Mal d’Africa e mal d’Europa: Paolo Silvestri, un triestino “africano”, mi racconta…

(di Biagio Mannino – Giornalista, iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione)
Il mondo cambia. Forse è già cambiato e ancora non me ne sono reso ben conto.
La percezione è quella che tutto sia uguale, le case, le vie, i luoghi dell’infanzia… Ma è solo una convinzione senza alcuna ragione.
Quelle case, quelle vie, quei luoghi sono lì, sempre lì ma è la gente che li frequenta, che li usa, che li rende  vivi, ad essere cambiata.
Effetti della globalizzazione?  Dell’Europa Unità?  Della facilità a spostarsi? Forse semplicemente del naturale corso delle cose che si accompagna alla volontà o alla costrizione di lasciare la   propria casa, la propria terra per trovarne un’altra e cercare nuovamente di renderla propria.
Crisi economica, finanziaria, che grazie alla televisione e a tutto il contesto mass mediatico ci rende vicini e accomunati da simili destini, poveri assieme e diversamente ricchi, in grado di guardare lo stesso sole eppure lontanissimi.
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Paolo Silvestri (foto BM 2016)

Viaggi in aereo al di qua e al di là del mondo e viaggi di disperati che durano tempi infiniti e, spesso, si concludono, sì, si concludono nella tragedia.
Un mondo che si muove e che si interroga, che sembra grande e non lo è, che sembra piccolo è non lo è, che va alla ricerca  di  punti in comune e di mantenere le tradizioni e quando lo fa ci si accorge che queste, le tradizioni, sono finite.
Alla ricerca del mondo occidentale per chi non lo vive e alla ricerca di una dimensione più naturale per chi ce l’ha: sempre alla ricerca di qualche cosa…
Qual è l’arancia spremuta, strizzata fino a non far scorrere più una goccia di succo? È l’Africa o l’Europa? È il continente da cui molti vanno via o quello dove si arriva?
Dov’è l’energia vitale? Dove il futuro? Dove piantare le proprie nuove radici? E tutto ciò che si dice  crea un pensiero comune? Quanto è attendibile?
Mi fa sempre molto pensare, il turista.
Si muove, affronta viaggi, si stanca , indossa cappellini improponibili. Perché?  E perché quei cappellini non continua ad indossarli quando torna a casa?
Partire e lasciarsi dietro qualche cosa, tornare e ritrovare ciò che si è lasciato e poi… Ripartire.
E l’Europa sembra proprio questo, dove la gente parte e ritorna, dove il turismo diventa un’enorme fabbrica di ricordi, di conoscenza di ciò che è stato, di sogni.
A Budapest ho visto come un’intera città, una delle capitali della vecchia Europa, faccia del turismo una valvola economica fondamentale.
E così ovunque, quando improbabili trenini, che poco hanno a che vedere con il concetto stesso di treno, traslano sudaticci turisti da un paesino all’altro della Croazia verso verdi campi da golf.
E il futuro? Dov’è il futuro in realtà  quando la gente  vive sempre di più di ricordi costruiti ed artificiali?
Piazza Cavana, com’è cambiata.
E’ un luogo dove oggi la gente si incontra e dove passa volentieri il tempo, lo passa assieme, chiacchierando, del più e del meno, cosa che, in questa città, Trieste, non è così scontata.
Il mio amico fiumano Gianni Maiani ha scritto un libro  dedicandolo a questa piccola piazza e, in Cavana, vede la Trieste del domani, quella giovane che si è risvegliata da un torpore durato anni, decine di anni, contrapposta a Piazza Unità, statica, ferma nel tempo, ritrovo di turisti che visitano, ciò che fu.
Piazza Cavana no, c’è voglia di fare, di muoversi, incontra e fa incontrare giovani ed anziani, generazioni che si confrontano, etnie che si incrociano, persone che diventano cittadini nuovi spinti dalla voglia di cambiare e di uscire da una depressione sociale che ci attanaglia e che tenta di immobilizzarci.
Un pomeriggio di fine agosto, un violinista di strada suona melodie greche, i tavolini dei bar affollati di gente, come al solito. Difficile trovare posto. Un senegalese cerca di vendere la sua mercanzia, e poi un altro,  e poi un altro ancora, mentre alcuni in bicicletta tentano di attraversare la piazza schivando a stento flussi di turisti che vanno verso piazza Unità.
Poco lontano Massimiliano d’Asburgo guarda il mare.
Già, quel mare che sembra una barriera, un confine ma è anche la via per partire. Il mare: onde e barche. Grandi e piccole. Navi da crociera, viaggi e sogni, viaggi e incubi. Ricordi e storie. Barconi pieni di gente fino ad affondare, tintinnio di bicchieri, pianti di bambini, cocktail con ombrellini di plastica, grandi scatoloni bianchi galleggianti, piccole zattere ricche solo dell’acqua che entra. Musiche di orchestrine, squilli di cellulari. Gps in azione, petroliere piene di energia, per muovere i motori a scoppio, per far funzionare una parte di mondo, per ricaricare la batteria. Azzurro e profumato, divertimento e tristezza.
Il mare  per partire verso il resto del mondo e per tornare poi, a casa… e poi di nuovo, scappare.
In Cavana, in quel pomeriggio di fine agosto, incontro una persona che ben rappresenta questo spirito ricco di intraprendenza e di voglia di viaggiare, di conoscere e di osservare, di lavorare e di raggiungere obiettivi e poi, di tornare: Paolo Silvestri.
Paolo Silvestri, nonostante i suoi 41 anni, ha un’esperienza in ambito internazionale assolutamente qualificata. In particolare ha viaggiato molto in Africa dove tutt’ora lavora.
Ha operato in Costa d’Avorio, Congo,  in Namibia, in Sud Africa e per più di tre anni, in Angola. Attualmente ha sede in Mozambico con l’incarico di Marine Manager presso  Bureau Veritas e Angola M&O Operational  Manager presso Bureau  Veritas.
Il controllo e la gestione della sicurezza sulle navi e sulle piattaforme petrolifere è il suo impegno quotidiano.
“Cosa faccio per prima cosa la mattina?”. Risponde  alla mia prima domanda.

