Non c’è due senza tre.

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Giuseppe Conte – Presidente del Consiglio dei Ministri

(di Biagio Mannino)

E così, non c’è due senza tre!
Dopo l’antica, e quasi dimenticata, delusione del berlusconismo, dopo la più recente, e ben presente nella memoria, delusione del renzismo, si avvicina, per gli italiani, la terza delusione: quella del”cinquestelleleghismo”!
Non sono passati molti mesi dalla nascita del Governo giallo – verde, eppure già adesso si avverte che, in sostanza, se queste sono le premesse, tante soddisfazioni non ci saranno.
Prima di tutto bisogna fare l’abitudine ad un cambio di ruoli nel contesto comunicativo.
Berlusconi è stato l’apripista di un nuovo modo di fare politica in Italia. Ha “virtualizzato” la propria presenza continua e totale nel mondo mass mediatico.
Una presenza fatta di un insieme di elementi basati molto sull’immagine e su la costruzione di un messaggio verbale, per così dire, facile da capire, alla portata di tutti ma estremamente povero nei contenuti effettivi e ricco di slogan volti a mettere in evidenza solo ed esclusivamente lui stesso.
Alla strategia dell’identificazione nella sua figura dell’unico punto di riferimento, si aggiunge l’impossibilità di raggiungere gli obbiettivi, nell’interesse di tutti, e sottolineo di tutti gli italiani, causata dagli avversari aventi come unica finalità il suo abbattimento politico.
La tattica dell’odio nei propri confronti, dell’avversione senza alcun motivo effettivo, del fallimento imputabile all’invidia altrui.
Questo sistema, se all’inizio ha funzionato, alla fine ha stancato gli elettori che si sono riversati verso ciò che sembrava nuovo: Matteo Renzi.
Ben poche, però, le differenze.
Se Renzi contrapponeva la giovane età ad una classe politica di tutti gli schieramenti divenuta vecchia e superata, Renzi mostrava solo una sorta di imitazione “alla toscana” del linguaggio politico dello storico leader di Forza Italia.
All’odio verso il leader comparivano, per sostituirlo nell’apparenza ma non nel fine, i “gufi” portatori di sfortuna e causa, nuovamente, del fallimento della propria politica.
Ma, a differenza di Berlusconi, il trascinante termine “rottamazione”, perdeva drasticamente la sua forza quando diveniva irrispettoso strumento di “modernizzazione” del Partito Democratico fino, poi, a travolgere lo stesso Renzi nel momento in cui anch’egli, dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, diveniva sostanzialmente vecchio ma, di fatto, rifiutava la propria rottamazione di fronte ai suoi errori.
Nel mentre l’Italia rimaneva con tutti i suoi problemi senza alcuna effettiva riforma.
