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L’Italia verso il referendum (parte 5): logiche comunicative.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Ormai è chiaro! Nessuno capisce niente del referendum! Neanche i protagonisti dei talk show televisivi!
Non c’è altra risposta al nulla che emerge dai pochi dibattiti che il sistema mass mediatico dedica all’avvenimento.
Se i portatori del “NO” hanno qualche cosa in più, quelli del “SI” si trovano a ripetere in coro sempre le stesse (poche) cose puntando esclusivamente sugli aspetti economici e, in particolare, sul risparmio che deriverebbe dalla riduzione dei componenti del Senato.
E’ vero che, in un’epoca in cui i soldi sono pochi, parlare di risparmio piace agli italiani.
In particolare piace quando, quel risparmio, lo si fa nelle tasche dei politici, i quali, a loro volta, sono l’immagine della politica, la quale, a sua volta, non gode assolutamente di alcuna stima e rispetto, appunto, in questa epoca, a causa proprio… dei politici.
L’idea di ridurre il numero di questi emerge sempre come una sorta di soluzione semplice e veloce quando un sistema entra in crisi.
“A cosa servono tutti questi parlamentari” e poi “ E tutti questi partiti?”. Espressioni spontanee che derivano da legittimi malumori derivanti dalla gestione, per così dire, “allegra”, della cosa pubblica.
La domanda allora è legittima: A cosa servono i Parlamentari?.
Il percorso di democratizzazione della società inizia  da quella “separazione dei poteri” quando il sovrano deteneva nelle sue mani tutto. Infatti la concezione dello Stato era vista come una proprietà del monarca e i cittadini erano i suoi sudditi.
Con la nascita delle Costituzioni e dei sistemi parlamentari, è il concetto di Assemblea ad assumere la posizione di centralità e il popolo diviene sovrano incaricando una parte di sé stesso a rappresentarlo.
L’Assemblea legifera ed autorizza il Governo ad eseguire il proprio lavoro.
Se i Senatori calano di numero, la rappresentanza dei cittadini cala a sua volta. Di conseguenza, passando da 315 a 100 il numero di questi ultimi, le aree geografiche del territorio italiano avranno una rappresentatività inferiore di ben 2/3 rispetto a prima.
E così, essendo il nuovo Senato investito dell’incarico di occuparsi della materia “Unione Europea”, la rappresentatività di alcune aree del Paese sarà decisamente inferiore ed andrà a colpire, in particolare,  le aree di confine, che più delle altre, necessitano di relazioni internazionali.
Il percorso di comprensione di un sistema complesso, come quello di una riforma costituzionale, passa per un altrettanto sistema complesso che vede l’unione di elementi giuridici, economici, finanziari, sociali, comunicativi e che, per semplificare, possiamo far rientrare in un unico contenitore chiamato “politica”.
Nelle logiche comunicative, di tipo politico, il sistema per convincere il proprio “cliente”, ovvero l’elettore, segue gli stessi principi della pubblicità commerciale, dove, per vendere il prodotto, che esso sia un barattolo di pomodori o un telefono, se ne esalta la presunta qualità ma, soprattutto, il prezzo.
E qui il percorso ci mostra una vera e propria celebrazione, altrettanto presunta della qualità, senza però scendere nei particolari, dandola per scontata, mettendo al centro di tutto il prezzo conveniente, ovvero il risparmio derivante dal numero decisamente inferiore dei Senatori. Questo è causa però, di minor rappresentatività del cittadino e di riduzione della sua sovranità, poiché, al momento, i Senatori non saranno eletti ma delegati dalle Regioni.
Torniamo al punto di partenza: cari partecipanti ai dibattiti televisivi, potreste, per favore, spiegare qualche cosa della riforma costituzionale?

Grazie!

Cari lettori,
c’è solo una parola con cui vi posso esprimere la mia personale soddisfazione per il successo ottenuto dalla pubblicazione del post “Strana città Trieste”: grazie!
Grazie per aver letto così numerosi questo articolo, concepito col fine di dare una visione obiettiva non solo alla storia ma anche all’essenza stessa di questa città,
Grazie a quei 6000 lettori che, in meno di 24 ore, hanno visualizzato il blog, dall’Italia e da tantissimi paesi in tutto il mondo: dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dal Giappone, dall’Australia, dagli USA, dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Serbia, dal Marocco, dal Sud Africa e, ancora, da tantissimi altri stati.
Un risultato questo che invita ad una riflessione attenta sulla sostanziale esigenza di trattare questo argomento senza alcun spirito polemico ma sicuramente in modo attento e preciso,
Questo blog, Il vento di nord est, continuerà ad essere fedele ai suoi principi ispiratori ovvero quelli di affrontare in modo aperto    le tematiche sociali, storiche, politiche e tutto ciò che può riguardarci.
Biagio Mannino
http://www.ventodinordest.wordpress.com
ilventodinordest@gmail.com

Strana città Trieste.

