Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

La Costituzione Italiana.

(di Anna Piccioni)

Credo sia importante una riflessione sulla Costituzione Italiana dal momento che sia da parte della maggioranza che governa il Paese sia dall’opposizione si sente parlare di Riforma dello Stato: è una prospettiva molto preoccupante. Il clima di quegli anni che hanno visto la nascita della Costituzione sono molto diversi da quelli che stiamo vivendo ora. L’Italia del dopoguerra doveva ricostruire una democrazia che il ventennio fascista aveva cancellato.

L’Assemblea Costituente era formata da uomini che pur mossi da principii diversi, liberali, cattolici, comunisti tutti tuttavia avevano un unico fine: ridare al popolo italiano dignità e fiducia nelle Istituzioni e nella Politica. Parri, Terracini, De Gasperi, Carlo Levi, Calamandrei, Pinkerle e altri misero insieme la loro cultura, i loro valori, le loro esperienze; i loro contributi furono determinanti per l’organizzazione dello Stato.

Gettando uno sguardo sul panorama politico attuale riesce difficile trovare delle personalità con una tale capacità a cui noi tutti possiamo affidare una riscrittura della Costituzione, anche solo la modifica di pochi articoli. La Politica è troppo inquinata da interessi privati, non è più considerata un servizio; il fatto che un numero sempre maggiore di cittadini non partecipa all’unica occasione che vien loro dato di partecipare alla democrazia di uno Stato dando il loro voto, dovrebbe far riflettere. Non basta scendere in piazza, in mezzo alla gente nel periodo elettorale; creare comitati o circoli tematici. E’ una bella cosa, ma poi quando le persone si accorgono che non serve a nulla, abbandonano qualsiasi riunione e non danno più il loro contributo. E così la Democrazia partecipativa finisce.

Un tempo esistevano le scuole di partito, si cominciava dalla gavetta, e se lo si meritava, si faceva “carriera”. In questo modo ognuno poteva sperare, se ne aveva le capacità, di poter un giorno percorrere quella strada. Ora invece degli illustri sconosciuti, nomi decisi dalle segreterie di partito, sono chiamati a ricoprire cariche amministrative o parlamentari senza sapere nemmeno quali siano i loro doveri verso l’elettorato. Ma questo è il risultato per aver voluto far eleggere la cosidetta “società civile”.

E’ necessario ripartire da quel “Patto di civiltà” del 27 dicembre 1947, che si fonda sulla laicità dello Stato, il rispetto, la tolleranza, la solidarietà.

Alla base dello nostra vita sociale ci sono principi morali e giuridici.

L’art. 3 recita “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. e parlando di uguaglianza si intende di fatto non solo di diritto. Probabilmente se ci fosse maggior conoscenza degli articoli fondamentali della Costituzione, i cittadini capirebbero che se si partecipasse e ci si interessasse alla Politica, sarebbero attuati i valori fondamentali della Democrazia.

L’indifferenza verso la Politica danneggia soprattutto lo Stato e lo Stato siamo tutti noi.

ANNA PICCIONI

Nota: l’immagine di questo post è stata tratta da www. villaggiogiovane2010. wordpress. com.

“Sono andato via”. Un libro di Biagio Mannino.

Il libro di Biagio Mannino, Sono andato via, è stato presentato più volte in una serie ravvicinata di incontri che, iniziati presso la sala del Consiglio comunale di Monfalcone, sono poi proseguiti all’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste e al Comune di San Canzian d’Isonzo per concludersi poi alla sala “Millo” di Muggia. Nel corso di tali eventi, è emersa una pluralità di elementi che hanno reso le presentazioni sempre differenti l’una dall’altra, mostrando come queste costituissero, in realtà, un unico percorso fatto di molteplici considerazioni ed osservazioni.

L’aspetto piacevole, curioso ed interessante è rappresentato già dal titolo: Sono andato via. Sostiene l’autore: «E’ risultata immediatamente una risposta da parte dei primi lettori, quando, alla visione del libro e del suo titolo, in modo automatico, lo collegavano allesperienza dell’esodo, quasi si trattasse di vicende esclusivamente riservate a quella componente istriana che ha vissuto la tragica esperienza».

Vi è nel libro una raccolta di testimonianze che unisce i protagonisti in un unico aspetto: quello, appunto, dell’essere dovuti andare via. Il periodo storico in esame si estende, oltre agli anni dell’immediato dopoguerra, anche ai momenti che hanno preceduto il terribile evento bellico.

«Se è vero che quegli accadimenti storici hanno provocato nei popoli conseguenze drammatiche, non possiamo prescindere dal fatto che tutto ha una causa ed un effetto e, di conseguenza, per comprendere al meglio le situazioni in oggetto, dobbiamo affrontare lo studio con una sorta di visione panoramica senza la quale potrebbe riuscirci molto difficile comprendere».

Infatti è la comprensione alla base della struttura narrativa: la comprensione del perché il popolo o, meglio, i popoli eterogenei della Venezia Giulia si siano trovati nella condizione di una contrapposizione tale da andare via e lasciare la propria vita quotidiana, la propria storia familiare, i propri affetti, la propria casa.

Non sono le vicende della politica, gli accordi internazionali, le biografie di noti personaggi ad essere i protagonisti, ma la quotidianità semplice della gente normale che, travolta dagli eventi, da osservatrice passiva si è ritrovata attrice attiva e che, ancora oggi, vive con fatica quel percorso intrapreso.

L’autore affronta infatti non solo la testimonianza diretta di chi c’era in quegli anni, ma anche valuta come le generazioni di oggi, di figli e di nipoti vivano le esperienze che a loro sono state tramandate dal ricordo dei loro padri e dei loro nonni.

