L’Italia verso il referendum (parte 6): la paura fa… dire SI.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Nella scorsa puntata abbiamo analizzato alcuni aspetti di tipo comunicativo che, in particolare, si riferiscono sostanzialmente alla “vendita” del prodotto, ovvero, in questo caso, del “SI” o del “NO” alla riforma costituzionale.
Un altro metodo comunicativo fa ricorso alle sensazioni profonde, al sentimento nascosto che ci  induce poi a prendere decisioni, anche opposte al nostro punto di vista ma che se, ben gestito, ci porta nella direzione di  scelte volute… da altri.
Questo sentimento è… la paura.
Nei meccanismi comunicativi in ambito elettorale il messaggio tende ad essere estremamente semplificato poiché si parte dal presupposto che l’elettore non capisca o che, in ogni caso, non gradisca i “tecnicismi”.
Lo stesso termine “tecnicismi” è utilizzato proprio da coloro che, al contrario, dovrebbero spiegare nel merito i contenuti e, nel nostro caso, della riforma costituzionale.
Poiché il mezzo per eccellenza di comunicazione resta ancora oggi la televisione, esso non permette di ribattere a considerazioni fatte dagli esperti della materia. Ci si trova in un caso chiamato anche di “comunicazione ad una via” dove uno lancia un messaggio e l’altro lo recepisce senza però poter controbattere, esprimere opinioni, chiedere approfondimenti, dissentire.
Sebbene i social network intervengano in questa direzione, la loro diffusione è ancora troppo ridotta e, soprattutto non diffusa ad un pubblico in età avanzata.
Se poi teniamo conto che l’Italia è lo Stato più anziano del mondo… il risultato lo comprendiamo bene.
La paura diviene così l’elemento più semplice per convincere senza spiegare.
E così si incomincia a paragonare un’eventuale vittoria del “NO” alla Brexit dove le cose più drammatiche accadrebbero e rappresenterebbero un vero e proprio disastro… per l’Europa!
Distinguiamo le cose: la Brexit ha rappresentato l’interruzione di un percorso iniziato con un ampio numero di componenti, ovvero gli Stati membri dell’Unione Europea.
Un eventuale successo dei “NO” non comporterebbe alcuna modifica ad alcun percorso poiché, al massimo, tutto resterebbe come prima.
In questo caso il senso della paura punta a paragonare un evento, quello Britannico, che sicuramente ha avuto ed avrà ripercussioni (leggi su questo blog Effetto Brexit e Effetto Brexit 2), ma che nulla ha a che vedere con un percorso di modifica di una legge interna di un Stato.
La paura porta alla comparazione e gli interrogativi sui contenuti… passano.
Un altro elemento tocca in particolare le Regioni a Statuto Speciale: se la riforma non dovesse passare, si dice, il principio di autonomia sarebbe messo in discussione.
Nuovamente la paura, questa volta, di perdere qualche cosa. Ma… come si fa a perdere la specialità se la Costituzione non dovesse essere modificata?
Come si fa a perdere lo status se lo status resta quello di prima?
Il messaggio comunicativo, lanciato qualche mese addietro da parte del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, di lasciare incarico e politica in caso di insuccesso, colloca, anche questo, nel contesto comunicativo della paura.
I simpatizzanti, convinti o meno della validità della riforma, restano basiti all’ipotesi di perdere il leader e la domanda che si sente spesso è “Se non lui… chi?”.
L’Italia è una Repubblica di tipo parlamentare e non di tipo presidenziale. Questo implica che al centro non c’è “l’uomo” ma le istituzioni e, quindi, la personalizzazione dei processi politici non si inserisce nel contesto giuridico costituzionale italiano.
Infatti il Presidente del Consiglio italiano non è né un Premier né un Primo Ministro.
L’impressione è che, nel corso della campagna referendaria, sentiremo  poco parlare di contenuti e molto di conseguenze presunte.
Torniamo a porre il quesito con il quale ci siamo salutati la volta precedente: per favore, esperti televisivi, potreste spiegare i contenuti della riforma costituzionale? Non vi preoccupate dei “tecnicismi: gli italiani ci sono abituati…

Kugy, Ressel e Weyprecht.

Premessa:
Kugy, Ressel e  Weyprecht sono  solo tre delle numerose figure di illustri concittadini che hanno caratterizzato l’importante storia di Trieste.
Rappresentano quanto di meglio è stato raggiunto in quegli anni nel campo delle esplorazioni scientifiche, geografiche, naturalistiche, nel campo delle innovazioni tecnologiche e in  quello artistico della poesia,
La storia, estremamente malleabile, li ha posti in  quel malinconico luogo delle cose e delle persone dimenticate,
un po’ per effetti conseguenziali al tempo che passa, un po’ per la volontà dei cambiamenti.
Vero è che il tentativo di mantenerne il ricordo, o meglio, di ridestarne il ricordo li rende vivi e presenti nuovamente nella memoria estremamente eterogenea di questa città.
Biagio Mannino.

Kugy, Ressel e  Weyprecht.

