinato la politica che “era” a quella che è diventata senza però mai effettivamente rinnovarsi del tutto.
Molte sono state le componenti politiche che si sono affacciate come effettive portatrici delle soluzioni a partire proprio da quel PD di Renzi che, però, si è rivelato solo una grande delusione per tutti coloro che avevano visto una sorta di miraggio.
E ancora prima Forza Italia, che con Berlusconi iniziava un percorso, quello della nuova espressione di una politica che, a promesse e a parole, tante, diveniva dinamicità imprenditoriale vincente ma, poi, la storia è stata un altra…
Adesso ci risiamo e i cittadini – elettori sono lì, ancora, forti della loro volontà di votare e partecipare.
La responsabilità di non deludere è grande. Chi la prenderà?

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it.

 

Elezioni 2018: cosa ha capito la politica italiana?

Giuramento_Mattarella_Montecitorio
Il Parlamento riunito in seduta comune presso la Camera dei Deputati.

(di Biagio Mannino)

 

I cittadini italiani lo avevano già detto.
La volontà di partecipare alla vita democratica dell’Italia, la voglia di un vero cambiamento, di un’effettiva direzione di modernizzazione della classe politica, era emersa chiaramente con il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Una riforma, quella voluta dal Governo Renzi che privilegiava tutto tranne la partecipazione togliendo, di fatto, la possibilità di votare in modo diretto i componenti del Senato.
Ma la Costituzione Italiana, al secondo comma dell’art. 1, chiaramente esprime che “La sovranità appartiene al popolo”.
E se la sovranità appartiene al popolo, se appartiene veramente al popolo, il diritto – dovere di voto è il pilastro del principio democratico.
Sì, lo avevano ben espresso con un ampia partecipazione e un risultato che non lasciava dubbi: 60% per i NO e 40% per i SI.
Nonostante questo non si volle vedere quanto gli italiani suggerivano, anzi, pretendevano, dalla politica: partecipare e contare.
E così venne approvato il Rosatellum Bis, la legge elettorale con la quale si è votato il 4 marzo.
Una legge proposta dal PD ed approvata anche da Forza Italia e Lega e, di conseguenza, voluta in modo sostanziale da quelle forze politiche più “antiche” nel sistema parlamentare.
Una legge che, anziché privilegiare, limita ulteriormente la partecipazione che, con il voto non disgiunto, di fatto affida alle segreterie dei partiti la stesura delle liste dei candidati praticamente certi di entrare nel contenitore parlamentare.
Inoltre, a completamento del tutto, nessuna preferenza da esprimere.
No, quel segnale lanciato il 4 dicembre 2016 non è stato colto ma, nonostante tutto questo gli italiani vanno a votare smentendo chi prevedeva ampio astensionismo.
File e disagi non hanno impedito di continuare a esprimere la volontà di partecipare anche dopo una campagna elettorale che, a colpi di promesse elettorali, metteva in evidenza la mancanza di idee di tante forze politiche.