Il ricordo, traslato in quelle che potremmo definire le generazioni contemporanee, diventa possesso di queste ma, molto spesso, esso trascina anche tutti quegli aspetti di emotività accesa, non tipici dell’età e dell’epoca contemporanea ma appartenenti ad anni ed eventi legati al passato.

«Due sostiene Biagio Mannino sono i gruppi generazionali. Il primo è rappresentato da chi ha avuto qualcuno che raccontasse loro le esperienze del passato. Nei componenti di questo gruppo possiamo trovare molti elementi di contrapposizione che, ancora oggi, nonostante la caduta dei confini, fanno permanere una situazione di oggettiva difficoltà comunicativa. L’altro gruppo è invece rappresentato da chi non ha avuto nessuno che raccontasse cosa accadde e, di conseguenza, affrontano con passionale curiosità un percorso di studio, di ricerca e di comprensione. Questi, a differenza dei primi, sono maggiormente aperti al confronto con le diverse parti».

Ed infatti sono proprio le parti contrapposte uno degli elementi che maggiormente risaltano nel libro: quelle persone, famiglie che si sono trovate ad essere collocate l’una contro l’altra in una sorta di divisione ideologica che si giustifica in una appartenenza sociale, etnica, culturale.

Livio Dorigo, Fabio Scropetta, Dimitrij Rupel, Stanka Hrovatin ed altri sono alcuni dei protagonisti del libro. Le loro storie si intrecciano tra il racconto delle proprie vicende storiche, le riflessioni su quanto è accaduto, le valutazioni di ciò che è oggi, le speranze, i propositi per il futuro di queste terre.

Così Livio Dorigo ricorda quando un medico, caro amico di famiglia che lo aveva curato sempre con attenzione ed affetto, in una manifestazione per le vie di Pola gli puntò una pistola sul petto dove l’unica motivazione era quella di trovarsi su fronti politicamente e nazionalisticamente differenti.

Fabio Scropetta valuta con serenità tutti gli avvenimenti tragici successi e non imputa responsabilità alla gente, ma auspica la vita comune nelle proprie diversità identificate come ricchezza.

L’ex console generale di Slovenia a Trieste, Dimitrij Rupel, sostiene che queste terre istriane e triestine siano le più belle del mondo.

Suzuki Tetsutada, sociologo giapponese studioso delle problematiche delle zone di confine, ritiene che oggi più che mai questo sia il momento per superare le reciproche diffidenze; altrimenti il rischio è quello di fare la fine della mela matura che, pronta per essere assaporata, se non raccolta, cade marcia.

E molte altre sono le riflessioni e le considerazioni che si trovano in questo libro, che pone il lettore di fronte a due possibilità: la prima è affrontarlo in una lettura semplice ma che non fornisce alcuna forma di riflessione e di arricchimento; la seconda è lì, a portata di mano. Basta avere la pazienza e la volontà, in particolare, di abbandonare per un attimo le proprie strutture mentali predefinite e lasciarsi andare all’ascolto di quanto viene dato, permettendo poi una meditazione, una comparazione della storia e delle memorie di tutti, riuscendo ad acquisire la consapevolezza che tutti sono vittime delle scelte politiche infelici. E questa valutazione è particolarmente importante oggi di fronte alle prospettive che il valore dell’Europa ha in queste terre.

La copertina del libro merita una considerazione. Un’immagine stilizzata dell’Istria e del golfo di Trieste è sorvolata da api che volando di fiore in fiore, impollinandoli, permettono la prosecuzione della vita. Un’immagine simbolica che non vede interruzioni nella sua spontanea naturalità. Ma una fotografia reale di una barriera materiale, fatta di filo spinato, rompe questa condizione. I confini di fatto, elemento plurale nella vita dell’Istria, frantumano la quotidianità della gente d’Istria trasformandola nelle genti d’Istria. Un plurale non da poco, un accadimento drammatico.

Un libro quindi da leggere, da conservare, da valutare attentamente nei suoi profondi significati di mantenimento della memoria collettiva e di superamento delle contrapposizioni.

Nota: il libro è scaricabile gratuitamente dal sito http://www.circoloistria.it .

Nota2: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

Riforme sì, riforme no.

(di Biagio Mannino)

 

Quel giorno, il 2 giugno 1946, erano più di dodici i milioni di italiani che decisero,
sì, decisero di cambiare e votarono a favore della Repubblica.
Fu una scelta di rottura con il passato. In quel periodo dominava l’incertezza e le contrapposizioni, non solo politiche ma anche ideologiche, si confrontavano e, molto spesso, si scontravano.
La nuova Italia nasceva e l’Assemblea Costituente aveva l’importante, difficile e complesso incarico di scrivere quel documento che doveva sostituire lo Statuto Albertino, il documento si chiama Costituzione.

Immaginiamo quell’Assemblea Costituente: 556 erano i membri e, tra questi, 21 donne. Le prime donne che entravano a far parte a pieno titolo del gruppo dei protagonisti della vita politica attiva italiana.
C’erano rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, del Partito Repubblicano e molti altri ancora.
Si viveva uno dei momenti storici tra i più delicati della storia d’Italia: un Paese che usciva sconfitto dalla terribile Seconda Guerra Mondiale, distrutto non solo dagli eventi bellici ma anche dai precedenti anni del regime fascista.
Erano giorni in cui la volontà di chiudere con il passato e guardare al futuro accendeva gli animi in un insieme di entusiasmo e di volontà di fare i conti con quanto era accaduto.

