Cari lettori,
c’è solo una parola con cui vi posso esprimere la mia personale soddisfazione per il successo ottenuto dalla pubblicazione del post “Strana città Trieste”: grazie!
Grazie per aver letto così numerosi questo articolo, concepito col fine di dare una visione obiettiva non solo alla storia ma anche all’essenza stessa di questa città,
Grazie a quei 6000 lettori che, in meno di 24 ore, hanno visualizzato il blog, dall’Italia e da tantissimi paesi in tutto il mondo: dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dal Giappone, dall’Australia, dagli USA, dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Serbia, dal Marocco, dal Sud Africa e, ancora, da tantissimi altri stati.
Un risultato questo che invita ad una riflessione attenta sulla sostanziale esigenza di trattare questo argomento senza alcun spirito polemico ma sicuramente in modo attento e preciso,
Questo blog, Il vento di nord est, continuerà ad essere fedele ai suoi principi ispiratori ovvero quelli di affrontare in modo aperto le tematiche sociali, storiche, politiche e tutto ciò che può riguardarci.
Biagio Mannino
http://www.ventodinordest.wordpress.com
ilventodinordest@gmail.com
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Strana città Trieste.
(di Biagio Mannino)
E’ una strana città Trieste.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.

Trieste e i suoi palazzi imponenti, le piazze e le vie, le chiese di tutte le religioni ben evidenziano quel passato che la portò fino ad un certo punto, quando gli eventi della storia implosero su Vienna, Budapest, Praga e… Trieste.
In cento anni la memoria di tutto ciò è divenuta gradatamente un vago ricordo. Quasi estranei sembrano quei volti in quelle vecchie foto ingiallite dal tempo che mostrano la vivacità di quegli anni.
Volti quasi di stranieri, di gente che non si riconosce più, che quasi sembrano non appartenere alla città.
“Quando c’era l’Austria…” o “gli austriaci fecero…” sono solo alcuni esempi di espressioni che indicano un passato che non si avverte come proprio.
E’ vero che dopo il 1918 tanto è cambiato. Non solo per Trieste ma per tutto l’Impero Austro Ungarico. Si è conclusa un’epoca in modo definitivo, l’epoca degli Asburgo, dei valzer, delle operette, dei cappelli a cilindro, delle carrozze a cavalli, degli orologi da taschino e l’Austria e l’Ungheria di allora non ci sono più.
Gli imperi centrali hanno perso la Grande Guerra ma l’Austria – Ungheria l’ha persa di più.
E dopo il 1918 a Trieste il fascismo, le leggi razziali, nuovamente la guerra, la Risiera, le foibe, la Jugoslavia, il Governo Militare Alleato e… tanto, tanto ancora. Troppo per non lasciare il segno,troppo per non iniziare a dimenticare, troppo per non cancellare tutto.

Strana città Trieste, che ricorda Cadorna e ignora quasi del tutto Kugy, Ressel e Weyprecht, che celebra i Volontari Giuliani e dimentica i quarantamila che combatterono nelle fila dell’esercito di Francesco Giuseppe.
Sì, strana città Trieste, dove la gente si considera non uguale all’altra gente ma vuole distinguersi; lo sloveno dal croato, il meridionale dal settentrionale, il greco dal serbo, l’ebreo da tutti gli altri, l’italiano prima di tutti, i cinesi trasparenti, i medio orientali con i volti arrabbiati, i senegalesi dal sorriso interrogativo, e poi gli istriani.
“I triestini sono così”, “i triestini non hanno voglia di lavorare”, “i triestini non fanno nulla”… dicono gli altri.
Ma… chi sono questi triestini?
Se sono quelli delle foto, di quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto, beh, quelli non sono triestini perché… erano triestini.
Allora forse i triestini sono ancora qui, tra noi. Ma se sono tra noi, dove sono?
Forse forse, vuoi vedere che, i triestini sono… gli sloveni, i croati, i serbi, i meridionali, i settentrionali, i greci, gli ebrei, i senegalesi, i cinesi, i medio orientali e gli istriani?
E’ paradossale allora, ci troviamo a guardarci intorno e a vederci e scoprirci tutti uguali, tutti triestini.
Quei palazzi, quelle piazze, quelle vie diventano improvvisamente più nostre, perché è proprio qui il punto: tante radici, una radice.