(di Bruno Pizzamei)
Alcune considerazioni sull’articolo Strana città Trieste.
Trovo interessante e condivisibile l’articolo di Biagio Mannino: Strana città Trieste.
Mi voglio soffermare sui tre personaggi, non tutti ben conosciuti nella dovuta maniera a Trieste, citati nell’articolo: Kugy, Ressel e Weyprecht.
Kugy e Ressel sono ricordati a Trieste il primo con l’intitolazione di una scuola primaria, una via a Melara, un busto nel Giardino Pubblico, alcune rappresentazioni teatrali sulla sua vita, il secondo con l’intitolazione di una via nella Zona Industriale e di un sentiero naturalistico al confine con la Slovenia. Di Weyprecht si sa veramente poco, mi sembra che non ci sia nessun suo ricordo pubblico in città. Forse merita riportare dei tre una  breve biografia.

Julius Kugy

foto1Julius Kugy nacque il 19 luglio1858 a Gorizia. La madre Julia era figlia del poeta sloveno Johann Vessel mentre il padre Paul era carinziano ma si era trasferito a Trieste dove aveva fondato con un socio, Carlo Giovanni Pfeifer, una ditta di importazione di merci coloniali chiamata Pfeifer & Kugy.
Frequentò a Trieste il ginnasio e a Vienna si laureò in giurisprudenza, nel 1882. Visse a Trieste, sua patria d’adozione.
Nutrì sempre uno spiccato interesse  per la musica. Acquisì una spiccata educazione musicale, essendo stato avviato, tra l’altro, allo studio del pianoforte prima e dell’organo poi. Organizzò e diresse, in età più matura, il Coro Palestriniano.
Studiò i Lieder, espressione musicale del romanticismo tedesco, amò la musica di Wagner, di Schubert, di Bach e di Pierluigi da Palestrina.
Fece conoscere ai triestini alcune grandi opere musicali. Agli inizi del XX secolo donò alla chiesa cattolico-armena dei Mechitaristi di Trieste un organo che suonerà spesso alla domenica durante le celebrazioni.
In gioventù si appassionò alle montagne grazie ai numerosi soggiorni presso il  villaggio natale del padre, Lind, in Carinzia, vicino ad Arnoldstein.
Si interessò anche alla botanica e fu proprio da questa attenzione per la flora che aumentò la sua passione per la montagna. Egli iniziò infatti a percorrere le vie alpine alla ricerca di una rara quanto misteriosa pianta che si supponeva caratteristica delle Alpi Giulie, la Scabiosa Trenta.
Alla morte del padre si dedicò alla gestione dell’azienda familiare senza però trascurare l’alpinismo. Scelse di trascorrere buona parte della sua esistenza in montagna, almeno per ciò che gli consentiva la sua professione di imprenditore e commerciante.
Anche se ebbe modo di esplorare gran parte delle Alpi, dedicò la sua intera carriera alpinistica a scalare le vette delle Alpi Giulie, diffuse la loro conoscenza  e aprì non meno di 50 nuove vie assieme a guide locali.
Nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito austro-ungarico benché avesse 57 anni. Durante il conflitto, grazie alla sua vasta conoscenza del fronte dell’Isonzo, svolse il ruolo di Alpenreferent (consulente alpino), creando una scuola di roccia e fornendo preziosi consigli ai comandi dell’esercito.
Al termine del conflitto, ormai in età avanzata, smise di scalare e si dedicò completamente alla scrittura, pubblicando libri e scrivendo su riviste specializzate. Nel 1932 scrisse la propria biografia intitolata Arbeit, Musik, Berge – Ein Leben (La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti). Morì a Trieste, il 5 febbraio 1944.
Parlava correntemente il tedesco, lo sloveno e l’italiano e nutriva pari rispetto per tutte queste culture. Fu un vero rappresentante della vocazione internazionale della regione d’origine.

Josef Ressel

foto3Josef Ressel(Chrudim,29 giugno1793 – Lubiana,10 ottobre 1857) è stato un inventore, noto soprattutto per il perfezionamento dell’elica navale. Nacque a Chrudim (Boemia) da padre tedesco e madre ceca. Finì il liceo e la scuola di artiglieria a Linz. Nel 1812 venne ammesso all’Università di Vienna. Studiò medicina, meccanica, fisica e chimica.
Ressel nel 1820 si trasferì nel sud dell’Impero Asburgico e visse tra Trieste dove divenne vice mastro forestale del demanio per l’Illyria e Montona (Istria) dove fu sovraintendente delle foreste demaniali. Lavorò anche a Venezia presso l’Arsenale dove approfondì le sue conoscenze sull’impiego del legno nelle costruzioni navali.
Il suo programma di rimboschimento nelle terre meridionali dell’Impero salvò il patrimonio forestale delle Alpi orientali. Da sempre appassionato di mare e barche, a Trieste studiò il modo di velocizzare le navi.
foto4lavorò sulla nave Carolina, un vaporetto a ruote, a cui pensò di aggiungere un’elica. Dopo molti esperimenti, Ressel chiese nel 1826 il brevetto austriaco per l’elica per la propulsione navale che ottenne nel 1827.
Nel settembre 1828 stipulò con il ricco imprenditore Fontana un contratto per la progettazione e la costruzione della nave Civetta per il collegamento tra Monfalcone e l’Istria. Nelle sue varie prove il Ressel provò l’elica su una nave che poco dopo la partenza, alla velocità di 6 nodi si bloccò per problemi al motore imputati invece all‘elica. Perciò la sua invenzione fu trascurata e altri tentarono di modificare l’invenzione. Ressel ricevette i riconoscimenti per l’invenzione molti anni dopo. Morì il 10 ottobre 1857 a Lubiana.
Altri suoi brevetti furono la posta pneumatica e i cuscinetti cilindrici. Fu anche notevole studioso di foreste e programmi di rimboschimento.