E in ambito internazionale l’Europa e il mondo intero si mostrava alla vigilia di quella divisione di nome e di fatto che egemonizzava l’est sotto il controllo dell’URSS e l’ovest sotto quello degli USA.
Era questo il contesto in cui i Padri della Costituzione si trovarono a scrivere la Carta.
Furono bravi. Sì, possiamo affermarlo.
L’Assemblea Costituente fu eletta il 2 giugno del 1946. Il 22 dicembre del 1947 la Costituzione venne approvata, il 27 promulgata dal Capo provvisorio dello Stato e il primo gennaio del 1948 entrò in vigore.
In meno di due anni nasceva quella che ancora oggi viene considerata se non la più bella, una delle più belle Carte Costituzionali del mondo.
Peccato però… che gli italiani non lo sappiano…
Infatti le opinioni favorevoli in merito al nostro documento vengono da altrove mentre qui, in Italia, si attribuiscono le responsabilità di una situazione decisamente precaria proprio alla Costituzione.
E allora?
La Costituzione del 1948 punta su un aspetto fondamentale: mai più come prima, dove, per prima, si intende l’esperienza del fascismo.
Per raggiungere questo obiettivo occorre allora la partecipazione dei cittadini alla vita politica.
La Repubblica è, di conseguenza, parlamentare, e questo implica che il Parlamento è il centro di tutto.
Il Parlamento ha la funzione legislativa, dà la fiducia al Presidente del Consiglio dei Ministri (e non al Premier che in Italia NON esiste!), toglie la fiducia allo stesso.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri è nominato dal Presidente della Repubblica il quale è eletto dal Parlamento riunito in seduta comune con la partecipazione di delegati provenienti da tutte le Regioni. Il Presidente della Repubblica scioglie le Camere. Inoltre il Parlamento si compone di due Camere, quella dei Deputati ed il Senato che godono del così detto principio del bicameralismo perfetto, ovvero sono sostanzialmente speculari una all’altra in tutte le funzioni.
Il lettore non deve trovare motivo per pensare che tutto ciò impedisca un effettivo svolgimento del meccanismo istituzionale.
Dobbiamo partire da un principio: le democrazie si basano sulla libertà di partecipazione di tutti, di conseguenza, al fine di garantire questo diritto, il sistema costituzionale inserisce strumenti che possiamo definire di equilibrio, in modo tale da permettere alle diverse componenti istituzionali di esercitare le proprie funzioni in autonomia, libertà e, soprattutto, così come la Costituzione prevede.
Però, se passiamo dalla Costituzione formale a quella materiale, ovvero ciò che di fatto succede, ci accorgiamo che la funzione legislativa è divenuta priorità del governo che, attraverso i decreti legge, esercita, oltre alla funzione esecutiva, anche quella legislativa e ciò contrasta fortemente con i principi espressi dalla teoria della separazione dei poteri, elemento ispiratore della concezione dello Stato democratico moderno.
Qualcuno potrebbe dire “Ma se in Parlamento litigano, se non si mettono d’accordo…”.
Vediamo che, in questo caso, la responsabilità di un sostanziale blocco parlamentare non dipende dalla componente giuridica del grande gioco istituzionale bensì da quella politica.
E allora?
Il vero problema non è rappresentato dalle regole del gioco ma dai giocatori che, indifferentemente quali siano i motivi, vanificano le possibilità offerte proprio dalle regole, in questo caso, proposte dalla Costituzione.
A questo punto si inserisce la comunicazione politica che porta l’uditore, ovvero la gran parte dei cittadini, alla convinzione che la causa di tutto ciò che non va sia proprio la Costituzione.
Di conseguenza… bisogna cambiare la Costituzione!
Questo percorso è iniziato da ormai un anno. Segue quanto previsto dall’art. 138 della stessa Costituzione e dopo una serie di passaggi parlamentari, se sempre approvata, si concluderà con un referendum in cui i cittadini si esprimeranno, definitivamente, a favore o contrari alle modifiche.
Come potrebbe, secondo queste modifiche, diventare l’Italia?
L’Italia resterebbe una Repubblica parlamentare ma, pur mantenendo entrambe le Camere, sarebbe caratterizzata da un bicameralismo imperfetto.
Infatti il Senato vedrebbe fortemente ridimensionato il suo ruolo proprio in quella funzione tipica dei Parlamenti, ovvero quella legislativa che diverrebbe di piena pertinenza della Camera dei Deputati mentre il Senato legifererebbe solo in materia di Enti Locali e Regioni.
A  questa limitazione si deve  aggiungere la riduzione del numero dei Senatori che da 315 passerebbero a 100, la loro eleggibilità  da diritto dei cittadini diverrebbe esclusivo incarico delle Regioni e, infine, la fiducia che le Camere danno al Governo non apparterebbe più al Senato.
Di conseguenza se il Senato diviene una sorta di contenitore semi vuoto, la Camera dei Deputati, proprio per effetto dello svuotamento del Senato, diverrebbe una “super” camera che legifera, dà la fiducia e mantiene intatto il numero dei sui componenti.
Di fatto allora il Governo non richiederebbe più un doppio passaggio parlamentare nei momenti difficili per proseguire la sua azione e le leggi vedrebbero un iter molto semplificato nella loro approvazione.
Tutto ciò è bene ma… fino a quando?
Proviamo ad immaginare un Governo inadatto a governare retto per logiche estranee da una fedele maggioranza e così una Camera che vara leggi senza alcun controllo.
E sì, senza alcun controllo poiché verrebbero meno quei poteri di equilibrio indispensabili per i regimi democratici.
C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare e si chiama Italicum, ovvero la legge elettorale che attribuisce i posti alla Camera.
L’Italicum prevede un premio di maggioranza assegnato alla lista vincitrice. Cosa implica questo?
Una camera sola che dà la fiducia al Governo in cui la maggioranza è detenuta da un solo partito.
In definitiva un sistema estremamente stabile che privilegia totalmente la governabilità ma una domanda dobbiamo necessariamente porgerla: l’Italia è uno Stato maturo per un sistema di questo tipo?

L’imperfetto incontro tra l’uomo e le api. di Biagio Mannino

L’ape: un piccolo insetto che tutti conosciamo, o meglio, crediamo di conoscere.
Associamo alla sua immagine i colori caldi ed affettuosi, i gusti dolci e morbidi che derivano da quel prodotto che esse, le api, creano: il miele.

il Carso triestino. foto BM 2012.
il Carso triestino. foto BM 2012.