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L’acqua che esce dal rubinetto di casa.

“Apro il rubinetto e verifico che ci sia acqua in casa.”.
La vita in Africa non è semplice.
Un continente che, dalle parole di Silvestri, appare in bilico in un sistema che vive di contrasti. Contrasti sociali dove pochi ricchissimi rappresentano l’altra faccia della medaglia, quella dei tanti poverissimi.
Contrasti urbanistici dove ai grattacieli lussuosi di Luanda si mostrano le strade fangose e caotiche della metropoli africana.
Contrasti tra Stati organizzati alla perfezione ed altri caotici e disordinati dove anche un piccolo spostamento si trasforma in un’avventura degna di un film.
“Se c’è l’acqua, se c’è la luce allora bevo un caffè e, se l’antenna prende, vedo un telegiornale. A questo punto salgo in macchina e vado in ufficio… sfidando gli elementi.”.
“Sfidando gli elementi?” gli chiedo.
“Sì, gli elementi. Ovvero il traffico. Per fare due, tre chilometri, a Luanda impiegavo anche due ore.

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Luanda

Un traffico spaventoso, disordinato, irrispettoso di qualsiasi regola, unito a strade completamente distrutte.
Luanda è una metropoli di quasi sette milioni di abitanti ed è, quindi, ovvio che abbia le problematiche tipiche di città di quelle dimensioni, ma la confusione lì è principalmente motivata da una visione caotica, direi, naturale, dell’angolano.
C’è un’ inosservanza delle minime regole,  del rispetto. Faccio un esempio: quando si incappa in una fila di automobili è abitudine cercare vie alternative intasando le corsie in senso opposto e creando un corto circuito che porta ad un blocco totale del traffico. Vige una vera e propria libera interpretazione del Codice della strada.
Quando vivevo in Angola, a Luanda, portavo sempre con me il Codice  proprio perché in determinate situazioni, poteva essermi utile.”.
“Quali situazioni?”.
“Nelle situazioni in cui dovevo discutere con la polizia.”.
“Discutere con la polizia?”.
“Sì, sì. Un paio di volte sono anche stato arrestato.
L’angolano ha un modo di vivere particolare. Trova quasi un gusto personale a scavalcarti. Una fila? Vuole superarti, ma non per arrivare prima, solo per il gusto di farlo. Direi una forma di piacere.”.
“E lo stile di vita?” chiedo “Qual è lo stile di vita in Angola?”.
“Esistono due realtà: la città, Luanda, e il resto. Stiamo parlando di uno Stato molto grande come estensione e con una popolazione che si aggira intorno ai 20 milioni di abitanti.
Luanda ha circa 500 mila benestanti e il resto, quindi quasi sei milioni e mezzo di persone,  vivono in condizioni veramente misere.
Secondo me è la città con le più grandi baraccopoli del mondo.
Intorno al centro, per un raggio di almeno trenta chilometri, ci sono solo queste zone sterminate di baracche dove vivono i luandesi.
Ma chi sta bene… sta veramente bene.”.
“Com’è la vita di questi sei milioni e mezzo di luandesi?”.
“Se si alzano alla mattina senza che la loro baracca sia stata allagata, si preparano alla perfezione e vanno, per chi ce l’ha, a lavorare. Come? Anche qui è un’avventura.
I mezzi pubblici non sono paragonabili a quelli europei. Non ci sono metropolitane né sistemi di autobus o quant’altro. Esistono invece i candongheiros. Sono dei pulmini da nove posti e gli autisti guidano in quel traffico di cui parlavamo  in  modo ancora  più libero.

