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Midterm: Donald Trump non perde e… non vince.

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Donald Trump

(di Biagio Mannino)

Le elezioni di midterm sono ormai archiviate e lasciano spazio alle valutazioni prima di manifestare i loro effetti.
Entrambe le parti, quella Democratica e quella Repubblicana festeggiano una propria vittoria ma, in realtà nessuno vince e, al contrario, si preannuncia uno scenario politico di oggettive difficoltà, sia per il Presidente Donald Trump sia per il Partito Democratico che conquista solo una dimezzata capacità di reale opposizione.
Il Congresso USA mostra una sostanziale spaccatura con un Senato controllato dai Repubblicani e la Camera, dove gli elettori hanno affidato la maggioranza ai Liberal.
Insomma, nessuna politica senza l’inevitabile passaggio attraverso il.. compromesso.
Una campagna elettorale difficile ed intensa dove, mai come in questa occasione, sono stati impegnate ingenti somme di denaro. Si parla di oltre sei miliardi di dollari spesi nel tentativo di entrambe le parti di garantirsi la vittoria.
Evidentemente un investimento di scarsa soddisfazione poiché, alla fine, ne è uscito solo un pareggio che, contrariamente alle apparenze, delude tutti ma fa tirare un respiro di solievo proprio a Trump.
La forte opposizione del Partito Democratico, tra le tante cose, più per sopravvivere al tornado “Donald”, puntava anche all’impechment ma, per poterlo ottenere, il controllo di entrambe le Camere del Congresso è imprescindibile.
In questo caso, sebbene la Camera dei Rappresentanti sia sotto il controllo dei blu, un’eventuale iniziativa di messa in stato di accusa del Presidente, si trasformerebbe immediatamente in un fallimento politico prima ed uno comunicativo dopo in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Ma anche la politica, i disegni di Trump, ora si bloccano proprio per la diversità di colore assunta dal Congresso e tutto, per lui, diventerà più difficile se non impossibile.
Nessuna blue wave, nessuna red wave
Elezioni che danno molte indicazioni: prima di tutto Trump regge il confronto.
Non perde e mantiene salda la presa nelle simpatie degli elettori americani, in particolare di quelli degli Stati interni.
La capacità, poi, di estremizzazione di determinate situazioni, come, ad esempio, il problema dei migranti in marcia verso il confine statunitense, diviene una formula consolidata nei trucchi politico – elettorali e si dimostra, alla fine, sempre vincente.
Una comunicazione politica che fa sempre effetto quando è la paura ad essere messa al centro dell’attenzione.
Di conseguenza, le elezioni di midtterm divengono secondarie nel loro significato istituzionale e si trasformano in serie di occasioni basilari assumendo il ruolo determinante nel legittimare il Presidente difensore dai rischi.
I Democratici riescono a trovare la spinta che mostra una volontà di ricambio della loro classe dirigenziale e politica dopo l’ormai archiviato tramonto dell’era “Clinton”.
Ma non basta: sebbene molte nuove figure siano emerse, tra le quali donne anche di origini etnicamente differenti, non appare all’orizzonte una figura che sia pronta a divenire l’anti Trump alle prossime elezioni.
Il Partito Democratico affronta una sorta di cambiamento lento e questa occasione ha rappresentato più un test che un’effettiva battaglia politica.
I Democratici alla ricerca di loro stessi che, con questo risultato, devono necessariamente rivedere tutte le loro strategie a cominciare proprio dalla scelta dei protagonisti.
Non appaiono all’orizzonte nomi in grado di competere in vista delle Presidenziali ma, soprattutto, manca quella capacità di riuscire a far convergere le effettive esigenze del popolo americano che, al contrario ha visto e continua a vedere proprio in Donald Trump il riferimento unico e veritiero.
Adesso la campagna elettorale midterm è finita ma,contemporaneamente, continua poiché i giochi divengono sempre più duri nel complesso sistema americano fatto di competizioni tra partiti e di competizioni nei partiti in vista delle Presidenziali.
The show go on.

spotNOTA: le immagini in questo post sono state tratte dalla rete interne attraverso Google immagini.

