Chàos italiano

(di Biagio Mannino)

Chàos! E’ la parola, di origine greca, che meglio identifica la situazione che la politica italiana attraversa.
E’ indubbio che, dal 1992, anno in cui il sistema partitico subiva un forte contraccolpo, periodo storico  ricordato anche come l’epoca di “tangentopoli”, la politica italiana  dovette necessariamente affrontare delle forti modifiche che, a distanza di più di venti anni, non sembrano aver  portato risultati tali da essere giudicati neppure minimamente accettabili.
Se precedentemente al 1992 il sistema parlamentare era caratterizzato da una pluralità di partiti, dopo, questa pluralità è divenuta addirittura una sorta di pluralità estrema, o estremamente caratterizzata da un numero ancor maggiore di forze politiche pronte a darsi battaglia per la conquista di un posto tanto in Parlamento quanto in un Consiglio Regionale, o Comunale o Provinciale.
Prima esistevano partiti come la Democrazia Cristiana, il Partito Liberale, il Partito Repubblicano, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Social Democratico, il Movimento Sociale, il Partito Radicale, alcune piccole forze autonomiste e locali, una tra tutte la Lista per Trieste.
Dopo, nel nome di una sorta di purificazione della politica italiana, si cercò di giungere ad una riduzione dei partiti e il risultato fu che a quelli precedenti seguirono Forza Italia, Alleanza Nazionale, che si unirono poi in Popolo della Libertà, il PDS divenuto DS o meglio Democratici della Sinistra che unendosi alla Margherita divennero il PD ovvero il Partito Democratico, Rifondazione Comunista che si staccò dal Partito Comunista quando questo divenne il Partito Democratico della Sinistra, ma poi, Rifondazione Comunista subì la scissione vedendo la nascita de I Comunisti Italiani. E ancora… il PDL vede il distacco di una componente che diviene la forza denominata Futuro e Libertà e dopo ancora una parte fonda Fratelli d’Italia ed oggi un’ulteriore scissione istituisce il Nuovo Centro Destra mentre il partito dei Verdi, di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani trovano una convergenza di idee.     Nasce poi  SEL ovvero Sinistra Ecologia e Libertà che vede in sé il confluire di Sinistra Democratica, del Movimento per la Sinistra, di Unire la Sinistra e di varie associazioni ecologiste. Non possiamo dimenticare il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo e la Lega Nord frutto  dell’unione della Lega Lombarda e della Liga Veneta, il Partito Radicale, l’UDC, l’UDEUR, l’Italia dei Valori, Scelta Civica… e tanti altri con i quali mi scuso per non averli citati ma, in questo labirinto, è facile perdersi!
Ma perché, anziché una riduzione del numero dei partiti, si è giunti a questo spropositato fenomeno che ci ricorda di più la storia del chicco di riso e della scacchiera?
I sistemi elettorali sono le regole che attribuiscono  posti all’interno delle aule parlamentari o, in ogni caso, attribuiscono la governabilità.
L’Italia, prima del 1992, era caratterizzata dall’avere un sistema elettorale di tipo proporzionale, ovvero tanti posti in parlamento in proporzione ai voti avuti.
Questo sistema implica una certa quantità di partiti poiché basta una piccola percentuale per poter conseguire un numero di posti, seppur minimo, rendendo, di conseguenza, molti i partiti.
Dopo il 1992 la legge elettorale cambiava e, al sistema proporzionale, è subentrato un sistema misto che univa un 75% di maggioritario ad un 25% di proporzionale.
Il sistema maggioritario, per sua natura, porta al bipartitismo, ovvero alla presenza in Parlamento di due sole forze politiche. Ma non bisogna confondere il bipartitismo con il bipolarismo che, di fatto, è un sistema proporzionale mascherato con il suffisso “bi”.
Il fenomeno è dovuto al  fatto che i risultati effettivi ottenuti con la modifica di una legge elettorale, ovvero nel nostro caso la riduzione del numero di partiti, si possono vedere dopo almeno15 anni dall’entrata in vigore della stessa legge.
Il passaggio dal proporzionale al maggioritario porta dal multipartitismo al bipartitismo passando attraverso il bipolarismo poiché, in fase iniziale, tutti i partiti si trovano in una sorta di linea di partenza e seguono un percorso di alleanze, unioni, scissioni, finalizzate a trovare una conformazione unica volta a… vincere le elezioni.
E’ assolutamente naturale assistere ad un aumento del numero dei partiti in attesa che questo si ridimensioni, a meno che…
A meno che, nel mezzo del percorso non ancora concluso di circa 15 anni non si cambi nuovamente la legge elettorale portandone, ad un processo in atto, un altro, aggiungendo soglie di sbarramento e premi di maggioranza confusi che solo in una direzione possono portare. Ma… quale direzione?
In questo momento storico, a distanza di più di 20 anni dall’epoca di tangentopoli, ci troviamo in una situazione che neppure i più esperti in materia elettorale sanno districare.
Il problema è che le leggi elettorali vengono determinate dai partiti stessi e questi prima guardano alle loro effettive possibilità che al corretto funzionamento del sistema e quindi, un partito piccolo sarà interessato ad una legge elettorale di tipo proporzionale mentre uno grande ad una di tipo maggioritario ma senza perdere di vista gli avversari diretti nel rischio di avvantaggiare ora uno, ora un altro e non sé stessi.
Di conseguenza o le leggi non si modificano o sono frutti pasticciati di accordi che, alla fine, non accontentano nessuno soprattutto i cittadini che, di fatto, vivono, o meglio, subiscono le scelte di una politica che si dimostra molto spesso incapace non per le singole competenze dei parlamentari quanto per le alchimie delle aule.
E allora nuovamente il dubbio: verso quale direzione andiamo?
Una sola, verso quella parola antica, quella parola di origine greca, verso il Chàos!

