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Lavoro, ambiente, uguaglianza: confronto di idee all’assemblea di Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza.

(di Biagio Mannino)

 

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Enrico Benedet ed Anna Piccioni -assemblea di Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza – Trieste 14 ottobre 2017 – foto BM 2017

Trieste, 15 ottobre 2017

C’è democrazia oggi?
Dubbio lecito che molti si pongono in un’epoca in cui assistiamo, a livello globale, ad una crescente perdita di diritti nei più svariati ambiti, ad una crescente violenza anche nei rapporti interpersonali, ad una povertà economica e culturale sempre più diffusa e a tanto altro ancora.
Ci si interroga, alla ricerca di quell’effettiva partecipazione di tutti alla vita politica, sociale, economica. E non solo: la democrazia è quell’unione tra l’essere liberi e l’avere la possibilità, liberi di scegliere ed essere in grado di fare, di realizzare, più semplicemente, di esistere con dignità.
Confronti, scontri, lotte, rivoluzioni, guerre, nei secoli, sempre, nel tentativo di raggiungere un diritto dato oggi, forse, per scontato ma che, al contrario, deve essere sempre difeso.
Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza parte proprio dal concetto di “difesa” e, in particolare, di difesa della Costituzione, dei valori in essa espressi, in questo testo non a torto considerato il “più bello del mondo”.
Nato nel giugno del 2017, questo gruppo di volonterosi, forse sognatori, ma sicuramente ispirati dal senso di partecipazione e di collettività, vuole unire le diverse componenti della sinistra che, dopo le svariate vicissitudini parlamentari e non solo, cercano in qualche modo di ritrovarsi.
Non solo, guarda anche a quel popolo della sinistra che, disorientato, non trova più punti di riferimento.
Democrazia ed uguaglianza, tornano ad essere il motore che forse oggi non sembra appartenere alla discussione politica.
Se pensiamo al ruolo del cittadino – elettore, di fronte alla ormai quasi sicura nuova legge elettorale, la confusione diviene completa.
Se alla base della partecipazione c’è il voto, il Rosatellum bis pone il cittadino quanto mai in una posizione periferica dove quell’importante atto rischia di assumenre una valenza minore. Nessuna scelta, tutto scelto.
Partire dalle esigenze, dal pensiero di tutti e per tutti in un confronto che divenga dibattito e faccia emergere il pensiero della gente, di chiunque.
Il 14 ottobre, a Trieste, di fronte ad un numeroso pubblico, si è tenuta l’Assemblea di Alleanza Popolare per la democrazia e l’uguaglianza.
Un incontro aperto, libero a coloro che avessero voglia di confronto e discussione in nome del principio di partecipazione.
Un’occasione dove le domande poste dai partecipanti non pretendevano una risposta risolutiva ma, semplicemente, rappresentavano un punto di partenza.
Sì, un punto di partenza in un momento storico in cui il dialogo su questioni importanti manca, un punto di partenza in un momento storico in cui manca la voce della gente su questioni che riguardano la gente.
Nel corso dell’Assemblea sono stati trattati temi riguardanti l’ambiente, il lavoro e la disuguaglianza.
Argomenti che solo in apparenza sembrano generali ed astratti ma che, in realtà, riguardano l’Uomo nella vita quotidiana quando ci si confronta con il disagio, con le difficoltà, con la povertà, con la malattia, con l’assenza di aiuto, con la disperazione della solitudine.
Questo incontro è apparso quanto mai lontano dai surreali appuntamenti televisivi in cui è difficile non avvertire la distanza della politica dalla realtà, in cui è incomprensibile il funzionamento delle logiche dei partiti e dei meccanismi elettorali.
Qui no. Persone per le persone . E i problemi? Quelli veri.

 

NOTA: le immagini in questo post sono di proprietà  di Biagio Mannino e sono state tratte dall’archivio Biagio Mannino.

Bora Musicalfest: Trieste tra storia e musica.