Centro destra, centro sinistra… e gli elettori?
Il dirompente Beppe Grillo ormai era affermato così come il Movimento Cinque Stelle. Poche parole, chiare e decise, nella direzione di tutto ciò che la politica faceva e che non avrebbe dovuto fare.
Nulla da dire: quello che gli italiani volevano sentire ma, tra il dire e il fare… si inserisce la Lega, o meglio, Matteo Salvini.
Se la comunicazione di Berlusconi e Renzi era sostanzialmente “da salotto”, Salvini usa tutto ciò che può: televisione, social network, piazza, occasioni di tutti i tipi e, alla fine, ottiene una visibilità tale da oscurare il messaggio dell’intero Movimento Cinque Stelle.
Ma le elezioni del 2018 portano proprio a quell’alleanza giallo – verde di sostanziale rottura ed effettiva novità rispetto al passato post tangentopoli.
E Allora?
Curiosamente, in nuovo Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, non appare quasi mai. Tanto erano presenti Berlusconi e Renzi tanto è assente Conte.
Un difetto?
Certamente no in ambito politico istituzionale, certamente sì in ambito comunicativo contemporaneo.
Ma, a compensarlo, ci pensa Salvini in gran parte e Di Maio… di conseguenza.
Sì, di conseguenza, poiché tra i due inizia quella che sembra essere una sorta di gara a chi parla di più. Al momento la gara la conduce decisamente Salvini ma, alla fine, ne beneficerà?
Se in campagna elettorale la forza di Salvini nell’essere presente ovunque ha garantito un indubbio successo elettorale, adesso gli elettori si aspettano il lavoro e i risultati.
Quello che in molti si chiedono è se questo lavoro, di Ministro degli Interni, possa conciliarsi o meno con la stessa metodologia che Salvini adottava in campagna elettorale poiché, per il momento, nulla sembra essere cambiato.
E nulla sembra essere cambiato anche in previsione del vero lavoro che un Governo deve fare quando, di fronte ad una rivisitazione delle pensioni, si definiscono come “d’oro” quelle che superano i 2000 euro, lordi.
Non inizierà una nuova “guerra” tra poveri dove poi, i soliti privilegiati restano tali e tutti gli altri si trovano punto e accapo?
E così il fenomeno migratorio, dove alla voce grossa non corrisponde un’effettiva politica neppure in ambito internazionale.
Nessuno dice che sia cosa facile ma, non è vero che sia cosa semplice…
Il Movimento Cinque Stelle si mostra nella sua reale difficoltà: quella dell’inesperienza.
Ad un grande risultato elettorale nazionale non trova ancora un radicamento territoriale e si mostra assolutamente impreparato in ambito internazionale, quasi non ne afferrasse l’importanza.
Sono passati i mesi e tutto deve ancora incominciare, ad essere decifrato, compreso. Ma la delusione è già lì.