E allora quella diversità diviene unità e quella diversità diviene appartenenza e quella diversità diviene identità.
Strana città Trieste, cinquecento anni di storia con l’Austria e poco meno di cento con l’Italia. Nazionalisti e nostalgici a volte addirittura coincidono e in quel caffè o nell’altro celebrano ora Nazario Sauro ora Maria Teresa.
“Tuo nonno ha combattuto in Ungheria” sussurrava la madre al figlio, quasi vergognandosene. Ma quella memoria, quella della propria famiglia, quella della propria storia avvertiva quasi inconsciamente che non doveva essere perduta.
E se questo accadeva fino a pochi anni fa, oggi spuntano da ogni parte documenti, immagini e testimonianze di ogni tipo che non più timidamente si fanno sentire, quasi gridando la loro presenza, ieri e soprattutto oggi.
Strana città Trieste che con l’arrivo di settantamila istriani dopo la seconda guerra mondiale ne ricorda la storia e ne dedica musei e monumenti ma tende a dimenticare quei trentamila triestini che lasciavano la città per mete ben più lontane come l’Australia e il Sud America alla ricerca di ricominciare una vita devastata dalle scelte politiche post 1918.
Stana città, sì, Trieste, dove i figli e i nipoti di quei settantamila istriani non vogliono saperne delle loro vicine origini e dove quelli di allora si ancorano nei ricordi e nelle contrapposizioni quasi a volere isolare “l’altro” ma finendo per isolare sé stessi e gli altri.
Ma come fa un italiano a capire cosa sia questa città, come fa a capire quando neppure chi la spiega ha compreso qualche cosa perché lui stesso è figlio di un percorso caotico di rimozione del ricordo, del ricordo di quei volti di triestini in quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto?
E i ragazzi cinesi, i ragazzi senegalesi e tutti quei giovani che arrivano da tutti i luoghi del mondo, così come arrivavano nel ‘800 a creare la città, oggi, cosa sanno della loro città?
Strana città Trieste…
Nota: le immagini in questo post sono tratte dall’archivio ArFF: Collezione Bruno Pizzamei. Si ringrazia il Professore Bruno Pizzamei per la condivisione e per aver autorizzato la pubblicazione delle foto.
La foto in copertina è di Biagio Mannino.
La relatività della storia e del simbolo. Di Biagio Mannino
La relatività della storia e del simbolo.*
di Biagio Mannino.
La storia è una scienza perfetta?
E’ questa una domanda alla quale non è facile rispondere, anzi, il concetto che sta alla base di questo quesito è difficile, se non addirittura impossibile da realizzare.
La scientificità della materia è data dal fatto che la stessa è oggetto, appunto, di studio e, di conseguenza, protagonista di confronti, dibattiti, teorie e accesi scontri.
Se trattare la matematica implica ragionamenti che si concludono con le dimostrazioni delle ipotesi, la storia è, sostanzialmente, indimostrabile poiché, alla sua base, ha i comportamenti assolutamente soggettivi degli uomini i quali producono risultati oggettivi ma che si scontrano poi con altri comportamenti soggettivi di altri uomini, quelli degli studiosi ma che non trovano una dimostrabilità effettiva degli eventi poiché la parola stessa, “eventi”, li colloca nel passato.
Sono accadimenti del passato, avvenuti, e la loro memoria è data da componenti sì oggettive come , ad esempio, documenti, foto, video, e da altre, soggettive, come i ricordi e, conseguentemente, facili all’interpretazione personale.
La comprensione di ciò che fu diviene un’impresa ardua poiché sullo storico ricade la responsabilità di saper raccogliere tutte quelle informazioni certe e saperle unire a quelle incerte al fine di dare un’interpretazione più vicina possibile, ma assolutamente, per definizione, opinabile, di cose che sicuramente sono state ma delle quali non si avrà alcuna prova assoluta.
E allora?
E’ evidente che la responsabilità che grava sugli storici è rilevante poiché ciò che sarà appreso dipenderà non solo dal risultato delle loro ricerche ma anche dall’obiettiva gestione dello stesso.
La storia rientra in quel caotico vortice che si chiama “politica”.
La politica, ovvero, nel suo significato più semplice: l’obiettivo. L’obiettivo che uno Stato, un partito, un’insieme di persone unite da comuni interessi e quant’altro… hanno.
