Elezioni USA 2016: tanta comunicazione, poca politica.

(di Biagio Mannino)

 

Le elezioni USA 2016 hanno messo in evidenza molto poco sul piano dei contenuti politici ma molto su quello della comunicazione.
Discussioni, contrasti, accuse reciproche mostrano come, in questa occasione, gli elettori americani siano immersi in vicende molto lontane da quel significato che ha il termine “politica” e, al contrario, assistano ad uno spettacolo che, mai come quest’anno, si presenta poverissimo di contenuti ma estremamente affascinante da seguire se si fa finta, per un  momento, che chi sarà eletto alle prossime presidenziali, non sarà investito di un’enorme responsabilità di portata globale.
La comunicazione politica americana dà, in queste occasioni, il meglio, ma anche il peggio, di sé.
Il meglio, poiché le tecniche comunicative, psicologiche, sociologiche, politologiche si raffinano quanto mai allo scopo unico di vincere, vincere le elezioni, senza però curarsi del dopo.
Il peggio, poiché le capacità professionali vengono investite non nel valorizzare il proprio candidato quanto nel screditare l’avversario.
Così al proprio merito subentra il demerito dell’altro e la migliore difesa diviene l’attacco. Capacità di confronto verbale e non ricchezza di linguaggio sono elementi alla base dei talk show televisivi, determinanti per il conseguimento del risultato.
Un esempio degno di studio ed attenzione è stato il primo confronto televisivo tra Hillary Clinton e Donald Trump.
L’attenzione dello spettatore – elettore era solo in apparenza concentrata sul messaggio verbale. In realtà, quello che dominava, era il messaggio non verbale.
Prima di tutto lo studio in cui si svolgeva il dibattito: il colore dominante era il blu e, lungo il perimetro alto dello stesso, erano ben evidenti tante stelle bianche.
La scelta di Hillary Clinton di presentarsi con un abito completamente rosso è stata quanto mai centrata.
Infatti quel rosso andava, assieme al blu ed alle stelle bianche, a completare gli elementi base della bandiera americana, bandiera che negli USA più che mai ha un forte valore simbolico.
Inoltre il colore rosso dava alla Clinton un impatto caldo a chi la guardava.
Hillary Clinton ha saputo unire il non verbale con una grande presenza di scena: di fronte alle domande del moderatore sapeva gestire la telecamera non guardandola o guardandola, direttamente, nel momento in cui la sua risposta andava a vantaggio dei potenziali elettori.
Ed era quello l’attimo: lo sguardo fisso sulla telecamera, un sorriso non eccessivo, interagendo direttamente con l’elettore, uno per uno, portandoli ad un punto di incontro personale ed individuale.
Donald Trump, al contrario, non ha avuto lo stesso effetto. Un abito con una giacca scura ed una camicia chiara creava, a seguito dell’illuminazione delle lampade nello studio, una sorta di immagine fredda e, di conseguenza, non gradevole allo spettatore.
Il nervosismo era evidente e la presenza sul palcoscenico imbarazzata ed impacciata.
Di fronte al sorriso impercettibile di Hillary Clinton, Donald Trump mostrava un volto irrigidito.
Ma… i contenuti? Assenti! Completamente assenti, dove accuse reciproche e slogan  molto poveri venivano appena percepiti lasciando spazio invece al messaggio non verbale che colpisce il cittadino e, inconsapevolmente, lo rende elettore.
Vero è che, anche dagli Stati Uniti, arriva il chiaro segnale che la politica, quella vera, quella fatta di risoluzione dei problemi della gente e di pianificazione per le generazioni future, appare in pieno declino e lascia sempre di più spazio alla nuova politica che ormai si chiama… intrattenimento.

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