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NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

Migranti o non migranti?

(di Biagio Mannino)

Migrare è una caratteristica del genere umano.
La storia, però, ci insegna come questo fenomeno sia stato, ed è, ricco di difficoltà e di ogni sorta di problema.
Le cause delle migrazioni sono svariate: povertà, siccità, fuga da guerre e persecuzioni, costrizione a lasciare le proprie terre come effetto di particolari decisioni politiche, ma anche conseguenze legate ad accadimenti come terremoti, come cambiamenti climatici, ed anche perché, in determinate aree, c’è richiesta di risorse umane.
Potremmo fare degli elenchi lunghissimi e dividerli per categorie ma, alla fine, il risultato conclusivo è uno solo: andare via.
Se l’atto di partire implica un doloroso passaggio, anche quello dell’arrivare non è dei più semplici. E, come tutte le cose, occorre sempre osservare il tutto da molteplici orizzonti, e, nel nostro caso, sia da quello di chi arriva che da quello di chi ospita.
La storia, come detto, è piena di queste vicende, e molto ci insegna poiché proprio quanto accadde ieri diviene strumento per comprendere oggi ed agire, auspicabilmente, nel modo corretto.
L’attenzione mediatica al fenomeno migratorio contemporaneo si concentra esclusivamente su un unico punto: l’arrivo del migrante.
Non ci si cura delle cause che portano il migrante ad andare via, non ci si cura degli effetti del suo arrivo. Non ci si cura poi di una particolare situazione che mostra nella sua pragmatica efficacia solo due elementi che, se uniti, funzionano in modo sinergico: la politica dell’accoglienza può essere produttiva in stretta collaborazione con la politica dell’integrazione.
Infatti se “accogliere” significa provvedere nell’immediatezza dell’emergenza, altrettanto non si può dire che l’emergenza che stiamo vivendo sia tale. Sono ormai anni che viviamo questo fenomeno e ormai, definirlo “emergenza”, non sembra più essere attuale.
Meglio definirlo come “prassi” e cominciare a lavorare, tutti, europei, per impostare una vera politica di integrazione, anche perché…
Anche perché questo fenomeno, quello migratorio, non sembra poi che non lo si voglia, anzi…
I numeri, a volte, sono molto chiari: la data di riferimento è il 2050. La popolazione mondiale sarà in vertiginoso aumento quasi ovunque e, in particolare, in Africa.
Un esempio per tutti: la Nigeria, dagli attuali 150 milioni di abitanti passerà a 500 milioni di abitanti. Inoltre: il paese più popoloso del mondo sarà l’India con 1 miliardo e 700 milioni di abitanti, relegando la Cina al secondo posto con “solo” 1 miliardo e mezzo di abitanti.
Il contesto globale porterà a grandi masse di popolazioni a spostarsi anche a causa dei cambiamenti climatici e carenze idriche oltre che alimentari.
Dal canto suo, la litigiosa Unione Europea, impegnata più nelle singole politiche degli Stati membri piuttosto che ad una vera politica di insieme, calerà in modo vertiginoso il numero dei suoi abitanti e, ad una popolazione fortemente invecchiata, assocerà una bassa natalità.
L’Italia ha già incominciato, dagli anni ‘90 a unire questi due elementi e, gli effetti, si vedono.
Non è una questione di buoni o cattivi, di destra o sinistra, di ricchi o poveri, ma un’oggettiva trasformazione di una società che non ha più il baricentro in Europa e che, inevitabilmente, deve fare i conti con le proprie responsabilità, del presente e del passato.
Le politiche adottate nel tempo hanno solo rimandato l’effettiva esigenza di affrontare il problema e, politici di ogni colore, in Italia come altrove, si sono curati del momento e non del futuro.
Adesso siamo nel mare Mediterraneo tutti quanti e cerchiamo di non affondare.
Da un lato i migranti con politiche che li costringono ad andare via e l’Europa senza politiche di impostazione di un’intera nuova società figlia dei propri errori.
La Cina, che dal 1997 ha iniziato il suo grande cammino, o meglio, la sua grande corsa, guarda attivamente al domani e già ha incominciato a fronteggiare quell’ipotetico calo demografico che la caratterizzerà nei prossimi decenni.
Se anche quel mondo che definiamo ancora come occidentale, cominciasse a realizzare il proprio ridimensionamento e guardasse ad oriente, a quella Cina contemporanea,come un’esperienza plausibile, forse strategie politiche finalizzate alle generazioni e non agli elettori potrebbero cominciare a vedersi.
Cosa resta invece? Una grande confusione, assenza di idee e strategie, incapacità di vedere come i problemi possano divenire opportunità di sviluppo e modernizzazione di un Continente vecchio in tutti i settori.
E come se non bastasse incomincia a muoversi l’intolleranza.
Una popolazione, quella europea, che non è definibile come “razzista” ma semplicemente in preda ad una depressione sociale di fronte all’incapacità della politica di dare risposte, che sono lì, a portata di mano, a portata di volontà ma che, al contrario si mostra sorda all’urlo del suo popolo, quello europeo.
Ed allora il nemico, come sempre, è l’altro, che impedisce, che porta via che annienta e che viene annientato in un gioco già visto, ovunque nel mondo.
Tedeschi, Italiani e tutti gli altri non hanno ancora compreso di essere Europei e l’utopica Unione Europea da realtà mancata torna ad essere un sogno e… basta.

