Parlare di poesia oggi

(di Anna Piccioni)

Sulla domanda “perché si scrive poesia?” pensiamo a Leopardi, la sua poesia è il prodotto di una tecnica di riflessione che guarda all’aspetto sociale che significa essenziale. La poesia non è sentimento, ma esperienza di vita. Un poeta ha detto ” I versi sono esperienza di vita quotidiana, di ricaduta e di risalita…del fare poesia non bisogna vergognarsi, non bisogna distaccarsi dal combattere.”

Vivere con passione, ascoltare il proprio cuore, cervello, e stomaco, è vivere con poesia.

E per citare ancora Leopardi dallo Zibaldone “7 agosto 1821 “Fra tutte le letture, quella che meno lascia l’animo desideroso del piacere, è la lettura della vera poesia. La quale destando emozioni vivissime, e riempiendo l’animo di idee vaghe e indefinite e vastissime e sublimissime e mal chiare ec. lo riempie quanto più si possa a questo mondo”

E ancora Saffo “Io dico che qualcuno di me si ricorderà…”

Molti scrivono poesia, ma pochi leggono poesia e a guardarsi intorno ben poco di poetico riscontriamo nella vita sociale e politica. Qualcuno ha detto “Chi considera la poesia un modo di passare il tempo commete un crimine…”Di fronte ai problemi tragici di oggi, la cui responsabilità è solo dell’uomo, la “poesia deve dare il senso di quello che sta succedendo”, bisogna che i poeti diventino i nuovi miti, in quanto la poesia non è solo sentimento, ma esperienza di vita.i nuovi punti di riferimento di una società che non sa più ritrovarsi nei valori profondi del vivere civile.

Per questo si deve ritornare al concetto di impegno, difendendo una posizione artisticamente diversa da quella del ‘900, oppure accettare “la sconfitta dell’uomo”. I poeti in quanto uomini e donne devono prendersi la loro responsabilità e favorire l’integrazione con la società. La poesia è un linguaggio della conoscenza, anzi il linguaggio storico dell’uomo. e con David Maria Turoldo ricordiamo che il poeta è un “barometro del suo tempo”.

Se i poeti si fanno prendere dal loro “narcisismo”(fare poesia alta, parlare di sé) allora ha ragione Witold Gombrowicz, che in una conferenza a Buenos Aires nel 1947, “Contro i poeti”, denuncia la “poesia pura”, che ha la pretesa di essere forma d’arte a sé, forma che maschera e mistifica l’Esistenza. “I poeti, secondo Gombrowicz, creano per i poeti, il linguaggio si è fatto rituale trasformando le parole e le metafore in suoni vuoti”. La poesia invece si trova anche nelle opere letterarie o in “un semplice tramonto del sole”.

Ancora va ricordato che Umberto Saba contro la “poesia…a capo” e del non senso disse che compito dei poeti è fare la poesia vera; onesta”.

Lucio Villari in un suo saggio “Viaggi indifferenti” (Bompiani 1987) racconta del suo viaggio in Egitto. Di fronte alle meraviglie architettoniche dei monumenti, in un’atmosfera “drogata e inebriante”, il Villari avverte con inquietudine “l’incomunicabilità” con l’Egitto dei Faraoni. Una ragione fondamentale è che “l’Egitto rispetto al mondo classico non ha né testi filosofici, né una letteratura, né una qualunque forma di drammaturgia: non ci ha lasciato, soprattutto, la Poesia…La Poesia non deve “raccontare” la storia degli uomini, ma deve essere sentita, anche dopo migliaia di anni, come un’anima segreta di questa storia”; per questo l’Egitto è un continente della storia e della memoria, affascinante, ma non nostro. Gli Egiziani invece di privilegiare la Parola, hanno scelto il Suono, muto, ma amplificato dei monumenti giganteschi: “l’Egitto ha il fascino muto e casto della vecchiaia”.

Anna Piccioni

L’abbattimento del dirigibile “Città di Jesi”

(di Bruno Pizzamei)