Il mondo delle api è in realtà una società vera e propria, organizzata e ben strutturata, con le proprie regole e disciplinata in modo rigoroso in tutti i ruoli.
Millenni di evoluzione hanno fatto sì che le api si distribuissero sull’intero pianeta assumendo caratteristiche tipiche dei luoghi.
E così, se guardiamo all’Europa, più saliamo verso nord, più le api acquistano un colore bruno a causa della diversa esposizione solare.
Il miele rappresenta per l’uomo un’antica fonte di nutrimento ed energia e, se alla primordiale  conoscenza dei nostri antenati,  aggiungiamo la ricerca scientifica dell’epoca contemporanea, scopriamo come il miele e tutti i prodotti derivanti dal mondo delle api, siano ricchi di qualità assolutamente utili e benefiche per la vita dell’uomo.
Il miele, il propoli, la pappa reale, il polline e addirittura l’aria che gravita intorno agli alveari, si sono dimostrati potenti elementi anche sotto un punto di vista medico.
Così come l’uomo, anche l’ape, come detto, vive in una società strutturata ed ordinata.
L’uomo però, come spesso accade, non concilia la propria realtà sociale con quella delle altre specie perdendo di vista come sia il tutto ad essere la vera società organizzata in cui i singoli elementi, anch’essi strutturati, convivono in un delicato equilibrio che porta ad una reciproca collaborazione finalizzata alla sopravvivenza propria e, quindi, di tutti.
E così l’ape impollina i fiori che poi daranno all’uomo i frutti.
In pratica, senza ape niente frutti.
Sono ormai anni che una vera e propria morìa delle api tormenta gli agricoltori poiché la necessità di questo piccolo insetto è alla base del percorso agroalimentare.
Quali le cause?
Studi recenti hanno messo in evidenza come l’inquinamento, quello prodotto dall’uomo, e non dalle api, influisca in modo notevole alla destabilizzazione del delicato equilibrio naturale in cui le api si trovano a farne parte.
Il problema è talmente grande che soluzioni molto stravaganti evidenziano palesemente le responsabilità dell’uomo.
Infatti se  negli USA, per ottenere l’impollinazione delle piante, si buttano  letteralmente  dagli aerei grandi quantitativi di api nei campi con l’intento di raggiungere l’obiettivo della produzione agricola ma a spese delle stesse api, in Cina è direttamente l’uomo che si sostituisce all’insetto, l’uomo, con un  pennellino, va di fiore in fiore a fare ciò che l’ape, estinta a causa dei fumi industriali, avrebbe dovuto fare.
L’aiuto che l’ape ci dà non si limita ai prodotti e all’impollinazione ma anche nel fornirci delle indicazioni di tipo ambientale.
Analizzando il miele e le api stesse, emergono dati indicativi sui fattori qualitativi e quantitativi nel campo dell’inquinamento antropico.
E’ divenuto uso comune quello di dislocare alveari in contesti urbani e suburbani al fine di valutare le condizioni ambientali dei siti. Un altro importante aiuto che questo piccolo animale dà all’uomo.
Se l’ape è un insetto sociale così come l’uomo lo è, subentra una considerazione che solo dall’uomo, con le proprie regole e con la propria visione unilaterale può derivare.
L’ape, come detto, si è adattata ai luoghi che la ospitano, con il loro clima, con le loro caratteristiche geologiche e geografiche in generale.
Questo implica che un’ape proveniente dall’Africa difficilmente trovi nell’Europa centrale il luogo a lei idoneo e che le stesse api europee possano passare indifferentemente dai climi interni a quelli mediterranei.
Di fronte alle esigenze di mercato, tipiche delle società umane, il profitto e la sua ricerca tendono a scavalcare un’altra ricerca, quella  scientifica, creando delle situazioni di confusione in ambito naturalistico.
Subentra allora una sorta di protezionismo dell’ape locale e, molto spesso, legislazioni particolari vengono prodotte a tal fine.
E così, nel contesto dell’Unione Europea, alcuni Stati membri legiferano per tutelare le api del proprio territorio  per salvaguardarne la specificità
C’è un problema: prendiamo in considerazione l’area di Trieste, del Friuli, della Venezia Giulia, dell’Istria nella sua interezza e complessità giuridico – istituzionale e di tutta la Slovenia , osserviamo come fondamentalmente le tipologie di api siano tre: ligustica, istro – dalmatica e carnica.
La caratteristica del territorio preso in considerazione evidenzia l’incontro del mondo mediterraneo centro settentrionale con quello alpino, carsico e danubiano.
Una realtà geografica ed ambientale estremamente eterogenea che giustifica una pluralità di specie, come in questo caso, di api.
Ma la necessità di preservare le peculiarità antropiche legate ai confini tra Stati non coincide con i confini biologici e, di conseguenza, l’ape carnica, vista come espressione unica di un territorio coincidente con quello sloveno, si scontra con il territorio delle api, anzi, della società delle api che gravita in ambiente mediterraneo, quell’ape tipica della zona di Maribor.
Questo caso evidenzia come in un’Europa senza confini in realtà i confini continuino a sussistere e coinvolgono anche quella società a noi utile, quella delle api in un vortice di regole, quelle dell’uomo, a loro sconosciute ma, molto spesso, dannose.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata realizzata da Biagio Mannino.

Le poesie di Anna Piccioni.

MAREMMA

L’importanza dei luoghi

Ascoltare lo spirito

Il senso della vita

I pensieri si rincorrono nella mente

Un cuore pieno trabocca di linfa vitale

Il tempo rimane sospeso

La natura intorno riprende il suo ciclo

Uguale a se stessa

Il viso segnato dal tempo

Un cuore spezzato dalla vita

Un posto per sognare

Se c’è ancora un luogo per sognare.

