Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

La vita non è un’Operetta, e nemmeno un musical!

(di Alberto Flego)

 

IMG_20170707_230007Sembrava scomparsa. Il suo pubblico la compiangeva affranto e nella triste Trieste le giornate estive proseguivano grigie negli anni, affumicate dalle grigliate di qualche sagra provinciale ospitata pure nelle centralissime vie cittadine.
Fino a che, dalla lontana terra Magiara, sono giunti loro: la Budapesti Operettszinhàz. Ci hanno fatto credere di rivivere quella che era la tradizionale peculiarità della nostra bistrattata città, il Festival Internazionale dell’Operetta.
L’Operetta è ritornata, rinata come l’Araba Fenice! E così, dal 5 al 9 luglio 2017 nella cornice del Teatro Politeama è risorto dalle ceneri pure l’orfano pubblico del Festival dell’Operetta triestino: dame con vestiti da sera variopinti, ventagli e trousse che mi ricordavano le serate estive dei tempi di quand’ero bambino e mia nonna mi portava a vedere le operette proprio qui al Politeama Rossetti, dopo lunghissime ore d’attesa per acquistarne i biglietti negli uffici dell’UTAT di galleria Protti. Diciamolo una volta per tutte: il festival dell’Operetta era per noi triestini come le corse dei cavalli ad Ascot per gli Inglesi, un evento a cui non si doveva mancare!
Mercoledì sera con il Gran Galà dell’Operetta ( tre ore di musiche eccelse e selezioni dalle più belle operette Danubiane) egregiamente presentato in una sognante atmosfera sospesa tra la favola e la realtà di un teatro del passato, che al giorno d’oggi non è quasi più possibile gustare, iniziò la Magia.
L’Orchestra Magiara, diretta dal Maestro Làszlò Maklàry, il Corpo di Ballo, gli artisti dell’Ensemble hanno donato al pubblico le perle della Piccola Lirica, estasiando gli spettatori e portandoli in un vero e proprio viaggio nel passato a Vienna, Budapest, Parigi e persino nel Lontano Oriente del Paese del Sorriso di Franz Lehar e nel complicato mondo musicale di Paul Abraham.
Nel secondo atto, dopo l’esecuzione orchestrale di una famosissima danza Ungherese di J.Brahms, una splendida piccola orchestra tzigana è salita sul palco, un quintetto molto talentuoso composto da violino, cembalo, clarinetto, contrabbasso e viola che ha sorpreso ed infiammato il pubblico, davvero fortunato nel risentire questo concerto unico nel suo genere ( erano già ospiti del Galà dell’Operetta edizione 2016 ).
E tutto questo lo dobbiamo all’artista triestino Alessio Colautti: la persona che dovremmo ringraziare per queste splendide serate d’altri tempi. Sagacemente egli ci ha fatto notare quanto Budapest ami Trieste, mentre noi cittadini stiamo trascurando e bistrattando la nostra bella città, privandola delle splendide iniziative musicali di cui un tempo era degna cornice culturale.
Parlando di Operetta a Trieste non poteva mancare la presenza di Andrea Binetti che, coinvolto da questo turbinoso evento musicale ungherese, ha contribuito alla serata cantando nelle esecuzioni tratte dalla Vedova allegra, in cui nelle recite seguenti ha interpretato il ruolo del barone Mirko Zeta.
Il cast delle serate Magiare comprendeva il contributo canoro dei seguenti Artisti: Timea Vermes (Hanna Glawari), Zsolt Vadàsz (Danilo), Anita Lukàcs (Valencienne), Gergely Boncsér (Camille), Soma Langer (Cascade), Robert Vanya (St.Brioche), Andràs Faragò ( Kromow), la simpaticissima e acrobatica Marika Oszvald nel ruolo di Olga, Gàbor Dézsy Szabò (Bogdanovitch), Tunde Frankò, Attila Miklòs, Gabriella Szilàgyi. Dal corpo di ballo emergevano in bravura e perfezione Laura Ottlik e Emese Szalai.
Vorrei inoltre sottolineare che gli Ungheresi sono gli artisti che, insieme agli Austriaci meglio interpretano lo spirito delle Operette Danubiane: ricordo l’entusiasmo di mia nonna quando mi parlava degli “artisti” (li chiamava sempre così) e sposi nella vita Martha EGGERTH e Jan KIEPURA, che furono i protagonisti di migliaia di rappresentazioni in Europa e in America e anche a Trieste della Vedova Allegra, ma che purtroppo non ho mai potuto sentire. Ho potuto invece, e lo potrete farlo pure voi, se lo desiderate, ascoltare le splendide incisioni su CD NAXOS dei tre volumi “The Best of Operetta” della Hungarian Operetta Orchestra diretta da Làszlò Kovàcs (1996), che praticamente è la stessa orchestra che, vent’anni dopo abbiamo potuto ascoltare al Rossetti. Vi assicuro che l’ascolto dona le stesse emozioni che il Galà ha suscitato nell’estasi donata al pubblico uditore presente in sala.

