Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

Lo “Yes we can” del 2008.

(di Biagio Mannino)
Obama ha concluso.
Sì, ha concluso il suo doppio mandato e quel percorso, iniziato con l’ormai famoso “Yes we can”, lascia spazio alle inevitabili considerazioni del dopo.
Tutte quelle aspettative di otto anni fa, le speranze, i valori, sono state raggiunte?
Alla vigilia del passaggio al nuovo Presidente, a Donald Trump, Obama saluta i cittadini americani riportandoli con la memoria proprio a quel “Yes we can” che oggi, però, ha una forza decisamente inferiore, la consapevolezza di un’illusione.
Ricordo di aver scritto nel 2008 un articolo dedicato a quel messaggio, a quelle tre parole così semplici eppure così ricche e dall’immensa portata politica.
Otto anni sono passati e, rileggendo adesso quelle poche righe pubblicate, sono tornato indietro nel tempo. Ma solo per un istante, sufficiente a osservare ciò che era allora e confrontarlo con ciò che è oggi.
Obama senza vie di mezzo, un successo o un fallimento?
Considerazioni che non condividerò ma lascio a voi la lettura di quel testo e, per qualche minuto, quel passo nel passato.
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La forza e la debolezza dello “Yes we can” tra speranza e possibilità.
di Biagio Mannino.
Novembre 2008.
In un momento storico in cui i giochi erano a proprio favore, in una situazione in cui i sondaggi sul gradimento dei cittadini statunitensi nei confronti del Presidente George W. Bush erano al minimo storico e più che una previsione davano la certezza di una volontà di cambiamento della politica repubblicana dimostratasi disastrosa, in un momento che lanciava chiari messaggi del rapido avvicinarsi di una crisi economica di portata planetaria e dalle imprevedibili ma negative ,senza ombra di dubbio, conseguenze, il partito democratico, di fronte ad un facile cammino verso le elezioni presidenziali del 2008, decide di intraprendere un tortuoso, faticoso e dispendioso percorso lanciando alle primarie due candidati di evidente rottura: una donna ed un afro americano.
Hillary Rodham Clinton è l’espressione del desiderio di vedere una donna alla guida degli Stati Uniti. Barack Husseim Obama  è il volto nuovo di una politica che vuole dare un netto segno di cambiamento non solo all’America ma al mondo intero .
Il sistema elettorale americano prevede un lungo cammino verso il secondo martedì del mese di novembre dell’anno in cui vengono tenute le elezioni. Un cammino che, sostanzialmente, si divide in due parti: le elezioni primarie finalizzate alla determinazione dei candidati dei due partiti principali, quello Democratico e quello Repubblicano, e le elezioni, per così dire, “principali” in cui i candidati competono per la carica di Presidente.
La storia elettorale è stata sicuramente arricchita dal confronto avvenuto durante le elezioni primarie del Partito Democratico tra Hillary Rodham Clinton e Barack Huseim Obama. La competizione ha evidenziato una vera e propria lotta politica in cui i due avversari hanno dato fondo a mezzi e risorse in tutto il percorso pre-elettorale.
Se da un lato questa accesa corsa alla Convention di Denver ha prosciugato le casse dei contendenti e fatto temere che potesse verificarsi un spaccatura all’interno del Partito  Democratico, dall’altro ha concentrato l’attenzione di tutti gli elettori americani e degli spettatori mondiali attorno ai nuovi protagonisti di un politica americana che fortemente voleva dare un segno di cambiamento. Questo segno è ben rappresentato da un Presidente donna o, ancor di più da un Presidente afro-americano.
L’effetto di comunicazione politica   induce lo spettatore a seguire con maggior attenzione le elezioni primarie del Partito Democratico piuttosto che quelle del Partito Repubblicano che, senza un faticoso percorso, attribuisce a McCain il ruolo di competitor repubblicano.
Ma l’attenzione concentrata sul Partito Democratico crea nell’immaginario collettivo una convinzione che, progressivamente, con il passare del tempo e con l’inasprimento   della lotta politica interna, diviene una certezza non solo tra gli americani ma nel mondo intero: il futuro Presidente degli Stati Uniti sarà un democratico.
Consapevoli di questo effetto i due contendenti utilizzano i più sofisticati sistemi di comunicazione politica.
Quello che sicuramente va analizzato in modo più attento è quello di Obama.
Obama è più “nuovo” del nuovo rappresentato dalla Clinton che in quanto  ex First Lady per otto anni, era già ben conosciuta nel mondo politico americano.
La sua caratteristica di essere afro-americano gli impone un’attenzione particolare nei confronti delle problematiche razziali presenti negli Stati Uniti inducendolo a non affrontare e possibilmente ad evitare ogni coinvolgimento su questo tema ma ponendosi come il candidato e come il potenziale Presidente di tutti.
La sua storia personale, fatta di esperienze di vita, di un padre keniota, di una madre americana, l’essere vissuto alle Hawaii  e avere avuto la possibilità di conoscere il mondo, lo rende sicuramente apprezzabile agli occhi di una molteplicità eterogenea di individui che nella loro diversità trovano nella sua persona un punto in comune.
“Yes we can change” è il motto in cui il singolo trova un riferimento nella figura di Obama .
La parola “ change “ unita ad “ hope “, in un momento storico in cui la crisi economica colpisce in modo  generale gli Stati Uniti ed in particolare quella classe media americana che è sempre stata un punto di forza, crea un forte bisogno di credere nella speranza, nel cambiamento, nella speranza di un cambiamento e nella possibilità di cambiare.
Ma cambiare cosa?
La forza del messaggio comunicativo “Yes we can change” trova un amplificazione nella trasformazione dello stesso in “Yes we can”.
Il singolo individuo percepisce in modo autonomo e personale l’influenza del termine “cambiamento” che, unito alla “possibilità” lo induce verso  la “speranza” di risolvere le problematiche proprie non percependo però quelle della collettività.
Il cittadino affronta quotidianamente la propria vita fatta di problemi che sono diversi da quelli del cittadino che vive nella casa accanto o di quello che vive a mille chilometri di distanza o dall’altra parte del mondo.
C’è chi deve pagare la rata del mutuo della casa, chi ha perso il lavoro, chi deve pagare le tasse universitarie, chi ha il figlio in guerra in Afghanistan, ma anche chi vive la guerra in Iraq o la crisi economica in Europa o non riesce a sfamare i propri figli in Africa. Ecco quindi che il messaggio “Yes we can” diviene di portata mondiale in cui il tutto è rappresentato dai problemi dei singoli che identificano in Obama la soluzione per sé stessi ma non per il tutto.
La storia vede, con le elezioni del novembre del 2oo8, Obama vincitore ,forte di una capacità  comunicativa di deciso impatto ma che crea nella sua figura una serie di responsabilità che inevitabilmente gli si ritorceranno contro.
Se da un lato la speranza del cambiamento vuole divenire possibilità per il singolo la realtà che questo avvenga per la pluralità dei singoli è decisamente impossibile.
Pertanto la certezza di una delusione incombe sull’ormai famoso “Yes we can” che nella sua semplicità terminologica ha mostrato tutta la sua terribile forza ed enorme debolezza.
NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