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Candongheiros

A Luanda si dice che abbiano provocato più morti i candongheiros della guerra civile.
Però, quello che ho osservato e che mi ha molto colpito è il sorriso che hanno tutti.
Nonostante le difficoltà, la miseria e la situazione precaria, sono  sorridenti e danno l’idea anche di essere, tutto sommato, contenti.
Se io vado in un centro commerciale, qui, a Trieste, tra negozi scintillanti e altro, vedo la gente triste, immusonita. Là tra il fango e la mancanza, no.”.
“E i ricchi?” chiedo.
“Dobbiamo fare una distinzione. Una distinzione temporale dove lo spartiacque è rappresentato dal 2014.
Prima il costo del barile di petrolio si aggirava intorno ai 130 dollari, dopo… il crollo.
Uno Stato che fonda la sua struttura economica sulla produzione ed esportazione di petrolio, conseguentemente, entra in crisi. E questa crisi ha colpito i benestanti differenziandoli ancora di più. Ci sono i ricchissimi che possono permettersi anche l’acquisto di appartamenti in quello che oggi viene considerato il grattacielo più costoso del mondo. E si trova proprio a Luanda dove un piccolo appartamento può costare anche 15 milioni di euro.

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Zona centrale di Luanda

Poi, però, usciti dal grattacielo, le strade sfasciate e fangose li accolgono.
E’ uno Stato strano, l’Angola, ricchissimo non solo di petrolio ma anche di diamanti e, contemporaneamente, non investe in una pianificazione, sia sociale che urbanistica.
Ma ci sono i cinesi…”.
“I cinesi? In che senso ci sono i cinesi?”.
“Su 20 milioni di abitanti quasi un milione e mezzo sono cinesi. Loro investono proprio in ambito urbanistico, ovvero, costruiscono.
Alla periferia di Luanda hanno costruito un’intera città, Kalimba, adatta ad ospitare 500 mila abitanti. Viene definita un città fantasma poiché, al momento, vi vivono meno di 10 mila persone.
Sono solo dicerie ma qualcuno ritiene che siano future aree urbane destinate a cinesi che incominciano a collocarsi nel mondo.
Sì, l’Angola è uno Stato pieno di contrasti. Se prima c’era la corruzione, la disorganizzazione ora, dopo il 2014 alla corruzione e alla disorganizzazione si è aggiunta anche la miseria.

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Strade periferiche di Luanda