(di Biagio Mannino)

 

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Bora Musicalfest – 15 luglio 2017 – Castello di San Giusto – Trieste – foto BM 2017

Un Musical? Uno spettacolo estivo da vedere per passare una calda serata di luglio assieme agli amici alla ricerca di un po’ di refrigerio? Sì, tutto questo ma anche un momento di riflessione tra una risata e l’altra, una riflessione sulla tormentata storia di una città, Trieste, che merita attenzione e riconoscimento e, in modo particolare, consapevolezza.
Andato in scena ieri sera, al Castello di San Giusto, il “Bora Musicalfest”, opera scritta da Edda Vidiz, si è presentato come un evento teatrale solo apparentemente leggero e frizzante.
In realtà, come vuole la forma d’essere, l’identità triestina, sotto quell’allegria manifestata apertamente, si nasconde una reale malinconia, non mostrata e solo in parte dimenticata.
Già, solo in parte dimenticata, come la storia di Trieste e dei triestini, fatta di momenti di gloria e tristezze, di gioie e di dolori, di incroci di culture e scontri tra nazionalità, di lingue diverse e di imposizioni politiche e ideologiche.
“Chi sono gli italiani più italiani? Gli austriaci di Trieste!”. E’ questa solo una delle innumerevoli battute di quello spettacolo ma che nelle parole che le compongono c’è condensato il significato di questa città, tormentata e paradisiaca, odiata e amata in un continuo contrasto di sentirsi a lei appartenere e desiderare di scappare e non sentirne più parlare.
E così gli anni, il passare del tempo e la città che come una fisarmonica si stende e si restringe ponendola al centro del mondo e poi ignorarla completamente.
Uno scontro, di civiltà, di culture che si incontrano e si lasciano, di sentimenti propri, di gente che si cerca e che vuole orgogliosamente la propria indipendenza e pretende la solitudine per poi però desiderare la compagnia, essere lontani, da casa, per distrarsi, per non pensare, per dimenticare.
Una storia, quella di Trieste che nella sua follia diviene il carattere dei suoi cittadini sferzati e colpiti ripetutamente e poi abbracciati e convinti nuovamente a restare su quella giostra.
E così “la bora non può che incontrare Tergesteo”, come sottolineato nell’apertura dello spettacolo. Quella bora, vento impetuoso e dirompente, incostante dove alla raffica che rompe tutto segue subito la quiete poi interrotta da una raffica ancora più forte.
Sì, lo spettacolo di Edda Vidiz mi ha detto tutto ciò e mentre ero lì, guardando le scene, sentivo le persone ridere e divertirsi ma era quell’allegria “triestina”…
Solo la musica di un pianoforte, alcune immagini proiettate su uno schermo e la capacità degli attori: tutto ciò ha reso questo Musical completo nella sua semplicità, immediato ed intuitivo ma, contemporaneamente, profondo nei significati.
Forse una coincidenza, forse uno scherzo meteorologico, forse il fatto di essere stata messa in discussione, allo spettacolo era presente anche la bora che, insolita nel mese di luglio, più che rinfrescare, raffreddava i presenti in quel tipico incontro contrastante.
Andrea Binetti, Marzia Postogna, Myriam Cosotti, Julian Sgherla, Leonardo Zannier, Alessandro Colombo e Corrado Gulin al pianoforte hanno saputo brillantemente portare al pubblico quello che il pubblico si aspettava in un contesto di svago estivo.
Forse questo Musical richiederebbe una sede differente agli ampi spazzi del Castello di San Giusto.
Infatti quei significativi contenuti potrebbero meglio essere apprezzati se recitati in ambienti più piccoli, intimi, in uno dei caffè triestini dove l’unione tra il contesto ed il testo garantirebbero una valorizzazione maggiore.
Una lode va poi in particolare indirizzata per la scelta di un testo in sloveno, lingua che appartiene alla cultura della città e simbolica per l’estrema eterogeneità di Trieste.
Inoltre aver inserito la commovente canzone “Gorizia, tu sei maledetta” ha dato quel tocco in più che mi ha fatto apprezzare il contenuto dell’opera teatrale di Edda Vidiz ed ha permesso di dedicare un ricordo ad una città dimenticata e trascurata.
Un Musical allegro e malinconico, di svago e di riflessione in un momento, quello contemporaneo dove la città incomincia timidamente a riconoscersi e a prendere oltre che consapevolezza anche fiducia in sé stessa. Spettacoli come questo aiutano sicuramente.