Tracollo del PD che, inevitabilmente, paga i cinque anni di Governo e di protagonismi soprattutto del suo leader Matteo Renzi.
Renzi, il protagonista degli ultimi anni che, nel ruolo del “rottamatore”, ha gestito la politica in un modo tale da divenire in brevissimo tempo il prossimo “rottamato”. E nessuno può essere incolpato poiché ha fatto tutto da solo.
Ma restano le macerie, quelle di un PD che rappresentava solo cinque anni fa, un’effettiva speranza di cambiamento divenendo, però, solo la continuazione di un mondo veramente bisognoso di guardare a ciò che lo circonda.
Modernità e disoccupazione, tecnologie e disperazione, progresso e recessione… tutto gravita intorno e nulla viene visto, avvertito.
La sinistra si stacca e precipita ulteriormente: LEU e tutte le altre componenti non si accorgono delle esigenze effettive del loro popolo e, in queste elezioni, la svolta, o meglio, la fine di un mondo che era già finito dopo il 1989.
Se il centro sinistra deve guardarsi allo specchio, Silvio Berlusconi dovrebbe rendersi conto che anche lui ha fatto il suo tempo: tavoli, contratti con gli italiani, barzellette e promesse, sono ormai spot da cabaret che ricordano di più Drive In che le effettive esigenze di un popolo sofferente, che guarda al domani con ansia e preoccupazione, che è in calo demografico grave poiché non può permettersi il lusso di ciò che è naturale: un figlio.
Forza Italia precipita ai minimi e viene superata da una Lega che nella concretezza di Matteo Salvini prende i voti proprio a Berlusconi ormai invecchiato.
La Lega motore del centro destra, motore addirittura di sé stessa con prospettive di divenire Il centro destra mentre Fratelli d’Italia si confermano nelle loro posizioni ma ancora troppo piccole per aspirare a qualche cosa di più.
I vincitori: il Movimento Cinque Stelle.
Non solo confermano il risultato di cinque anni fa ma lo superano di sette punti ed arrivano al 32,5%.
Un Movimento che ha saputo incanalare la visione di molti, di esigenze di cambiamento, di nuovi volti, di generazioni al passo con i tempi.
Ma, è altrettanto vero, con grandi problemi di inesperienza gestionale e con sistemi rigidi di controllo dei propri iscritti. Con tentazioni sempre presenti e con gesti di effettiva volontà di cambiare la politica.
Riuscirà o, con il passare del tempo, diverrà come, alla fine, la politica porta ad essere?
Questa è la sfida maggiore che il M5S dovrà affrontare poiché il rischio sarebbe una grande, anzi, grandissima delusione, per i propri elettori.
Nel frattempo… per effetto del Rosatellum Bis… la politica fa… la politica e, incurante del segnale del 4 dicembre 2016, del 4 marzo 2018… studia percorsi alternativi per traslare parlamentari ora di qua, ora di là in un gioco di contrasti personali e non di interessi nazionali.
Non sono le leggi elettorali o le Costituzioni a creare l’ingovernabilità bensì la presenza, o l’assenza, della volontà
Semplicemente… la volontà.

