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“Una volta davanti all’uniforme si provava un senso di rispetto”.

Si riporta la lettera come ricevuta.

“Una volta davanti all’uniforme si provava un senso di rispetto”.

(de Il Grillo Scrivente)

Sono trascorse due settimane da quando Le ho espresso tutto il mio più profondo sconcerto per la morte di quel giovane di diciotto anni, Abanoud Youssef, accoltellato da uno studente del suo stesso istituto scolastico per motivi che sono stati definiti “di gelosia”. E ora apprendo che nella città di Trieste due carabinieri si sono ritrovati letteralmente circondati da una banda di quelli che vengono definiti “maranza”, giovani minorenni armati di coltelli: sabato 31 gennaio scorso; una quarantina di maranza radunatasi in una piazza (dove, tra l’altro, il giorno dopo viene rinvenuto un vero arsenale, tra mannaie, coltelli, mazze, bastoni,…). I carabinieri arrivano sul posto allertati da segnalazioni dei residenti. Uno dei giovani, a bordo di un motociclo, estrae un’arma e spara in aria; lo bloccano e gli chiedono le generalità, e si accorgono che ha addosso una pistola scacciacani. A decine, gli altri giovani li attaccano verbalmente con fare minaccioso, alcuni usano le proprie cinture impugnandole come se fossero armi per intimidirli. Il giovane si approfitta del caos e si dà alla fuga, ma perde i documenti.

Caro Blogger, direi proprio che non c’è bisogno di nessun commento davanti ad uno scenario del genere. Se tutto questo fosse la trama di un film, probabilmente ad un certo punto i carabinieri chiamavano la base dicendo che avevano bisogno di rinforzi. Ma questa purtroppo non è la trama di un film; questo è quello che sta succedendo in Italia (altro che i miei desideri di far fare ai giovani a scuola corsi “A testa alta”). E sa cos’è che mi sconvolge anche? Una volta i giovani scapestrati sarebbero stati almeno un minimo intimoriti, davanti alle forze dell’ordine; una volta davanti all’uniforme si provava un senso di rispetto. Già….una volta….

NOTA: l’immagine in questo post è di libero uso ed è tratta da Wikipedia Commons: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

Riscoprire il piacere di stare assieme… a testa alta!

Si riporta la lettera come ricevuta.

Riscoprire il piacere di stare assieme… a testa alta!

(de Il Grillo Scrivente)

Caro Blogger,
si è conclusa da poco una serie TV con Sabrina Ferilli dal titolo “A testa alta. Il coraggio di una donna”.
Probabilmente “a testa alta” ha un doppio senso: penso indichi il fatto che la protagonista va avanti a testa
alta per tutta la serie nonostante le sue varie peripezie; ed è il nome di un progetto al quale dà vita la
protagonista stessa, in quanto preside di un liceo di una cittadina vicino Roma, per i suoi studenti: stanca
del fatto che le persone, in particolare i giovani, siano sempre più “attaccati” al cellulare, soprattutto
“navigando” in internet, crea per l’appunto questo progetto pensando che i suoi studenti, anziché stare con
lo sguardo rivolto verso il basso sul telefono, guardino in alto, “a testa alta”. Vuole che la smettano di
dipendere da quegli che chiama “cosi”, per ritrovare il piacere di confrontarsi con l’altro. Questo
attraverso corsi di danza, canto, teatro, laboratori,…. Rigorosamente senza internet.
Caro Blogger, mentre seguivo la serie, davanti a codeste affermazioni, ho pensato due cose: 1) che piacere
davvero che, finalmente, venga mandata in onda una serie che trasmette questo messaggio (ormai secondo
me appartenente alla “preistoria”) di ritrovarsi fra di noi, persone; e per un po’ dimenticare che esistono
questi “cosi”. Considerando l’epoca nella quale stiamo vivendo, lo trovo quasi un miracolo….
2) ma soprattutto, magari nelle scuole italiane questo si facesse sul serio! Riscoprire (anzi, temo
“scoprire”…) il piacere di stare assieme, di socializzare, di fare corsi insieme,…. Credo che proprio i
giovani di oggi ne abbiano tanto bisogno….
Ma mica solo loro! Tempo fa, in una piscina pubblica, ho visto: una mamma che aspettava che
l’insegnante di nuoto le portasse il figlio, finito il corso, e per tutto il tempo controllava lo smartphone; e
una signora che si asciugava i capelli sotto il fon con lo smartphone in mano visionando vari video. E
potrei descrivere situazioni simili viste in tantissime altre occasioni: in autobus, al supermercato; ed in
generale ovunque per la strada.
Ma caro Blogger, serve dire altro per capire che stiamo andando verso il “cortocircuito”?