Qui!

Lasciarsi abbracciare dai colori dai profumi

L’energia vitale scorre nelle vene, pulsa, sussulta

Il vento scompiglia i capelli

Le pagine di un libro mai scritto si sfogliano nella mente

Le parole rincorrono oggetti, persone

Vorrebbero agguantare immagini ed emozioni

Fermare il tempo è un’impresa titanica

ESTATE

Il frinire delle cicale

In questo caldo pomeriggio afoso

Di fine luglio

Perché hanno smesso di frinire…

Io non ho detto nulla

Forse il vento che viene dal mare

Disturba il loro canto

Nel cielo azzurro pennellate di nuvole

Meriggiare pallido nella calura estiva

Assorta nella contemplazione che mi circonda

Lascio i pensieri vagare

Fantastici personaggi prendono forma

Le fate volteggiano nell’aria

All’ombra degli antichi olivi

Momenti vissuti, intensi

Non vanno sprecati

Nell’insofferenza per la vita

Ogni attimo deve essere assorbito

Digerito, sedimentato

Nella fugacità del tempo

SREBRENICA

…e la natura attonita

sta a guardare

incredula…

Le stagioni si rincorrono nella loro

bellezza

Gli alberi nascondono e proteggono

le loro creature;

i profumi del sottobosco

si mescolano al dolciastro

odore del sangue

Nota: l’immagine in questo post è stata realizzata da Biagio Mannino.

La Croazia verso il futuro. di Biagio Mannino

Recentemente, presso la sala Tessitori, in Piazza Oberdan a Trieste, si è svolto il seminario Italia – Croazia 2014.

L’evento ha rappresentato un’importante ed utile occasione per fare il punto sulla situazione economica della Croazia ed anche sulle modalità di collaborazione tra i due Stati. A tale riguardo molto interessanti sono state le proposte indirizzate proprio alle prospettive.

La situazione croata in ambito economico oggi risente, come quelle di tutti gli Stati dell’area europea, della difficile condizione economico-finanziaria originata dagli Stati Uniti nell’ormai lontano 2008.

La Croazia presenta le problematicità tipiche di quegli Stati che, definibili come piccoli per le loro caratteristiche demografiche e territoriali, si trovano necessariamente a dipendere da realtà più grandi in tutti quegli aspetti, dalle esportazioni al turismo, che garantiscono loro il mantenimento della propria iniziativa economica.

Se poi consideriamo la ancor vicina e tragica esperienza di una guerra, è comprensibile come la posizione contemporanea della Croazia sia alquanto complessa e difficile.

Con l’entrata nell’Unione Europea, le difficoltà permangono e, se guardiamo attentamente, tendono anche ad aumentare poiché il percorso di ammodernamento delle strutture burocratiche, sociali, amministrative e tutto ciò che riguarda lo Stato, impongono alla Croazia impegni ulteriori.

Il livello della disoccupazione è elevato, quello dei conti dello Stato sociale anche ma, nel lungo periodo, le prospettive sembrano proporre soluzioni e miglioramenti veri e propri.

Infatti i fondi europei porteranno in terra croata una quantità di denaro decisamente imponente con il chiaro intento di ristrutturare l’intera Croazia.

Gli interrogativi però non mancano. Come verranno gestiti? Quali effetti produrranno?

Gli studi attuali e le idee sembrano andare in una direzione precisa: il turismo.

La volontà è quella di far sì che la Croazia scali la classifica dei paesi turistici portandosi dal trentasettesimo al ventesimo posto nel giro di pochi anni.

Uno sforzo assolutamente notevole, poiché si parla di milioni di turisti in più che necessitano di strutture alberghiere e logistiche in grado di garantirne l’accoglienza: aeroporti, strade di accesso, luoghi di svago tipici del settore.

Ma se il turismo di massa garantirebbe una forte affluenza di denaro nelle casse, diviene fondamentale chiedersi quanti di questi soldi rimarrebbero in Croazia. La gestione di queste strutture e la loro realizzazione verrebbe attuata da aziende croate o da aziende europee? I fondi porterebbero un’effettiva ricchezza al popolo croato o semplicemente transiterebbero in Croazia verso altre direzioni?

Va considerato anche il tema dell’impatto ambientale. La prospettiva urbanistica vedrebbe grandi complessi alberghieri, campi da golf e quant’altro, e tutto ciò dovrebbe armonizzarsi con quel paesaggio che rende attraente la Croazia.

L’Istria che oggi è, assieme alla Dalmazia, la regione guida in ambito economico-turistico, si troverebbe ad affrontare un serio cambiamento ed adeguamento alle esigenze necessarie. Ma che fine farebbero quelle immagini tipiche del paesaggio istriano, di piccoli paesi sul mare o nell’interno, con le campagne e le colture di ulivi?

Gli esperti croati stanno cercando di valutare al meglio le scelte da fare guardando proprio verso l’Italia, ed alla sua esperienza nell’ambito della piccola e media impresa, ma anche agli errori commessi nel passato.

La speranza è che la Croazia in generale, e l’Istria in particolare, non diventino come Venezia, città simbolo di una decadenza fortemente accentuata dalla prospettiva di un’apparente rinascita. Il turismo può essere fonte di ricchezza, ma anche di disastri quando venga gestito in modo semplicistico.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata realizzata da Biagio Mannino.

Quella notte erano tutti lì. di Biagio Mannino.

Quella notte erano tutti lì. Sì, davanti alla Porta di Brandeburgo c’erano davvero tutti, i tedeschi dell’est e quelli dell’ovest. Li chiamavano proprio così, i tedeschi… quelli dell’est e quelli dell’ovest, non come ora, che li chiamano solo “i tedeschi”.

berlinwebUn popolo diviso dalla politica che trova nella politica, ventotto anni dopo l’edificazione del terribile simbolo, la forza di compiere un gesto forte, con conseguenze fortissime: l’abbattimento del muro di Berlino e l’inizio conseguenziale della riunificazione della Germania.