 

NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. Wikipedia. it.

Quando il nuovo è già vecchio e il vecchio crede di essere tornato nuovo.

renzi-berlusconi-675(di Biagio Mannino)

Ormai ci siamo: le Camere sono state sciolte, le elezioni sono alle porte, la campagna elettorale è ufficialmente incominciata!
In queste occasioni tutti i più raffinati tatticismi, le più fantasiose strategie portano al massimo l’esperienza della comunicazione politica che dà il meglio, o il peggio, di sé stessa.
L’attenzione si pone, in particolare, su due figure dello scenario politico italiano. Quelle che hanno unito la politica (poca) all’esposizione mediatica (tanta), al punto tale da concentrare in loro l’attenzione dei cittadini, o meglio, elettori, in una sorta di gioco che, tele visivamente, li ha gradualmente trasformati in spettatori.
Spettatori di uno show fatto di dibattiti, di apparizioni televisive, di spot, tweet e di tanto altro ancora che si è andato a integrare con il modificarsi delle tecniche e dei mezzi comunicativi.
Silvio Berlusconi e Matteo Renzi incarnano il modo contemporaneo di quel concetto di campagna elettorale che nel suo realizzarsi più antico ricorreva agli ormai dimenticati comizi di piazza, sostituiti oggi dai più moderni, e comodi, salotti televisivi.
Fin da quando Renzi è comparso nel “campo di battaglia” della politica italiana, in molti osservarono una certa somiglianza con Silvio Berlusconi.
Una certa irriverenza nei confronti di ciò che era, un modo di parlare molto schietto senza preoccuparsi della forma, senza preoccuparsi di rischiare di essere offensivi, e, in particolare, senza preoccuparsi dei contenuti.
Molti ricorderanno i celebri “sono stato frainteso” utili a Berlusconi per rimediare ad affermazioni che si rivelavano discutibili, o le promesse di Renzi, mai mantenute, come quella dell’ormai mitizzata uscita dalla politica nel caso di sconfitta nel Referendum Costituzionale.
E poi l’uso dei numeri per indicare i successi ottenuti dal proprio lavoro, o imputare agli altri incapacità o, cosa importante, porsi come una, o meglio ancora, la soluzione alle situazioni di crisi.
Senza poi dimenticare l’uso delle barzellette, delle battute, utilissime in ambito comunicativo a fine di creare intorno a sé un’immagine di simpatia e, contemporaneamente, a distrarre dai problemi veri.
Linguaggi simili, poco tecnici molto famigliari. Quasi due amici con cui condividere una serata in pizzeria ma altrettanto capaci nel guidare l’Italia?
Anche qui le somiglianze: grandi aspettative, pochi risultati, molte delusioni ma, soprattutto, elettori che, alla fine, si dividono in correnti all’interno delle stesse famiglie, poi, la ricerca di un capro espiatorio come elemento fondamentale per giustificare. Cosa? Non l’insuccesso ma il mancato compimento del pieno successo e, di conseguenza, la motivata necessità a tornare e ricominciare per impedire che altri possano travolgere tutto.
E allora gli ingredienti divengono la personalizzazione, la necessità, la paura, in un gioco che pone tutti ad assistere contrapposti agli altri come tifoserie alle patite di pallone.
Ma una cosa li differenzia: l’età.
Uno, Renzi, è giovane e l’altro, Berlusconi, è anziano.
Renzi, senza dubbio, ha avuto la capacità di raggiungere il vertice della politica italiana dimostrando una grande abilità e strategia politica ma, contemporaneamente ha dimostrato una altrettanto grande incapacità nel saper gestire il risultato e precipitando rovinosamente in un brevissimo arco di tempo.
Il concetto di “rottamazione” che gli dava forza agli inizi, paradossalmente ora è riservato a lui poiché l’estremizzazione dei toni si è rivelata, alla fine, una resa dei conti proprio da parte di coloro i quali sono stati rottamati.
Berlusconi, che ha adottato una metodologia più attenta e che ha avuto sicuramente il merito di modernizzare i meccanismi di comunicazione politica, non ha dato spazio a nessuno e la politica italiana ha visto trascorrere il tempo e lui invecchiare con essa.
Vedere oggi certe espressioni da parte del leader di Forza Italia usate venti anni fa ed adattate agli avversari contemporanei, lascia alquanto perplessi.
Lo spettacolo della politica italiana non annoia se lo si guarda per quello che è: uno spettacolo appunto.
Ma parlare di statisti, di persone capaci di far ripartire l’Italia, questo non si può proprio fare.
In ogni caso tutto diviene ancora più relativo quando la legge elettorale con cui gli italiani andranno a votare è il Rosatellum Bis. Una legge che tutto darà tranne che la governabilità.
E questa legge è stata voluta da entrami.

 

NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da “Il Fatto Quotidiano”.

22 dicembre 1947: 70 anni dall’approvazione della Costituzione Italiana, la più bella Costituzione del mondo.

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Una foto storica dell’Assemblea Costituente.

(di Biagio Mannino)

 