(di Biagio Mannino)
E’ una strana città Trieste.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.
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Trieste e i suoi palazzi imponenti, le piazze e le vie, le chiese di tutte le religioni ben evidenziano quel passato che la portò fino ad un certo punto,  quando gli eventi della storia implosero su Vienna, Budapest, Praga e… Trieste.
In cento anni la memoria di tutto ciò è divenuta gradatamente un vago ricordo. Quasi estranei sembrano quei volti in quelle vecchie foto ingiallite dal tempo che mostrano la vivacità di quegli anni.
Volti quasi di stranieri, di gente che non si riconosce più, che quasi sembrano non appartenere alla città.
“Quando c’era l’Austria…” o “gli austriaci fecero…” sono solo alcuni esempi di espressioni che indicano un passato che non si avverte come proprio.
E’ vero che dopo il 1918 tanto è cambiato. Non solo per Trieste ma per tutto l’Impero Austro Ungarico. Si è conclusa  un’epoca in modo definitivo, l’epoca degli Asburgo, dei valzer, delle operette, dei cappelli a cilindro, delle carrozze a cavalli, degli orologi da taschino e l’Austria e l’Ungheria di allora non ci sono più.
Gli imperi centrali hanno perso la Grande Guerra ma l’Austria – Ungheria l’ha persa di più.
E dopo il 1918 a Trieste il fascismo, le leggi razziali, nuovamente la guerra, la Risiera, le foibe, la Jugoslavia, il Governo Militare Alleato  e… tanto, tanto ancora. Troppo per non lasciare il segno,troppo per non iniziare a dimenticare,  troppo per non cancellare tutto.
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Strana città Trieste, che ricorda Cadorna e ignora quasi del tutto Kugy, Ressel e Weyprecht, che celebra i Volontari Giuliani e dimentica  i quarantamila che combatterono nelle fila dell’esercito di Francesco Giuseppe.
Sì, strana città Trieste, dove la gente si considera non uguale all’altra gente ma vuole distinguersi; lo sloveno dal croato, il meridionale dal settentrionale, il greco dal serbo, l’ebreo da tutti gli altri, l’italiano prima di tutti, i cinesi trasparenti, i medio orientali con i volti arrabbiati, i senegalesi dal sorriso interrogativo, e poi gli istriani.
“I triestini sono così”, “i triestini non hanno voglia di lavorare”, “i  triestini non fanno nulla”… dicono gli altri.
Ma… chi sono questi triestini?
Se sono quelli delle foto, di quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto, beh, quelli non sono triestini perché… erano triestini.
Allora forse i triestini sono ancora qui, tra noi. Ma se sono tra noi, dove sono?
Forse forse, vuoi vedere che, i triestini sono… gli sloveni, i croati, i serbi, i meridionali, i settentrionali, i greci, gli ebrei, i senegalesi, i cinesi, i medio orientali e gli istriani?
E’ paradossale allora, ci troviamo a guardarci intorno e a vederci e scoprirci tutti uguali, tutti triestini.
Quei palazzi, quelle piazze, quelle vie diventano improvvisamente più nostre, perché è proprio qui il punto: tante radici, una radice.
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E allora quella diversità diviene unità e quella diversità diviene appartenenza e quella diversità diviene identità.
Strana città Trieste, cinquecento anni di storia con l’Austria e poco meno di cento con l’Italia. Nazionalisti e nostalgici a volte addirittura coincidono e in quel caffè o nell’altro celebrano ora Nazario Sauro ora Maria Teresa.
“Tuo nonno ha combattuto in Ungheria” sussurrava la madre al figlio, quasi vergognandosene. Ma quella memoria, quella della propria famiglia, quella della propria storia avvertiva quasi inconsciamente che non doveva essere perduta.
E se questo accadeva fino a pochi anni fa, oggi spuntano da ogni parte documenti, immagini e testimonianze di ogni tipo che non più timidamente si fanno sentire, quasi gridando la loro presenza, ieri e soprattutto oggi.
Strana città Trieste che con l’arrivo di settantamila istriani dopo la seconda guerra mondiale ne ricorda la storia e ne dedica musei e monumenti ma tende a dimenticare quei trentamila triestini che  lasciavano la città per mete ben più lontane come l’Australia e il Sud America alla ricerca di ricominciare una vita devastata dalle scelte politiche post 1918.
Stana città, sì, Trieste, dove i figli e i nipoti di quei settantamila istriani non vogliono saperne  delle loro vicine origini e dove quelli di allora si ancorano nei ricordi e nelle contrapposizioni quasi a volere isolare “l’altro” ma finendo per isolare sé stessi e gli altri.
Ma come fa un italiano a capire cosa sia questa città, come fa a capire quando neppure chi la spiega ha compreso qualche cosa perché lui stesso è figlio di un percorso caotico di rimozione del ricordo, del ricordo di quei volti di triestini in quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto?
E i ragazzi cinesi, i ragazzi senegalesi e tutti quei giovani che arrivano da tutti i luoghi del mondo, così come arrivavano nel ‘800 a creare la città, oggi, cosa sanno della loro città?
Strana città Trieste…
Nota: le immagini in questo post sono tratte dall’archivio ArFF: Collezione Bruno  Pizzamei. Si ringrazia il Professore Bruno Pizzamei per la condivisione e per aver autorizzato la pubblicazione delle foto.
La foto in copertina è di Biagio Mannino.