Mentre sistemavo le fotografie del mio archivio familiare ho ritrovato una vecchia foto che ricorda un fatto avvenuto durante la prima guerra mondiale.
Fin da bambino ho sempre guardato con curiosità questa vecchia fotografia che documenta l’abbattimento del dirigibile italiano Città di Jesi (immagine 1).Immagine_1 L’aveva conservata mio nonno paterno, che durante le prima guerra era stato dapprima marinaio sulla corazzata Viribus Unitis e successivamente aveva fatto parte del K.u.K. Seeflieger Korps (l’aviazione navale), presso la stazione idrovolanti nel porto militare di Pola.
Il Città di Jesi era un dirigibile della Regia Marina Italiana. Costruito a Vigna di Valle nel 1914, era per molti aspetti un mezzo innovativo in quanto la posizione della navicella di comando consentiva sia all’equipaggio di accedere all’involucro sia a migliorare l’aerodinamica del mezzo.
Con una lunghezza di 88 metri, un diametro di 19 ed un volume di circa 15.000 metri cubi poteva raggiungere la velocità di 50 nodi. All’entrata dell’Italia in guerra al Città di Jesi, di base nell’aeroscalo di Ferrara ed al comando dal tenente di vascello Bruno Brivonesi, fu ordinato di compiere un’incursione aerea contro Pola, principale base della Marina austroungarica. Alla sera del 5 agosto 1915 il Città di Jesi fece rotta verso Pola, con un carico bombe da sganciare sull’Arsenale.
L’equipaggio era formato da sette uomini tra i quali Raffaele De Courten (destinato a diventare Ministro della Marina nel governo Badoglio e Capo di Stato Maggiore della Marina nel 1943).Immagine_2
Raggiunta la costa istriana (immagine2) e dopo aver sganciato tutte le bombe in dotazione, il dirigibile iniziò ad accostare per raggiungere il mare aperto, ma nel corso della virata fu colpito a poppa dalla contraerea: i compartimenti poppieri dell’involucro iniziarono a perdere rapidamente idrogeno, provocando l’appoppamento e la perdita di controllo dell’aeronave, che iniziò a perdere quota sempre più in fretta.
Il comandante Brivonesi cercò di rallentare la discesa, facendo gettare fuori bordo gli oggetti non fissati e spegnendo tutti i motori (per evitare che la zona poppiera dell’involucro, afflosciandosi, finisse sulle eliche in movimento.
Mentre il dirigibile precipitava verso il mare, tutto l’equipaggio si rifugiò in un locale ricavato nella travatura metallica, e poco dopo il Città di Jesi finì nelle acque antistanti il porticciolo di Veruda.
La navicella andò distrutta nell’impatto, mentre l’involucro poppiero si afflosciò, completamente deformato, sulla superficie. L’involucro prodiero, ancora pieno di gas, conservò almeno in parte la propria forma, restando impennato verso il cielo.
Poco dopo la travatura cedette gettando in mare i sette uomini, tutti illesi, che furono poi recuperati da un’imbarcazione e fatti prigionieri. La carcassa del Città di Jesi, trainata nel porto di Veruda per essere studiata dai militari austroungarici, fu in seguito smantellata.
L’abbattimento del Città di Jesi fu utilizzato ai fini propagandistici dalla autorità austroungariche. La fotografia in mio possesso, che rappresenta il dirigibile attraccato al molo di Veruda e analizzato dai tecnici austriaci prima di essere smantellato, è una delle 1000 copie stampate dall’editore Marincovich di Pola e distribuite al prezzo di 80 Heller. Immagine_3Esiste anche una rara cartolina austriaca (immagine3) realizzata da un quadro del pittore Harry Heusser per conto del “Flottenverein”, l’Ente austriaco per l’assistenza e la raccolta di fondi per la Marina Imperiale. La cartolina raffigura l’abbattimento del dirigibile italiano “Città di Jesi” durante il suo bombardamento dell’Arsenale militare di Pola e alcune navi austriache che si apprestano a raccogliere i naufraghi.

Bruno Pizzamei

Notizie tratte da: Basilio Di Donato “I dirigibili italiani nella Grande Guerra”, Aeronautica Militare – Ufficio storico.

 

Nota: le immagini in questo post sono state fornite dall’autore dello stesso con la seguente descrizione:

1 ArFF-Collezione Bruno Pizzamei
2 Google Maps(modificata)
3 http :// www. mymilitaria.it/liste_03/jesi_ card.htm

 

Il progetto A.r.F.F.

(di Bruno Pizzamei)

Tre persone, il sottoscritto, Franco Cecotti e Silvia Zetto, quattro anni e mezzo fa hanno deciso di attuare il progetto: Ar.F.F –  archivi fotografici delle famiglie – Raccolta, riordino e conservazione di archivi fotografici familiari.
Obiettivi del progetto sono la conservazione con strumenti informatici del materiale raccolto (per evitare ad esempio di vederlo messo in vendita dai rigattieri o nei mercatini dell’usato), l’organizzazione del materiale per temi e la disponibilità del materiale sia per la ricerca storiografica che per una divulgazione più ampia
L’abbiamo fatto sulla base di qualcosa che ci accomuna. Abbiamo insegnato per gran parte della nostra vita. Abbiamo una passione per la conservazione delle storie e delle memorie dunque per la Storia e un interesse per le fotografie, fonte difficile e ambigua a volte, ma che riesce a trasmettere il clima di un’epoca più di quanto altre fonti non riescano a fare.
Abbiamo raggruppato il materiale raccolto in categorie:famiglia, scuola e didattica, lavoro, tempo libero, sport, riti, cartoline, politica, guerre e militari, emigrazione, ritratti, documenti, veicoli e mezzi di trasporto, luoghi, materiali fotografici:
Abbiamo  iniziato con le fotografie dei nostri personali archivi. Le abbiamo passate allo scanner, siglate e catalogate.
Poi ci siamo rivolti ad amici e conoscenti: in un tempo relativamente breve abbiamo costruito più  di 80 archivi e raccolto quasi 14.000 foto grazie alla generosità e soprattutto alla fiducia di chi ce le ha affidate.
Con il materiale in nostro possesso abbiamo costruito e presentato presso enti, circoli e associazioni, dei percorsi quali ad esempio
Istantanee Fotografi di strada
Cantieri e navi Costruzione, vari e allestimenti in Istria, a Muggia e a Trieste negli anni ’40, ‘50  e  ‘60
Navi e marinai Storie di marinai triestini
Treni, stazioni, tram e trasporti Nelle fotografie degli archivi fotografici familiari
Quel che resta della guerra Le fotografie della prima guerra mondiale conservate dalle famiglie.

Bruno Pizzamei

…il blog di Biagio Mannino

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