Una nuova legge elettorale? Sì, ma… quale?

(di Biagio Mannino)

 

Una legge elettorale nuova? Sì, ma… quale?
Non è facile realizzare una nuova legge elettorale. Non perché sia tecnicamente difficile ma perché le, leggi elettorali, di fatto, assegnano i posti in Parlamento.
E allora?
E allora diviene una vera e propria impresa trovare un testo che, alla fine, accontenti tutti o, perlomeno, quasi tutti.
Incominciamo dall’inizio dicendo che, sostanzialmente, le leggi elettorali appartengono a due grandi famiglie: leggi di tipo proporzionale e di tipo maggioritario.
Entrambe hanno pregi e… difetti, al punto tale che non è possibile arrivare ad una legge perfetta.
Quelle di tipo proporzionale, come dice la parola stessa, privilegiano la proporzionalità, ovvero se un partito A ottiene il 30% dei voti, otterrà il 30% dei posti, e se B ha ottenuto il 20% dei voti otterrà il 20% dei posti e via dicendo.
Il sicuro vantaggio è dato dal fatto che tutti i partiti, portatori di diversi principi, ideologie, rappresentanti diverse categorie, trovano una collocazione nel sistema parlamentare ma, a pregiudizio, viene messa la governabilità, dove risulta difficile, se non impossibile, che un partito ottenga il 50% +1dei posti necessari a dare la fiducia ad un Governo.
Il sistema proporzionale risulta così privilegiare la rappresentatività democratica a prezzo però di una governabilità stabile imponendo alleanze tra i diversi partiti con le conseguenti “alchimie” politiche.prop