Carl Weyprecht

foto5Carl Weyprecht(Darmstadt, 8 settembre1838 – Michelstadt, 29 marzo1881) è stato un esploratore e scienziato austriaco, ufficiale della Marina Militare austro-ungarica. Originario della Germania, acquisì la cittadinanza austriaca con pertinenza alla città di Trieste, dove risiedeva ormai da anni.
Eroe della battaglia di Lissa del 20 luglio 1866, dove fu insignito dell’Ordine della Corona Ferrea di III Classe, una delle più alte onorificenze dell’Impero. Nel 1866/1867 fu in Messico con la nave a ruota Elisabeth, per una missione di supporto all’arciduca Ferdinando Massimiliano, divenuto imperatore del Messico. Nel 1871 organizzò, assieme a Julius Payer, alpinista, esploratore e pittore austro – ungarico, una spedizione polare ricognitiva tra Spitzbergen e Novaja Zemlja. Nel 1872-1874 comandò la Spedizione Polare austro-ungarica con Julius Payer comandante delle esplorazioni su terra, che porterà alla scoperta della Terra di Francesco Giuseppe.
Fu la prima spedizione polare a comprendere marinai dell’Adriatico (triestini, istriani, fiumani e dalmati), e con lingua ufficiale l’italiano. Protagonista della spedizione fu la nave Admiral Tegetthof. Questa nave fu ideata da Weyprecht, che le dette un profilo dello scafo tale da farla “galleggiare” sul ghiaccio, anziché venirne stritolata.
Weyprecht è conosciuto soprattutto per le sue esplorazioni polari, e per l’ideazione dell’Anno Polare Internazionale del 1882-1883, considerato l’atto di nascita della ricerca scientifica internazionale (progetti scientifici realizzati in collaborazione fra gli stati).
L’idea di una ricerca scientifica internazionale, varata nel 1882-1883, ebbe un seguito con le esplorazioni in Antartide del 1901-1903, l’Anno Polare Internazionale 1932-1933, l’Anno Geofisico Internazionale del 1957-1958 e, infine, con i concomitanti e collegati Anno Polare Internazionale, Anno Eliofisico Internazionale, Anno Internazionale del Pianeta Terra e Anno Geofisico Elettronico Internazionale, svoltisi nel periodo del 2007-2009.
Trascorse molti anni della propria vita a Trieste della quale si sentì,  appartenere profondamente e ne fu considerato cittadino. Morì di tubercolosi, conseguenza della spedizione polare del 1872-1874, nel 1881.
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Suggerimenti per approfondire:
– Julius Kugy
La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti
EUROGRAF Tarvisio 2011
– Enrico Mazzoli
LA GUERRA DI KUGY
Luglio editore Trieste 2014
– Aldo Rambanti
Josef Ressel Un Leonardo di casa nostra
Edizioni Italo Svevo Trieste 2007
– Enrico Mazzoli
TRIESTE FRA I GHIACCI
Luglio editore Trieste 2012

L’Italia verso il referendum (parte 5): logiche comunicative.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Ormai è chiaro! Nessuno capisce niente del referendum! Neanche i protagonisti dei talk show televisivi!
Non c’è altra risposta al nulla che emerge dai pochi dibattiti che il sistema mass mediatico dedica all’avvenimento.
Se i portatori del “NO” hanno qualche cosa in più, quelli del “SI” si trovano a ripetere in coro sempre le stesse (poche) cose puntando esclusivamente sugli aspetti economici e, in particolare, sul risparmio che deriverebbe dalla riduzione dei componenti del Senato.
E’ vero che, in un’epoca in cui i soldi sono pochi, parlare di risparmio piace agli italiani.
In particolare piace quando, quel risparmio, lo si fa nelle tasche dei politici, i quali, a loro volta, sono l’immagine della politica, la quale, a sua volta, non gode assolutamente di alcuna stima e rispetto, appunto, in questa epoca, a causa proprio… dei politici.
L’idea di ridurre il numero di questi emerge sempre come una sorta di soluzione semplice e veloce quando un sistema entra in crisi.
“A cosa servono tutti questi parlamentari” e poi “ E tutti questi partiti?”. Espressioni spontanee che derivano da legittimi malumori derivanti dalla gestione, per così dire, “allegra”, della cosa pubblica.
La domanda allora è legittima: A cosa servono i Parlamentari?.
Il percorso di democratizzazione della società inizia  da quella “separazione dei poteri” quando il sovrano deteneva nelle sue mani tutto. Infatti la concezione dello Stato era vista come una proprietà del monarca e i cittadini erano i suoi sudditi.
Con la nascita delle Costituzioni e dei sistemi parlamentari, è il concetto di Assemblea ad assumere la posizione di centralità e il popolo diviene sovrano incaricando una parte di sé stesso a rappresentarlo.
L’Assemblea legifera ed autorizza il Governo ad eseguire il proprio lavoro.
Se i Senatori calano di numero, la rappresentanza dei cittadini cala a sua volta. Di conseguenza, passando da 315 a 100 il numero di questi ultimi, le aree geografiche del territorio italiano avranno una rappresentatività inferiore di ben 2/3 rispetto a prima.
E così, essendo il nuovo Senato investito dell’incarico di occuparsi della materia “Unione Europea”, la rappresentatività di alcune aree del Paese sarà decisamente inferiore ed andrà a colpire, in particolare,  le aree di confine, che più delle altre, necessitano di relazioni internazionali.
Il percorso di comprensione di un sistema complesso, come quello di una riforma costituzionale, passa per un altrettanto sistema complesso che vede l’unione di elementi giuridici, economici, finanziari, sociali, comunicativi e che, per semplificare, possiamo far rientrare in un unico contenitore chiamato “politica”.
Nelle logiche comunicative, di tipo politico, il sistema per convincere il proprio “cliente”, ovvero l’elettore, segue gli stessi principi della pubblicità commerciale, dove, per vendere il prodotto, che esso sia un barattolo di pomodori o un telefono, se ne esalta la presunta qualità ma, soprattutto, il prezzo.
E qui il percorso ci mostra una vera e propria celebrazione, altrettanto presunta della qualità, senza però scendere nei particolari, dandola per scontata, mettendo al centro di tutto il prezzo conveniente, ovvero il risparmio derivante dal numero decisamente inferiore dei Senatori. Questo è causa però, di minor rappresentatività del cittadino e di riduzione della sua sovranità, poiché, al momento, i Senatori non saranno eletti ma delegati dalle Regioni.
Torniamo al punto di partenza: cari partecipanti ai dibattiti televisivi, potreste, per favore, spiegare qualche cosa della riforma costituzionale?