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NOTA: l’immagine in questo post è opera di Biagio Mannino.

 

Dove regna la Bora.

(di Biagio Mannino)

Edda Vidiz racconta, nei suoi spettacoli, la storia di Trieste.
E lo fa anche con “Dove regna la Bora”, il musical andato in scena ieri sera al Castello di San Giusto di Trieste.
Si parte da lontano, da molto lontano. Si parte con l’abbraccio del mito con la storia, con tutto ciò che è leggenda e con tutto ciò che è realtà, nel tentativo di unire quelle tante e delicate componenti che caratterizzano il contesto di Trieste, nelle sue caratteristiche, nella sua gente o ,meglio, nelle sue genti, nel suo essere plurale.
Bora incontra Tergesteo: nasce quell’unione che diviene traccia, sentiero e poi strada, guida di tutto, punto di osservazione privilegiato, dall’alto, osservatori di vicende sempre difficili, traumatiche ed anche ricche di soddisfazioni, di gloria e poi, di nuovo tragiche. Insomma… Trieste.
L’amore di Bora per Tergesteo, nel momento in cui raggiunge l’apice, cambia in tragedia quando Vento uccide l’Argonauta. Le lacrime di Bora si trasformano per il dolore in bianche pietre e così, come una sorta di compensazione, il sangue della vittima assume toni di estetica bellezza, trasformandosi magicamente in sommacco, che decora in modo meraviglioso il Carso proprio in quei mesi autunnali che, per definizione, anticipano l’inverno scuro, cupo e rigido e lasciano malinconicamente la bella stagione.
Dal mito alla realtà, da Bora e Tergesteo a Trieste e la sua storia.
Inizia la vicenda parallela con Trieste: la nascita e la crescita nella storia fino alla grandezza asburgica, per poi cadere nel suo momento massimo in una rapida discesa a causa di tutto ciò che gli altri le fanno.
Simbolo diviene Massimiliano, immagine del vertice raggiunto e colpito dalle trame di palazzo, ingannato nella vita, ucciso come Tergesteo e Carlotta, in una sorta di compimento di un percorso, impazzisce.
Nascita e morte e poi la benevolenza degli Dei per tornare di nuovo a vivere e continuare il percorso.
Parte dai Castellieri lo spettacolo di Edda Vidiz e si ferma al 1918.
Una scelta forse motivata. Motivata da ciò che il XX secolo ha rappresentato per Trieste, con tutto quello che portò tra guerre e autoritarismi, persecuzioni, vittime e miseria, odi e rancori e dove, poi, alla fine, la città plurale mai accettata da pochi, si identifica non più nelle diversità che l’hanno creata e formata, ma nella presa di consapevolezza che la sua vera essenza sta proprio nell’essere triestini.
Nessuno spirito di parte nel testo teatrale, nessun nazionalismo e nostalgia ma solo rispetto per una storia importante ed un ruolo sempre lì, a portata di mano.
P_20180817_223253Marzia Postogna, Andrea Binetti, Corrado Gulin, Stefania Seculin, Tullio Esopi, Umberto Lupi, Mathia Neglia ed Edy Meola hanno saputo realizzare al meglio questo testo e un plauso particolare va ad Andrea Binetti che ha mostrato le sue indiscusse capacità canore di grande qualità.
Come lo scorso anno, in occasione di Bora Musical Fest, ritengo che questo spettacolo sia meritevole di realizzazione in altri contesti, diversi da quelli dispersivi del Castello di San giusto. Una realizzazione in un ambiente più piccolo, con l’ausilio di un limitato gruppo d’archi e un pianoforte, forse, potrebbe maggiormente valorizzare un’opera sicuramente da presentare anche in occasioni diverse.
Questo è un musical che va letto nel suo significato, al di là di ciò che lo spettatore vede o si aspetta di vedere, in un percorso di conoscenza e comprensione, di acquisizione di una consapevolezza storica ormai alla portata di tutti.

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NOTA: le immagini e i video pubblicati in questo post sono di Biagio Mannino.

Nei Griffin non c’è spazio per l’ipocrisia.