L’Italia verso il referendum (parte 4).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
In cosa si differenzia la Costituzione riformata da quella vigente?
Attraverso un percorso comunicativo alquanto discutibile, si sostiene che la riforma sia indirizzata, se non esclusivamente, almeno in gran parte al Senato.
In realtà è l’intero assetto della seconda parte del testo costituzionale ad essere modificato poiché, il principio base del bicameralismo perfetto viene trasformato in un bicameralismo del tutto asimmetrico con un forte sbilanciamento a favore della Camera dei Deputati.
Di conseguenza, se osserviamo che il sistema parlamentare italiano si basa proprio su un sistema di pesi e contrappesi, è assolutamente riduttivo definire con l’espressione “riforma del Senato” l’iter intrapreso.
Vediamo, in modo schematico, cosa cambia:
COSTITUZIONE VIGENTE:
  1. Sistema bicamerale perfetto (le due Camere hanno funzioni medesime tra le quali la funzione legislativa e la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo).
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 315 membri.
COSTITUZIONE RIFORMATA:
  1. Il bicameralismo è assolutamente imperfetto.
    La funzione legislativa è di pertinenza della Camera dei Deputati, la quale esercita la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo.
    Il Senato si occupa di materia regionale e di relazioni con la UE.
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 100 membri.
La riforma è molto più articolata e complessa ed affronteremo questi aspetti successivamente così come gli aspettti legati ai Senatori a vita ed i Senatori di Diritto a vita.
Intanto occorre riflettere su questi primi punti.
Mentre nella Costituzione vigente le leggi vengono approvate dalle due Camere, seguendo un iter sì complesso ma voluto a garanzia e tutela dei cittadini, nella Costituzione riformata le leggi sono di pertinenza della sola Camera dei Deputati. Questo velocizza il percorso di approvazione ma toglie una funzione di controllo tra le due Camere.
Analogamente quel rapporto che si instaura tra il potere legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo), basato appunto sulla fiducia, diviene pertinenza della sola Camera dei Deputati la quale vede in sé concentrata la funzione legislativa e la capacità di “fiduciare o sfiduciare” il Governo.
Se le metodologie di una visione della politica sempre più globalizzata impongono la dinamicità, analogamente, le esigenze di garanzia impongono la presenza di elementi che costituiscano dei punti di sostanziale equilibrio tra i poteri.
In questo caso il forte sbilanciamento non trova alcun “salvagente”.
Nei sistemi monocamerali o bicamerali imperfetti presenti nel mondo, le limitazioni sono date dalla legge elettorale che, quasi sempre, è di tipo proporzionale.
Nel caso specifico della riforma costituzionale italiana è affiancata una legge elettorale, l’Italicum, che dà un premio di maggioranza alla lista che ottiene il 40% dei consensi alle elezioni o, in alternativa, vince il ballottaggio successivo.
Questo implica che sia la fiducia al Governo che la capacità di fare le leggi diviene esclusiva pertinenza di una forza politica unica e ciò implica una mancanza di punti di equilibrio.
Se consideriamo poi che i componenti del Senato verranno delegati dalle Regioni in attesa di una legge che ne regolamenti l’accesso, è facile intuire che la sovranità popolare sancita dal secondo comma dell’art. 1 è messa fortemente in discussione.
Vero è che un sistema di questo tipo collocherebbe l’Italia come tra le nazioni più rapide nella capacità decisionale ed esecutiva. Ma un dubbio si pone: l’Italia è matura per un sistema di questo tipo, sostanzialmente slegato da vincoli, quando sistemi ben più antichi e consolidati, come quello degli USA, hanno punti di equilibrio e contrappesi?