Il 22 dicembre 1947, con 458 voti favorevoli e 62 contrari,l’Assemblea Costituente, approvava la Costituzione della Repubblica Italiana.
I 556 componenti dell’Assemblea, di cui 21 donne, concludevano quel percorso voluto dai cittadini italiani che, il 2 giugno 1946, espressero chiaramente la loro volontà di passare da una Monarchia ad una Repubblica.
L’Assemblea Costituente ebbe il preciso incarico di scrivere la nuova Carta Fondamentale che era destinata a sostituire lo Statuto Albertino risalente al 1848, tenendo conto proprio del risultato conseguito nel Referendum.
La DC, Democrazia Cristiana aveva 207 rappresentanti, il PSIUP Partito Socialista di Unità Proletaria 115, il PCI Partito Comunista 104, il PLI Partito Liberale Italiano 41 il UQ Fronte dell’Uomo Qualunque 30, il PRI Partito Repubblicano Italiano 23, il BNL Blocco Nazionale della Libertà 16 , PDL Partito Democratico del Lavoratori 9 e i rimanenti alle forze minori.
556 componenti di cui 21 donne, erano l’immagine delle diverse e, in particolare, nuove espressioni della politica italiana, figlia delle disastrose esperienze precedenti: dal fascismo alla guerra, dalle leggi razziali ad un Paese completamente distrutto.
Un’Italia in macerie dove oltre alle Istituzioni era tutto da ricostruire.
Eppure la volontà di ripartire creava grande fermento e voglia di ricominciare, ma da basi nuove, solide, democratiche.
Riunita la prima volta il 25 giugno del 1946, l’Assemblea Costituente, in poco più di un anno, produsse o un testo che, non a torto, viene definito il più bello del mondo. Un testo che racchiude in sé quanto successo e pone le basi per il futuro.
Sì, per il futuro poiché i profondi concetti espressi si indirizzano non solo a chi avrebbe dovuto gestire la Repubblica nei suoi primi passi, ma anche per tutte le generazioni che avrebbero seguito.
La grandezza del lavoro è data dal fatto che la Costituzione della Repubblica Italiana è programmatica, ovvero fissa delle linee guida ispirate dai principi dei primi 12 articoli, definiti appunto come “fondamentali”.
In essa troviamo tutto e sempre in linea con la volontà democratica emergente di quegli anni, con una capacità di saper guardare avanti anche ai cambiamenti sociali che avrebbero seguito.

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Il Parlamento riunito in seduta comune presso la Camera dei Deputati.

Dai diritti ai doveri all’ordinamento dello Stato, alla ricerca di un equilibrio e di una garanzia affinché ciò che accadde non si ripetesse più.
Fu, come detto, un grande lavoro nel quale non mancarono momenti di tensione ed aspro confronto ma superati sempre nel nome del bene comune.
Non dobbiamo infatti dimenticare come le forze politiche che si trovarono a lavorare fianco a fianco nelle diverse commissioni, e poi durante le approvazioni, erano formate da uomini e donne che avevano conosciuto la brutalità dei regimi autoritari, le nefandezze della guerra senza poi tralasciare che, dai primi anni del ‘900, una scia di guerre, persecuzioni, distruzione caratterizzarono la vita di tutti i cittadini europei in particolare.
L’8 settembre, il 25 aprile segnavano la fine ma la realtà lasciava spazio alla profonda incertezza di fronte alla contrapposizione est – ovest in un confronto ideologico ben rappresentato dalla Cortina di Ferro che, da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, divideva l’Europa in due quasi ad anticipare quell’altra ferita grigia: il Muro di Berlino.
Erano anni difficili ed è per questo che i meriti dei componenti dell’Assemblea Costituente, non a torto definiti come “Padri”, sono ancora più evidenti dinnanzi al risultato ottenuto.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a tentativi di mortificazione di quel testo costituzionale che, è necessario ricordarlo, ci è invidiato.
Tentativi portati da una classe politica disattenta a quegli articoli, al loro peso carico di valori e di democrazia, a quelle parole ricche di storia e futuro.
Due grandi riforme e per due volte i cittadini italiani hanno detto NO alla modifica della LORO Costituzione.
Le accuse di inefficienza, di inattualità della Carta, dimostrano una carenza di attenzione proprio a quella caratteristica, la programmaticità, dove, in nome proprio della democrazia, i Padri Costituenti delegarono chi avrebbe seguito a garantire, realizzare rappresentare.
Se oggi abbiamo situazioni critiche, la responsabilità non cade sulla Costituzione ma su chi l’ha, o, forse, non l’ha correttamente applicata.

 

NOTA: le immagini in questo post sono state tratte da www. wikipedia. it. 

Rosatellum bis: di chi è figlia la nuova legge elettorale?