Il sistema maggioritario prevede la divisione in tanti collegi elettorali quanti sono i posti in Parlamento e questi verranno occupati dai singoli vincitori di ciascun collegio. L’effetto porta ad avere una sorta di bi-partitismo poiché anche a livello locale, quelle percentuali sopra esposte in riferimento al sistema proporzionale, si riflettono nei singoli collegi che, di conseguenza, vedranno prevalere, in alcuni di questi,i componenti del partito A e in altri del partito B.
In questo caso, la governabilità è garantita ma a prezzo della rappresentatività poiché, dal contenitore parlamentare,verrebbero escluse quasi tutte le rappresentanze.
Per tentare di giungere ad un compromesso, in alcune realtà, si è ritenuto utile inserire una soglia di sbarramento al sistema proporzionale in modo tale da assicurare una rappresentatività, ma ridotta a tutti quei partiti che raggiungano almeno la soglia prestabilita.
Anche in questo caso, tuttavia, il ricorso alle alleanze politiche è frequentissimo.
Allora si sono inseriti i premi di maggioranza al fine di garantire alla forza che arriva prima la piena governabilità ma, in questo caso, si inserisce una vera e propria lotta per la conquista di quel “voto in più” attraverso coalizioni anticipate che hanno poi l’effetto di creare dei sistemi bi- polari che non sono altro che proporzionali puri mascherati.
Da queste poche righe comprendiamo bene quale sia la complessità dell’argomento che deve poi essere integrato dall’altrettanta complessità dei giochi della politica.
Era il 1993 quando in Italia entrava in scena il “Mattarellum”.
La nuova legge elettorale prevedeva un insieme di sistemi: il 75% dei posti era assegnato con il sistema maggioritario e il 25% con quello proporzionale.
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Un compromesso che assicurava una buona governabilità ed una presenza di forze eterogenee in un sistema bi- polare che era, in sostanza, sempre traballante a causa proprio della sua natura bi -polare e non bi- partitica.
Nel 2005 questa legge venne ritenuta non più adeguata e modificata con quella che oggi viene chiamata “Porcellum”.
Qui si concentra di tutto: premi di maggioranza, coalizioni, soglie di sbarramento, e sistemi differenti tra Camera dei Deputati e Senato, causando in definitiva maggioranze differenti tra i due rami del Parlamento e, di conseguenza, l’ingovernabilità.
Non solo: la legge è stata poi dichiarata incostituzionale  in alcune sue parti dalla Corte Costituzionale lasciando il posto ad un sistema, in sostanza, di tipo proporzionale e chiamata “Consultellum”.
L’apoteosi della confusione si è poi raggiunta con l’approvazione dell’Italicum, legge elettorale studiata per il sistema Costituzionale che sarebbe scaturito ma… l’esito del Referendum del 4 dicembre 2016 ha sancito la vittoria dei NO e, adesso, l’Italia si trova ad avere un sistema elettorale che assegna un’ampia maggioranza ad un partito alla Camera dei Deputati, e un sistema di tipo proporzionale al Senato, imponendo alleanze tra forze che, oggi più che mai, non accettano compromessi.
Diviene necessario avere una nuova legge elettorale, ma… quale?
Torniamo al punto di partenza. Questa volta lo analizzeremo sotto il punto di vista della politica.
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Stando ai sondaggi, un sistema elettorale di tipo maggioritario con compromesso, come il Mattarellum, converrebbe maggiormente al PD ed al M5S che si contendono i primi due posti nella classifica delle preferenze.
Forza Italia, vista la precaria situazione e la perdita di consenso negli ultimi anni preferisce il proporzionale in modo tale da garantirsi la politica delle alleanze così come tutti quei piccoli partiti che, con i loro pochi voti, potrebbero fare la differenza.
La Lega predilige il Mattarellum non perché si trovi ai vertici delle classifiche bensì perché, in un meccanismo di tipo bi -polare imporrebbe i propri candidati in molti collegi che verrebbero eletti anche con i voti degli alleati.
In questa situazione è comprensibile come scrivere una legge elettorale nuova sia un’impresa alquanto ardua, e come la politica si trovi sempre con la possibilità di rimediare a sé stessa, intraprendendo un percorso di collaborazione tra le diverse forze al fine di affrontare la situazione di crisi oggettiva che attanaglia la società italiana, ma, al contrario, non riesca a perseguire questo fine lasciando, il posto, alla classica, vecchia, inconcludente e dannosa politica.

Quale PD dopo il referendum?

(di Biagio Mannino)

 

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Gianni Cuperlo – Trieste, 9 dicembre 2016 – foto BM 2016 – archivio fotografico Biagio Mannino.