La vita non è un’Operetta, e nemmeno un musical!

(di Alberto Flego)

 

IMG_20170707_230007Sembrava scomparsa. Il suo pubblico la compiangeva affranto e nella triste Trieste le giornate estive proseguivano grigie negli anni, affumicate dalle grigliate di qualche sagra provinciale ospitata pure nelle centralissime vie cittadine.
Fino a che, dalla lontana terra Magiara, sono giunti loro: la Budapesti Operettszinhàz. Ci hanno fatto credere di rivivere quella che era la tradizionale peculiarità della nostra bistrattata città, il Festival Internazionale dell’Operetta.
L’Operetta è ritornata, rinata come l’Araba Fenice! E così, dal 5 al 9 luglio 2017 nella cornice del Teatro Politeama è risorto dalle ceneri pure l’orfano pubblico del Festival dell’Operetta triestino: dame con vestiti da sera variopinti, ventagli e trousse che mi ricordavano le serate estive dei tempi di quand’ero bambino e mia nonna mi portava a vedere le operette proprio qui al Politeama Rossetti, dopo lunghissime ore d’attesa per acquistarne i biglietti negli uffici dell’UTAT di galleria Protti. Diciamolo una volta per tutte: il festival dell’Operetta era per noi triestini come le corse dei cavalli ad Ascot per gli Inglesi, un evento a cui non si doveva mancare!
Mercoledì sera con il Gran Galà dell’Operetta ( tre ore di musiche eccelse e selezioni dalle più belle operette Danubiane) egregiamente presentato in una sognante atmosfera sospesa tra la favola e la realtà di un teatro del passato, che al giorno d’oggi non è quasi più possibile gustare, iniziò la Magia.
L’Orchestra Magiara, diretta dal Maestro Làszlò Maklàry, il Corpo di Ballo, gli artisti dell’Ensemble hanno donato al pubblico le perle della Piccola Lirica, estasiando gli spettatori e portandoli in un vero e proprio viaggio nel passato a Vienna, Budapest, Parigi e persino nel Lontano Oriente del Paese del Sorriso di Franz Lehar e nel complicato mondo musicale di Paul Abraham.
Nel secondo atto, dopo l’esecuzione orchestrale di una famosissima danza Ungherese di J.Brahms, una splendida piccola orchestra tzigana è salita sul palco, un quintetto molto talentuoso composto da violino, cembalo, clarinetto, contrabbasso e viola che ha sorpreso ed infiammato il pubblico, davvero fortunato nel risentire questo concerto unico nel suo genere ( erano già ospiti del Galà dell’Operetta edizione 2016 ).
E tutto questo lo dobbiamo all’artista triestino Alessio Colautti: la persona che dovremmo ringraziare per queste splendide serate d’altri tempi. Sagacemente egli ci ha fatto notare quanto Budapest ami Trieste, mentre noi cittadini stiamo trascurando e bistrattando la nostra bella città, privandola delle splendide iniziative musicali di cui un tempo era degna cornice culturale.
Parlando di Operetta a Trieste non poteva mancare la presenza di Andrea Binetti che, coinvolto da questo turbinoso evento musicale ungherese, ha contribuito alla serata cantando nelle esecuzioni tratte dalla Vedova allegra, in cui nelle recite seguenti ha interpretato il ruolo del barone Mirko Zeta.
Il cast delle serate Magiare comprendeva il contributo canoro dei seguenti Artisti: Timea Vermes (Hanna Glawari), Zsolt Vadàsz (Danilo), Anita Lukàcs (Valencienne), Gergely Boncsér (Camille), Soma Langer (Cascade), Robert Vanya (St.Brioche), Andràs Faragò ( Kromow), la simpaticissima e acrobatica Marika Oszvald nel ruolo di Olga, Gàbor Dézsy Szabò (Bogdanovitch), Tunde Frankò, Attila Miklòs, Gabriella Szilàgyi. Dal corpo di ballo emergevano in bravura e perfezione Laura Ottlik e Emese Szalai.
Vorrei inoltre sottolineare che gli Ungheresi sono gli artisti che, insieme agli Austriaci meglio interpretano lo spirito delle Operette Danubiane: ricordo l’entusiasmo di mia nonna quando mi parlava degli “artisti” (li chiamava sempre così) e sposi nella vita Martha EGGERTH e Jan KIEPURA, che furono i protagonisti di migliaia di rappresentazioni in Europa e in America e anche a Trieste della Vedova Allegra, ma che purtroppo non ho mai potuto sentire. Ho potuto invece, e lo potrete farlo pure voi, se lo desiderate, ascoltare le splendide incisioni su CD NAXOS dei tre volumi “The Best of Operetta” della Hungarian Operetta Orchestra diretta da Làszlò Kovàcs (1996), che praticamente è la stessa orchestra che, vent’anni dopo abbiamo potuto ascoltare al Rossetti. Vi assicuro che l’ascolto dona le stesse emozioni che il Galà ha suscitato nell’estasi donata al pubblico uditore presente in sala.