L’immaginario collettivo contemporaneo, soprattutto quello rappresentato dalle più giovani generazione, difficilmente riesce a ricordare o solo immaginare cosa rappresentasse quel muro.

ACHTUNG! Sie verlassen jetzt WEST – BERLIN” (ATTENZIONE! Lei sta per lasciare Berlino Ovest) così un cartello, posto davanti a quella famosa porta, informava i cittadini della parte ovest di Berlino che, proseguendo, stavano per giungere nella parte est della città e, quindi, nella Repubblica Democratica di Germania, più comunemente conosciuta come “Germania Est”.

Quasi duecento chilometri di cemento con torrette di avvistamento, filo spinato, allarmi, guardie armate circondavano Berlino ovest isolandola e collocando i suoi abitanti in una situazione di solitudine materiale e, soprattutto, psicologica, dove le ripercussioni di quello stato di cose avrebbe prodotto conseguenze nelle generazioni successive.

Molte sono le immagini, che ormai appartengono agli archivi della storia, in cui anziane madri tentano, con gesti, di mandare segnali di affetto ai propri figli al di là di quel confine cittadino costruito dalla politica, che le divide nella loro semplice quotidianità; altre in cui alcuni tentano di scavalcarlo, quel maledetto muro, ma vengono bloccati da colpi di arma da fuoco.

Le idee per saltare quel muro erano molte e tra le più stravaganti ci fu quella di un cittadino di Berlino est che tentò l’attraversamento del confine con una piccola mongolfiera casalinga.

Il mondo guardava e la politica usava: “Ich bin ein Berliner” (Io sono un berlinese), diceva Kennedy, il 26 giugno 1963, un chiaro messaggio con il quale il Presidente americano mostrava la vicinanza degli Stati Uniti alla Germania occidentale in generale ed alla città di Berlino in particolare, in netta contrapposizione con l’altra espressione di solidarietà, quella dell’Unione Sovietica verso la Germania orientale, artefice della costruzione del muro .

La frase di Kennedy rimane ancora oggi un insieme di suoni vocali che si trasformano in una sorta di immagine, in un’icona della storia. E ancora, un’altra icona, rappresentata da quella Trabant (idem) che varca le macerie fatte di sassi e cemento, frutto della gioia incontenibile della notte del 9 novembre 1989.

Giovani di tutte le nazionalità, con i volti ricchi di felicità, si incontrarono in un abbraccio di folla, illuminata a giorno dalle luci delle riprese televisive mondiali che resero incancellabili quelle scene di giubilo di una Germania che ringraziava il mondo, e l’Europa in particolare, per quel percorso fatto di cambiamento o, per meglio dire, di perestrojka, rendendo il momento adatto alla riunificazione.

E sì, c’erano proprio tutti in quella piazza, davanti alla Porta di Brandeburgo e, chissà, c’era forse anche Angela Merkel?

Gli anni sono passati e oggi, a ricordarci quei giorni e le sensazioni dell’importante periodo storico, sono rimasti solo i libri ed i documentari.

Nel frattempo la Germania si è, per così dire, data da fare.

Berlino, negli anni novanta divenne un enorme cantiere volto a ristrutturare completamente quella che doveva tornare ad essere rapidamente la capitale della Germania unita, ovvero… la Germania.

Ricordo che mi trovavo in quella città ed era impressionante vedere, dalla metropolitana sopraelevata, di sera, le luci a perdita d’occhio dei cantieri e quelle gru così numerose che sembravano tantissimi alberi, alberi di ferro.

Un enorme cantiere che produceva cemento, questa volta per i palazzi e i grattacieli e non più per quel muro.

Ma ricordo anche la periferia di Berlino est e i paesi, andando verso il confine con la Polonia, dove certo non era il ritrovato benessere ad essere il biglietto da visita, anzi.

La Germania, quella riunificazione, la volle fortemente e l’Europa anche la voleva. Certo che Margaret Thatcher e Francois Mitterrand non erano così entusiasti, la prima poiché considerava il popolo tedesco come un popolo ricco di intima belligeranza, il secondo poiché riteneva che un vicino così grande, al centro dell’Europa, fosse estremamente ingombrante. Ma molti considerarono le loro opinioni come l’espressione di una visione della politica ancora legata ad esperienze ormai lontane.

E il popolo tedesco? Il popolo tedesco era inebriato da un senso sì nazionalistico ma, potremmo dire, ispirato ad una visione internazionalistica, dove il desiderio della riunificazione si accompagnava a quello della fine di una guerra, quella fredda, che, di fatto, rappresentava la conclusione di quel tragico percorso iniziato con la Prima e proseguito con la Seconda Guerra Mondiale. Tre eventi, che hanno sempre avuto al centro del tutto proprio quella Germania e quel popolo che in quel 1989 era assolutamente desideroso di… Europa!

E sì, c’erano proprio tutti quella notte davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino…

Bisogna far pagare le autostrade tedesche ai cittadini stranieri”. Così si esprimeva, il giorno dopo la vittoria della CDU nelle elezioni dei Land, che solo di pochi giorni anticipavano la vittoria trionfale di Angela Merkel, nel mese di settembre di quest’anno, il 2013.

Vero è che parlare di “cittadini stranieri” oggi, in quell’Europa Unita, dove i confini sono divenuti strisce disegnate sull’asfalto, crea un po’ di confusione. Ma… cosa si intende per cittadino straniero? Un Europeo, un extracomunitario o semplicemente un ”exstragermanico”?