IMG_20170705_203630Nel Cinquantesimo anniversario della scomparsa di Franz Lehar, scrissi una novella dedicata al Maestro dal titolo “Felix, la vita non è un’Operetta”, in cui il personaggio di Hanna Glawari viveva fuori dalle scene in incognito, e raccontava il seguito della sua vita dopo il matrimonio con Danilo. Quindi per me recensire uno spettacolo della Vedova allegra richiederebbe un capitolo a parte. Vale la pena provare a cimentarsi, perché amo molto questo personaggio e lo spartito di questa Operetta.
Nell’ Autunno del 1905 il direttore del Teatro “An der Wien” Herr Karczag, sin dalle prime prove per la messa in scena della “Vedova Allegra” in prima mondiale assoluta a Vienna il 28 dicembre 1905, sentenziò arcigno: “Das ist ka’ musik!” (Questa non è musica!). Tutti quindi proseguivano le prove aspettandosi un fiasco colossale. Tutti tranne Franz Lehar.
Sono passati più di 111 anni e le passioni che questa Operetta suscita sono ancora vive. La Vedova Allegra è ormai riconosciuta un capolavoro di genuina ispirazione.
Ma un brano delizioso (che è possibile ascoltare nello splendido CD della Deutsche Grammophon con i Wiener Philharmoniker diretti dalla bacchetta di John Eliot Gardiner edito nel 1994) viene spesso tagliato senza ragione dalle esecuzioni: è il caso del duetto “Zauber der Hauslichkeit” (la magia della quiete domestica), che purtroppo anche in questa versione mancava.
Ma ciò che più ha colpito di questo allestimento dalla regia di Màtè Szabò e l’adattamento e attualizzazione di Attila Lorinczy è stata la scelta di ambientare nei primi anni Trenta l’Operetta. L’atmosfera culturale dell’Art Nouveaur di inizio secolo si è trasformata in quella squisitamente Art Decò degli Anni Venti e Trenta parigini. Non sono mancati riferimenti al Cubismo, ma anche al cinema Hollywoodiano e al Musical, ed oserei dire anche allo spettacolo televisivo dell’Eurovision Song Contest nelle citazioni coreografiche di certi balletti e di alcuni effetti visivi eclatanti (le fontanelle acquatiche, i coriandoli dorati, i balletti tribali con danzatori tatuati e tamburi simili ad alcune entry dell’Eurofestival contemporaneo). Danilo è cocainomane, la festa si svolge sui tetti di Parigi e la scenografia del primo atto ricorda, nei colori e nelle citazioni tra comignoli, gabbianelle meccaniche e i due spazzacamini di passaggio, più la casa londinese di Mary Poppins che la villa di un’ambasciata parigina.
E Hanna Glawari, che per la prima volta appare travestita da pilota aereo, (arriva da Casablanca?) ma con un veloce trucco scenico cambia magicamente l’abito con una meravigliosa eleganza da Star dello schermo catalizza istantaneamente l’attenzione sulla scena. E’ interpretata dalla bellissima e brava Tìmea Vermes, e ricorda tantissimo Marilyn Monroe, soprattutto quando canta contornata da ballerini in frak (sembra la scena del balletto Diamond are the Best girl friends ).
Si gioca molto con l’immaginario collettivo; ma a volte si esagera. Danilo, il partner di Hanna, esordisce pieno di cocaina cantando nei cessi del terrazzo, dove vede nel suo delirio l’immagine di se stesso moltiplicarsi nei bagni tra le tazze dei wc… E’ interpretato dal bravo tenore Zsolt Vadàsz. La scena in cui canta il celebre brano “Vo’ da Maxim allor” diventa veramente azzardata.
Seppur a volte volgare, con il barone Zeta che spara come un gangster della Chicago d’Oltreoceano, lo spettacolo regge anche se può far discutere la scelta della regia per “attualizzarlo”.
Ma la splendida Orchestra e la sua direzione permettono di proseguire in questo magico percorso musicale dimenticando le poche cadute di tono sceniche e incantando lo spettatore con la grazia e la dolcezza delle note eseguite magistralmente nella loro lettura strumentale.
Imparare un copione in una lingua straniera recitata e cantata non è cosa da poco: complimenti quindi alla bella e brava compagnia di teatro Magiara!
Il secondo atto risultava molto gradevole esteticamente per la deliziosa scenografia ART DECO’ con delle splendide fontanelle e una meravigliosa rivista che faceva l’occhiolino più al LIDO’ di Parigi che al locale MAXIM. Colori e coreografie davvero suggestive ed ammalianti. A questo punto l’attualizzazione di Attila Lorinczy che dapprima mi aveva reso perplesso, iniziò a piacermi. Hanna Glawari, sempre più Diva Hollywoodiana incanta con la celeberrima Romanza di Vilja, che diviene così uno dei punti culminanti dello spettacolo. Quando il sogno inizia a cullarci dolcemente nell’oblio, la magia della musica di Franz Lehar è al culmine, ed ha raggiunto il suo scopo. La banalità dei dialoghi e l’assurdità delle situazione drammaturgica diviene parte dell’astrazione dal reale, e si dissolve nel Nulla perché è ormai la Musica che ci accompagna nella nostalgia ineffabile di un passato che forse non è mai esistito, e nel languore di un Amore che universalmente palpita in ogni essere vivente.
Con umorismo e senso fiabesco i personaggi di quest’Operetta restano nel nostro cuore imperituri, da 111 anni.
“Das ist ka’ Musik!” disse Herr Karczag. Aveva ragione: questa composizione è molto più di una semplice musica: è magia pura, sogno d’altri tempi sempre attuale, che incantò il pubblico dei nostri bisnonni e che ancora oggi ci fa sognare una cristallina bellezza ideale delle passioni umane e dell’Amore.