IMG_20170705_203630Nel Cinquantesimo anniversario della scomparsa di Franz Lehar, scrissi una novella dedicata al Maestro dal titolo “Felix, la vita non è un’Operetta”, in cui il personaggio di Hanna Glawari viveva fuori dalle scene in incognito, e raccontava il seguito della sua vita dopo il matrimonio con Danilo. Quindi per me recensire uno spettacolo della Vedova allegra richiederebbe un capitolo a parte. Vale la pena provare a cimentarsi, perché amo molto questo personaggio e lo spartito di questa Operetta.
Nell’ Autunno del 1905 il direttore del Teatro “An der Wien” Herr Karczag, sin dalle prime prove per la messa in scena della “Vedova Allegra” in prima mondiale assoluta a Vienna il 28 dicembre 1905, sentenziò arcigno: “Das ist ka’ musik!” (Questa non è musica!). Tutti quindi proseguivano le prove aspettandosi un fiasco colossale. Tutti tranne Franz Lehar.
Sono passati più di 111 anni e le passioni che questa Operetta suscita sono ancora vive. La Vedova Allegra è ormai riconosciuta un capolavoro di genuina ispirazione.
Ma un brano delizioso (che è possibile ascoltare nello splendido CD della Deutsche Grammophon con i Wiener Philharmoniker diretti dalla bacchetta di John Eliot Gardiner edito nel 1994) viene spesso tagliato senza ragione dalle esecuzioni: è il caso del duetto “Zauber der Hauslichkeit” (la magia della quiete domestica), che purtroppo anche in questa versione mancava.
Ma ciò che più ha colpito di questo allestimento dalla regia di Màtè Szabò e l’adattamento e attualizzazione di Attila Lorinczy è stata la scelta di ambientare nei primi anni Trenta l’Operetta. L’atmosfera culturale dell’Art Nouveaur di inizio secolo si è trasformata in quella squisitamente Art Decò degli Anni Venti e Trenta parigini. Non sono mancati riferimenti al Cubismo, ma anche al cinema Hollywoodiano e al Musical, ed oserei dire anche allo spettacolo televisivo dell’Eurovision Song Contest nelle citazioni coreografiche di certi balletti e di alcuni effetti visivi eclatanti (le fontanelle acquatiche, i coriandoli dorati, i balletti tribali con danzatori tatuati e tamburi simili ad alcune entry dell’Eurofestival contemporaneo). Danilo è cocainomane, la festa si svolge sui tetti di Parigi e la scenografia del primo atto ricorda, nei colori e nelle citazioni tra comignoli, gabbianelle meccaniche e i due spazzacamini di passaggio, più la casa londinese di Mary Poppins che la villa di un’ambasciata parigina.
E Hanna Glawari, che per la prima volta appare travestita da pilota aereo, (arriva da Casablanca?) ma con un veloce trucco scenico cambia magicamente l’abito con una meravigliosa eleganza da Star dello schermo catalizza istantaneamente l’attenzione sulla scena. E’ interpretata dalla bellissima e brava Tìmea Vermes, e ricorda tantissimo Marilyn Monroe, soprattutto quando canta contornata da ballerini in frak (sembra la scena del balletto Diamond are the Best girl friends ).