 

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. gliannidicarta. it.

I dimenticati

(di Bruno Pizzamei)

I dimenticati: i militari triestini nelle armate imperial regie.

Il 24 maggio 1915, quando iniziarono le ostilità tra l’Italia e gli Imperi Centrali, Trieste era già in guerra da dieci mesi. L’Austria Ungheria era entrata in guerra contro la Serbia, e successivamente contro gli Stati dell’Intesa nel luglio del 1914.Immagine0 Trieste, città immediata dell’Impero, la Contea Principesca di Gorizia e Gradisca e il Margraviato d’Istria costituivano il Litorale (Küstenland), come Provincia amministrativa austriaca.

La stragrande maggioranza dei triestini atti alle armi, quali sudditi austriaci, furono quindi arruolati nell’esercito o nella marina imperial regia (circa 32.500 triestini tra i complessivi 50.000 italiani reclutati nel Litorale).

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I marinai furono imbarcati sulle navi della flotta o destinati ai servizi quali ad esempio quelli presso il K.u.K. Seeflieger Korps , aviazione di marina, nel porto militare di Pola. A parte gli affondamenti delle corazzate Viribus Unitis e Wien, per altro avvenuti in porto, non ci furono grande battaglie navali.

Molti dei soldati furono arruolati nell’ Infanterie Regiment n° 97, Georg Waldstätten , costituto per il 50% da Italiani, per il 30% da Sloveni e per il 20% da Croati provenienti quasi tutti dal Litorale.

Il reggimento partì per il fronte orientale, destinazione Leopoli capoluogo della Galizia, regione attualmente divisa tra Polonia e Ucraina, l’11 agosto 1914.

Immediatamente inviato in combattimento, subì nei sanguinosi scontri con i russi pesanti perdite, pari ad oltre il 50% degli effettivi impiegati.

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Durante la battaglia di Galizia, l’esercito imperial regio subì una serie di gravi sconfitte, e le perdite totali furono pari a 400.000 uomini, quasi la metà delle forze impegnate, tra cui oltre 100.000 prigionieri.

La partecipazione alla guerra dei triestini, avvenuta in seguito ad una mobilitazione di massa, fu molto spesso più rassegnata che convinta, anche se il 97° reggimento, talvolta designato come demoghela (*), in battaglia si comportò dignitosamente ed anche con valore.

Ci fu poi in città una parte molto più convinta, seppur minoritaria, e per certi aspetti elitaria, i volontari irredenti, italiani di cittadinanza austriaca, che esponendosi a rischi gravissimi si arruolarono nell’esercito italiano. I triestini erano circa 1.000 tra i 2.000 circa del Litorale.Immagine4

Cosa rimane come ricordo di quei tantissimi triestini che hanno combattuto nelle forze imperial regie? Non molto, e anche in occasione del centenario dell’inizio della guerra mondiale, se ne è parlato a mio avviso ancora troppo poco.