L’Italia verso il referendum (parte 3).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
La modifica di una Costituzione lascia immaginare che questa venga fatta per modernizzarla, renderla semplice nell’interpretazione, agile nell’applicazione, contemporanea e, quindi, al passo con i tempi.
Poiché, come abbiamo detto nella prima puntata, una Costituzione è la  norma base di riferimento dell’ordinamento giuridico di uno Stato, questa deve necessariamente fissare dei punti e contemporaneamente avere delle caratteristiche di programmaticità per il legislatore.
Cosa significa tutto ciò?
Significa che la Costituzione dà delle indicazioni ed all’interno di queste il legislatore si muove.
Di conseguenza le Costituzioni più sono brevi e maggiore è il livello di agilità di uno Stato, più sono lunghe è maggiore è il livello di rigidità in cui lo stesso si trova.
Una Costituzione si definisce lunga quando ha un numero consistente di articoli che la compongono.
E’ altrettanto lunga una Costituzione che, pur composta da un numero ridotto di articoli, sia caratterizzata da una complessa  interpretazione di questi, dovuta proprio alla loro singola lunghezza.
In definitiva l’efficienza di un testo costituzionale è dato dalla più semplice interpretazione possibile.
La Costituzione Italiana non è considerata lunga e non è neppure tra le più brevi.
Si pone, con i suoi 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali (nella versione del 1948, 134 articoli dal 2001) come un testo di sicura e buona agilità. Sarebbe sufficiente… applicarla.
Sul tema dell’applicabilità torneremo successivamente. Intanto osserviamo come la riforma dovrebbe, secondo quanto detto, semplificare la Costituzione figlia dei Padri Costituenti eletti dal popolo italiano il 2 giugno 1946.
Secondo il principio sopra espresso è facile immaginare che si sia raggiunta quanto meno una semplificazione interpretativa del testo ed invece, nonostante la riduzione a 131 articoli,… così non sembra.
Un esempio è ben rappresentato dall’art. 70 che è possibile leggere nell’immagine (figure  A e B).
(Nota per la lettura: a sinistra il testo dell’attuale  Costituzione del 1948, a destra il testo della riforma 2016 – fig. A e B)
fig A rif cost art 70
fig B rif cost art 70
Come è possibile notare non solo la lunghezza aumenta in modo considerevole ma anche l’interpretazione diviene complessa, non evidentemente chiara, fonte di differenti valutazioni e questo di conseguenza, porta non ad uno snellimento bensì ad un irrigidimento della comprensione e dell’applicabilità del funzionamento dello Stato.
Il problema che si pone è evidente già nell’immagine visiva del testo riformato.
La necessità che la lettura di una Costituzione richiede è quella di dare un messaggio che non crei situazioni conflittuali nell’interpretarlo e sia evidente nei contenuti e nelle indicazioni.
Nel caso dell’art. 70, in particolare, viene trattata la funzione legislativa.
Non possiamo dimenticare che alla base del principio di democrazia c’è proprio la funzione legislativa che, accanto a quella esecutiva e giudiziaria, rappresenta la così detta separazione dei poteri.
Ed è qui che la riforma mostra un punto di debolezza poiché nell’esprimere quei contenuti fondamentali mostra complesse articolazioni quando invece è la semplificazione ad essere strutturalmente fondamentale.
Cari lettori, siamo solo agli inizi di un percorso analitico della riforma costituzionale 2o16
sotto gli aspetti non solo giuridici ma anche politici.
Vi invito perciò a continuare a seguire queste “pillole” informative.
Nota: i testi delle fig. A e B sono tratti da: Riforma  costituzionale. Testi a confronto. – edito da PD – Partito Democratico – Genova.

L’Italia verso il referendum (parte 2).

