Europa o Europetta?

(di Biagio Mannino)

 

Che l’Unione Europea abbia dei problemi, possiamo affermare, non vi sono dubbi.
Che la soluzione ai suoi problemi sia il suo abbattimento, in questo caso analogamente possiamo affermare che i dubbi vi siano e molti.
In un contesto composto da 27 membri il susseguirsi di tornate elettorali è praticamente all’ordine del giorno.
Ogni consultazione assume progressivamente nel tempo un valore che stima la tenuta o il crollo dell’Istituzione Europea.
Il tutto condito da continue certezze dei movimenti populisti che un ritorno a ciò che era sia non solo la soluzione ma anche la logica conseguenziale alla natura stessa dell’Europa, ovvero essere divisi e, aggiungiamo inoltre, da quanto la storia ci ha insegnato nel recente passato, anche contrapposti.
Mentre il mondo globalizzato trova nelle maxi strutture l’unica via di competitività e di effettiva realizzazione, mentre il contesto economico e finanziario assume una forza, una potenza e valenza sovranazionale, in Unione Europea, già maxi struttura istituzionale, con un popolo sì eterogeneo ma ricchissimo, grazie alla sua naturale diversità, di cultura ed esperienza, si ragiona nella direzione dei piccoli territori, volendo convincere che “piccolo” è competitivo globalmente.
Se la Brexit ha dato il via ad un processo disgregatorio, a quasi un anno dal referendum,i cittadini del Regno Unito se oggi votassero direbbero assolutamente il contrario rispetto a quanto scelto e, di conseguenza, nessuna Brexit.
Invece l’uscita dalla UE porrà sempre di più il Regno Unito indipendente dall’Europa e molto dipendente dagli Stati Uniti ,mentre un altro percorso disgregatorio interno coinvolgerà in particolare la Scozia che ambisce autonomamente di rientrare… in Europa!
Le elezioni francesi rappresentano potenzialmente un altro passo disgregatorio che, sebbene limitato dalla vittoria degli europeisti sia in occasione delle elezioni presidenziali in Austria che da quelle in Olanda, vede proprio nell’esito della consultazione francese il punto di svolta.
Seconda in ambito economico soltanto alla Germania, la Francia presenta una situazione sociale alquanto complessa dove, al 13% di cittadini stranieri si affianca un 11% di cittadini figli di immigrati, dove ad un incremento del numero di abitanti si contrappone il 6% di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà.
Presidenziali: Macron e Le Pen, Europa e non Europa, futuro e passato che si scontrano in una confusa visione di cosa possa essere meglio per i cittadini.
Sì, ma quali cittadini? Quelli europei o quelli dei 27 singoli Stati membri?
Chiusura dei confini, ritorno alle monete nazionali, secondo Marine Le Pen rappresentano l’unica via alla quale i “patrioti francesi” possono guardare e l’unica scelta per cui votare.
L’Europa riformata, con una maggiore centralità, un Ministero del Tesoro ed una difesa comune, sono le risposte di Macron all’evidente situazione di crisi e di stallo.
L’Europa forte e l’Europa debole, così debole da renderla una “realtà geografica” e nulla più. Un’Europetta che lascerebbe il posto agli Stati nazionali, come una volta, con la differenza che oggi, al contrario, nel contesto globale, ci sono i Giganti.
E così quel percorso iniziato a Roma nel 1957 potrebbe rallentare, finire, implodere o dare il via ad un’effettiva riforma della struttura europea e rafforzarla rendendo il tutto meno “nazionale” e più “nazionale europeo”.
Tutto dipende dal voto dei francesi, dalla loro capacità di comprendere cosa sia non meglio ma opportuno per loro, per tutti. Tutto dipende dalla volontà della politica di saper cogliere, e realizzare, quanto gli elettori dicono attraverso il voto.
Destra, sinistra, centro sono ormai distinzioni che appartengono ai libri di storia quando di fronte ci sono i problemi oggettivi dei cittadini e… basta.
Sono i problemi che devono essere affrontati e, al contrario, la costante diatriba lessicale politica ne rimanda a chi segue l’onere della responsabilità di affrontarli.
Nel mentre la Cina cresce, gli Stati Uniti impostano un percorso di riaffermazione geopolitica, la Russia ritrova il suo ruolo di protagonista.
E l’Europa guarda ai muretti…

GRANDANGOLO: la trasmissione di Biagio Mannino.