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Era il 31 gennaio del 1999 quando, negli Stati Uniti, andava in onda il primo episodio della serie “I Griffin”.
Nati da un’idea di Seth MacFarlane, dopo qualche problema, iniziò il successo e l’affermazione un po’ in tutto il mondo, al punto di raggiungere il numero di quasi 300 episodi.
Definirli un “cartone animato” è riduttivo poiché I Griffin sono ben di più-
Infatti rappresentano l’analisi della società americana e non solo, in modo assolutamente spregiudicato, privo di alcuna diplomazia, senza alcuna ipocrisia e, molto spesso, facendo sussultare lo spettatore di fronte a certe considerazioni il cui contenuto tutti lo pensano ma, pochi o nessuno, osa dirlo.
Politicamente scorretti o, semplicemente realisti, I Griffin rappresentano quello che si ritiene di una società ricca più di difetti che di meriti. E poiché la società è composta da tutti noi, I Griffin diventano lo specchio che ci riflette, con quello che di fatto siamo, con tutto ciò che non vorremmo vedere.
E questo non si limita alla realtà degli USA ma si estende a quel mondo occidentale che, proprio con gli Stati Uniti, ha creato una sorta di visione omogenea dell’essere cittadino.
Offensivi?, Maleducati? Brutti nel sentirli e nel vederli?
Nulla di tutto questo. I Griffin sono l’uomo nella sua essenza recondita, nascosta che appare in un modo ma, poi, si realizza in un altro.
Gli episodi ruotano intorno ad un meccanismo del tutto originale dove, la famiglia Griffin vive in una piccola cittadina ma in cui le caratteristiche del modo di vivere assomigliano anche a quelle usanze metropolitane.
I Griffin sono quella famiglia media dove al padre, Peter, grasso, pasticcione, incline al lasciarsi andare e al bere, si contrappone la moglie, Lois, che rappresenta il vero pilastro e sostegno, in particolare per i tre figli: Chris, Meg e Stewie.
Mentre i primi due sono adolescenti con le tipiche problematiche di quell’età e, di conseguenza, rappresentanti lo stile di vita dei giovanissimi contemporanei, il terzo figlio, Stewie, è un bambino di quasi un anno.
Ed è proprio in Stewie che la grandezza dell’idea dell’autore si mostra in tutta la sua forza poiché questo è il personaggio su cui la serie ruota senza, però, renderlo protagonista.
Stewie è il genio, dotato di cattiveria mista a bontà, pronto a cogliere i difetti e le mancanze, di tutti, a mostrare la vita per quello che è.
Stewie è poi supportato dall’altro personaggio base della serie: il cane Brian.
Un cane che cammina su due zampe, che guida l’automobile, che consiglia, grazie alla sua saggezza, che scrive e pubblica libri e che, alla fine, solo, cade nell’alcolismo, nella droga, nei vizi di tutti i tipi e di tutti i generi.
Il rapporto bimbo – animale diviene una trasposizione dell’animo umano tra pregi e virtù in una sorta di continua lotta e collaborazione per far fronte alla causa, o alle cause, della depressione.
Una depressione sociale? Una depressione personale? Non ha importanza. E’ il malessere che accomuna tutti e rende, alla fine, tutti eguali.
Stewie e Brian sono la trasposizione di quello che era Truman Capote con le sue difficoltà, i suoi difetti, i suoi valori. Qui, i due personaggi, uniti e divisi, si compensano e rappresentano gli altri.
Una società finta, fasulla, quella dei Griffin, dove gli amici sono tali ma dove poi il tradimento è sempre in agguato.
Il filo che traccia la linea comune viene poi rappresentato dalla sessualità che ben avrebbe dato ragione a Sigmund Freud. Qui diviene una sorta di ossessione che sempre appare come motore di tutti i comportamenti, causa ed effetto dell’essere umani.
Non c’è diplomazia nei Griffin: viene mostrata chiaramente la società per quella che è.
Tradimenti e rischi, dolori e tristezze sempre però nello scherzo tipico della struttura dei cartoni animati.
Ed è qui il gioco che si instaura in questa serie, nel momento in cui l’uso della fantasia abbinato alla capacità degli autori e dei creativi, permette di parlare al pubblico senza problemi e in modo esplicito.
Quello che non si sarebbe potuto fare con attori, si è fatto con i disegni.
La società scandagliata nei minimi aspetti e che evidenzia, alla fine, un messaggio sociale ed educativo.
Come quando, ad esempio, Brian si trova sotto i terribili effetti della droga e quei difficili momenti divengono messaggio per chi guarda o, analogamente, l’isolamento di Meg all’interno della famiglia, non è altro che un segnale ed un invito ad occuparsi e ad apprezzare i propri figli.
C’è di tutto, nei Griffin, tutto ciò che è e che non dovrebbe essere, tutto ciò che non c’è e dovrebbe esserci.
L’amicizia e la falsa amicizia, il senso di frustrazione, il desiderio di essere migliori, di affermarsi, la bontà e la cattiveria, il pericolo e l’insicurezza, l’ignoranza e il resto.
Regna l’ipocrisia nella società dei Griffin e i Griffin la mostrano alla società. Mostrano l’ipocrisia senza ipocrisia.
I Griffin, una seduta psicoterapeutica mediatica,sicuramente una serie di grande valore!

 

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NOTA: le immagini in questo post sono tratte da www. google. it. Il video presente in questo post è stato tratto da www. youtube. it.

Telemachia.

Digitalizzato_20180804(di Anna Piccioni)