Quale PD dopo il referendum del 4 dicembre? E’ questo, non “un”, bensì “il” quesito che molti si pongono, sia all’esterno che, in particolare, all’interno del Partito Democratico.
Ne hanno discusso a Trieste molti autorevoli rappresentanti del PD triestino che, presso l’Hotel Savoia, nella sala Zodiaco, venerdì 9 dicembre, hanno organizzato un incontro pubblico con la partecipazione di Gianni Cuperlo.
La sala era assolutamente gremita da persone simpatizzanti,  che volevano capire cosa potrebbe avvenire di un partito che, con la vicenda referendaria, ha mostrato una grande capacità, a detta di molti, autodistruttiva.
Un partito con una grande forza, con persone capaci  che poi, regolarmente, si potrebbe dire, si scontra con sé stesso.
Una storia già vista ma che, in questo caso, sembra aver prodotto danni superiori alle precedenti esperienze.
“Quale  PD dopo il referendum ?” :  questo è stato il titolo dato all’incontro e che ha visto esprimere una serie di appassionate riflessioni non solo sulle difficoltà di saper cogliere le effettive esigenze della società italiana in grande disagio ma, anche, nel non saper vedere come le condizioni geopolitiche internazionali cambino e dove le forze di sinistra appaiano sempre più emarginate.
Una valutazione non basata sui contenuti della riforma quanto sui metodi comunicativi portati, sull’effettiva esigenza ed opportunità di affrontare un percorso così faticoso e di duro confronto, sugli errori fatti dal Segretario Matteo Renzi.
Tanti argomenti sono stati trattati ed invitavano a riflessioni che sarebbero dovute essere fatte in momenti precedenti come quando, all’indomani della sconfitta in occasione delle elezioni comunali di Trieste, di Torino, di Roma e di tante altre città, il PD non si accorse o, forse, non volle accorgersi, che l’allarme era suonato.
E i bisogni dei giovani? Un altro punto di delicata attenzione sfuggito quando l’80% di questi ha votato “NO” al referendum del 4 dicembre. Inoltre… i sindacati, e in particolare la CGIL, la scuola, tutti bacini elettorali divenuti ex bacini elettorali.
Inevitabile il confronto, la riflessione e porsi, appunto, il quesito su quale possa essere il futuro del PD dopo il referendum.
Quello che è mancato è stato il contrasto tra i partecipanti. L’opinione di autocritica era presente solo in parte, a differenza della presa di coscienza delle responsabilità dei vertici nazionali.
E allora? Si è forse rotto l’incantesimo con Matteo Renzi?
Non è possibile affermarlo in questo momento. Vero è che il senso di profondo disagio e disappunto per come sono state svolte le cose in questi tre anni appare quanto mai evidente e molti, in occasione dell’incontro di Trieste, lo hanno espresso.
Gianni Cuperlo, nella sua città, parla chiaro e con un intervento apprezzato da tutti i presenti, sia per i contenuti che per la qualità, evidenzia la serie di problematiche intrecciate tra la società italiana, il mondo dei giovani, le relazioni intergenerazionali e la situazione internazionale. In un contesto dove si trova il PD ad essere la forza di riferimento appare una società in difficoltà ma che, paragonandola ad un film in cui, nonostante tutto c’è un lieto fine, in questo caso, manca anche la speranza.
Ed è questo il problema: non saper vedere nel lungo periodo, forse, non riuscire, forse non potere. Ma quel grido lanciato ai politici, tutti, non è stato, come scritto nel post precedente, un indirizzarsi verso un apprezzamento o meno del Governo quanto una vera e propria espressione di volontà di partecipare ed essere attivi nella vita politica.
Diviene allora un percorso assolutamente ricco di imprevisti quello di ritenere che quel 40% di voti a favore del SI possano essere interpretati come una sorta di gradimento della figura di Matteo Renzi trasformando un fallimento clamoroso in una grande vittoria.
Una vittoria poiché da solo, Renzi, avrebbe il 40% dei consensi e, tutti gli altri, il 60% da dividersi tra loro.
Un grande e grave errore perché non si è compreso che sono espressione di partecipazione e lo sono tutti, sia il 60% dei NO che il 40% dei SI.
Sottovalutare questo aspetto significa non aver compreso il peso dell’avvenimento del 4 dicembre che, oltre al risultato, ha visto la partecipazione di quasi il 70% degli aventi diritto al voto.
Forse l’interrogativo più opportuno per il convegno doveva essere non tanto “Quale  PD dopo il referendum” quanto “Quale futuro per la politica italiana dopo il referendum” poiché sembra non essere stata ancora compresa la serie di esigenze che l’intera società italiana ha e che vuole, o per lo meno, vorrebbe, vedere la politica, tutta, iniziare a trattare.
Ottima l’iniziativa da parte del PD triestino di realizzare, a così pochi giorni dal referendum, questo confronto ed eccellente l’intervento di Gianni Cuperlo. Un peccato però l’assenza di Debora Serracchiani che sicuramente avrebbe dato un senso di maggiore completezza all’incontro.