Grazie!

Cari lettori,
c’è solo una parola con cui vi posso esprimere la mia personale soddisfazione per il successo ottenuto dalla pubblicazione del post “Strana città Trieste”: grazie!
Grazie per aver letto così numerosi questo articolo, concepito col fine di dare una visione obiettiva non solo alla storia ma anche all’essenza stessa di questa città,
Grazie a quei 6000 lettori che, in meno di 24 ore, hanno visualizzato il blog, dall’Italia e da tantissimi paesi in tutto il mondo: dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dal Giappone, dall’Australia, dagli USA, dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Serbia, dal Marocco, dal Sud Africa e, ancora, da tantissimi altri stati.
Un risultato questo che invita ad una riflessione attenta sulla sostanziale esigenza di trattare questo argomento senza alcun spirito polemico ma sicuramente in modo attento e preciso,
Questo blog, Il vento di nord est, continuerà ad essere fedele ai suoi principi ispiratori ovvero quelli di affrontare in modo aperto    le tematiche sociali, storiche, politiche e tutto ciò che può riguardarci.
Biagio Mannino
http://www.ventodinordest.wordpress.com
ilventodinordest@gmail.com

Strana città Trieste.

(di Biagio Mannino)
E’ una strana città Trieste.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.
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Trieste e i suoi palazzi imponenti, le piazze e le vie, le chiese di tutte le religioni ben evidenziano quel passato che la portò fino ad un certo punto,  quando gli eventi della storia implosero su Vienna, Budapest, Praga e… Trieste.
In cento anni la memoria di tutto ciò è divenuta gradatamente un vago ricordo. Quasi estranei sembrano quei volti in quelle vecchie foto ingiallite dal tempo che mostrano la vivacità di quegli anni.
Volti quasi di stranieri, di gente che non si riconosce più, che quasi sembrano non appartenere alla città.
“Quando c’era l’Austria…” o “gli austriaci fecero…” sono solo alcuni esempi di espressioni che indicano un passato che non si avverte come proprio.
E’ vero che dopo il 1918 tanto è cambiato. Non solo per Trieste ma per tutto l’Impero Austro Ungarico. Si è conclusa  un’epoca in modo definitivo, l’epoca degli Asburgo, dei valzer, delle operette, dei cappelli a cilindro, delle carrozze a cavalli, degli orologi da taschino e l’Austria e l’Ungheria di allora non ci sono più.
Gli imperi centrali hanno perso la Grande Guerra ma l’Austria – Ungheria l’ha persa di più.
E dopo il 1918 a Trieste il fascismo, le leggi razziali, nuovamente la guerra, la Risiera, le foibe, la Jugoslavia, il Governo Militare Alleato  e… tanto, tanto ancora. Troppo per non lasciare il segno,troppo per non iniziare a dimenticare,  troppo per non cancellare tutto.
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Strana città Trieste, che ricorda Cadorna e ignora quasi del tutto Kugy, Ressel e Weyprecht, che celebra i Volontari Giuliani e dimentica  i quarantamila che combatterono nelle fila dell’esercito di Francesco Giuseppe.
Sì, strana città Trieste, dove la gente si considera non uguale all’altra gente ma vuole distinguersi; lo sloveno dal croato, il meridionale dal settentrionale, il greco dal serbo, l’ebreo da tutti gli altri, l’italiano prima di tutti, i cinesi trasparenti, i medio orientali con i volti arrabbiati, i senegalesi dal sorriso interrogativo, e poi gli istriani.
“I triestini sono così”, “i triestini non hanno voglia di lavorare”, “i  triestini non fanno nulla”… dicono gli altri.
Ma… chi sono questi triestini?
Se sono quelli delle foto, di quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto, beh, quelli non sono triestini perché… erano triestini.
Allora forse i triestini sono ancora qui, tra noi. Ma se sono tra noi, dove sono?
Forse forse, vuoi vedere che, i triestini sono… gli sloveni, i croati, i serbi, i meridionali, i settentrionali, i greci, gli ebrei, i senegalesi, i cinesi, i medio orientali e gli istriani?
E’ paradossale allora, ci troviamo a guardarci intorno e a vederci e scoprirci tutti uguali, tutti triestini.
Quei palazzi, quelle piazze, quelle vie diventano improvvisamente più nostre, perché è proprio qui il punto: tante radici, una radice.
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E allora quella diversità diviene unità e quella diversità diviene appartenenza e quella diversità diviene identità.
Strana città Trieste, cinquecento anni di storia con l’Austria e poco meno di cento con l’Italia. Nazionalisti e nostalgici a volte addirittura coincidono e in quel caffè o nell’altro celebrano ora Nazario Sauro ora Maria Teresa.
“Tuo nonno ha combattuto in Ungheria” sussurrava la madre al figlio, quasi vergognandosene. Ma quella memoria, quella della propria famiglia, quella della propria storia avvertiva quasi inconsciamente che non doveva essere perduta.
E se questo accadeva fino a pochi anni fa, oggi spuntano da ogni parte documenti, immagini e testimonianze di ogni tipo che non più timidamente si fanno sentire, quasi gridando la loro presenza, ieri e soprattutto oggi.