Un esempio è ben rappresentato dai tanti bambini che non sopravvivono alle malattie, poiché la sanità non è in grado di far fronte ai costi delle cure, anche le più banali.”.
“In Angola c’è democrazia?”.
“Sulla carta sì. In realtà sono ormai quasi 40 anni che il Presidente, José Eduardo dos Santos, domina la scena e non ha alcuna intenzione di lasciare, poiché già si parla della sua futura candidatura alle elezioni del 2018.
Se poi teniamo conto che, pochi mesi fa, la figlia è stata messa a capo della società nazionale che controlla il petrolio… direi che c’è poco da commentare.”.
“E l’angolano, quello povero, come reagisce a questa situazione politica? Ci sono tensioni sociali?”.
“L’angolano subisce questa situazione. Dobbiamo considerare che, quando il barile di petrolio veniva venduto sopra i 100 dollari i soldi non mancavano e non mancavano mai, anche senza lavorare. Oggi i prezzi sono alle stelle ma la birra e l’alcool sono a costi bassissimi.  Se aggiungiamo poi un modo di concepire la vita, quasi assistenziale, c’è una sorta di mancanza di dinamismo ed intraprendenza.
Il problema  trova un’origine  quando, nel 1975, i portoghesi  lasciarono l’Angola. Prima a gestire la società nelle sue complessità provvedevano loro, i portoghesi. Dopo, gli angolani dovettero cavarsela da soli e la guerra civile fu il risultato di quella fase di passaggio.
Oggi si vive una mentalità ben espressa da una statuetta, il Pensador:  un uomo accovacciato con la testa tra le gambe, identifica l’angolano medio.
Paradossale se si pensa che ad un PIL altissimo fino a due anni fa, non è corrisposto alcun investimento sia nell’ambito dell’istruzione che della sanità. Oggi l’Angola viene considerata, da istituti di analisi mondiale, come lo Stato peggiore dove nascere.”.
“E Luanda, la città,  come è?”. chiedo.
“Luanda anche urbanisticamente è espressione del contrasto: grattacieli e assenza di strade, palazzi storici portoghesi in abbandono e voglia di farla diventare come Dubai, baraccopoli sterminate e assenza di mezzi pubblici. Insomma, è così.”.
L’intervista a Paolo Silvestri prosegue davanti ad un bicchiere di vino bianco e fresco.
Il calore del pomeriggio estivo mi sembra eccessivo così come, banale, chiedergli del clima in Angola. Ma la domanda la pongo comunque.
“Il clima? Non bisogna dare per scontato che in Africa faccia caldo.
L’Angola, ad esempio ha zone dove, in questo momento, possono benissimo esserci anche sei gradi.

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Calulu, un piatto tipico dell’Angola

In realtà l’Angola è una terra ricca oltre che di petrolio e diamanti anche di acqua e di foreste.
E’ proprio qui che un altro dei contrasti emerge: l’ospitalità naturale del territori e l’incapacità a renderlo favorevole per tutti.”.
“Di fronte a queste difficoltà gli angolani emigrano? Lasciano la loro terra?”.
“No, gli angolani non lasciano la loro terra. Stanno bene a casa loro nonostante tutto. Fa parte della loro mentalità.”.
“In che senso fa parte della loro mentalità?”.
“Ci sono realtà in Africa dalle quali, a ragione, si scappa, come, ad esempio, la Nigeria. Lì accadono cose orribili e si scappa da quelle situazioni.

Lobito
Paolo Silvestri a Lobito

L’Africa sub sahariana è  diversa. Sì ci sono difficoltà economiche, disorganizzazione e confusione generalizzata, ma la vita, così, semplicemente alla giornata, alla fine compensa le mancanze.
Il pesce con facilità viene pescato, si lavora senza pensare al domani ma ad arrivare a sera e fare festa con una birra.
Mi è capitato tante volte, rientrando nel mio appartamento, di essere coinvolto in vere e proprie feste improvvisate. Sì, improvvisate… sul pianerottolo di casa.
Una visione della vita diversa dalla nostra. Più serena? Non lo so. Sicuramente adatta a quel luogo.
Non mancano altri problemi: rapine, aggressioni, ma fanno parte della normale routine delle città. Basti pensare alle città Europee.”.
“Forse è possibile cambiare?”.
“Il sistema è così. Facciamo un esempio: i pulmini di cui parlavamo, i candongheiros, sono gestiti da personaggi legati all’esercito.
Tutto ciò che viene incassato dal lunedì al venerdì va a loro e il resto agli autisti.
Le regole della strada sono infrante e gli incidenti, anche gravi, non si contano. Ma la polizia non interviene. E’ il sistema.”.
“Il tuo lavoro ti porta a stretto contatto con le compagnie petrolifere. I dipendenti di queste come si relazionano con la città che li ospita?”.
“Il mondo delle compagnie petrolifere è diverso dal mio. I dipendenti non vedono ciò che vedo io.