di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Cari lettori, a distanza di una settimana dalla pubblicazione del primo post dedicato alla riforma costituzionale 2016, vi presento oggi la seconda parte di questo percorso a tappe verso il referendum confermativo il quale, come ben saprete, non ha ancora una data definita. Si parlava di ottobre, adesso di novembre.
Nella puntata precedente ci siamo posti alcune domande, per così dire, di base.
Oggi parleremo delle motivazioni che spinsero i Padri Costituenti a scrivere il testo tuttora vigente, pur con qualche modifica apportata nel tempo, e le motivazioni che hanno spinto il PD ed il Nuovo Centro Destra, con l’appoggio anche di altri, a modificarlo radicalmente nella sua seconda parte.
Il 1946 rappresenta, per la storia italiana, un punto di svolta.
L’esito del referendum trasformò l’Italia da una Monarchia in una  Repubblica in un momento storico dove le ideologie politiche erano fortemente divergenti e la conclusione della seconda guerra mondiale lasciava un’Europa distrutta in un sostanziale terreno di ipotetiche e possibili contrapposizione tra quelli, che poi, sarebbero divenuti i due blocchi storicamente riconosciuti: l’ovest, sotto l’egemonia degli USA e l’est sotto quella dell’URSS.
In definitiva la guerra fredda trovava in Berlino la sua immagine e nella Cortina di Ferro, che, come diceva Churchill, scendeva da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, la sua concretizzazione.
In questo caotico scenario quegli uomini e quelle donne, eletti il 2 giugno 1946, si trovarono a lavorare assieme, con ideologie ed appartenenze politiche assolutamente differenti con un solo obiettivo: mai più come prima, dove per “prima” si intendeva l’esperienza fascista.
La nuova Italia doveva garantire sì i doveri dei cittadini ma soprattutto tutti quei diritti che il regime autoritario e la condizione monarchica, aveva precedentemente caratterizzato la vita degli italiani.
Se l’art. 1 al I comma, sottolinea con forza che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il II comma dice che “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Di conseguenza il principio di Res Pubblica trova un rafforzativo nel concetto di democrazia e ulteriormente evidenziato dall’appartenenza della sovranità al popolo. Il tutto recitato dall’art. 1 come in una sorta di apertura del testo costituzionale.
La Costituzione tutela tutti e i diritti di tutti proprio per opporsi al tragico recente passato ed entrare in un percorso nuovo.
Ma la garanzia di democraticità è data anche dal funzionamento dello Stato che deve consentire la partecipazione dei cittadini in tutti i suoi settori incluso quello politico.
Il voto diviene lo strumento primo nell’esercizio di questo diritto e la garanzia è data dall’equilibrio in cui gli organi dello Stato si trovano ad essere, ad incominciare proprio dal… bicameralismo perfetto.
E’ il bicameralismo perfetto ad essere la tutela del controllo di quello che è, non dimentichiamolo, l’istituzione sovrana, dotata del potere legislativo e di quello di consentire all’esecutivo, il Governo, appunto, di governare.
Il Parlamento si auto controlla attraverso il bicameralismo perfetto e consente o meno al Governo di Governare: un equilibrio tra poteri.
Il 1989, così come il 1946, rappresenta una svolta nel panorama politico globale.
Il 9 novembre 1989, sotto i colpi dei picconi del popolo tedesco, quel muro, il muro di Berlino, simbolo della divisione europea post seconda guerra mondiale, crolla ed apre la via non solo a quella che diverrà l’Unione Europea, ma alla completa ridistribuzione dei punti di equilibrio nel contesto globale.
Non più USA ed URSS ma USA, Russia, UE, Cina, Giappone, India.
Un contesto dove è la finanza a diventare egemonica a tal punto da far riflettere sull’effettiva concretezza della forza delle sovranità degli Stati e il caso Grecia ci invita a riflettere.
In un contesto globalizzato anche gli Stati si trovano nella necessità di doversi modernizzare, o quanto meno attrezzare ad affrontare le sfide del nuovo millennio.
Il punto interrogativo è rappresentato proprio dalle Costituzioni  poiché in molti casi si rivelano più un ostacolo che un vantaggio difronte all’energica capacità del business internazionale.
In Italia si discute e si discute molto sull’opportunità di affrontare un rinnovamento del testo costituzionale al fine di renderlo più agile.
Tuttavia il cittadino deve essere consapevole di cosa significhi modificare una Costituzione in nome di una competitività internazionale e, inoltre, se le modifiche apportate vadano in quella direzione.
Molte sono le considerazioni dei promotori del SI alla riforma. Tutte però non forniscono alcun senso di soddisfazione ma portano ad una sorta di minimo appagamento di fronte al cambiamento: purché si cambi… va bene tutto.
Attenzione però che, una volta cambiata, il ritorno indietro non è possibile e i vantaggi o gli svantaggi non sono assolutamente assicurati.
Non dimentichiamo che… nulla è gratis!