Strana città Trieste che con l’arrivo di settantamila istriani dopo la seconda guerra mondiale ne ricorda la storia e ne dedica musei e monumenti ma tende a dimenticare quei trentamila triestini che  lasciavano la città per mete ben più lontane come l’Australia e il Sud America alla ricerca di ricominciare una vita devastata dalle scelte politiche post 1918.
Stana città, sì, Trieste, dove i figli e i nipoti di quei settantamila istriani non vogliono saperne  delle loro vicine origini e dove quelli di allora si ancorano nei ricordi e nelle contrapposizioni quasi a volere isolare “l’altro” ma finendo per isolare sé stessi e gli altri.
Ma come fa un italiano a capire cosa sia questa città, come fa a capire quando neppure chi la spiega ha compreso qualche cosa perché lui stesso è figlio di un percorso caotico di rimozione del ricordo, del ricordo di quei volti di triestini in quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto?
E i ragazzi cinesi, i ragazzi senegalesi e tutti quei giovani che arrivano da tutti i luoghi del mondo, così come arrivavano nel ‘800 a creare la città, oggi, cosa sanno della loro città?
Strana città Trieste…
Nota: le immagini in questo post sono tratte dall’archivio ArFF: Collezione Bruno  Pizzamei. Si ringrazia il Professore Bruno Pizzamei per la condivisione e per aver autorizzato la pubblicazione delle foto.
La foto in copertina è di Biagio Mannino.

L’Italia verso il referendum (parte 4).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
In cosa si differenzia la Costituzione riformata da quella vigente?
Attraverso un percorso comunicativo alquanto discutibile, si sostiene che la riforma sia indirizzata, se non esclusivamente, almeno in gran parte al Senato.
In realtà è l’intero assetto della seconda parte del testo costituzionale ad essere modificato poiché, il principio base del bicameralismo perfetto viene trasformato in un bicameralismo del tutto asimmetrico con un forte sbilanciamento a favore della Camera dei Deputati.
Di conseguenza, se osserviamo che il sistema parlamentare italiano si basa proprio su un sistema di pesi e contrappesi, è assolutamente riduttivo definire con l’espressione “riforma del Senato” l’iter intrapreso.
Vediamo, in modo schematico, cosa cambia:
COSTITUZIONE VIGENTE:
  1. Sistema bicamerale perfetto (le due Camere hanno funzioni medesime tra le quali la funzione legislativa e la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo).
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 315 membri.
COSTITUZIONE RIFORMATA:
  1. Il bicameralismo è assolutamente imperfetto.
    La funzione legislativa è di pertinenza della Camera dei Deputati, la quale esercita la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo.
    Il Senato si occupa di materia regionale e di relazioni con la UE.
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 100 membri.
La riforma è molto più articolata e complessa ed affronteremo questi aspetti successivamente così come gli aspettti legati ai Senatori a vita ed i Senatori di Diritto a vita.
Intanto occorre riflettere su questi primi punti.
Mentre nella Costituzione vigente le leggi vengono approvate dalle due Camere, seguendo un iter sì complesso ma voluto a garanzia e tutela dei cittadini, nella Costituzione riformata le leggi sono di pertinenza della sola Camera dei Deputati. Questo velocizza il percorso di approvazione ma toglie una funzione di controllo tra le due Camere.
Analogamente quel rapporto che si instaura tra il potere legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo), basato appunto sulla fiducia, diviene pertinenza della sola Camera dei Deputati la quale vede in sé concentrata la funzione legislativa e la capacità di “fiduciare o sfiduciare” il Governo.
Se le metodologie di una visione della politica sempre più globalizzata impongono la dinamicità, analogamente, le esigenze di garanzia impongono la presenza di elementi che costituiscano dei punti di sostanziale equilibrio tra i poteri.
In questo caso il forte sbilanciamento non trova alcun “salvagente”.
Nei sistemi monocamerali o bicamerali imperfetti presenti nel mondo, le limitazioni sono date dalla legge elettorale che, quasi sempre, è di tipo proporzionale.
Nel caso specifico della riforma costituzionale italiana è affiancata una legge elettorale, l’Italicum, che dà un premio di maggioranza alla lista che ottiene il 40% dei consensi alle elezioni o, in alternativa, vince il ballottaggio successivo.
Questo implica che sia la fiducia al Governo che la capacità di fare le leggi diviene esclusiva pertinenza di una forza politica unica e ciò implica una mancanza di punti di equilibrio.
Se consideriamo poi che i componenti del Senato verranno delegati dalle Regioni in attesa di una legge che ne regolamenti l’accesso, è facile intuire che la sovranità popolare sancita dal secondo comma dell’art. 1 è messa fortemente in discussione.
Vero è che un sistema di questo tipo collocherebbe l’Italia come tra le nazioni più rapide nella capacità decisionale ed esecutiva. Ma un dubbio si pone: l’Italia è matura per un sistema di questo tipo, sostanzialmente slegato da vincoli, quando sistemi ben più antichi e consolidati, come quello degli USA, hanno punti di equilibrio e contrappesi?