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Un piccolo mercato del pesce improvvisato nelle vie di Luanda

Sono delle scelte che fanno. Quando un loro dipendente arriva viene preso in aeroporto e portato dall’autista nelle loro realtà isolate dal resto. Quando torna indietro, l’autista lo accompagna in aeroporto e parte per la sua destinazione. Non ci sono relazioni con l’esterno.
Sono scelte motivate anche dalla visibilità che queste società hanno nel contesto internazionale.
Se qualche, chiamiamolo così, imprevisto dovesse accadere, è l’immagine pubblica della società a risentirne anche nel contesto borsistico con inevitabili deprezzamenti delle azioni.
La mia società conta quasi 70 mila dipendenti in tutto il mondo, eppure non la conosce nessuno. Questa mancata visibilità garantisce una libertà maggiore.”.
“Quali compagnie petrolifere sono presenti in Africa?”.
“L’ENI è la compagnia maggiormente presente nel continente africano. Dopo seguono i francesi, gli americani, gli inglesi e gli olandesi. Ma in Angola gli italiani sono poco presenti a differenza degli americani e dei francesi. Faccio notare una curiosità: gli americani sono presenti da prima della fine della guerra civile e le loro strutture erano protette dai… cubani.
Ci sono molte cose curiose, come la presenza di una sorta di polizia cinese proprio per i cinesi numericamente molto presenti. Aggiungo che, i cinesi, sono attivi con i loro interessi un po’ ovunque.
Recentemente ero in Tanzania e ho notato che le insegne dei supermercati sono scritte in inglese e in cinese.”.
“Abbiamo parlato di Luanda. E il resto dell’Angola?”.
“Tutta un’altra cosa. Luanda è il centro degli interessi, commerciali, finanziari, amministrativi. Le altre città, come Lobito, sono completamente diverse.
Ci sono meno persone e, soprattutto, meno soldi che girano.
Lobito vive del suo porto, Namib, a sud, sostanzialmente di contrabbando.
La parte interna invece vive di diamanti. Quelle sono zone, però, irraggiungibili proprio per gli interessi che vi sono.”.
“Da quanto mi racconti emerge che in Angola in particolare ma, anche, in Africa in generale, le risorse economiche e naturali ci sono e sono abbondanti. Ci sono giri di denaro molto consistenti eppure c’è miseria. Cosa impedisce un vero e proprio sviluppo?”.
“Dobbiamo considerare la tipologia dell’uomo africano   distinguendo le diverse provenienze degli europei che erano presenti prima.
Le realtà francofone hanno mantenuto buonissimi rapporti e i cittadini locali sono stati integrati nel business.
Là dove, invece, c’erano i portoghesi è subentrato il caos poiché hanno lasciato dall’oggi al domani quei territori al loro destino. In Angola non c’era razzismo, c’era la politica del meticcismo ma nessuna integrazione negli apparati gestionali dello Stato. Facile diventa immaginare il dopo.
C’è poi da dire un’altra cosa… anzi, la porrò come una domanda… per una compagnia petrolifera è più facile parlare, e trattare, con una persona sola o con un Governo democraticamente eletto?”.
Paolo Silvestri racconta la sua esperienza in Africa con entusiasmo ed ascoltarlo è piacevole ed interessante.
Vive con intensità il suo lavoro e l’impressione è che l’insieme che si forma con il resto della sua giornata rappresenti una bellissima avventura.
Vedere e imparare, osservare e provare sono indispensabili per conoscere al meglio i popoli che incontra.
E così anche la quotidianità, fatta di percorsi accidentati, di incontri con le persone, provare i cibi locali e le abitudini, gli  incontri difficili come gli ospedali e le tristezze.
Il fazzoletto nel taschino, della giacca gli occhiali da sole appesi nel terzo bottone della camicia, i jeans all’ultima moda con gli strappi ad arte. Tutti elementi di una persona che a casa si rilassa e ha voglia di raccontare agli altri la propria esperienza fremendo di ripartire e di ricominciare. Di ricominciare la propria attività professionale? Anche, ma soprattutto di ricominciare a conoscere.