Ciò è da imputare al fatto che alla fine della guerra, come in tante altre occasioni, la storia venne scritta dal vincitore e quindi a Trieste l’unica memoria possibile è stata, e in parte lo è ancora, quella dei volontari. Si tentò e in parte si riuscì a eliminare le vicende relative a moltissimi triestini che nella guerra avevano combattuto nelle forze imperial regie.

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A fronte dei tanti monumenti e delle numerose intitolazioni di vie e scuole dedicati ai volontari irredenti, per i combattenti a.u. oltre ai cimiteri di guerra nel Carso triestino, goriziano e sloveno, in cui per altro non riposano salme di giuliani, a mia conoscenza esistono: una piccola targa sulle mura del castello di San Giusto, un piccolo monumento a Sistiana e un monumento nel cimitero di Sant’Anna che ricorda, le salme traslate dall’ex cimitero militare, i marinai della corazzata Wien affondata nel golfo di Trieste da Luigi Rizzo il 9.12.1917.

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A riprova di quanto sopra asserito, la prevalenza assoluta di una memoria unica, segnalo il monumento presente nel cimitero di Servola che ricorda le 9 persone morte per gli effetti del bombardamento ad opera dell’aviazione italiana del 20 aprile 1916.

Il monumento costituito da una semplice stele, con i nomi delle vittime civili (tra cui 5 bambini) venne eretto dal Comune di Trieste, senza alcuna indicazione sulle circostanze della morte, sull’epoca, e sugli autori del bombardamento.La stele di Servola è l’unico monumento che ricorda le vittime civili della prima guerra mondiale in provincia di Trieste.

(*) la parola demoghela può significare battiamocela, scappiamo, ma anche diamogliele, picchiamo duro.

Sull’ argomento della rimozione di questi ricordi nel centenario della guerra mondialesi è occupato ampiamente il giornalista e scrittore Paolo Rumiz anche con la pubblicazione del libro Come cavalli che dormono in piedi edito da Feltrinelli.

Si deve poi dar atto all’onorevole Aris Prodani di essere ripetutamente intervenuto alla Camera su questi argomenti presentando un ordine del giorno, accolto come raccomandazione dal Governo, un’interrogazione a risposta scritta al Ministro

della Difesa, al Ministero dei beni Culturali e del Turismo e un intervento in aulaazioni tutte con l’obiettivo di impegnare il governo ad adottare le opportune iniziative per ricordare in modo degno il sacrificio di quei soldati, a lungo dimenticati, caduti combattendo e indossando la divisa, appunto, delle forze armate austro ungariche.

Nel dettaglio con l’interrogazione l’onorevole Prodani chiedeva ai ministri competenti di sapere:

– se intenda reperire e pubblicare lo “Schedario degli italiani delle nuove provincie, già militari nelle forze armate austriache ed austro ungariche, morti in seguito alla guerra” in maniera da agevolare le ricerche e la compilazione dell’elenco di costoro;

– quali provvedimenti intenda adottare, anche di concerto con le Regioni

Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige/Sud Tirol, per incentivare lo studio e le ricerche dei documenti relativi ai fatti accaduti nei territori divenuti italiani e promuovere la conoscenza anche di questa parte della storia;

– se intenda adoperarsi per promuovere la costituzione di una Commissione mista di storici che abbia l’obiettivo di approfondire il periodo in oggetto e giungere alla proposizione di una storia quanto più possibile obbiettiva e condivisa

Avranno finalmente allora i triestini, gli altri cittadini del Litorale e i cittadini del Trentino che hanno combattuto per l’Austria un degno ricordo ?

Bruno Pizzamei

 

Nota: le immagini in questo post sono state fornite dall’autore dello stesso e con la seguente descrizione:

1 Collage autocostruito
2 ArFF-Collezione Bruno Pizzamei
3 ArFF-Collezione Bruno Pizzamei
4 Franco Cecotti Il tempo dei confini Atlante dell’Adriatico nord-orientale nel contesto europeo e mediterraneo 1748 -2008
5 Franco Cecotti Il tempo dei confini Atlante dell’Adriatico nord-orientale nel contesto europeo e mediterraneo 1748 -2008
6 Google Maps(modificata)
7 Foto dell’autore
8 Foto dell’autore
9 Foto dell’autore

La Costituzione Italiana.