L’Italia verso il referendum (parte 3).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
La modifica di una Costituzione lascia immaginare che questa venga fatta per modernizzarla, renderla semplice nell’interpretazione, agile nell’applicazione, contemporanea e, quindi, al passo con i tempi.
Poiché, come abbiamo detto nella prima puntata, una Costituzione è la  norma base di riferimento dell’ordinamento giuridico di uno Stato, questa deve necessariamente fissare dei punti e contemporaneamente avere delle caratteristiche di programmaticità per il legislatore.
Cosa significa tutto ciò?
Significa che la Costituzione dà delle indicazioni ed all’interno di queste il legislatore si muove.
Di conseguenza le Costituzioni più sono brevi e maggiore è il livello di agilità di uno Stato, più sono lunghe è maggiore è il livello di rigidità in cui lo stesso si trova.
Una Costituzione si definisce lunga quando ha un numero consistente di articoli che la compongono.
E’ altrettanto lunga una Costituzione che, pur composta da un numero ridotto di articoli, sia caratterizzata da una complessa  interpretazione di questi, dovuta proprio alla loro singola lunghezza.
In definitiva l’efficienza di un testo costituzionale è dato dalla più semplice interpretazione possibile.
La Costituzione Italiana non è considerata lunga e non è neppure tra le più brevi.
Si pone, con i suoi 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali (nella versione del 1948, 134 articoli dal 2001) come un testo di sicura e buona agilità. Sarebbe sufficiente… applicarla.
Sul tema dell’applicabilità torneremo successivamente. Intanto osserviamo come la riforma dovrebbe, secondo quanto detto, semplificare la Costituzione figlia dei Padri Costituenti eletti dal popolo italiano il 2 giugno 1946.
Secondo il principio sopra espresso è facile immaginare che si sia raggiunta quanto meno una semplificazione interpretativa del testo ed invece, nonostante la riduzione a 131 articoli,… così non sembra.
Un esempio è ben rappresentato dall’art. 70 che è possibile leggere nell’immagine (figure  A e B).
(Nota per la lettura: a sinistra il testo dell’attuale  Costituzione del 1948, a destra il testo della riforma 2016 – fig. A e B)
fig A rif cost art 70
fig B rif cost art 70
Come è possibile notare non solo la lunghezza aumenta in modo considerevole ma anche l’interpretazione diviene complessa, non evidentemente chiara, fonte di differenti valutazioni e questo di conseguenza, porta non ad uno snellimento bensì ad un irrigidimento della comprensione e dell’applicabilità del funzionamento dello Stato.
Il problema che si pone è evidente già nell’immagine visiva del testo riformato.
La necessità che la lettura di una Costituzione richiede è quella di dare un messaggio che non crei situazioni conflittuali nell’interpretarlo e sia evidente nei contenuti e nelle indicazioni.
Nel caso dell’art. 70, in particolare, viene trattata la funzione legislativa.
Non possiamo dimenticare che alla base del principio di democrazia c’è proprio la funzione legislativa che, accanto a quella esecutiva e giudiziaria, rappresenta la così detta separazione dei poteri.
Ed è qui che la riforma mostra un punto di debolezza poiché nell’esprimere quei contenuti fondamentali mostra complesse articolazioni quando invece è la semplificazione ad essere strutturalmente fondamentale.
Cari lettori, siamo solo agli inizi di un percorso analitico della riforma costituzionale 2o16
sotto gli aspetti non solo giuridici ma anche politici.
Vi invito perciò a continuare a seguire queste “pillole” informative.
Nota: i testi delle fig. A e B sono tratti da: Riforma  costituzionale. Testi a confronto. – edito da PD – Partito Democratico – Genova.