La storia, nel sistema della politica, nel perseguimento di quel determinato obiettivo, diviene oggetto di primario interesse, oggetto di strumentalizzazione.
Gli storici rischiano, consapevolmente o non consapevolmente, di essere utilizzati per confermare teorie che legittimano le scelte dei politici con progetti ben precisi ma che esulano dall’effettivo senso della veridicità della storia.
Allora la storia assume un valore plurale e, appunto, da “storia” diviene “storie” e la discussione si sposta dal piano della conoscenza di ciò che fu a quello della contrapposizione di ciò che si ritiene che effettivamente fu e che non coincide, per motivi ideologici, con quello che fu per gli altri.
Si parla, come detto, di storie e non di storia, di memoria e non di memorie, della verità di qualcuno diversa dalla verità di qualcun altro per poi passare alla “vera verità” per arrivare all’omissione della stessa storia.
Omettere al fine di dimenticare, omettere al fine di creare una nuova storia dove ciò che fu non è mai stato e ciò che non è mai stato diviene ciò che fu realmente.
Sono passati cento anni dall’inizio di quella che veniva chiamata Grande Guerra e che dopo, a seguito dell’altra grande guerra, ha avuto una numerazione chiamandola Prima Guerra Mondiale e l’altra Seconda Guerra Mondiale.
I numeri tondi ispirano sempre la volontà di ricordare, celebrare e, spesso, anche se riguardanti avvenimenti tragici come appunto le guerre sono, di festeggiare.
Dopo il primo anno, al decimo anniversario, al venticinquesimo, al cinquantesimo, al centenario e via dicendo, si sente l’esigenza di rivivere con la memoria e con la partecipazione storica eventi che molto spesso la logica della politica ha trasformato se non del tutto dimenticato.
Eppure, sebbene gli anni passino, il ricordo è presente e la consapevolezza che i propri padri, nonni o, in generale, familiari, siano stati presenti a quegli accadimenti, rendono viva la storia unendola ad una volontà di conoscere e di far conoscere ciò che i vincitori ritennero opportuno cancellare.
L’occasione che all’Istria ed a Trieste si presenta negli anni del centenario della Grande Guerra si manifesta in tutta la sua potenzialità dove, come fantasmi ansiosi di farsi vedere, storie di famiglia, documenti, fotografie, oggetti di vario tipo, ricordi, ed anche leggende emergono dai cassetti e dalle cantine, sporchi di polvere, profumati di muffa, portatori di un messaggio a quelle generazioni contemporanee di volontà di conoscere la vera storia, la loro vera storia.
Il rischio è sempre quello: la strumentalizzazione che si unisce in queste occasioni alla paura di coloro i quali ne hanno fatto uso di essere a loro volta il prossimo soggetto, o meglio, oggetto da riporre in un cassetto, in attesa di qualche casuale evento che tra dieci, venti o cento anni, li riporti fuori e li faccia conoscere.
E’ questo il continuo gioco che le terre di confine, di confine tormentato da contrapposizioni, si trovano ad affrontare al punto tale da rendere così normale questa situazione da non accorgersene della sua presenza.
L’Austria Ungheria diviene il nemico solo pochi anni dopo la celebrazione, nuovamente la celebrazione, del cinquecentesimo anniversario dell’atto di dedizione all’Austria della città di Trieste e se ai duemila giuliani che combatterono nelle fila dell’esercito del Regno d’Italia si dedicano onori e piazze, ai quarantamila che combatterono nei reggimenti come il novantasettesimo nelle fila austro ungariche, il solo ricordo portava fino ad oggi imbarazzo e desiderio di dimenticanza.
Ma allora? Come affrontare il problema di quel concetto che, esprimendosi con un gioco di parole, evidenzia che tutto è relativo, ovvero quello espresso dalla così detta “verità vera”?
Lo studioso, che sia storico o politologo, sociologo o filosofo, deve partire da due punti di osservazione: quello dei politici e quello delle masse.
In una società contemporanea dove il sistema mass- mediatico diviene totalizzante nell’indirizzo educativo, appare evidente come sia più semplice di quanto si possa immaginare mandare messaggi di indirizzo alle masse utilizzando proprio i percorsi suggeriti dalla stessa psicologia delle masse.