Ancora prima che Massimo Recalcati parlasse della generazione Telemaco in “Il complesso di Telemaco” del 2013 , Roberto Calogiuri nel 2009 ha pubblicato “Telemachia”; giusto per dare una corretta posizione temporale a una tematica o meglio su un personaggio mitologico che per alcuni giovani esponenti politici è diventato il simbolo delle nuove generazioni. Ma la figura di Telemaco non è sovrapponibile: per Recalcati “Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre; prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano non è qui il conflitto tra le generazioni (Edipo), né l’affermazione edonista e sterile di sé (Narciso), ma una domanda inedita di padre, una invocazione, una richiesta di testimonianza che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.
Riscrivere la figura di Ulisse, Odisseo, con gli occhi del figlio Telemaco: questo fa Roberto Calogiuri nel suo romanzo “Telemachia”. Telemaco il figlio che aspetta un padre che non ha mai conosciuto. La domanda ricorrente è perché: come può un padre partito per una guerra durata dieci anni, lasciando la giovane moglie e un bimbo in fasce, non sentire il desiderio l’amore per ritornare in patria, almeno per far sapere di essere vivo.
Paolo di Paolo in “Il Mal del Tempo o della Telemachia” così scrive “La vita che c’è stata prima per capire la vita che tu sei adesso. Non la trovi sui libri, bisogna ascoltare le voci di chi c’era. Bisogna andarseli a cercare i padri, guardarli per quello che sono e riconoscerli nel loro valore.
Questo gli antichi lo sapevano bene. L’Odissea si apre con Telemaco esasperato dai prepotenti che banchettano in casa sua, i Proci, gli arroganti del potere, i corrotti. Anche Telemaco ha il Mal del Tempo, ha problemi col suo presente: ogni mattina anche lui si chiede: dove siete tutti, o eroi di cui a lungo ho sentito raccontare e facevate di Itaca un nobile regno? Dov’è mio padre? Chi è mio padre? E così parte per cercare Ulisse. E il figlio non raccoglie testimonianze completamente positive sul genitore. Anzi. Il vecchio Nestore racconta che mentre lui dopo la guerra ha fatto con saggezza immediatamente rotta verso casa ed è arrivato sano e salvo, Ulisse ha voluto compiacere lo stolto Agamennone e lo ha seguito per compiere un’ecatombe che avrebbe dovuto placare l’ira di Atena, atto quanto mai inutile e scellerato. Insomma Nestore lascia intendere a Telemaco che se suo padre non è a casa come tutti gli altri è perché ha commesso qualche empietà di troppo. Eppure è il grande Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, l’unico in grado di sconfiggere l’arroganza dei Proci e riportare saggezza a Itaca. È un grande padre, ma non è perfetto. E forse è proprio questo che lo rende grande. “
Nel romanzo di Calogiuri Telemaco s’interroga continuamente chi sia suo padre, se veramente è o è stato quel grande eroe di cui ha sentito parlare, sembra quasi abbia dei dubbi. Telemaco deve diventare adulto senza la presenza del padre. Quando arriva non è più un adolescente che cerca la sua identità, non ha bisogno del padre per crescere anzi è un estraneo lo straniero che si svela genitore. Ma ha bisogno di lui per sconfiggere i Proci. E la condanna che seguirà non lo sconvolge, avendo più volte pensato che se avesse ucciso il padre non avrebbe potuto considerarsi parricida.
All’inizio del romanzo Telemaco ormai vecchio è tormentato da notti insonni popolate dai fantasmi del suo passato. Policasta, la figlia di Nestore, sua dolce sposa, coricata vicino a lui non dormiva:”sapeva che nessuna parola avrebbe alleviato il peso che quell’uomo,il saggio e avveduto Telemaco, portava dentro di sé…Dopo molti anni era ormai rimasta la sola a conoscere quali pensieri la mola della sua mente macinasse senza interruzione. E questo aveva creato un legame profondo e fermo come quel silenzio”.

Telefonate che passione!

(di Biagio Mannino)