L’Italia verso il referendum (parte 2).

di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Cari lettori, a distanza di una settimana dalla pubblicazione del primo post dedicato alla riforma costituzionale 2016, vi presento oggi la seconda parte di questo percorso a tappe verso il referendum confermativo il quale, come ben saprete, non ha ancora una data definita. Si parlava di ottobre, adesso di novembre.
Nella puntata precedente ci siamo posti alcune domande, per così dire, di base.
Oggi parleremo delle motivazioni che spinsero i Padri Costituenti a scrivere il testo tuttora vigente, pur con qualche modifica apportata nel tempo, e le motivazioni che hanno spinto il PD ed il Nuovo Centro Destra, con l’appoggio anche di altri, a modificarlo radicalmente nella sua seconda parte.
Il 1946 rappresenta, per la storia italiana, un punto di svolta.
L’esito del referendum trasformò l’Italia da una Monarchia in una  Repubblica in un momento storico dove le ideologie politiche erano fortemente divergenti e la conclusione della seconda guerra mondiale lasciava un’Europa distrutta in un sostanziale terreno di ipotetiche e possibili contrapposizione tra quelli, che poi, sarebbero divenuti i due blocchi storicamente riconosciuti: l’ovest, sotto l’egemonia degli USA e l’est sotto quella dell’URSS.
In definitiva la guerra fredda trovava in Berlino la sua immagine e nella Cortina di Ferro, che, come diceva Churchill, scendeva da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, la sua concretizzazione.
In questo caotico scenario quegli uomini e quelle donne, eletti il 2 giugno 1946, si trovarono a lavorare assieme, con ideologie ed appartenenze politiche assolutamente differenti con un solo obiettivo: mai più come prima, dove per “prima” si intendeva l’esperienza fascista.
La nuova Italia doveva garantire sì i doveri dei cittadini ma soprattutto tutti quei diritti che il regime autoritario e la condizione monarchica, aveva precedentemente caratterizzato la vita degli italiani.
Se l’art. 1 al I comma, sottolinea con forza che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il II comma dice che “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Di conseguenza il principio di Res Pubblica trova un rafforzativo nel concetto di democrazia e ulteriormente evidenziato dall’appartenenza della sovranità al popolo. Il tutto recitato dall’art. 1 come in una sorta di apertura del testo costituzionale.
La Costituzione tutela tutti e i diritti di tutti proprio per opporsi al tragico recente passato ed entrare in un percorso nuovo.
Ma la garanzia di democraticità è data anche dal funzionamento dello Stato che deve consentire la partecipazione dei cittadini in tutti i suoi settori incluso quello politico.
Il voto diviene lo strumento primo nell’esercizio di questo diritto e la garanzia è data dall’equilibrio in cui gli organi dello Stato si trovano ad essere, ad incominciare proprio dal… bicameralismo perfetto.
E’ il bicameralismo perfetto ad essere la tutela del controllo di quello che è, non dimentichiamolo, l’istituzione sovrana, dotata del potere legislativo e di quello di consentire all’esecutivo, il Governo, appunto, di governare.
Il Parlamento si auto controlla attraverso il bicameralismo perfetto e consente o meno al Governo di Governare: un equilibrio tra poteri.
Il 1989, così come il 1946, rappresenta una svolta nel panorama politico globale.
Il 9 novembre 1989, sotto i colpi dei picconi del popolo tedesco, quel muro, il muro di Berlino, simbolo della divisione europea post seconda guerra mondiale, crolla ed apre la via non solo a quella che diverrà l’Unione Europea, ma alla completa ridistribuzione dei punti di equilibrio nel contesto globale.
Non più USA ed URSS ma USA, Russia, UE, Cina, Giappone, India.
Un contesto dove è la finanza a diventare egemonica a tal punto da far riflettere sull’effettiva concretezza della forza delle sovranità degli Stati e il caso Grecia ci invita a riflettere.
In un contesto globalizzato anche gli Stati si trovano nella necessità di doversi modernizzare, o quanto meno attrezzare ad affrontare le sfide del nuovo millennio.
Il punto interrogativo è rappresentato proprio dalle Costituzioni  poiché in molti casi si rivelano più un ostacolo che un vantaggio difronte all’energica capacità del business internazionale.
In Italia si discute e si discute molto sull’opportunità di affrontare un rinnovamento del testo costituzionale al fine di renderlo più agile.
Tuttavia il cittadino deve essere consapevole di cosa significhi modificare una Costituzione in nome di una competitività internazionale e, inoltre, se le modifiche apportate vadano in quella direzione.
Molte sono le considerazioni dei promotori del SI alla riforma. Tutte però non forniscono alcun senso di soddisfazione ma portano ad una sorta di minimo appagamento di fronte al cambiamento: purché si cambi… va bene tutto.
Attenzione però che, una volta cambiata, il ritorno indietro non è possibile e i vantaggi o gli svantaggi non sono assolutamente assicurati.
Non dimentichiamo che… nulla è gratis!