Ritengo che sia difficile, se non impossibile, arrivare ad una presa di coscienza collettiva che vada nella direzione della maturità, ovvero nella capacità di valutare con obiettività, sincerità e disponibilità.
Quanto ricordato in merito al centenario dell’inizio della Grande Guerra ci porta a vedere come con l’attentato di Francesco Ferdinando inizi solo un lungo percorso che trova una sorta di immaginaria conclusione solo il 9 novembre 1989, con il crollo del Muro di Berlino.
Anni, tanti anni che hanno sconvolto l’intera Europa, che hanno sancito la fine di un modo di concepire la società e l’intero sistema delle cose e che, in alcune terre più che in altre, se ne sono duramente vissute le conseguenze, sia negli eventi che nelle espressioni politiche, sociali e storiche successive.
E una di queste terre è proprio l’Istria che con Trieste rappresentano l’esempio della storia europea del XX secolo, della tragica storia europea del XX secolo.
Cos’è l’Istria?
Definirla come una penisola, posta a nor -est di quel mare Adriatico che, per sua natura si mostra come una realtà chiusa e dove i caratteri delle genti che vivono sulle coste più lontane dalla sua apertura, dalla sua comune appartenenza al Mediterraneo, sembrano mostrare la stessa chiusura unendoli e rendendo la geomorfologia e l’antropizzazione una sola realtà.
Sarebbe troppo semplice definirla in questo modo poiché l’Istria stessa è di per sé una definizione instabile, una mutazione legata a quel concetto di paesaggio che in essa vede tutti quegli elementi fisici che vanno dal mare al Carso e la mostrano nella sua complessità, nella sua diversità così come la gente che vi vive, oggi come ieri, deve abbandonare il concetto di singolarità per abbracciare quello della pluralità, alla ricerca della consapevolezza di quanto questo rappresenti, di fatto, una ricchezza.
Pluralità dunque, di paesaggi e, quindi di, elementi geologici, naturalistici, zoologici e vegetazionali, e antropomorfi con genti diverse, lingue e culture unite però nella comune appartenenza, appunto, all’Istria.
E torniamo allora a quanto precedentemente espresso dove la storia diviene fondamentale per comprendere come una terra così piccola rappresenti in definitiva una vera e propria sintesi europea in cui i popoli convivono e si combattono, si spostano e ritornano, vengono ricordati e vengono dimenticati in un apparente eterno percorso fatto di ostacoli ripetuti e ripresentati periodicamente, di oggettive scelte incidenti nelle singole soggettività al fine di creare un unico pensiero legato però ai diversi popoli al fine di un’altrettanta oggettiva strumentalizzazione.
Politica, storia, antropologia e natura in conflitto: questa è l’Istria.
Diviene difficile affrontare lo studio di quelle situazioni, di quei personaggi, vissuti in anni così recenti, così delicati, così sofferti come quelli del XX secolo proprio per il fatto che sono vicini ed ancora doloranti le ferite aperte.
Ma cosa?
E ancora il problema si pone poiché è il punto di vista, il punto di osservazione dal quale si guarda quell’orizzonte che cambia la sua prospettiva a seconda dell’altezza dell’osservatore.
E così ciò che per uno è, non è per qualcun altro in una lunga contrapposizione generazionale che solo il tempo aiuta a limitare.
Raccontare la storia di figure come quelle di Giuseppe Callegarini richiede uno sforzo da parte dei due protagonisti dell’opera letteraria: lo scrittore ed il lettore.
Il primo ha faticato nella comprensione della figura la cui vita viene raccontata, il secondo nel saper accettare di cogliere tutti quegli aspetti che potrebbero mettere a rischio le proprie convinzioni ed anche i propri stereotipi.
Nei contesti di contrapposizione perdurante negli anni, nelle generazioni, nella memoria dei singoli popoli e dei singoli appartenenti a questi, l’elemento simbolico diviene determinante al fine di trovare in esso un riferimento, un punto in cui vedere riuniti quelli che sono i propri valori, la propria storia, le proprie tradizioni e, semplicemente, ritrovarsi.
L’elemento simbolico si va a manifestare nelle bandiere, negli inni, nei miti e nelle leggende e che vedono negli uomini una elevazione ad un piano superiore, ad un piano in cui la differenza tra il mito e la realtà non è più distinguibile, dove questi uomini divengono simbolo per un popolo intero, da guardare e da imitare, da ammirare e da venerare: questi uomini sono gli eroi.