 

FONTI: 
Bibliografia:
Ernesto G.Oppicelli “L’Operetta da Hervé al Musical”
Fratelli Melita Editori, 1989.
Alberto Flego “Felix, la vita non è un’operetta!”
in “Inediti da Trieste” Edizioni Croce, Roma 2016.

Discografia:
“The Best of Operetta” Voll. 1,2,3 Hungarian Operetta Orchestra diretta da Làszlo Kovàcs CD NAXOS, 1996.
Franz Lehar “Die Lustige Witwe” Wiener Philharmoniker diretti da John Eliot Gardiner – Deutsche Grammophon
DIGITAL STEREO, 1994

NOTA: le immagini in questo post sono di Alberto Flego.

23 giugno 2016 – 23 giugno 2017: un anno di Europa.

(di Biagio Mannino)

 

Era il 23 giugno del 2016 quando i cittadini del Regno Unito decidevano per l’uscita dall’Unione Europea.
Un punto di arrivo e, contemporaneamente, un punto di partenza anche per la stessa Europa.
Molti erano gli interrogativi che in quel momento caratterizzavano le strutture politiche mondiali: interrogativi sulla tenuta della UE, interrogativi sul futuro del Regno Unito.
I movimenti antieuropeisti celebravano con entusiasmo quel risultato auspicando che seguissero analoghi successi prima in Olanda, poi in Austria ed infine in Francia, dove, sotto la guida di una desiderata ipotetica Presidente, Marine Le Pen, l’Unione Europea sarebbe caduta sotto i colpi di una volontà popolare antieuropeista e nuovamente ispirata dai nazionalismi di vecchio stampo.,
Così non fu e, al contrario, iniziò una presa di consapevolezza da parte delle istituzioni comunitarie della necessità di una svolta.
E il segnale giunse proprio da quel popolo al quali gli euro scettici guardavano con grande speranza.
Olanda e Austria andarono nella direzione di movimenti e partiti pro Europa preparando il terreno al vero e proprio trionfo di Macron.
Sì, Macron che in brevissimo tempo è riuscito a fare ciò che a Renzi proprio… non è riuscito: divenire Presidente e, dopo poche settimane, vedere consolidata la sua posizione con una sorprendente vittoria alle elezioni legislative garantendosi molto più della maggioranza assoluta.
Macron e Renzi, due figure che nel corso del 2016 hanno saputo, il primo, realizzare ed, il secondo, perdere tutto.
Esempi di come la politica sia rapidissima nel mutare gli effetti e renda difficile la vita ai politologi impegnati nel tentativo di comprenderne le dinamiche.
Nel mentre, in novembre, Donald Trump vinceva le elezioni negli USA rappresentando per gli inglesi la nuova – vecchia spalla da sostituire a quella europea.
Una spalla necessaria poiché, oggi, nel mondo, da soli, non si va da alcuna parte!
Ma Trump non è poi quel politico così preparato e quell’affidabiilità si dimostra velocemente una speranza vana.
Così la vecchia Inghilterra si accorge di essere ancora più invecchiata quando, di fronte al maldestro tentativo dei conservatori di conquistare ampie maggioranze parlamentari, inciampa in una clamorosa sconfitta che indebolisce non solo il partito Conservatore ma tutta la struttura politica.
La vecchia Europa si scopre giovane poiché tutti quei passi difficili che potevano presentarsi dopo la Brexit, sono stati superati, e un nuovo cammino è stimolato dallo scampato e rischioso pericolo di implosione.
Lo abbiamo ripetuto più volte: la politica internazionale oggi richiede visioni di insieme che, per poter portare vantaggi ai singoli, necessita di avere direzioni condivise che portino vantaggi a tutti.
La concorrenza oggi deve divenire necessariamente collaborazione ed affrontare le sfide dei tempi moderni, da quelle economiche e finanziarie, a quelle climatiche, da quelle demografiche, a quelle alimentari.
Muri e confini, protezionismi e isolamenti, non servono al bene comune.