(di Anna Piccioni)

Credo sia importante una riflessione sulla Costituzione Italiana dal momento che sia da parte della maggioranza che governa il Paese sia dall’opposizione si sente parlare di Riforma dello Stato: è una prospettiva molto preoccupante. Il clima di quegli anni che hanno visto la nascita della Costituzione sono molto diversi da quelli che stiamo vivendo ora. L’Italia del dopoguerra doveva ricostruire una democrazia che il ventennio fascista aveva cancellato.

L’Assemblea Costituente era formata da uomini che pur mossi da principii diversi, liberali, cattolici, comunisti tutti tuttavia avevano un unico fine: ridare al popolo italiano dignità e fiducia nelle Istituzioni e nella Politica. Parri, Terracini, De Gasperi, Carlo Levi, Calamandrei, Pinkerle e altri misero insieme la loro cultura, i loro valori, le loro esperienze; i loro contributi furono determinanti per l’organizzazione dello Stato.

Gettando uno sguardo sul panorama politico attuale riesce difficile trovare delle personalità con una tale capacità a cui noi tutti possiamo affidare una riscrittura della Costituzione, anche solo la modifica di pochi articoli. La Politica è troppo inquinata da interessi privati, non è più considerata un servizio; il fatto che un numero sempre maggiore di cittadini non partecipa all’unica occasione che vien loro dato di partecipare alla democrazia di uno Stato dando il loro voto, dovrebbe far riflettere. Non basta scendere in piazza, in mezzo alla gente nel periodo elettorale; creare comitati o circoli tematici. E’ una bella cosa, ma poi quando le persone si accorgono che non serve a nulla, abbandonano qualsiasi riunione e non danno più il loro contributo. E così la Democrazia partecipativa finisce.

Un tempo esistevano le scuole di partito, si cominciava dalla gavetta, e se lo si meritava, si faceva “carriera”. In questo modo ognuno poteva sperare, se ne aveva le capacità, di poter un giorno percorrere quella strada. Ora invece degli illustri sconosciuti, nomi decisi dalle segreterie di partito, sono chiamati a ricoprire cariche amministrative o parlamentari senza sapere nemmeno quali siano i loro doveri verso l’elettorato. Ma questo è il risultato per aver voluto far eleggere la cosidetta “società civile”.

E’ necessario ripartire da quel “Patto di civiltà” del 27 dicembre 1947, che si fonda sulla laicità dello Stato, il rispetto, la tolleranza, la solidarietà.

Alla base dello nostra vita sociale ci sono principi morali e giuridici.

L’art. 3 recita “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. e parlando di uguaglianza si intende di fatto non solo di diritto. Probabilmente se ci fosse maggior conoscenza degli articoli fondamentali della Costituzione, i cittadini capirebbero che se si partecipasse e ci si interessasse alla Politica, sarebbero attuati i valori fondamentali della Democrazia.

L’indifferenza verso la Politica danneggia soprattutto lo Stato e lo Stato siamo tutti noi.

ANNA PICCIONI

Nota: l’immagine di questo post è stata tratta da www. villaggiogiovane2010. wordpress. com.

“Sono andato via”. Un libro di Biagio Mannino.

Il libro di Biagio Mannino, Sono andato via, è stato presentato più volte in una serie ravvicinata di incontri che, iniziati presso la sala del Consiglio comunale di Monfalcone, sono poi proseguiti all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e al Comune di San Canzian d’Isonzo per concludersi poi alla sala “Millo” di Muggia. Nel corso di tali eventi, è emersa una pluralità di elementi che hanno reso le presentazioni sempre differenti l’una dall’altra, mostrando come queste costituissero, in realtà, un unico percorso fatto di molteplici considerazioni ed osservazioni.

L’aspetto piacevole, curioso ed interessante è rappresentato già dal titolo: Sono andato via. Sostiene l’autore: «E’ risultata immediatamente una risposta da parte dei primi lettori, quando, alla visione del libro e del suo titolo, in modo automatico, lo collegavano allesperienza dell’esodo, quasi si trattasse di vicende esclusivamente riservate a quella componente istriana che ha vissuto la tragica esperienza».