L’eroe, colui che consapevolmente compie un’azione che molto spesso avrà come conseguenza il proprio sacrificio definitivo, un sacrificio compensato però dalla convinzione di aver agito e preso delle decisioni, appunto, eroiche, nel perseguire quello che è ritenuto essere il bene, ma non il bene soggettivo, individualistico ma quello comune, del gruppo, del proprio popolo e, di conseguenza, della propria famiglia, delle proprie origini.
Ricco è l’elenco degli eroi e dei martiri e non vi è Stato che non li celebri e rispetti, che a loro dedichi vie o piazze, che siano studiati nelle scuole per le loro gesta ed imprese.
Ma le aree di confine, là dove quelle linee immaginarie chiamate appunto “confini” e che in essi trovano una materializzazione, mostrano come il limite tra essere eroe e brigante sia estremamente sottile e facile a rompersi. Infatti quelle gesta eroiche lo sono per alcuni ma non lo sono affatto per altri, poiché c’è chi ne celebra il nome nei tempi avvenire, e chi dimenticherà completamente.
E’ il triste peso per questi uomini che consapevoli erano solo in parte nel prendere decisioni. Quelle gesta potevano essere comprese da chi ne beneficiava ma avrebbero causato sofferenza in chi le subiva.
Eroi o briganti o, ancor peggio, terroristi? Non conta assolutamente niente di fronte agli occhi di un osservatore che guarda alla storia come una sequenza di cause ed effetti abbandonando quei giudizi universalistici per accettare solo una condivisibilità o meno.
Se gli eroi di guerra vivono una duplice ed opposta considerazione quelli del lavoro dovrebbero vivere una memoria più serena.
Qui le cose non sono come appaiono poiché l’attribuzione che a loro si deve per il martirio subito nel nome del lavoro è riconosciuta, anche questa volta, da alcuni e non da altri.
Sindacati, partiti, opportunità economiche e finanziarie, volontà di nascondere le responsabilità sono solo alcuni di questi elementi che traslano l’eroe nel dimenticatoio.
Se Giuseppe Callegarini rappresenta l’emblematico esempio di un eroe della resistenza, la sua figura si colloca in un momento storico e in una terra dove i ruoli attivi venivano e sarebbero venuti fortemente strumentalizzati ed ideologizzati, ponendo le azioni di questo uomo non opportune ad essere elevate ad elemento simbolico ma maggiormente degne di essere riposte in qualche scatola in attesa di tempi migliori e, soprattutto lontani, per essere riprese e presentate ad un popolo ormai dimentico addirittura della propria memoria storica.
Dall’altra parte, Arrigo Grassi, viene celebrato eroe del lavoro il cui sacrificio, nelle miniere dell’Arsa salvò molte vite, trova quella elevazione da parte però di un regime, quello fascista che, precipitato portò con sé tutto compresi i suoi eroi.
Due figure, Callegarini e Grassi, che divengono simbolo, sì per le gesta eroiche ma soprattutto per quello che significa la storia complessa e le memorie tormentate derivanti dalle scelte politiche del XX secolo in una tormentata terra che si chiama Istria.
E’ questa una domanda alla quale non è facile rispondere, anzi, il concetto che sta alla base di questo quesito è difficile, se non addirittura impossibile da realizzare.
La scientificità della materia è data dal fatto che la stessa è oggetto, appunto, di studio e, di conseguenza, protagonista di confronti, dibattiti, teorie e accesi scontri.
Se trattare la matematica implica ragionamenti che si concludono con le dimostrazioni delle ipotesi, la storia è, sostanzialmente, indimostrabile poiché, alla sua base, ha i comportamenti assolutamente soggettivi degli uomini i quali producono risultati oggettivi ma che si scontrano poi con altri comportamenti soggettivi di altri uomini, quelli degli studiosi ma che non trovano una dimostrabilità effettiva degli eventi poiché la parola stessa, “eventi”, li colloca nel passato.
Sono accadimenti del passato, avvenuti, e la loro memoria è data da componenti sì oggettive come , ad esempio, documenti, foto, video, e da altre, soggettive, come i ricordi e, conseguentemente, facili all’interpretazione personale.