Trieste 3 – 4 novembre 2018: catarsi di un secolo di storia.

dig(di Biagio Mannino)

Due giornate impegnative: il corteo di CasaPound e, in contemporanea, quello della Rete antifascista ed antirazzista. Il giorno dopo la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per le celebrazioni del centesimo anniversario del 4 novembre..
Non è facile riuscire a descrivere al meglio tutti questi eventi poiché i significati e i simbolismi si scontrano tra quelli che appaiono e quelli che restano, celati nelle parole tra pochi.
Diviene così complesso inerpicarsi nei percorsi della comprensione di ciò che effettivamente accadde e ciò che continua ad essere portato avanti ancora oggi.
Non pochi sono i triestini che si pongono l’interrogativo sull’effettivo significato di questo anniversario: la celebrazione di cosa? Della vittoria o della fine della guerra?
Non è una distinzione da poco se resa attuale al periodo contemporaneo dove, proprio il concetto di Europa diviene, allo stesso tempo, dominante e debole.
mde“Vittoria” di una guerra che causò centinaia di migliaia di morti, di feriti, di mutilati, di sofferenze e che, di fatto, rappresentò l’anticamera del fascismo e di tutto ciò che seguì.
“Fine” di una guerra che impoverì’ tutti, che lasciò milioni di morti, che distrusse i territori, che abbatté l’Europa prima nel mondo con la semplice, ma incomprensibile, formula dell’autodistruzione.
Svariati epicentri di questo terremoto ed uno era proprio Trieste.
A cento anni di distanza le valutazioni storiche del passato lasciano spazio a quelle più moderne e realiste, più rilassate grazie anche a quell’Europa divenuta, nel frattempo, Unione Europea e che, con la caduta dei confini, mai come oggi (con tante difficoltà) parla, o dovrebbe parlare… europeo.
Ma per quanto?


Sembra, sotto certi aspetti, andando ad analizzare a fondo il contesto, di rivivere parzialmente quei momenti che precedevano il 1914 e la tensione nazionalistica si mostra, ieri come oggi, sempre pronta a prevalere in una direzione incognita.
Trieste simbolo del terribile ‘900, con le sue vittime, molte, e i suoi vincitori, pochi.
E la storia continua: il 3 novembre 2018, giorno dedicato al Santo Patrono della città, San Giusto, si tiene il corteo di CasaPound.
Una scelta che, come sempre, pone Trieste come elemento simbolico di una contrapposizione più estesa.
Diviene ulteriore simbolo. Simbolo di una italianità così forte da richiedere l’introduzione nel vocabolario di un termine nuovo. Trieste infatti è… italianissima.
Ma a CasaPound ha risposto la contromanifestazione antifascista ed antirazzista, che ha portato in piazza migliaia di persone, decisamente molte di più dell’altro corteo.
Una festa di colori e di gente che diceva NO al modo di interpretare il mondo come nel passato.


Quello che non poteva non essere osservato, ed in stretta relazione con quanto sopra detto, era vedere come tra i componenti del corteo di CasaPound ci fossero ben pochi triestini mentre, al contrario, nell’altro corteo, erano quasi tutti triestini, inclusi quelli nuovi, dal colore della pelle diverso ma ormai destinati a divenire cittadini di Trieste, città multietnica e multiculturale da sempre.
La visita del Presidente Mattarella si è svolta molto tranquillamente e, tutto sommato, anche in breve tempo.
Adesso che sono passati cento anni è giunto il momento di incominciare.
Sì, di incominciare, poiché da quel 1914, con l’attentato a Francesco Ferdinando, tutto ebbe una conseguenza: la Grande Guerra, i totalitarismi, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra Fredda, la fine di quell’Europa. Milioni di morti, persecuzioni, bombardamenti, campi di concentramento, bombe atomiche, distruzioni di ogni genere, esodi di popoli interi. E dopo il crollo del Muro di Berlino, e l’Unione Europea.
Sì, adesso si può incominciare e Trieste può serenamente guardarsi indietro e l’Italia e l’Europa guardare a Trieste.

spotNOTA: foto e video in questo post sono tratti dall’archivio BM – 2018.

Trieste, 18 settembre 1938.

1(di Biagio Mannino)

