Riforme sì, riforme no.

(di Biagio Mannino)

 

Quel giorno, il 2 giugno 1946, erano più di dodici i milioni di italiani che decisero,
sì, decisero di cambiare e votarono a favore della Repubblica.
Fu una scelta di rottura con il passato. In quel periodo dominava l’incertezza e le contrapposizioni, non solo politiche ma anche ideologiche, si confrontavano e, molto spesso, si scontravano.
La nuova Italia nasceva e l’Assemblea Costituente aveva l’importante, difficile e complesso incarico di scrivere quel documento che doveva sostituire lo Statuto Albertino, il documento si chiama Costituzione.

Immaginiamo quell’Assemblea Costituente: 556 erano i membri e, tra questi, 21 donne. Le prime donne che entravano a far parte a pieno titolo del gruppo dei protagonisti della vita politica attiva italiana.
C’erano rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano e molti altri ancora.
Si viveva uno dei momenti storici tra i più delicati della storia d’Italia: un Paese che usciva sconfitto dalla terribile Seconda Guerra Mondiale, distrutto non solo dagli eventi bellici ma anche dai precedenti anni del regime fascista.
Erano giorni in cui la volontà di chiudere con il passato e guardare al futuro accendeva gli animi in un insieme di entusiasmo e di volontà di fare i conti con quanto era accaduto.

E in ambito internazionale l’Europa e il mondo intero si mostrava alla vigilia di quella divisione di nome e di fatto che egemonizzava l’est sotto il controllo dell’URSS e l’ovest sotto quello degli USA.
Era questo il contesto in cui i Padri della Costituzione si trovarono a scrivere la Carta.
Furono bravi. Sì, possiamo affermarlo.
L’Assemblea Costituente fu eletta il 2 giugno del 1946. Il 22 dicembre del 1947 la Costituzione venne approvata, il 27 promulgata dal Capo provvisorio dello Stato e il primo gennaio del 1948 entrò in vigore.
In meno di due anni nasceva quella che ancora oggi viene considerata se non la più bella, una delle più belle Carte Costituzionali del mondo.
Peccato però… che gli italiani non lo sappiano…
Infatti le opinioni favorevoli in merito al nostro documento vengono da altrove mentre qui, in Italia, si attribuiscono le responsabilità di una situazione decisamente precaria proprio alla Costituzione.
E allora?
La Costituzione del 1948 punta su un aspetto fondamentale: mai più come prima, dove, per prima, si intende l’esperienza del fascismo.
Per raggiungere questo obiettivo occorre allora la partecipazione dei cittadini alla vita politica.
La Repubblica è, di conseguenza, parlamentare, e questo implica che il Parlamento è il centro di tutto.
Il Parlamento ha la funzione legislativa, dà la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri (e non al Premier che in Italia NON esiste!), toglie la fiducia allo stesso.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri è nominato dal Presidente della Repubblica il quale è eletto dal Parlamento riunito in seduta comune con la partecipazione di delegati provenienti da tutte le Regioni. Il Presidente della Repubblica scioglie le Camere. Inoltre il Parlamento si compone di due Camere, quella dei Deputati ed il Senato che godono del così detto principio del bicameralismo perfetto, ovvero sono sostanzialmente speculari una all’altra in tutte le funzioni.
Il lettore non deve trovare motivo per pensare che tutto ciò impedisca un effettivo svolgimento del meccanismo istituzionale.
Dobbiamo partire da un principio: le democrazie si basano sulla libertà di partecipazione di tutti, di conseguenza, al fine di garantire questo diritto, il sistema costituzionale inserisce strumenti che possiamo definire di equilibrio, in modo tale da permettere alle diverse componenti istituzionali di esercitare le proprie funzioni in autonomia, libertà e, soprattutto, così come la Costituzione prevede.
Però, se passiamo dalla Costituzione formale a quella materiale, ovvero ciò che di fatto succede, ci accorgiamo che la funzione legislativa è divenuta priorità del governo che, attraverso i decreti legge, esercita, oltre alla funzione esecutiva, anche quella legislativa e ciò contrasta fortemente con i principi espressi dalla teoria della separazione dei poteri, elemento ispiratore della concezione dello Stato democratico moderno.
Qualcuno potrebbe dire “Ma se in Parlamento litigano, se non si mettono d’accordo…”.
Vediamo che, in questo caso, la responsabilità di un sostanziale blocco parlamentare non dipende dalla componente giuridica del grande gioco istituzionale bensì da quella politica.
E allora?
Il vero problema non è rappresentato dalle regole del gioco ma dai giocatori che, indifferentemente quali siano i motivi, vanificano le possibilità offerte proprio dalle regole, in questo caso, proposte dalla Costituzione.
A questo punto si inserisce la comunicazione politica che porta l’uditore, ovvero la gran parte dei cittadini, alla convinzione che la causa di tutto ciò che non va sia proprio la Costituzione.
Di conseguenza… bisogna cambiare la Costituzione!
Questo percorso è iniziato da ormai un anno. Segue quanto previsto dall’art. 138 della stessa Costituzione e dopo una serie di passaggi parlamentari, se sempre approvata, si concluderà con un referendum in cui i cittadini si esprimeranno, definitivamente, a favore o contrari alle modifiche.
Come potrebbe, secondo queste modifiche, diventare l’Italia?
L’Italia resterebbe una Repubblica parlamentare ma, pur mantenendo entrambe le Camere, sarebbe caratterizzata da un bicameralismo imperfetto.
Infatti il Senato vedrebbe fortemente ridimensionato il suo ruolo proprio in quella funzione tipica dei Parlamenti, ovvero quella legislativa che diverrebbe di piena pertinenza della Camera dei Deputati mentre il Senato legifererebbe solo in materia di Enti Locali e Regioni.
A  questa limitazione si deve  aggiungere la riduzione del numero dei Senatori che da 315 passerebbero a 100, la loro eleggibilità  da diritto dei cittadini diverrebbe esclusivo incarico delle Regioni e, infine, la fiducia che le Camere danno al Governo non apparterebbe più al Senato.
Di conseguenza se il Senato diviene una sorta di contenitore semi vuoto, la Camera dei Deputati, proprio per effetto dello svuotamento del Senato, diverrebbe una “super” camera che legifera, dà la fiducia e mantiene intatto il numero dei sui componenti.
Di fatto allora il Governo non richiederebbe più un doppio passaggio parlamentare nei momenti difficili per proseguire la sua azione e le leggi vedrebbero un iter molto semplificato nella loro approvazione.
Tutto ciò è bene ma… fino a quando?
Proviamo ad immaginare un Governo inadatto a governare retto per logiche estranee da una fedele maggioranza e così una Camera che vara leggi senza alcun controllo.
E sì, senza alcun controllo poiché verrebbero meno quei poteri di equilibrio indispensabili per i regimi democratici.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare e si chiama Italicum, ovvero la legge elettorale che attribuisce i posti alla Camera.
L’Italicum prevede un premio di maggioranza assegnato alla lista vincitrice. Cosa implica questo?
Una camera sola che dà la fiducia al Governo in cui la maggioranza è detenuta da un solo partito.
In definitiva un sistema estremamente stabile che privilegia totalmente la governabilità ma una domanda dobbiamo necessariamente porgerla: l’Italia è uno Stato maturo per un sistema di questo tipo?

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