Si gioca molto con l’immaginario collettivo; ma a volte si esagera. Danilo, il partner di Hanna, esordisce pieno di cocaina cantando nei cessi del terrazzo, dove vede nel suo delirio l’immagine di se stesso moltiplicarsi nei bagni tra le tazze dei wc… E’ interpretato dal bravo tenore Zsolt Vadàsz. La scena in cui canta il celebre brano “Vo’ da Maxim allor” diventa veramente azzardata.
Seppur a volte volgare, con il barone Zeta che spara come un gangster della Chicago d’Oltreoceano, lo spettacolo regge anche se può far discutere la scelta della regia per “attualizzarlo”.
Ma la splendida Orchestra e la sua direzione permettono di proseguire in questo magico percorso musicale dimenticando le poche cadute di tono sceniche e incantando lo spettatore con la grazia e la dolcezza delle note eseguite magistralmente nella loro lettura strumentale.
Imparare un copione in una lingua straniera recitata e cantata non è cosa da poco: complimenti quindi alla bella e brava compagnia di teatro Magiara!
Il secondo atto risultava molto gradevole esteticamente per la deliziosa scenografia ART DECO’ con delle splendide fontanelle e una meravigliosa rivista che faceva l’occhiolino più al LIDO’ di Parigi che al locale MAXIM. Colori e coreografie davvero suggestive ed ammalianti. A questo punto l’attualizzazione di Attila Lorinczy che dapprima mi aveva reso perplesso, iniziò a piacermi. Hanna Glawari, sempre più Diva Hollywoodiana incanta con la celeberrima Romanza di Vilja, che diviene così uno dei punti culminanti dello spettacolo. Quando il sogno inizia a cullarci dolcemente nell’oblio, la magia della musica di Franz Lehar è al culmine, ed ha raggiunto il suo scopo. La banalità dei dialoghi e l’assurdità delle situazione drammaturgica diviene parte dell’astrazione dal reale, e si dissolve nel Nulla perché è ormai la Musica che ci accompagna nella nostalgia ineffabile di un passato che forse non è mai esistito, e nel languore di un Amore che universalmente palpita in ogni essere vivente.
Con umorismo e senso fiabesco i personaggi di quest’Operetta restano nel nostro cuore imperituri, da 111 anni.
“Das ist ka’ Musik!” disse Herr Karczag. Aveva ragione: questa composizione è molto più di una semplice musica: è magia pura, sogno d’altri tempi sempre attuale, che incantò il pubblico dei nostri bisnonni e che ancora oggi ci fa sognare una cristallina bellezza ideale delle passioni umane e dell’Amore.

 

FONTI: 
Bibliografia:
Ernesto G.Oppicelli “L’Operetta da Hervé al Musical”
Fratelli Melita Editori, 1989.
Alberto Flego “Felix, la vita non è un’operetta!”
in “Inediti da Trieste” Edizioni Croce, Roma 2016.

Discografia:
“The Best of Operetta” Voll. 1,2,3 Hungarian Operetta Orchestra diretta da Làszlo Kovàcs CD NAXOS, 1996.
Franz Lehar “Die Lustige Witwe” Wiener Philharmoniker diretti da John Eliot Gardiner – Deutsche Grammophon
DIGITAL STEREO, 1994

NOTA: le immagini in questo post sono di Alberto Flego.