Era gremita quel giorno, fino all’incredibile, quella piazza che, pochi anni prima, si chiamava piazza Grande.
L’attuale piazza Unità d’Italia venne addirittura modificata nel suo assetto estetico divenendo nera per l’asfalto al fine esclusivo di accogliere lui, il Duce, Benito Mussolini che, con tutti i più noti gerarchi del fascismo, decise che proprio a Trieste dovessero essere presentate quelle leggi. Sì, quelle leggi che avrebbero dato il via all’essenza razzista del regime.
200 mila persone tra la piazza e le vie limitrofe, sulle rive, ovunque per Mussolini che, dal balcone del Comune, tenne il suo discorso, quel discorso.
Non una scelta a caso: doveva essere Trieste il luogo con la “L” maiuscola ideale per la proclamazione di quelle leggi destinate a macchiare la storia e, di conseguenza, Trieste.
“L’italianissima” città era nella sua natura multi etnica, multi religiosa e multi culturale e, proprio da qui, doveva nascere quel percorso di purificazione della razza italica.
La Trieste di tutti i popoli europei diveniva lo scenario adatto dell’Europa degli anni ‘30, quella di Hittler e, appunto, Mussolini.
Inizia un percorso che proprio da quel 18 settembre, dava il via ad un impressionante declino fino alla violenza estrema della guerra e di tutte le terribili persecuzioni.
Anche il Re diviene protagonista del disastro, protagonista anche lui, Vittorio Emanuele III che nulla fece, pur potendolo, per impedirne il grave passo e firmando le stesse leggi poneva fine alla dinastia dei Savoia.
18 settembre 1938 – 18 settembre 2018. sono passati 80 anni dalla proclamazione delle leggi razziali. Un percorso tra luglio e novembre di quell’anno che, poi, si tradusse in una serie di decreti convertiti in leggi in cui gli ebrei venivano esclusi dalla vita attiva dell’Italia: dai loro incarichi e lavori negli enti pubblici, ma anche in tutti quegli enti privati di rilevanza economica e finanziaria come banche ed assicurazioni. Venivano privati di beni immobili e patrimoni mobiliari oltre ad essere colpiti anche nella vita affettiva, personale e privata, con il divieto di matrimonio con cittadini / e italiani.
Inevitabilmente molti dovettero lasciare l’Italia e la dicitura “di razza ebraica” appariva in appositi elenchi.
A 80 anni di distanza, quanto accadde quel giorno, si rivela fondamentale nel ricordarlo non solo perché doveroso, ma anche perché esperienze di quel tipo devono, o dovrebbero servire ad esempio poiché la storia non si ripeta e così gli errori dei suoi protagonisti.
Eppure parole come queste, scritte, appaiono scontate ma, in un modo o nell’altro, la storia si rivela come essere una maestra di vita molto poco ascoltata.
Non mancano oggi le polemiche ed appaiono quanto mai inopportune di fronte alle giuste attenzioni portate nel ricordo di quell’evento. L’atto del ricordare, che non ha e non deve avere colori politici, deve essere accettato da tutti per ciò che quel giorno fu, poiché ha rappresentato un crimine verso l’umanità tutta.

I CONTENUTI DELLA LEGGE:

il divieto di matrimonio tra ebrei ed italiani
divieto per gli ebrei di avere dipendenti di razza ariana
divieto di accesso a qualsiasi attività lavorativa presso enti pubblici o privati ad interesse pubblico come banche ed assicurazioni
divieto di trasferimento nel territorio italiano per ebrei stranieri
divieto di esercitare il ruolo di tutore di minori
per quegli ebrei che avevano acquisito la cittadinanza italiana dopo il 1919 questa veniva a decadere
alle scuole pubbliche era fatto divieto di utilizzare testi di studio ai quali avesse partecipato alla stesura un ebreo
divieto di essere proprietari di terreni o di fabbricati superiori a determinati parametri
il divieto di svolgere il servizio militare
divieto di essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale
tutte le professioni intellettuali e, in particolare, quelle di notaio e giornalista, erano interdette agli ebrei
i ragazzi di origine ebraica erano interdetti dal frequentare la scuola pubblica
Obbligo di annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile valido per tutti gli ebrei.

UNA NOTA DI MUSICA IN UN PERIODO OSCURO: YOUKALI .

L’Europa degli anni ‘30 è alla ricerca di un rifugio dal buio che la caratterizza.
Nel 1934n Adolf Hitler assume il potere assoluto in Germania e nel 1935 vengono approvate le leggi razziali tedesche.
Nel 1934 la notte dei lunghi coltelli e nel 1939 la Notte dei Cristalli…

Un luogo ideale dove rifugiarsi è Youkali, il posto dove scappare da tutto quello che accade.
Youkali: testo scritto dal francese Roger Fernay nel 1935 su musica di Kurt Weill ma modificata poiché Kurt Weill la scrisse per l’adattamento teatrale del romanzo “Marie Galante” del 1931 di Jaques Deval.
Era un tango che con quell’adattamento a Youkali, assunse subito un valore ed un significato profondo. La ricerca di un mondo diverso “L’isola che non c’è” la terra desiderata e diversa dalla realtà.

ascolta Youkali interpretata da Shara Worden:

spotNOTA: il video in questo post è stato tratto da www. YouTube. it-