L’Italia verso il referendum (parte 1).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Inizia con questo post un percorso, per così dire, a puntate, dedicato al referendum confermativo della riforma costituzionale 2016.
E’ questo il tentativo di dare risposta alle numerose richieste giunte e nella speranza di chiarire i contenuti di una riforma che, al momento, non sono trattati in modo adeguato.
Un percorso, come detto, a puntate, in modo da, passo dopo passo, avere un’immagine complessiva, giuridica e politica, di quanto accade.
Incominciamo dall’inizio: cos’è una Costituzione?
Una Costituzione è la norma base di un ordinamento giuridico di uno Stato, il punto di riferimento. Per semplificare, potremmo dire che la Costituzione è “il libretto di istruzioni di uno Stato”.
La Costituzione italiana viene considerata, non a torto, se non la, una delle più belle del mondo, dove, con l’espressione “bella” si indica non solo un gusto estetico ma anche un insieme di elementi che la rendono completa nell’espressione sia dei diritti, dei doveri e del funzionamento dello Stato di cui tutti i cittadini fanno parte.
Come nasce la Costituzione?
Era il 2 giugno del 1946 quando gli italiani votarono per delegare 556 uomini e donne, dando loro l’onore e la responsabilità di traghettare un’Italia distrutta dalle vicende belliche verso uno Stato democratico, moderno ed adatto ad inserirsi nel nuovo assetto internazionale.
La Monarchia era stata sconfitta nel referendum e la Repubblica nasceva in un clima sicuramente incerto ma ricco di volontà di fare bene.
Il 22 dicembre 1947 il testo costituzionale venne approvato, il 27 dicembre promulgato e, il primo gennaio 1948, entrò in vigore.
I Padri costituenti erano rappresentanti della società italiana, in tutte le sue articolate e contrastanti manifestazioni. Rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, e tutte le altre forze politiche, pur eredi della tormentata storia recente, pur nella dura contrapposizione, collaborarono ed accettarono il dialogo per arrivare al documento finale: la Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ una Costituzione vecchia quella italiana?
Se per “vecchia” si intende l’età, la Costituzione italiana ha 68 anni.
Verrebbe da chiedersi se all’età di 68 anni si sia “vecchi”, “anziani” o altro. Giudichino i lettori. Il fatto è che non è l’età di una Costituzione a sancirne la validità quanto i suoi contenuti e, in merito a questo, la Costituzione italiana, ne ha moltissimi che guardano, ancora oggi, non solo al presente ma anche al futuro.
Un esempio? L’art. 9 che tutela il paesaggio. Oggi più che mai, un’esigenza fondamentale.
Come si modifica la Costituzione?
Lo dice la Costituzione stessa, all’art. 138.
Un percorso lungo e difficile, voluto proprio per garantire che i contenuti e l’assetto di sostanziale equilibri tra i poteri, fosse garantito e difeso.
Di fatto la Costituzione si modifica iniziando da una delle due Camere, Camera dei Deputati o Senato. Dopo l’approvazione nella prima delle due Camere si passa alla seconda che se approva le modifiche, consente di proseguire con l’iter.
Questo prevede una pausa, di tre mesi, dopo la quale si torna alla prima Camera e, questa volta, la riforma deve essere approvata almeno a maggioranza assoluta così come deve avvenire nella seconda Camera.
Se tutto ciò accade, entro tre mesi deve essere effettuata la richiesta per un referendum al quale sono chiamati tutti i cittadini i quali confermeranno o meno le modifiche.
Se confermeranno la riforma è completata, se non confermeranno la Costituzione non verrà modificata e tutto resterà come prima.
Tutta la Costituzione italiana è impostata su un criterio logico: se una riforma viene approvata con una maggioranza assoluta ma non qualificata ( i 2/3 dei componenti), in nome della rappresentatività del popolo, il referendum diviene l’espressione della volontà di coloro che non sono rappresentati nella volontà del cambiamento.
Essendo la Costituzione la “legge di tutti”, l’abbinamento doppio percorso parlamentare più referendum diviene il completamento dell’iter con il coinvolgimento di tutte le parti: delegati e deleganti.
Cari lettori, vi invito a leggere la prossima puntata di quello che non è un romanzo ma un tentativo, schematico, di orientamento alla riforma.
 

Referendum sulle trivelle: gli italiani dicono NO… al diritto di voto.

(di Biagio Mannino)

 

*Trionfo dell’astensionismo? Forma di protesta nei confronti della politica? Disinteresse? Ligio rispetto delle indicazioni del partito? Impegni balneari?
Non si sa. Quello che è certo è che ben il 69%  degli italiani ha disertato le urne in occasione del referendum sulle trivelle.
Potremmo porci infinite domande ma il fatto che la partecipazione popolare diminuisca nel tempo sempre di più, implica un’indiretta rinuncia a quel diritto, il voto, per il quale non troppi anni fa si combatté e per il quale, in molte altri parti del mondo meno fortunate della nostra, si combatte.

immagine per blog
Se da un lato la tecnicità del quesito ha spiazzato gli elettori, dall’altro, la carenza di informazione sullo stesso, ha completato il lavoro.
Ma il voto non è solo un diritto: anche un dovere e, di conseguenza, pretende dal cittadino quell’impegno che comprensibilmente richiede.
Se io non so… mi informo.
Ed è qui l’equivoco: l’abitudine ha reso il voto una sorta di “diritto allargato” dove oltre a beneficiarne, il cittadino, attende anche di essere dettagliatamente erudito , chissà, forse anche istruito e consigliato.
Ma il voto è espressione di consapevolezza ed autonomia dove considerazioni del tipo “libertà di scelta” o, peggio, “di coscienza”, non trovano spazio nel secondo comma dell’art. 1 della Costituzione italiana: “La sovranità appartiene al popolo”.
E la politica? Come giudica la politica la disaffezione degli italiani al voto?
Dipende.
Come in tutte le occasioni, anche i referendum divengono il momento in cui il confronto partitico si accende e, a seconda che si faccia parte di maggioranza o di opposizione, si invita al voto in un modo o in un altro dove poi, il risultato implica, o implicherebbe, la vicinanza dei cittadini alle posizioni dei vari leader.
Se invitare a votare Si o No in una consultazione referendaria già pone l’elettore in una condizione di non piena indipendenza, invitarlo a non recarsi alle urne rappresenta quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di democrazia, dove è il popolo al centro del meccanismo.
Vero è che il paradosso della democrazia non è un’elucubrazione degna di  polverosi libri di scienza politica ma una realtà che già si è verificata: la democrazia, democraticamente, rinuncia sé stessa.
L’analisi dell’esito del risultato del referendum del 17 aprile 2016 perde di interesse per i contenuti ma ne acquista tantissimo nei significati politici.
E allora, se le domande iniziali non destavano alcun interesse, adesso, possiamo porci un quesito soltanto: il cittadino è consapevole dei diritti di cui beneficia?
L’impressione, dettata dall’andamento della partecipazione popolare al voto, è che il principio di democrazia si incammini verso un concetto di delega assoluta.
Delegare è alla base dei sistemi democratici complessi ma, in questo caso, la delega aumenta sempre più al punto tale che modifiche della Costituzione che porteranno i cittadini a votare sempre di meno, sembrano rappresentare più una valorizzazione che la perdita di un proprio diritto.
Chissà, Presidente del Consiglio Renzi, vuoi vedere che, alla fine, hai ragione  tu?