La comprensione di ciò che fu diviene un’impresa ardua poiché sullo storico ricade la responsabilità di saper raccogliere tutte quelle informazioni certe e saperle unire a quelle incerte al fine di dare un’interpretazione più vicina possibile, ma assolutamente, per definizione, opinabile, di cose che sicuramente sono state ma delle quali non si avrà alcuna prova assoluta.
E allora?
E’ evidente che la responsabilità che grava sugli storici è rilevante poiché ciò che sarà appreso dipenderà non solo dal risultato delle loro ricerche ma anche dall’obiettiva gestione dello stesso.
La storia rientra in quel caotico vortice che si chiama “politica”.
La politica, ovvero, nel suo significato più semplice: l’obiettivo. L’obiettivo che uno Stato, un partito, un’insieme di persone unite da comuni interessi e quant’altro… hanno.
La storia, nel sistema della politica, nel perseguimento di quel determinato obiettivo, diviene oggetto di primario interesse, oggetto di strumentalizzazione.
Gli storici rischiano, consapevolmente o non consapevolmente, di essere utilizzati per confermare teorie che legittimano le scelte dei politici con progetti ben precisi ma che esulano dall’effettivo senso della veridicità della storia.
Allora la storia assume un valore plurale e, appunto, da “storia” diviene “storie” e la discussione si sposta dal piano della conoscenza di ciò che fu a quello della contrapposizione di ciò che si ritiene che effettivamente fu e che non coincide, per motivi ideologici, con quello che fu per gli altri.
Si parla, come detto, di storie e non di storia, di memoria e non di memorie, della verità di qualcuno diversa dalla verità di qualcun altro per poi passare alla “vera verità” per arrivare all’omissione della stessa storia.
Omettere al fine di dimenticare, omettere al fine di creare una nuova storia dove ciò che fu non è mai stato e ciò che non è mai stato diviene ciò che fu realmente.
Sono passati cento anni dall’inizio di quella che veniva chiamata Grande Guerra e che dopo, a seguito dell’altra grande guerra, ha avuto una numerazione chiamandola Prima Guerra Mondiale e l’altra Seconda Guerra Mondiale.
I numeri tondi ispirano sempre la volontà di ricordare, celebrare e, spesso, anche se riguardanti avvenimenti tragici come appunto le guerre sono, di festeggiare.
Dopo il primo anno, al decimo anniversario, al venticinquesimo, al cinquantesimo, al centenario e via dicendo, si sente l’esigenza di rivivere con la memoria e con la partecipazione storica eventi che molto spesso la logica della politica ha trasformato se non del tutto dimenticato.
Eppure, sebbene gli anni passino, il ricordo è presente e la consapevolezza che i propri padri, nonni o, in generale, familiari, siano stati presenti a quegli accadimenti, rendono viva la storia unendola ad una volontà di conoscere e di far conoscere ciò che i vincitori ritennero opportuno cancellare.
L’occasione che all’Istria ed a Trieste si presenta negli anni del centenario della Grande Guerra si manifesta in tutta la sua potenzialità dove, come fantasmi ansiosi di farsi vedere, storie di famiglia, documenti, fotografie, oggetti di vario tipo, ricordi, ed anche leggende emergono dai cassetti e dalle cantine, sporchi di polvere, profumati di muffa, portatori di un messaggio a quelle generazioni contemporanee di volontà di conoscere la vera storia, la loro vera storia.
Il rischio è sempre quello: la strumentalizzazione che si unisce in queste occasioni alla paura di coloro i quali ne hanno fatto uso di essere a loro volta il prossimo soggetto, o meglio, oggetto da riporre in un cassetto, in attesa di qualche casuale evento che tra dieci, venti o cento anni, li riporti fuori e li faccia conoscere.
E’ questo il continuo gioco che le terre di confine, di confine tormentato da contrapposizioni, si trovano ad affrontare al punto tale da rendere così normale questa situazione da non accorgersene della sua presenza.
L’Austria Ungheria diviene il nemico solo pochi anni dopo la celebrazione, nuovamente la celebrazione, del cinquecentesimo anniversario dell’atto di dedizione all’Austria della città di Trieste e se ai duemila giuliani che combatterono nelle fila dell’esercito del Regno d’Italia si dedicano onori e piazze, ai quarantamila che combatterono nei reggimenti come il novantasettesimo nelle fila austro ungariche, il solo ricordo portava fino ad oggi imbarazzo e desiderio di dimenticanza.