E poi, non siamo in quell’Europa dove vige la libera circolazione di persone e cose? Strano che questa osservazione venga proprio da esponenti di quel partito che aveva, in Helmut Kohl, uno dei principali artefici della politica di riunificazione tedesca e, altrettanto strano, che venga da uno dei Land di quello stato, la Germania, appunto, che era tanto europeista già ventiquattro anni fa.

Forse oggi sotto la porta di Brandeburgo non ci andrebbe nessun greco, o spagnolo, o italiano o tanti altri cittadini che vivono, di riflesso, la politica tedesca, che impone scelte che appaiono più frutto di decisioni unilaterali che collegiali, che del resto dovrebbero essere prese in un contesto di aggregazione di Stati, come è l’Unione Europea.

La politica del rigore, secondo una visione tedesca, impone scelte e sacrifici che non possono non produrre risultati di inevitabile recessione per chi li adotta.

Se, per far fronte al risanamento dei bilanci, occorre passare attraverso l’aumento della tassazione ed il contemporaneo abbassamento della spesa pubblica, diviene inevitabile che l’impoverimento di quella che è la maggior parte della popolazione trasformi una società di cittadini medi in una di cittadini poveri e, la povertà, non fa fare acquisti.

In una società dove “consumismo” è la parola d’ordine, l’assenza del denaro impone il risparmio forzato che si traduce in calo, o meglio, crollo delle vendite e queste trascinano, inevitabilmente al ribasso la produzione, che porta come effetto ad un inevitabile ridimensionamento della forza lavoro e, quindi, di altri consumatori.

Uno Stato povero, in un mondo globalizzato, diviene appetibile poiché a saldo si acquistano partecipazioni, parziali o totali alle fonti produttive più importanti, a quei sistemi che lo rendono forte ed indipendente.

Ma, se l’Europa doveva nascere, doveva farlo con quel fondamentale principio di limitazione delle sovranità. Un’Unione Europea che divenga Stati Uniti d’Europa deve vedere i proprio membri rinunciare a parte delle proprie sovranità a favore di un ente centrale che dia ad essa una visione comune ma, in particolare, una forza coercitiva comune che imponga le scelte: limitazione delle sovranità e politica condivisa, non guerra economica portata a colpi di finanza e giochi di borsa.

All’alba delle recenti elezioni in Germania, quella unita già da ventiquattro anni, Angela Merkel ha ottenuto un grande risultato, che mostra come il gradimento del popolo tedesco si sia riflesso in lei in particolare e nei confronti del suo partito. E questo è ulteriormente dimostrato dal fatto che gli alleati nel precedente governo, i liberali, hanno perso talmente tanto consenso da essere estromessi dal parlamento.

Se, da un lato, il successo gratifica, dall’altro punisce poiché, ora, la governabilità dovrà necessariamente passare attraverso una coalizione con forze non affini.

Si verrà a creare un percorso in cui gli ostacoli diverranno responsabilità dei piccoli partiti poiché, quello grande, quello della Merkel, ha alle spalle la politica di rigore di Angela Merkel, che ha reso la Germania grande in un’Europa che non va e, gli altri partiti, quelli anti europeisti, o meglio, anti europeisti del sud, troveranno la via in un’accelerazione del populismo per ottenere un consenso maggiore in vista di ipotetiche elezioni anticipate. Un po’ come in Italia…

E sì, quella notte c’erano proprio tutti davanti alla Porta di Brandeburgo…

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta dal libro “Il muro che cambiò la storia” – edizioni Il Sole 24 ore – 2009.

Le Città Metropolitane e Trieste. di Biagio Mannino

le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015
le rive di Trieste dal Molo Audace. foto BM 2015

La Città Metropolitana e Trieste: un’ipotesi priva di senso o un’occasione da non perdere?

Prima di tutto cerchiamo di capire cosa sia la CM.

L’iter legislativo che ha portato all’istituzione delle CM è stato molto lungo e complesso. Da un lato perché si andava nella direzione di un sostanziale cambiamento e riordino del sistema degli enti locali, dall’altro perché la delicatezza della materia portava a possibili conflittualità tra norme con il rischio di creare degli inevitabili principi di incostituzionalità.

Oggi le CM sono una realtà e, in particolare, sono quelle di Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Regio Calabria. Roma, oltre ad essere anch’essa inclusa nell’elenco delle CM beneficia anche di una apposita regolamentazione denominata “Roma capitale”.

Come si può osservare sono tutte aree appartenenti a Regioni a Statuto ordinario e, di conseguenza, istituite tramite legge nazionale.

Le altre aree di analogo interesse, sono di pertinenza delle Regioni a Statuto speciale e, quindi da esse istituite.

Così se Palermo, Catania e Messina sono pronte al via, Cagliari e Trieste sono ancora in fase di discussione.

Il termine CM non deve però trarre in inganno, immaginando con la denominazione “metropolitana” un elevazione di rango del proprio comune.

In realtà la CM coincide esattamente con il territorio di quelle che erano le vecchie Provincie mantenendo gli stessi Comuni e funzioni (vedi box1) ma attribuendo a diversi organi la gestione del tutto (vedi box 2) con una forte presenza del capoluogo.

Se analizziamo la realtà di Trieste vediamo come questa sia forse l’unica tra queste città ad avere proprio la necessità di essere gestita come CM poiché, chiusa nella periferia da un confine, priva di una reale Provincia e che con una tormentata storia che tutti ben conosciamo, ci fa comprendere come, così come prevede la legge, una progettualità integrata che va da Muggia a Monfalcone permetterebbe a tutta quest’area di proiettarsi in quella vera prospettiva europea di cui tanto si parla ma che poco si fa.

Infatti le funzioni della CM consentono anche di intraprendere percorsi di collaborazione internazionale e, se guardiamo a sud di Trieste, è difficile non considerare che anche Capodistria già oggi con Trieste sino a Ronchi dei Legionari costituisce quella che urbanisticamente viene definita “città diffusa”.

