Algoritmi Indiani.

(di Anna Piccioni)

 

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari: in questo caso i “passi elementari” sono i racconti personali che la protagonista Rani ascolta dalle donne che incontra sul treno, sul lavoro. Ognuna ha la sua storia, ma tutte sono espressione di quel mondo pieno di contraddizioni, superstizioni, disuguaglianza, caste, religiosità, spiritualità e tanta modernizzazione che caratterizza l’India. “I passi elementari” però non risolvono il problema, rimangono lì appesi, fluttuano nell’aria piena di odori : acqua stantia, spezie, tubi di scappamento, gelsomino, pioggia battente che poi si trasforma” in cascata di petali di rosa”. Layla Wadia nel suo ultimo romanzo-documento “Algoritmi indiani” ci butta in faccia la realtà di una società che è entrata a pieno titolo nel novero dei Paesi emergenti, dove la globalizzazione la fa da padrona; ma non tutto il miliardo e passa di abitanti ne sono coinvolti.
Delle donne indiane coprotagoniste del romanzo ne ha parlato l’autrice invitata all’incontro-conversazione organizzato da Vita Activa Editore domenica 10 dicembre, in un pomeriggio di pioggia battente, nella cornice della Biennale Internazionale Donne, nel Magazzino 26.
Gabriella Musetti, presidente di Vita Activa, ha espresso la soddisfazione di aver edito quest’ultimo romanzo della Wadia, scrittrice indiana, ma italiana di adozione.
Laila Wadia si considera più una narrastorie che scrittrice. Questo romanzo ha avuto una lunga genesi, quasi 20 anni. Dai vari viaggi fatti col marito, Tullio Valenti, fotografo italiano, nel suo Paese natale, ha raccolto il materiale, ha ascoltato le storie: Bisogna sfatare i luoghi comuni, che caratterizzano la visione del mondo occidentale sull’India. Probabilmente potrebbe essere accusata di essere troppo dura, di presentare il suo Paese in modo spietato, ma l’India è un Paese spietato. La modernizzazione ha portato alla crescita economica, ma ha aumentato la disparità tra ricchi e poveri e all”impoverimento dei diritti soprattutto nei confronti delle donne. E’ un Paese schizofrenico. Per fare un esempio pratico, Layla Wadia racconta che il governo ha stanziato finanziamenti per dare ad ogni casa in ogni villaggio dei gabinetti, ma non ha provveduto agli allacciamenti idrici. La spiritualità era una ricchezza, ormai sta scomparendo. Il viaggio in treno in seconda classe che nel romanzo è l’occasione per la protagonista di incontrare varia umanità femminile, è un “viaggio nel tempo” .
Parlando delle figure di donne , che si raccontano nel romanzo, non c’è una che meglio rappresenta il suo Paese; ognuna vive dentro l’altra.
Nel romanzo osserva, Gabriella Musetti, ci sono parole indiane senza traduzione, come per trasmettere i suoni; inoltre il cibo è molto presente: aiuta a buttare giù i muri. Il cibo, aggiunge Wadia, è l’elemento unificatore; scambiarsi il cibo vuol dire dare il proprio contributo di gusto e di sapore.
Purtroppo il governo indiano con una mano scrive le leggi e con l’altra cancella i diritti. Infatti non si sa da che parte stare:le multinazionali si appropriano dei pozzi d’acqua che servono ad irrigare i campi; le multinazionali danno lavoro e dall’altra parte privano i contadini del bene più prezioso.
Nota positiva è che ora le donne in India si stanno organizzando: non intendono più subire in nome della casta, sono vestite di rosa e si oppongono alla tradizione.
Le letture di Giuliana Pregellio e Luisa Cividin hanno fatto da intermezzo alle parole di Layla Wadia e Gabriella Musetti.

 

NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. Wikipedia. it.

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