Scusate se vi disturbo ma oggi vi parlerò di… morte.

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il mare al tramonto. foto BM 2015

(di Biagio Mannino)

Scusate se vi disturbo ma oggi vi parlerò di… morte. Forse, molti di voi, difronte ad un titolo come questo, avranno già chiuso la pagina, velocemente. Non si sa mai… Vi comprendo.
Non avrei trattato questo argomento. No, non lo avrei trattato fino a pochi mesi fa, quando, purtroppo, un gravissimo lutto mi ha colpito.
Non so bene come impostare la riflessione, mi riesce veramente difficile iniziare, trovare le parole adatte, riuscire ad esprimere quello che penso, quello che provo.
Mi disturba dire “un gravissimo lutto mi ha colpito”. Sì, mi disturba perché assieme ci sono le parole “gravissimo” e “lutto” che, da sempre, o evitato proprio per evitare ciò che evitabile non è.
Ma mi disturba ancor di più il concetto “mi ha colpito”, perché colloca me al centro della questione e non la persona mancata e, questo, realmente ed emotivamente, mi fa sentire molto egoista.
La confusione è infinita e, da quando tutto è successo, poco più di tre mesi fa, le domande e i pensieri sono tantissimi e sembrano girarmi intorno come un vortice.
E questo continuo interrogarsi, cercando di darsi qualche risposta, alla fine, mi porta a chiedere a me stesso, in quello che ormai è diventato un dialogo tra me e me, se abbia raggiunto qualche cosa, una minima risposta, un senso di comprensione a tutto ciò che è successo, un perché, uno scoglio al quale aggrapparsi dopo essere affondati e circondati da un mare in tempesta.
Chi ha provato l’esperienza del lutto, del lutto grave, del lutto gravissimo, sa bene come, improvvisamente, tutto assuma un valore, un significato diverso.
Quello che consideravo importante, quello che mi dava soddisfazione, quello che mi faceva arrabbiare, prima, adesso, non conta assolutamente più.
Appare una visione della vita completamente diversa, meno legata alle cose, anzi, direi, completamente distaccata dalle cose, e un orizzonte del tutto nuovo, inaspettato, è lì, di fronte, dove la vita diventa una delle due componenti del nostro effettivo essere.
Sì, perché l’altra è la morte.
La morte, che prima non volevo neanche pronunciare, che prima non volevo neanche pensare, che prima volevo solo evitare, quando passavo le ore difronte al computer cercando e ricercando, e poi cercando di nuovo impossibili soluzioni per aiutare mia mamma, per aiutarla ad andare avanti, a curarsi, a guarire.
E invece no, è arrivata ed io ho visto la mia sconfitta e tutta la perdita.
Ma no, non è così. Da quel momento tutto è apparso diversamente duplice.
Non solo la vita ma la vita e la morte, insieme.
Tante parole mi sono state dette, tante frasi, come  “il tempo che sistemerà tutto”, come “vedrai che tutto passa” e tante, tante altre sciocchezze come queste che, alla fine, servono solo a continuare l’illusione di sfuggire alla morte, per chi le pronuncia.
Invece la più pragmatica delle persone che conosco, una professoressa di matematica, anziana, mi dice una cosa semplicissima che, nella sua essenzialità, mi ha aperto un mondo: “La morte è la cosa più naturale che ci sia”.
Tante cose ho visto nel cammino, anzi, nella battaglia di mia mamma. Ho visto persone che tentavano di sorridere a tutti i costi, ho visto pianti di pazienti disperate, ho visto gente cattiva fare cose cattive e gente buona… non riuscire a fare niente. E ho anche visto figli litigare perché la madre… non si decideva.
Tante cose ho fatto. Ho corso da un ospedale all’altro alla ricerca della speranza, sono andato a bussare a tutte le porte chiedendo di aprire e dare la soluzione. Sono andato in Chiesa a pregare che tutto potesse, semplicemente… fermarsi.
No, non può il tempo risolvere. La situazione è cambiata e resta cambiata. Cambiata. Sì, ma come?
No, non è bastata la frase, non è bastata l’acquisita consapevolezza dell’insieme vita morte in un tutt’uno, la consapevolezza di quanto tutto ciò sia naturale ed imprescindibile. Non è bastato a consolarmi, ad asciugare le mie lacrime ormai insipide. No, non è bastato.
Ma è servito a guardare le cose in modo diverso cominciando proprio dal non dare nulla per scontato, dal non aver paura di quello che c’è, dal guardare con occhi aperti, dal non aver paura di conoscere e di sapere.
A tanti che mi incoraggiavano con considerazioni, lodevoli nelle intenzioni, ma povere nei contenuti, sono seguiti tantissimi che si sono aperti, che mi hanno raccontato, del prima, del dopo, delle loro reazioni e delle loro sensazioni fino alle loro percezioni.
Un altro modo di vedere, di sentire, personale, intimo, segreto ma accompagnato dal desiderio di dirlo, gridarlo al mondo.
Io, pragmatico da sempre, convinto di esserlo, forse mai stato, cambio la rotta e quelle ore passate nel tentativo di fermare ciò che è la cosa più naturale che c’è, si esauriscono e, adesso, le trascorro nel tentare di comprendere ciò che i miei occhi non riescono a vedere, come se fossero coperti da un velo che non voglio togliere, involontariamente. E lo sforzo inizia ad essere superato dalla consapevolezza di questo.
Ascoltare tutto e tutti, i loro racconti, le loro riflessioni, le loro paure. Cercare, scrivere, trovare e provare nuovi spazi.
Io, che oltre all’arida geopolitica non guardavo, ho iniziato a scrivere poesie. Un’esperienza strana. Una penna e un pezzo di carta. E poi il resto…
Tutto è difficile, tutto è faticoso, tutto e doloroso. E anche scrivere questa riflessione lo è. Rifugiato in un bar, lontano da ovunque i miei ricordi possano incontrarmi.
Adesso è diverso. Veramente diverso.