Ma allora? Come affrontare il problema di quel concetto che, esprimendosi con un gioco di parole, evidenzia che tutto è relativo, ovvero quello espresso dalla così detta “verità vera”?
Lo studioso, che sia storico o politologo, sociologo o filosofo, deve partire da due punti di osservazione: quello dei politici e quello delle masse.
In una società contemporanea dove il sistema mass- mediatico diviene totalizzante nell’indirizzo educativo, appare evidente come sia più semplice di quanto si possa immaginare mandare messaggi di indirizzo alle masse utilizzando proprio i percorsi suggeriti dalla stessa psicologia delle masse.
Ritengo che sia difficile, se non impossibile, arrivare ad una presa di coscienza collettiva che vada nella direzione della maturità, ovvero nella capacità di valutare con obiettività, sincerità e disponibilità.
Quanto ricordato in merito al centenario dell’inizio della Grande Guerra ci porta a vedere come con l’attentato di Francesco Ferdinando inizi solo un lungo percorso che trova una sorta di immaginaria conclusione solo il 9 novembre 1989, con il crollo del Muro di Berlino.
Anni, tanti anni che hanno sconvolto l’intera Europa, che hanno sancito la fine di un modo di concepire la società e l’intero sistema delle cose e che, in alcune terre più che in altre, se ne sono duramente vissute le conseguenze, sia negli eventi che nelle espressioni politiche, sociali e storiche successive.
E una di queste terre è proprio l’Istria che con Trieste rappresentano l’esempio della storia europea del XX secolo, della tragica storia europea del XX secolo.
Cos’è l’Istria?
Definirla come una penisola, posta a nor -est di quel mare Adriatico che, per sua natura si mostra come una realtà chiusa e dove i caratteri delle genti che vivono sulle coste più lontane dalla sua apertura, dalla sua comune appartenenza al Mediterraneo, sembrano mostrare la stessa chiusura unendoli e rendendo la geomorfologia e l’antropizzazione una sola realtà.
Sarebbe troppo semplice definirla in questo modo poiché l’Istria stessa è di per sé una definizione instabile, una mutazione legata a quel concetto di paesaggio che in essa vede tutti quegli elementi fisici che vanno dal mare al Carso e la mostrano nella sua complessità, nella sua diversità così come la gente che vi vive, oggi come ieri, deve abbandonare il concetto di singolarità per abbracciare quello della pluralità, alla ricerca della consapevolezza di quanto questo rappresenti, di fatto, una ricchezza.
Pluralità dunque, di paesaggi e, quindi di, elementi geologici, naturalistici, zoologici e vegetazionali, e antropomorfi con genti diverse, lingue e culture unite però nella comune appartenenza, appunto, all’Istria.
E torniamo allora a quanto precedentemente espresso dove la storia diviene fondamentale per comprendere come una terra così piccola rappresenti in definitiva una vera e propria sintesi europea in cui i popoli convivono e si combattono, si spostano e ritornano, vengono ricordati e vengono dimenticati in un apparente eterno percorso fatto di ostacoli ripetuti e ripresentati periodicamente, di oggettive scelte incidenti nelle singole soggettività al fine di creare un unico pensiero legato però ai diversi popoli al fine di un’altrettanta oggettiva strumentalizzazione.
Politica, storia, antropologia e natura in conflitto: questa è l’Istria.
Diviene difficile affrontare lo studio di quelle situazioni, di quei personaggi, vissuti in anni così recenti, così delicati, così sofferti come quelli del XX secolo proprio per il fatto che sono vicini ed ancora doloranti le ferite aperte.
Ma cosa?
E ancora il problema si pone poiché è il punto di vista, il punto di osservazione dal quale si guarda quell’orizzonte che cambia la sua prospettiva a seconda dell’altezza dell’osservatore.
E così ciò che per uno è, non è per qualcun altro in una lunga contrapposizione generazionale che solo il tempo aiuta a limitare.
Raccontare la storia di figure come quelle di Giuseppe Callegarini richiede uno sforzo da parte dei due protagonisti dell’opera letteraria: lo scrittore ed il lettore.
Il primo ha faticato nella comprensione della figura la cui vita viene raccontata, il secondo nel saper accettare di cogliere tutti quegli aspetti che potrebbero mettere a rischio le proprie convinzioni ed anche i propri stereotipi.