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Le trasmissioni radiofoniche a cura di Biagio Mannino:
GRANDANGOLO – analisi panoramica degli eventi
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venerdì ore 12.45 – sabato ore 15.18

Siria: quando guerra e comunicazione politica coincidono.

(di Biagio Mannino)

 

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Donald Trump

L’intervento militare in Siria voluto da neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sorpreso per la velocità nel prendere, e realizzare, una decisione dagli effetti sicuramente gravi ed imprevedibile nelle conseguenze.
Le vicende tormentate e drammatiche che colpiscono la Siria in generale ed il suo popolo in particolare, caratterizzano la storia degli ultimi anni: guerra civile allargata in ambito internazionale, interessi contrapposti, presenza di potenze straniere in modo attivo e tanto altro ancora accompagnano migliaia di morti ed un numero infinito di migranti, o meglio, profughi, o meglio ancora, persone in cerca di vivere lontano da luoghi in cui i giochi della politica globale sembrano badare, o non badare, a fasi alterne, a tutto quello che la gente vive direttamente.
Persone che scappano, che cercano rifugio altrove, dove vengono accolte malvolentieri, persone che muoiono sotto le bombe e altre cose, come quei gas che pochi giorni fa hanno prodotto disastri tra la popolazione.
Il mondo si indigna. Ma si doveva arrivare ai gas per indignarsi?
Non era sufficiente il numero dei morti, dei profughi, della distruzione materiale e morale di uno Stato che oggi è la Siria, ma ieri era l’Iraq, e prima ancora la Jugoslavia e tanti altri ancora fino al prossimo, quello che risponderà delle strategie e delle pianificazioni geopolitiche.
Donald Trump ritiene che tutto questo debba… finire! O forse… quel “finire” meriterebbe un bel “?” conclusivo?
Se osserviamo i primi mesi del mandato di Trump sono i dissensi, le contestazioni, le opposizioni e, in generale, gli insuccessi ad accompagnare il Presidente.
“America first” appare uno slogan molto debole e che non trova una corrispondenza creando una disillusione in quelle aspettative degli elettori di Trump mentre, a livello internazionale, il progressivo isolamento degli USA cresce portando l’Unione Europea e la Cina a posizioni sempre più vicine e lasciando Trump nella condizione di guardare al Regno Unito più come una necessità che una effettiva risorsa.
Se poi prendiamo in considerazione il fallimento portato dalla tenuta della riforma sanitaria di Obama, dalle sentenze di svariate Corti di netta opposizione alle politiche sull’immigrazione, è facile intuire come Trump, a soli due mesi e mezzo dal suo insediamento, sia in evidente difficoltà e, come se non bastasse, fortemente osteggiato dal sistema mediatico statunitense.
In un sistema, quello USA, che fa della comunicazione e, in particolare, della comunicazione politica il punto di rotazione principale tra chi governa e chi è governato, diviene necessario un segnale di forza, di decisionismo, di protagonismo sulla scena e sulla scena mondiale, occorre, appunto, “America first”!
Un palcoscenico: la Siria, un motivo: la strage di popolazione portata dai gas, un nemico classico: la Russia. Sembrano gli ingredienti perfetti per un messaggio al mondo, per un messaggio ai propri elettori.
E così la guerra diviene comunicazione così come a questo intervento, valutati gli effetti mass mediatici, seguirà qualche altra decisione e il popolo di turno ne subirà le conseguenze.
C’è un problema però: la politica estera non fa mai vincere le elezioni. Al contrario le fa perdere poiché, alla fine, il cittadino – elettore, guarda nelle sue tasche e, se sono vuote, cambia rapidamente idea e così se l’isolazionismo “America first” di Trump dovesse continuare, avrà la conseguenza di una sorta di sconvolgimento del sistema economico e nulla più provocando disoccupazione, miseria e, di nuovo, guerre.
Il Risiko planetario continua… peccato però che non sia un gioco.

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it.

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