(di Biagio Mannino)

Giuramento_Mattarella_MontecitorioTrieste, 26 ottobre 2017

Alla fine ci sono riusciti.
A fare cosa?
A cambiare la legge elettorale?
Sì, ma i realtà non è questo il grosso del lavoro quanto… aver concluso, o meglio, “rimediato”, a quel percorso bocciato dagli italiani il 4 dicembre 2016, quando, compattamente, attraverso il NO alla riforma costituzionale voluta da Renzi, fecero chiaramente capire di voler contare nella vita politica italiana.
Adesso, il Rosatellum bis, li farà contare… decisamente meno!
Una legge, quella elettorale, che consente ai cittadini di delegare altri cittadini a rappresentarli nel massimo organo istituzionale: il Parlamento.
Ed è nel Parlamento, di conseguenza, il luogo dove rappresentatività e e governabilità trovano, o dovrebbero trovare, il massimo della propria espressione.
Questo è solo uno dei motivi che rendono importante più che mai il ruolo e la funzione di una legge elettorale.
E qual’è il modo migliore per realizzarlo? Consentire ai cittadini di… scegliere.
Il Rosatellum bis divide il numero dei seggi secondo una percentuale: poco più del 30% vengono attribuiti secondo il sistema maggioritario ed il restante utilizzando il sistema proporzionale.
Verrebbe naturale ipotizzare, di conseguenza, che per ciascuna Camera, l’elettore, si trovi, al momento del voto, con in mano due schede.
Al contrario ne riceverà una sola dove indicherà il candidato o la forza politica che lo rappresenta, e solo nell’ambito della percentuale maggioritaria.
Il resto sarà contato percentualmente sommando tutti i voti degli italiani e distribuendoli, alle varie forze, proporzionalmente.
Logico diviene pensare che, alla fine, il cittadino italiano delegherà solo 1/3 dei Parlamentari mentre il resto… no.
Non solo, se il cittadino ha simpatia per un candidato e non per il partito, o coalizione che lo rappresenta, potrà sì votare per il nome e non per il partito ma il suo voto andrà comunque a quella forza per il calcolo della componente proporzionale.
Se poi teniamo conto che i candidati, oltre al collegio maggioritario, potranno presentarsi anche in tre collegi proporzionali, non è difficile prevedere che, alla fine, verranno eletti un po’ tutti.
In definitiva, il potere di scelta delle segreterie dei partiti diviene enorme.
E la governabilità?
Per definizione prevalendo il sistema proporzionale sul numero dei seggi porterà ad una situazione in cui nessuno vincerà ed imporrà coalizioni differenti da quelle presentata in fase pre – elettorale.
Di chi è figlia questa legge?
Forse del PD, che ha voluto anche inserire il voto di fiducia (per più volte!) in un iter dove dovrebbe esserci un’ampia condivisione del contenuto, che ci dice, attraverso la voce dei suoi rappresentanti, che, finalmente, una legge elettorale farà contare di più il cittadino. Forse di Forza Italia, che diviene partito di opposizione o di maggioranza a seconda delle circostanze, o della Lega, che pur di votare, accetta qualsiasi legge… tranne quella che già c’è, o… indifferente.
Parole, dichiarazioni, discorsi e tanto altro ancora.
Non ha importanza.
Questa legge elettorale, il Rosatellum bis, è figlia dei Parlamentari della Repubblica Italiana, che non ispirati dall’art. 67 della Costituzione, l’hanno votata.
Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Così recita l’art. 67 della Costituzione Italiana, quel testo che vide i Padri Costituenti impegnati proprio per garantire la democraticità dello Stato, comprendendo bene quali fossero le difficoltà per un rappresentante dei cittadini essere libero da tutto tranne che dalla propria coscienza.
Ebbene, anche in questo caso, hanno prevalso le logiche dei partiti ma questo non toglie la responsabilità dei singoli Parlamentari poiché, al momento del voto, conta sempre la loro scelta.

 

NOTA: l’immagine di questo post è tratta da www. Wikipedia. it.