Vi è nel libro una raccolta di testimonianze che unisce i protagonisti in un unico aspetto: quello, appunto, dell’essere dovuti andare via. Il periodo storico in esame si estende, oltre agli anni dell’immediato dopoguerra, anche ai momenti che hanno preceduto il terribile evento bellico.

«Se è vero che quegli accadimenti storici hanno provocato nei popoli conseguenze drammatiche, non possiamo prescindere dal fatto che tutto ha una causa ed un effetto e, di conseguenza, per comprendere al meglio le situazioni in oggetto, dobbiamo affrontare lo studio con una sorta di visione panoramica senza la quale potrebbe riuscirci molto difficile comprendere».

Infatti è la comprensione alla base della struttura narrativa: la comprensione del perché il popolo o, meglio, i popoli eterogenei della Venezia Giulia si siano trovati nella condizione di una contrapposizione tale da andare via e lasciare la propria vita quotidiana, la propria storia familiare, i propri affetti, la propria casa.

Non sono le vicende della politica, gli accordi internazionali, le biografie di noti personaggi ad essere i protagonisti, ma la quotidianità semplice della gente normale che, travolta dagli eventi, da osservatrice passiva si è ritrovata attrice attiva e che, ancora oggi, vive con fatica quel percorso intrapreso.

L’autore affronta infatti non solo la testimonianza diretta di chi c’era in quegli anni, ma anche valuta come le generazioni di oggi, di figli e di nipoti vivano le esperienze che a loro sono state tramandate dal ricordo dei loro padri e dei loro nonni.

Il ricordo, traslato in quelle che potremmo definire le generazioni contemporanee, diventa possesso di queste ma, molto spesso, esso trascina anche tutti quegli aspetti di emotività accesa, non tipici dell’età e dell’epoca contemporanea ma appartenenti ad anni ed eventi legati al passato.

«Due sostiene Biagio Mannino sono i gruppi generazionali. Il primo è rappresentato da chi ha avuto qualcuno che raccontasse loro le esperienze del passato. Nei componenti di questo gruppo possiamo trovare molti elementi di contrapposizione che, ancora oggi, nonostante la caduta dei confini, fanno permanere una situazione di oggettiva difficoltà comunicativa. L’altro gruppo è invece rappresentato da chi non ha avuto nessuno che raccontasse cosa accadde e, di conseguenza, affrontano con passionale curiosità un percorso di studio, di ricerca e di comprensione. Questi, a differenza dei primi, sono maggiormente aperti al confronto con le diverse parti».

Ed infatti sono proprio le parti contrapposte uno degli elementi che maggiormente risaltano nel libro: quelle persone, famiglie che si sono trovate ad essere collocate l’una contro l’altra in una sorta di divisione ideologica che si giustifica in una appartenenza sociale, etnica, culturale.

Livio Dorigo, Fabio Scropetta, Dimitrij Rupel, Stanka Hrovatin ed altri sono alcuni dei protagonisti del libro. Le loro storie si intrecciano tra il racconto delle proprie vicende storiche, le riflessioni su quanto è accaduto, le valutazioni di ciò che è oggi, le speranze, i propositi per il futuro di queste terre.

Così Livio Dorigo ricorda quando un medico, caro amico di famiglia che lo aveva curato sempre con attenzione ed affetto, in una manifestazione per le vie di Pola gli puntò una pistola sul petto dove l’unica motivazione era quella di trovarsi su fronti politicamente e nazionalisticamente differenti.

Fabio Scropetta valuta con serenità tutti gli avvenimenti tragici successi e non imputa responsabilità alla gente, ma auspica la vita comune nelle proprie diversità identificate come ricchezza.

L’ex console generale di Slovenia a Trieste, Dimitrij Rupel, sostiene che queste terre istriane e triestine siano le più belle del mondo.

Suzuki Tetsutada, sociologo giapponese studioso delle problematiche delle zone di confine, ritiene che oggi più che mai questo sia il momento per superare le reciproche diffidenze; altrimenti il rischio è quello di fare la fine della mela matura che, pronta per essere assaporata, se non raccolta, cade marcia.