“L’Africa” continua Paolo Silvestri” è capace di mostrare incredibili differenze. Il Kenya, ad esempio, che non essendo ricco di risorse come l’Angola, ha sviluppato al meglio i settori finanziari e della sicurezza in quell’ambito. E poi ha strutturato al meglio la gestione dello Stato.
Il Mozambico, dove ora mi trovo, è uno degli Stati più poveri del mondo: non c’è una carta per terra e le strade sono così perfette da essere invidiate. E così la Tanzania.”.
“Come fai a gestire la tua vita, la famiglia, le tue abitudini?”.
“Io vivo a Trieste con mia moglie e i miei due figli. Quando ero in Angola rimanevo a Luanda per quattro mesi e poi tornavo per un mese. Adesso, in Mozambico, resto un mese e mezzo e poi torno a Trieste per due settimane. I viaggi sono sempre molto lunghi e a volte avventurosi ma, alla fine, diventa un’abitudine.
Tornare a casa, tornare a Trieste, per me, è come venire in vacanza. Quando sono qui apprezzo la città per il momento di tranquillità che mi dà.”.
“Ma… se tu fossi africano, andresti via?”.
Un momento di silenzio, una breve riflessione e così mi risponde “Vedo cosa succede in Europa? No, ti rispondo, non vado via. Resto là.
Il potenziale africano è molto più elevato di quello europeo.
L’Africa non ha ancora incominciato a dare espressione a tutto ciò che ha, a tutto ciò che possiede.
E’ vero, il mio è un punto di vista privilegiato ma l’africano dovrà necessariamente cominciare a vedere in sé la forza e le capacità. Cultura, insegnare, spingere le persone a crescere ed emergere.
E’ l’Europa ad essere l’arancia spremuta. Non l’Africa.”.
“Una domanda ti devo fare, forse quella principale: esiste il mal d’Africa”.
Un breve sospiro precede la risposta “Sì… non saprei bene come definirlo ma… direi che… non torni più. Non so, ripeto, come definirlo, ma svegliarsi e trovarsi senza acqua, lavarsi quando capita e dove capita… le difficoltà, i disagi forti ai quali non siamo preparati e che non conosciamo neppure con l’immaginazione. Tutte cose queste che ti fanno scappare. E scappi. Ma poi… torni….
Tu mi stai per chiedere di interpretare l’Africa con una frase. Lo so che concludi le tue interviste in    questo modo. Ti dico… non ti scordar di me. Anche l’Africa, la sua gente si ricorda di te, di quello che tu hai lasciato, che hai fatto, che hai portato. Quando sono stato trasferito dall’Angola al Mozambico le manifestazioni di affetto sincero che ho avuto sono state commoventi.  Manifestazioni di affetto da parte di tutti, colleghi, vicini di casa, gente della zona, che ho conosciuto e che ho imparato a conoscere. Tutti. Quando capitava di tornare anche per pochi giorni li trovavo ad aspettarmi sotto l’albergo, per un saluto, per un momento di vicinanza. Sì… Africa, non ti scordar di me..”.
Tornare… partire e poi… tornare.
Un cerchio che non incontra mai un traguardo.
Muoversi e cercare, muoversi e conoscere, muoversi ed apprezzare, muoversi e rispettare è l’essenza del racconto di Paolo Silvestri.
Massimiliano d’Austria, immobile sul suo piedistallo, guarda quel mare, lì, vicino a piazza Cavana, minuscolo punticino nel mondo dove le etnie si incrociano.
E quel mare che ti collega al resto, che ti dà la direzione per andare e poi, nuovamente, tornare.
Ma quando sei tornato dall’Africa non sai più quale sia la direzione giusta.

Con mamma miradore
Paolo Silvestri con la madre, Anna Piccioni, in Angola nel 2015

NOTA: SI RIGAZIA  ANNA PICCIONI E PAOLO SILVESTRI PER AVER FORNITO LE FOTO, AVERLE CONDIVISE ED AUTORIZZATO LA  LORO PUBBLICAZIONE IN QUESTO BLOG.
LA FOTO PANORAMICA DI LUANDA E’ STATA TRATTA DAL SITO WWW. NIGRIZIA. IT.
LA FOTO RITRATTO DI PAOLO SILVESTRI E’ STATA REALIZZATA DA BIAGIO MANNINO E FA PARTE DEL SUO ARCHIVIO FOTOGRAFICO.
L’IMMAGINE DI COPERTINA “ONDE DEL MARE” E’ OPERA DI BIAGIO MANNINO.

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