NOTA: l’immagine in questo post è di libero uso ed è tratta da Wikipedia Commons: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

Quando i fatti ci impongono di riflettere su famiglia e scuola.

Si riporta la lettera come ricevuta.

Quando i fatti ci impongono di riflettere su famiglia e scuola.

(de Il Grillo Scrivente)

Il TG 3 della Regione Friuli – Venezia Giulia del 14 gennaio scorso annuncia che sono in aumento, presso l’Ospedale Infantile “Burlo Garofalo” di Trieste, i casi di giovani con crisi di agitazione, attacchi di panico, tentativi di suicidio. A tale riguardo vengono effettuati ricoveri che arrivano ad una durata di cinque – sei mesi. Quattro alunni iscritti ad un liceo scientifico, sempre della città di Trieste, il “Guglielmo Oberdan”, soffrono di “Hikikomori”, cioè non escono di casa.

Caro Blogger, la situazione psicologica dei giovani è diventata tragica! A che cosa è dovuto tutto questo? Dove sta la causa, nella società? Nelle famiglie? Si può fare qualcosa per porvi una fine? A tal proposito, sempre il TG 3 del Friuli – Venezia Giulia riporta che un istituto scolastico triestino ha organizzato per i genitori un ciclo di cinque lezioni frontali di “Mindfulness”, un tipo di meditazione che insegna ad “ascoltare” e non “giudicare”. Immagino penserà “Bene…”. Certo che è un bene! Ma mi domando come sia possibile che un genitore abbia bisogno di un corso per non giudicare, bensì ascoltare, suo figlio…. Scusi, caro Blogger, ma quando mai decenni fa erano necessari corsi del genere, per i genitori?

Cambiando città, a La Spezia di recente, un povero ragazzo di diciotto anni, Abanoub Youssef, è stato accoltellato da un ragazzo di diciannove, Zouhair Atif, nell’Istituto Professionale “Domenico Chiodo”, perché aveva scambiato delle foto con una ragazza che Zouhair frequentava. Il pubblico ministero parla di omicidio aggravato da futili motivi, il GIP ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il Ministro Valditara ha annunciato la possibilità di consentire ai presidi di “installare dei metal detector” negli istituti “di maggior rischio dove vi sono più problematiche, d’intesa con il prefetto”. Siamo arrivati al punto da dover gestire le scuole come fossero il carcere di Rebibbia?….

Concludo questa lettera, caro Blogger, con le parole più di ogni altre giuste per commentare questa tragedia. Quelle dello zio di Abanoub Youssef; parole che ritengo un esempio per tutti gli italiani: “Un ragazzo che a diciannove anni è già diventato un assassino non ha ricevuto alcuna educazione. Non sono riusciti ad educarlo quindi non credo che possiamo accettare le loro scuse. Anche il nostro ragazzo aveva diciotto anni ed era un angelo. È qui che si vede l’educazione di una casa. E la scuola è una seconda casa, ma la prima casa è la famiglia ed è qui che parte l’educazione”.

NOTA: l’immagine in questo post è di libero uso ed è tratta da Wikipedia Commons: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0