Vi è mai capitato di ascoltare, ovviamente, in modo assolutamente casuale, le telefonate di chi vi circonda?
Non c’è che dire: si sente di tutto!
Il bello è che le persone parlano al telefono sentendosi completamente a loro agio, ovunque e… comunque!
Anzi, quasi quasi siete proprio voi gli intrusi che, vi trovate a passare di là, o ad aspettare l’autobus, o a sedervi in treno proprio in quel posto o ad accomodarvi proprio nel tavolo vicino, in un bar.
No, non sta bene che ascoltiate, non è buona educazione e, quindi, andatevene!
La gente parla parla parla incurante di tutto e di tutti e voi, se avete un minimo di attenzione, vi imbarazzate non al contenuto delle chiacchierate disinvolte di perfetti sconosciuti ma alla sola idea di poter sentire quello che si dicono.
E’ meraviglioso vedere da lontano gesticolare animosamente una persona che cammina veloce, assumendo una mimica facciale che dà spazio alla fantasia, all’immaginazione solo guardandola.
E così vedere una signora serenamente seduta nel posto degli invalidi, in un autobus pieno di gente sudaticcia, conversare beatamente di pasta e fagioli mentre un anziano uomo, afflitto dal tempo e dalle disgrazie, cerca di farle capire quanto meglio sarebbe per lui sedersi e gratificante per lei lasciare quel posto.
Ma se nei locali, alla sera, inizia a dominare la musica, quella bella musica, quella a tutto volume, diventa fondamentale la chiacchierata con l’amica per farle capire, o meglio non capire… qualsiasi cosa.
A dire il vero non ho mai prestato particolare attenzione alle telefonate degli altri. Mi sono sempre curato delle mie vivendole sempre con estremo imbarazzo.
All’esterno non telefono se non per motivi strettamente necessari e, analogamente, cerco di non rispondere se non… per motivi strettamente necessari.
Sì, è un rapporto difficile quello mio, con il telefono, ma ringraziando la tecnologia, sono tanti i metodi di comunicazione che mi vengono in soccorso.
Ma gli altri no e, come detto, la strada è il loro salotto. E quando dico il “loro” salotto, intendo dire il “loro” salotto.
Un bel giorno procedevo lungo il mio percorso e, inevitabilmente, la mia attenzione venne colta dalle urla di una ragazza, ovviamente, al telefono.
A dire il vero avrà avuto una trentina d’anni ma, come definirla se non ragazza?
Sì, forse questo è un argomento che affronteremo in un altro post…
Ebbene, questa ragazza urlava, per così dire, tranquillamente, venendomi incontro sul marciapiedi.
Pensai che forse le era successo qualche cosa, provavo un sentimento di “quasi” angoscia per lei e, poi, le sue urla si trasformarono in parole comprensibili e il tutto si mostrava a me come un litigio con un uomo di nome Fabio.
“Chi era Fabio?”, mi dissi, “il fidanzato,? Il marito? Forse un collega?”.
Beh, non lo so.
Tutto questo, però, mi fece scattare un nuovo livello di osservazione di ciò che mi circondava e la mia attenzione, inevitabilmente, veniva attratta sempre più dalla gente che parlava al telefono… per la strada.
Infatti, pochi metri avanti, un’altra telefonata attirò nuovamente la mia attenzione e, anche in quel caso, toni forti ed accesi.
La cosa si ripeté nei giorni a seguire ed io ero sempre più colpito dal fatto che le persone sì parlavano ma molte… litigavano.
E allora incominciai, sì, incominciai a contare, in quel salotto chiamato strada, che mi trovassi a Trieste o altrove.
Cominciai a contare ed interpretare le telefonate di quella gente, che non si rendeva conto, non si interessavano affatto di rendere tutti partecipi, alle loro questioni, che fossero importanti o meno, e facevano del posto in cui si trovavano, una scena degna del miglior teatro greco, con loro protagonisti osservati dall’alto.
Contai, le telefonate vivaci e tese, dure e e scontrose, tristi e difficili, e poi contai le telefonate, frivole, utili, necessarie.
Non fu difficile, anzi, devo dire che era impossibile non essere letteralmente investiti dalle questioni di tutti.
La prima cosa di cui mi resi conto fu proprio la grande quantità di telefonate, di tutti i tipi, generi e tanto altro ancora, che avveniva in percorsi ridotti, intorno a me, intorno a tutti, sia nel tempo, ovunque.
Una, due, tre e così andai avanti per un arco temporale che mi ero stabilito, dando come parametro, assolutamente da seguire, la casualità.
Quale risultato? Il 30% delle telefonate spontanee, sulla strada, era caratterizzato dall’essere basato sulla lite anche molto accesa.
Questa che vi ho raccontato è una piccola esperienza , che, a modo suo, risulta essere decisamente significativa.
Forse quell’utilità dei telefoni ha lasciato il passo ad un uso “belligerante” dell’apparecchio e, alla fine, se anche voi, come me, vi imbarazzate a parlare “in pubblico”, sappiate che siamo una minoranza poiché sono tanti, anzi tantissimi, che fanno degli spazi aperti e comuni, il luogo ideale di condivisione della propria vita.

 

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