 

 

*Pubblicato su uni3triestenews – anno II – maggio 2016.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata realizzata da Biagio Mannino.

Chàos italiano

(di Biagio Mannino)

Chàos! E’ la parola, di origine greca, che meglio identifica la situazione che la politica italiana attraversa.
E’ indubbio che, dal 1992, anno in cui il sistema partitico subiva un forte contraccolpo, periodo storico  ricordato anche come l’epoca di “tangentopoli”, la politica italiana  dovette necessariamente affrontare delle forti modifiche che, a distanza di più di venti anni, non sembrano aver  portato risultati tali da essere giudicati neppure minimamente accettabili.
Se precedentemente al 1992 il sistema parlamentare era caratterizzato da una pluralità di partiti, dopo, questa pluralità è divenuta addirittura una sorta di pluralità estrema, o estremamente caratterizzata da un numero ancor maggiore di forze politiche pronte a darsi battaglia per la conquista di un posto tanto in Parlamento quanto in un Consiglio Regionale, o Comunale o Provinciale.
Prima esistevano partiti come la Democrazia Cristiana, il Partito Liberale, il Partito Repubblicano, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Social Democratico, il Movimento Sociale, il Partito Radicale, alcune piccole forze autonomiste e locali, una tra tutte la Lista per Trieste.
Dopo, nel nome di una sorta di purificazione della politica italiana, si cercò di giungere ad una riduzione dei partiti e il risultato fu che a quelli precedenti seguirono Forza Italia, Alleanza Nazionale, che si unirono poi in Popolo della Libertà, il PDS divenuto DS o meglio Democratici della Sinistra che unendosi alla Margherita divennero il PD ovvero il Partito Democratico, Rifondazione Comunista che si staccò dal Partito Comunista quando questo divenne il Partito Democratico della Sinistra, ma poi, Rifondazione Comunista subì la scissione vedendo la nascita de I Comunisti Italiani. E ancora… il PDL vede il distacco di una componente che diviene la forza denominata Futuro e Libertà e dopo ancora una parte fonda Fratelli d’Italia ed oggi un’ulteriore scissione istituisce il Nuovo Centro Destra mentre il partito dei Verdi, di Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani trovano una convergenza di idee.     Nasce poi  SEL ovvero Sinistra Ecologia e Libertà che vede in sé il confluire di Sinistra Democratica, del Movimento per la Sinistra, di Unire la Sinistra e di varie associazioni ecologiste. Non possiamo dimenticare il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo e la Lega Nord frutto  dell’unione della Lega Lombarda e della Liga Veneta, il Partito Radicale, l’UDC, l’UDEUR, l’Italia dei Valori, Scelta Civica… e tanti altri con i quali mi scuso per non averli citati ma, in questo labirinto, è facile perdersi!
Ma perché, anziché una riduzione del numero dei partiti, si è giunti a questo spropositato fenomeno che ci ricorda di più la storia del chicco di riso e della scacchiera?
I sistemi elettorali sono le regole che attribuiscono  posti all’interno delle aule parlamentari o, in ogni caso, attribuiscono la governabilità.
L’Italia, prima del 1992, era caratterizzata dall’avere un sistema elettorale di tipo proporzionale, ovvero tanti posti in parlamento in proporzione ai voti avuti.
Questo sistema implica una certa quantità di partiti poiché basta una piccola percentuale per poter conseguire un numero di posti, seppur minimo, rendendo, di conseguenza, molti i partiti.
Dopo il 1992 la legge elettorale cambiava e, al sistema proporzionale, è subentrato un sistema misto che univa un 75% di maggioritario ad un 25% di proporzionale.
Il sistema maggioritario, per sua natura, porta al bipartitismo, ovvero alla presenza in Parlamento di due sole forze politiche. Ma non bisogna confondere il bipartitismo con il bipolarismo che, di fatto, è un sistema proporzionale mascherato con il suffisso “bi”.
Il fenomeno è dovuto al  fatto che i risultati effettivi ottenuti con la modifica di una legge elettorale, ovvero nel nostro caso la riduzione del numero di partiti, si possono vedere dopo almeno15 anni dall’entrata in vigore della stessa legge.
Il passaggio dal proporzionale al maggioritario porta dal multipartitismo al bipartitismo passando attraverso il bipolarismo poiché, in fase iniziale, tutti i partiti si trovano in una sorta di linea di partenza e seguono un percorso di alleanze, unioni, scissioni, finalizzate a trovare una conformazione unica volta a… vincere le elezioni.
E’ assolutamente naturale assistere ad un aumento del numero dei partiti in attesa che questo si ridimensioni, a meno che…
A meno che, nel mezzo del percorso non ancora concluso di circa 15 anni non si cambi nuovamente la legge elettorale portandone, ad un processo in atto, un altro, aggiungendo soglie di sbarramento e premi di maggioranza confusi che solo in una direzione possono portare. Ma… quale direzione?
In questo momento storico, a distanza di più di 20 anni dall’epoca di tangentopoli, ci troviamo in una situazione che neppure i più esperti in materia elettorale sanno districare.
Il problema è che le leggi elettorali vengono determinate dai partiti stessi e questi prima guardano alle loro effettive possibilità che al corretto funzionamento del sistema e quindi, un partito piccolo sarà interessato ad una legge elettorale di tipo proporzionale mentre uno grande ad una di tipo maggioritario ma senza perdere di vista gli avversari diretti nel rischio di avvantaggiare ora uno, ora un altro e non sé stessi.
Di conseguenza o le leggi non si modificano o sono frutti pasticciati di accordi che, alla fine, non accontentano nessuno soprattutto i cittadini che, di fatto, vivono, o meglio, subiscono le scelte di una politica che si dimostra molto spesso incapace non per le singole competenze dei parlamentari quanto per le alchimie delle aule.
E allora nuovamente il dubbio: verso quale direzione andiamo?
Una sola, verso quella parola antica, quella parola di origine greca, verso il Chàos!