E molte altre sono le riflessioni e le considerazioni che si trovano in questo libro, che pone il lettore di fronte a due possibilità: la prima è affrontarlo in una lettura semplice ma che non fornisce alcuna forma di riflessione e di arricchimento; la seconda è lì, a portata di mano. Basta avere la pazienza e la volontà, in particolare, di abbandonare per un attimo le proprie strutture mentali predefinite e lasciarsi andare all’ascolto di quanto viene dato, permettendo poi una meditazione, una comparazione della storia e delle memorie di tutti, riuscendo ad acquisire la consapevolezza che tutti sono vittime delle scelte politiche infelici. E questa valutazione è particolarmente importante oggi di fronte alle prospettive che il valore dell’Europa ha in queste terre.

La copertina del libro merita una considerazione. Un’immagine stilizzata dell’Istria e del golfo di Trieste è sorvolata da api che volando di fiore in fiore, impollinandoli, permettono la prosecuzione della vita. Un’immagine simbolica che non vede interruzioni nella sua spontanea naturalità. Ma una fotografia reale di una barriera materiale, fatta di filo spinato, rompe questa condizione. I confini di fatto, elemento plurale nella vita dell’Istria, frantumano la quotidianità della gente d’Istria trasformandola nelle genti d’Istria. Un plurale non da poco, un accadimento drammatico.

Un libro quindi da leggere, da conservare, da valutare attentamente nei suoi profondi significati di mantenimento della memoria collettiva e di superamento delle contrapposizioni.

Nota: il libro è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.circoloistria.it .

Nota2: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

Riforme sì, riforme no.

(di Biagio Mannino)

 

Quel giorno, il 2 giugno 1946, erano più di dodici i milioni di italiani che decisero,
sì, decisero di cambiare e votarono a favore della Repubblica.
Fu una scelta di rottura con il passato. In quel periodo dominava l’incertezza e le contrapposizioni, non solo politiche ma anche ideologiche, si confrontavano e, molto spesso, si scontravano.
La nuova Italia nasceva e l’Assemblea Costituente aveva l’importante, difficile e complesso incarico di scrivere quel documento che doveva sostituire lo Statuto Albertino, il documento si chiama Costituzione.

Immaginiamo quell’Assemblea Costituente: 556 erano i membri e, tra questi, 21 donne. Le prime donne che entravano a far parte a pieno titolo del gruppo dei protagonisti della vita politica attiva italiana.
C’erano rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano e molti altri ancora.
Si viveva uno dei momenti storici tra i più delicati della storia d’Italia: un Paese che usciva sconfitto dalla terribile Seconda Guerra Mondiale, distrutto non solo dagli eventi bellici ma anche dai precedenti anni del regime fascista.
Erano giorni in cui la volontà di chiudere con il passato e guardare al futuro accendeva gli animi in un insieme di entusiasmo e di volontà di fare i conti con quanto era accaduto.