Nei contesti di contrapposizione perdurante negli anni, nelle generazioni, nella memoria dei singoli popoli e dei singoli appartenenti a questi, l’elemento simbolico diviene determinante al fine di trovare in esso un riferimento, un punto in cui vedere riuniti quelli che sono i propri valori, la propria storia, le proprie tradizioni e, semplicemente, ritrovarsi.
L’elemento simbolico si va a manifestare nelle bandiere, negli inni, nei miti e nelle leggende e che vedono negli uomini una elevazione ad un piano superiore, ad un piano in cui la differenza tra il mito e la realtà non è più distinguibile, dove questi uomini divengono simbolo per un popolo intero, da guardare e da imitare, da ammirare e da venerare: questi uomini sono gli eroi.
L’eroe, colui che consapevolmente compie un’azione che molto spesso avrà come conseguenza il proprio sacrificio definitivo, un sacrificio compensato però dalla convinzione di aver agito e preso delle decisioni, appunto, eroiche, nel perseguire quello che è ritenuto essere il bene, ma non il bene soggettivo, individualistico ma quello comune, del gruppo, del proprio popolo e, di conseguenza, della propria famiglia, delle proprie origini.
Ricco è l’elenco degli eroi e dei martiri e non vi è Stato che non li celebri e rispetti, che a loro dedichi vie o piazze, che siano studiati nelle scuole per le loro gesta ed imprese.
Ma le aree di confine, là dove quelle linee immaginarie chiamate appunto “confini” e che in essi trovano una materializzazione, mostrano come il limite tra essere eroe e brigante sia estremamente sottile e facile a rompersi. Infatti quelle gesta eroiche lo sono per alcuni ma non lo sono affatto per altri, poiché c’è chi ne celebra il nome nei tempi avvenire, e chi dimenticherà completamente.
E’ il triste peso per questi uomini che consapevoli erano solo in parte nel prendere decisioni. Quelle gesta potevano essere comprese da chi ne beneficiava ma avrebbero causato sofferenza in chi le subiva.
Eroi o briganti o, ancor peggio, terroristi? Non conta assolutamente niente di fronte agli occhi di un osservatore che guarda alla storia come una sequenza di cause ed effetti abbandonando quei giudizi universalistici per accettare solo una condivisibilità o meno.
Se gli eroi di guerra vivono una duplice ed opposta considerazione quelli del lavoro dovrebbero vivere una memoria più serena.
Qui le cose non sono come appaiono poiché l’attribuzione che a loro si deve per il martirio subito nel nome del lavoro è riconosciuta, anche questa volta, da alcuni e non da altri.
Sindacati, partiti, opportunità economiche e finanziarie, volontà di nascondere le responsabilità sono solo alcuni di questi elementi che traslano l’eroe nel dimenticatoio.
Se Giuseppe Callegarini rappresenta l’emblematico esempio di un eroe della resistenza, la sua figura si colloca in un momento storico e in una terra dove i ruoli attivi venivano e sarebbero venuti fortemente strumentalizzati ed ideologizzati, ponendo le azioni di questo uomo non opportune ad essere elevate ad elemento simbolico ma maggiormente degne di essere riposte in qualche scatola in attesa di tempi migliori e, soprattutto lontani, per essere riprese e presentate ad un popolo ormai dimentico addirittura della propria memoria storica.
Dall’altra parte, Arrigo Grassi, viene celebrato eroe del lavoro il cui sacrificio, nelle miniere dell’Arsa salvò molte vite, trova quella elevazione da parte però di un regime, quello fascista che, precipitato portò con sé tutto compresi i suoi eroi.
Due figure, Callegarini e Grassi, che divengono simbolo, sì per le gesta eroiche ma soprattutto per quello che significa la storia complessa e le memorie tormentate derivanti dalle scelte politiche del XX secolo in una tormentata terra che si chiama Istria.
*Tratto dal libro “Giuseppe Callegarini. Un eroe sconosciuto” di Livio Dorigo, Stefano Furlani, Biagio Mannino, Luciano Santin, Roberto Spazzali – edito dal Circolo Istria – Trieste.
La pubblicazione su questo blog è autorizzata dal Presidente del Circolo Istria Livio Dorigo.
Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.