 

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. gliannidicarta. it.

La Costituzione Italiana.

(di Anna Piccioni)

Credo sia importante una riflessione sulla Costituzione Italiana dal momento che sia da parte della maggioranza che governa il Paese sia dall’opposizione si sente parlare di Riforma dello Stato: è una prospettiva molto preoccupante. Il clima di quegli anni che hanno visto la nascita della Costituzione sono molto diversi da quelli che stiamo vivendo ora. L’Italia del dopoguerra doveva ricostruire una democrazia che il ventennio fascista aveva cancellato.

L’Assemblea Costituente era formata da uomini che pur mossi da principii diversi, liberali, cattolici, comunisti tutti tuttavia avevano un unico fine: ridare al popolo italiano dignità e fiducia nelle Istituzioni e nella Politica. Parri, Terracini, De Gasperi, Carlo Levi, Calamandrei, Pinkerle e altri misero insieme la loro cultura, i loro valori, le loro esperienze; i loro contributi furono determinanti per l’organizzazione dello Stato.

Gettando uno sguardo sul panorama politico attuale riesce difficile trovare delle personalità con una tale capacità a cui noi tutti possiamo affidare una riscrittura della Costituzione, anche solo la modifica di pochi articoli. La Politica è troppo inquinata da interessi privati, non è più considerata un servizio; il fatto che un numero sempre maggiore di cittadini non partecipa all’unica occasione che vien loro dato di partecipare alla democrazia di uno Stato dando il loro voto, dovrebbe far riflettere. Non basta scendere in piazza, in mezzo alla gente nel periodo elettorale; creare comitati o circoli tematici. E’ una bella cosa, ma poi quando le persone si accorgono che non serve a nulla, abbandonano qualsiasi riunione e non danno più il loro contributo. E così la Democrazia partecipativa finisce.

Un tempo esistevano le scuole di partito, si cominciava dalla gavetta, e se lo si meritava, si faceva “carriera”. In questo modo ognuno poteva sperare, se ne aveva le capacità, di poter un giorno percorrere quella strada. Ora invece degli illustri sconosciuti, nomi decisi dalle segreterie di partito, sono chiamati a ricoprire cariche amministrative o parlamentari senza sapere nemmeno quali siano i loro doveri verso l’elettorato. Ma questo è il risultato per aver voluto far eleggere la cosidetta “società civile”.

E’ necessario ripartire da quel “Patto di civiltà” del 27 dicembre 1947, che si fonda sulla laicità dello Stato, il rispetto, la tolleranza, la solidarietà.

Alla base dello nostra vita sociale ci sono principi morali e giuridici.

L’art. 3 recita “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. e parlando di uguaglianza si intende di fatto non solo di diritto. Probabilmente se ci fosse maggior conoscenza degli articoli fondamentali della Costituzione, i cittadini capirebbero che se si partecipasse e ci si interessasse alla Politica, sarebbero attuati i valori fondamentali della Democrazia.

L’indifferenza verso la Politica danneggia soprattutto lo Stato e lo Stato siamo tutti noi.

ANNA PICCIONI

Nota: l’immagine di questo post è stata tratta da www. villaggiogiovane2010. wordpress. com.