La nuova legge elettorale? Esame di serietà.

(di Biagio Mannino)

 

Quando la politica si confronta sulle leggi elettorali, inizia la vera battaglia!
Forse perché sono norme di particolare importanza per il principio di democrazia o, forse, perché… attribuiscono i posti in Parlamento…
Non occupiamoci di questo dubbio anche perché, dopo numerosi sforzi mentali, non arriveremmo di sicuro a darci una risposta!
Nel mentre, cade il progetto di legge elettorale “alla tedesca” forse perché troppo “alla tedesca” o forse perché troppo poco “all’italiana”. Ma anche questo è un dubbio destinato alla catasta dei dubbi interpretativi della politica.
Grande confusione alla Camera dei Deputati, liti, urla e tutto quello che era sufficiente a rompere l’accordo a quattro tra Movimento 5 stelle, Partito Democratico, Forza Italia, Lega, anche se, a dire il vero, i litiganti erano solo i primi due mentre, come dice il proverbio, il… terzo, ovvero Berlusconi… godeva.
Sì, perché la tattica del silenzio e del tenersi fuori dalle mischie produce sempre i suoi effetti dando un senso di responsabilità a chi si tiene intelligentemente fuori da una polemica che sempre più lascia senza energie.
Siamo in una situazione estremamente delicata dove al Senato abbiamo una legge elettorale frutto di una sentenza di parziale incostituzionalità del precedente Porcellum mentre, alla Camera dei Deputati, abbiamo una legge elettorale, anche questa frutto di una sentenza di parziale incostituzionalità dell’Italicum e, tutto questo, mostra paradossalmente una convergenza di capacità legislativa del panorama politico italiano che si è alternato al Governo negli ultimi venti anni. Infatti la prima è frutto del centro destra mentre la seconda… del centro sinistra.
E così, nel momento in cui diviene necessario trovare una soluzione armonica per garantire all’Italia una certa stabilità e rappresentatività, non si trovano gli accordi.
Se andiamo ad analizzare quanto accade, tutto sommato, è anche comprensibile che gli accordi non si trovino dato che, a legge ancora in fase di preparazione, i punti di debolezza, e, forse, anche di velata incostituzionalità, davano la forte esigenza di ricominciare tutto da capo.
La legge elettorale consente al cittadino di esercitare quel principio di sovranità ben espresso nel secondo comma dell’art. 1 della Costituzione della Repubblica Italiana.
“La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ed il voto è una di queste forme proprio per delegare a legiferare, governare e… a risolvere i problemi, i bisogni, le necessità, le emergenze e le esigenze del popolo italiano.
Strano però che, il progetto di legge rendeva il voto meno forte, intenso nei suoi significati dove al politico il cittadino delegava la politica e, questa, è una bella differenza.
Adesso siamo al punto di partenza ma con un’aggravante che domina, ovvero l’incapacità al dialogo costruttivo finalizzato a quanto sopra detto, curando di più aspetti come le soglie di sbarramento volte a garantire o escludere presenze nelle due aule parlamentari.
E il punto di partenza era già errato poiché il sistema elettorale proporzionale, per definizione, punta alla rappresentatività. E come si possono rappresentare le diverse espressioni della società inserendo limiti alla rappresentatività stessa?
Un altro dubbio da mettere nella catasta dei dubbi irrisolti…