E in ambito internazionale l’Europa e il mondo intero si mostrava alla vigilia di quella divisione di nome e di fatto che egemonizzava l’est sotto il controllo dell’URSS e l’ovest sotto quello degli USA.
Era questo il contesto in cui i Padri della Costituzione si trovarono a scrivere la Carta.
Furono bravi. Sì, possiamo affermarlo.
L’Assemblea Costituente fu eletta il 2 giugno del 1946. Il 22 dicembre del 1947 la Costituzione venne approvata, il 27 promulgata dal Capo provvisorio dello Stato e il primo gennaio del 1948 entrò in vigore.
In meno di due anni nasceva quella che ancora oggi viene considerata se non la più bella, una delle più belle Carte Costituzionali del mondo.
Peccato però… che gli italiani non lo sappiano…
Infatti le opinioni favorevoli in merito al nostro documento vengono da altrove mentre qui, in Italia, si attribuiscono le responsabilità di una situazione decisamente precaria proprio alla Costituzione.
E allora?
La Costituzione del 1948 punta su un aspetto fondamentale: mai più come prima, dove, per prima, si intende l’esperienza del fascismo.
Per raggiungere questo obiettivo occorre allora la partecipazione dei cittadini alla vita politica.
La Repubblica è, di conseguenza, parlamentare, e questo implica che il Parlamento è il centro di tutto.
Il Parlamento ha la funzione legislativa, dà la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri (e non al Premier che in Italia NON esiste!), toglie la fiducia allo stesso.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri è nominato dal Presidente della Repubblica il quale è eletto dal Parlamento riunito in seduta comune con la partecipazione di delegati provenienti da tutte le Regioni. Il Presidente della Repubblica scioglie le Camere. Inoltre il Parlamento si compone di due Camere, quella dei Deputati ed il Senato che godono del così detto principio del bicameralismo perfetto, ovvero sono sostanzialmente speculari una all’altra in tutte le funzioni.
Il lettore non deve trovare motivo per pensare che tutto ciò impedisca un effettivo svolgimento del meccanismo istituzionale.
Dobbiamo partire da un principio: le democrazie si basano sulla libertà di partecipazione di tutti, di conseguenza, al fine di garantire questo diritto, il sistema costituzionale inserisce strumenti che possiamo definire di equilibrio, in modo tale da permettere alle diverse componenti istituzionali di esercitare le proprie funzioni in autonomia, libertà e, soprattutto, così come la Costituzione prevede.
Però, se passiamo dalla Costituzione formale a quella materiale, ovvero ciò che di fatto succede, ci accorgiamo che la funzione legislativa è divenuta priorità del governo che, attraverso i decreti legge, esercita, oltre alla funzione esecutiva, anche quella legislativa e ciò contrasta fortemente con i principi espressi dalla teoria della separazione dei poteri, elemento ispiratore della concezione dello Stato democratico moderno.
Qualcuno potrebbe dire “Ma se in Parlamento litigano, se non si mettono d’accordo…”.
Vediamo che, in questo caso, la responsabilità di un sostanziale blocco parlamentare non dipende dalla componente giuridica del grande gioco istituzionale bensì da quella politica.
E allora?
Il vero problema non è rappresentato dalle regole del gioco ma dai giocatori che, indifferentemente quali siano i motivi, vanificano le possibilità offerte proprio dalle regole, in questo caso, proposte dalla Costituzione.
A questo punto si inserisce la comunicazione politica che porta l’uditore, ovvero la gran parte dei cittadini, alla convinzione che la causa di tutto ciò che non va sia proprio la Costituzione.
Di conseguenza… bisogna cambiare la Costituzione!
Questo percorso è iniziato da ormai un anno. Segue quanto previsto dall’art. 138 della stessa Costituzione e dopo una serie di passaggi parlamentari, se sempre approvata, si concluderà con un referendum in cui i cittadini si esprimeranno, definitivamente, a favore o contrari alle modifiche.
Come potrebbe, secondo queste modifiche, diventare l’Italia?
L’Italia resterebbe una Repubblica parlamentare ma, pur mantenendo entrambe le Camere, sarebbe caratterizzata da un bicameralismo imperfetto.
Infatti il Senato vedrebbe fortemente ridimensionato il suo ruolo proprio in quella funzione tipica dei Parlamenti, ovvero quella legislativa che diverrebbe di piena pertinenza della Camera dei Deputati mentre il Senato legifererebbe solo in materia di Enti Locali e Regioni.
A  questa limitazione si deve  aggiungere la riduzione del numero dei Senatori che da 315 passerebbero a 100, la loro eleggibilità  da diritto dei cittadini diverrebbe esclusivo incarico delle Regioni e, infine, la fiducia che le Camere danno al Governo non apparterebbe più al Senato.
Di conseguenza se il Senato diviene una sorta di contenitore semi vuoto, la Camera dei Deputati, proprio per effetto dello svuotamento del Senato, diverrebbe una “super” camera che legifera, dà la fiducia e mantiene intatto il numero dei sui componenti.
Di fatto allora il Governo non richiederebbe più un doppio passaggio parlamentare nei momenti difficili per proseguire la sua azione e le leggi vedrebbero un iter molto semplificato nella loro approvazione.
Tutto ciò è bene ma… fino a quando?
Proviamo ad immaginare un Governo inadatto a governare retto per logiche estranee da una fedele maggioranza e così una Camera che vara leggi senza alcun controllo.
E sì, senza alcun controllo poiché verrebbero meno quei poteri di equilibrio indispensabili per i regimi democratici.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare e si chiama Italicum, ovvero la legge elettorale che attribuisce i posti alla Camera.
L’Italicum prevede un premio di maggioranza assegnato alla lista vincitrice. Cosa implica questo?
Una camera sola che dà la fiducia al Governo in cui la maggioranza è detenuta da un solo partito.
In definitiva un sistema estremamente stabile che privilegia totalmente la governabilità ma una domanda dobbiamo necessariamente porgerla: l’Italia è uno Stato maturo per un sistema di questo tipo?