La CM di Trieste in realtà, potremmo dire, esiste già ma ancora il superamento dei confini psicologici ci rende divisi e ci porta a perdere di vista le reali opportunità.

BOX 1

Le funzioni della Città Metropolitana:

– funzioni di pianificazione strategica, di pianificazione territoriale generale, di regolazione dei servizi pubblici, funzioni indirizzate alla mobilità e viabilità, alla promozione dello sviluppo economico e sociale, promozione dei sistemi di informatizzazione nel contesto metropolitano

– funzioni in sostituzione a quelle corrispondenti delle Provincie di appartenenza

– funzioni attribuite alle città metropolitane nell’ambito del processo di riordino delle funzioni delle Province

– funzioni dedicate alle città metropolitane dallo Stato e dalle Regioni in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza

– funzioni dedicate alle relazioni istituzionali in riferimento al proprio livello, incluse quelle con le altre città e le aree metropolitane europee

BOX 2

le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015
le rive di Trieste dal Molo Audace. foto  BM 2015

Organi della Città Metropolitana:

1 – Il Sindaco Metropolitano: è il Sindaco di quello che era il capoluogo di Provincia. Se previsto dallo Statuto può essere eletto direttamente.

Presiede il Consiglio Metropolitano e la Conferenza Metropolitana.

Nomina un Vicesindaco.

Propone lo schema di bilancio.

2 – Consiglio Metropolitano: E’ eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei Comuni della Città Metropolitana.

Il numero dei componenti è proporzionale al numero di abitanti della CM e non può essere superiore a 24.

Può essere eletto direttamente se previsto e la carica dura 5 anni.

Ha poteri di indirizzo e controllo.

Approva i regolamenti, i piani, i programmi e il bilancio.

3 – La Conferenza Metropolitana: vi fanno parte il Sindaco Metropolitano e i sindaci di tutti i comuni della CM.

Approva lo Statuto ed ha il potere consultivo in sede di approvazione di bilancio.

 

Nota: le immagini in questo post sono state realizzate da Biagio Mannino.

Paura. una riflessione di Biagio Mannino

il mare al tramonto. foto BM 2015
il mare al tramonto. foto BM 2015
Non lo so… no, non so perché, ma tutti abbiamo paura. Paura…
della povertà
delle malattie
di sbagliare
di parlare
di parlare delle malattie
di parlare di politica
di parlare di religione
di pensare
del dentista
dei gay
della libertà
di non essere liberi
dell’autorità
dell’assenza dell’autorità
del vicino
del giorno in cui il figlio si sposa
del giorno in cui la figlia si rende conto che la suocera non è cattiva
dei parenti
della solitudine
della gente
dello psicologo
delle orecchiette con le cime di rape
delle critiche
della riforma costituzionale di Renzi
di perdere il lavoro
di non essere promossi
di non essere considerati
di non fare carriera
della depressione
del marito
della moglie
dei figli
dei genitori
degli stranieri
dei meteoriti
delle chiacchiere
del televisore quando non funziona e mi priva del TG
di non imparare l’inglese perché altrimenti non riesco a stare al passo con la globalizzazione
del terremoto
di dirglielo
dei barconi, quelli che non riescono ad arrivare in Sicilia
dei barconi, quelli che riescono ad arrivare in Sicilia
di essere sfrattati
delle tasse
dei cibi scaduti
di fare brutta figura
di essere brutta
di essere bella
di essere grassa
di essere calvo
di essere basso
di non avere da mangiare
della notte senza luna
della notte con la luna… e con l’uomo lupo mannaro
di non riuscire ad avere i soldi da spendere nella notte dei saldi
dei politici urlatori
delle scimmie urlatrici
di quelli che dicono che non hanno paura di niente
delle date di scadenza scadute e dimenticate
dei refusi nei miei libri
di quelli che dicono “ci sono dei refusi nei tuoi libri”
di quelli che dicono “ci sono dei refusi nei tuoi libri” e non si accorgono di quello che hanno letto
delle penne che quando finiscono l’inchiostro costringono gli scrittori non tecnologici a cercare il temperino poiché l’unica matita che hanno è senza la punta
di non saper nuotare
di non saper andare in bicicletta
della Jugoslavia
dei virus
dei partiti
dei meridionali
dei ladri
dei ladri con il volto coperto
dei ladri in giacca e cravatta
del credito residuo esaurito
del bancomat demagnetizzato
delle code ai caselli
delle giornate da bollino rosso
del rosso, semplicemente
del nero e basta
degli immigrati
dei sordi che guardano la televisione
dello sciopero dei treni ma non degli aerei perché io devo prendere il treno e non l’aereo
dei luoghi aperti
dei luoghi chiusi
dei cani dei gatti
delle zecche
delle zanzare
delle vespe
delle api
dei funghi coltivati
dell’olio d’oliva non italiano
delle olive ascolane troppo calde
dei cibi avariati
delle allergie
dell’inquinamento
della bora
degli ubriachi a carnevale
di quello che fa veramente paura e che non dico perché fa veramente paura
del colesterolo
dei radicali liberi
dei radicali
di invecchiare
di non invecchiare
del sole
del freddo
del caldo
dell’acqua
delle medicine
di sapere
di non sapere
delle donne
degli uomini
delle valanghe
delle frane
del fuoco
del domani
dell’eclissi
del buio
della guerra
delle armi
delle bombe
dei matti
dell’ascensore
dei cinesi
dei tedeschi biondi
degli italiani
degli sloveni
dei croati
dei serbi
dei popoli in generale
della polizia
del professore
degli esami
dell’aereo
di viaggiare
di dormire fuori casa
di morire
insomma, in una paura sola…
… di vivere…
Nota: l’immagine in questo post  è stata realizzata da Biagio Mannino.