L’Italia verso il referendum (parte 1).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Inizia con questo post un percorso, per così dire, a puntate, dedicato al referendum confermativo della riforma costituzionale 2016.
E’ questo il tentativo di dare risposta alle numerose richieste giunte e nella speranza di chiarire i contenuti di una riforma che, al momento, non sono trattati in modo adeguato.
Un percorso, come detto, a puntate, in modo da, passo dopo passo, avere un’immagine complessiva, giuridica e politica, di quanto accade.
Incominciamo dall’inizio: cos’è una Costituzione?
Una Costituzione è la norma base di un ordinamento giuridico di uno Stato, il punto di riferimento. Per semplificare, potremmo dire che la Costituzione è “il libretto di istruzioni di uno Stato”.
La Costituzione italiana viene considerata, non a torto, se non la, una delle più belle del mondo, dove, con l’espressione “bella” si indica non solo un gusto estetico ma anche un insieme di elementi che la rendono completa nell’espressione sia dei diritti, dei doveri e del funzionamento dello Stato di cui tutti i cittadini fanno parte.
Come nasce la Costituzione?
Era il 2 giugno del 1946 quando gli italiani votarono per delegare 556 uomini e donne, dando loro l’onore e la responsabilità di traghettare un’Italia distrutta dalle vicende belliche verso uno Stato democratico, moderno ed adatto ad inserirsi nel nuovo assetto internazionale.
La Monarchia era stata sconfitta nel referendum e la Repubblica nasceva in un clima sicuramente incerto ma ricco di volontà di fare bene.
Il 22 dicembre 1947 il testo costituzionale venne approvato, il 27 dicembre promulgato e, il primo gennaio 1948, entrò in vigore.
I Padri costituenti erano rappresentanti della società italiana, in tutte le sue articolate e contrastanti manifestazioni. Rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, e tutte le altre forze politiche, pur eredi della tormentata storia recente, pur nella dura contrapposizione, collaborarono ed accettarono il dialogo per arrivare al documento finale: la Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ una Costituzione vecchia quella italiana?
Se per “vecchia” si intende l’età, la Costituzione italiana ha 68 anni.
Verrebbe da chiedersi se all’età di 68 anni si sia “vecchi”, “anziani” o altro. Giudichino i lettori. Il fatto è che non è l’età di una Costituzione a sancirne la validità quanto i suoi contenuti e, in merito a questo, la Costituzione italiana, ne ha moltissimi che guardano, ancora oggi, non solo al presente ma anche al futuro.
Un esempio? L’art. 9 che tutela il paesaggio. Oggi più che mai, un’esigenza fondamentale.
Come si modifica la Costituzione?
Lo dice la Costituzione stessa, all’art. 138.
Un percorso lungo e difficile, voluto proprio per garantire che i contenuti e l’assetto di sostanziale equilibri tra i poteri, fosse garantito e difeso.
Di fatto la Costituzione si modifica iniziando da una delle due Camere, Camera dei Deputati o Senato. Dopo l’approvazione nella prima delle due Camere si passa alla seconda che se approva le modifiche, consente di proseguire con l’iter.
Questo prevede una pausa, di tre mesi, dopo la quale si torna alla prima Camera e, questa volta, la riforma deve essere approvata almeno a maggioranza assoluta così come deve avvenire nella seconda Camera.
Se tutto ciò accade, entro tre mesi deve essere effettuata la richiesta per un referendum al quale sono chiamati tutti i cittadini i quali confermeranno o meno le modifiche.
Se confermeranno la riforma è completata, se non confermeranno la Costituzione non verrà modificata e tutto resterà come prima.
Tutta la Costituzione italiana è impostata su un criterio logico: se una riforma viene approvata con una maggioranza assoluta ma non qualificata ( i 2/3 dei componenti), in nome della rappresentatività del popolo, il referendum diviene l’espressione della volontà di coloro che non sono rappresentati nella volontà del cambiamento.
Essendo la Costituzione la “legge di tutti”, l’abbinamento doppio percorso parlamentare più referendum diviene il completamento dell’iter con il coinvolgimento di tutte le parti: delegati e deleganti.
Cari lettori, vi invito a leggere la prossima puntata di quello che non è un romanzo ma un tentativo, schematico, di orientamento alla riforma.
 

Effetto Brexit (parte 2): stordimento e confusione post referendum.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
A pochi giorni dal referendum lo sconcerto non riguarda più il risultato quanto la reazione allo stesso.
Mentre la UE sembra determinata a prendere atto della volontà espressa dagli elettori britannici, la componente dirigenziale del Regno Unito non ha espresso alcun piano ed emerge una sostanziale confusione e impreparazione ad affrontare il risultato.
L’impressione è quella di una sostanziale sorpresa non solo da parte di chi non era favorevole all’uscita dall’Unione Europea ma anche da parte di chi quell’uscita la desiderava.
Ebbene la realizzazione di quel desiderio ha sconvolto anche i vincitori che adesso sono storditi dagli eventi e dalle conseguenze.
Per incominciare… l’uscita dalla UE potrebbe comportare una sorta di implosione del Regno poiché la Scozia, a questo punto, vista la sua propensione a rimanere nell’Unione, esige un altro referendum.
Ma questo referendum riguarderebbe un eventuale distacco e separazione per poi riavviare le pratiche chiedendo di entrare in… Europa!
Uno scenario alquanto originale poiché qualcuno è arrivato a dire che anche Londra, visti i suoi quasi dieci milioni di abitanti e visto il risultato di rimanere nella UE espresso dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti, dovrebbe divenire una sorta di città Stato per poi entrare di nuovo nella… UE.
Nel frattempo tre milioni di persone hanno firmato, in due giorni, affinché il referendum sia fatto nuovamente. Ipotesi questa estremamente difficile da attuarsi ma che evidenzia come, da parte del popolo britannico, vi sia una presa di coscienza che quel voto produrrà effetti indesiderati.
Se a favore dell’uscita si è espressa la maggioranza degli over 65 anni, per “rimanere” sono stati i giovani a prevalere. Si apre così un conflitto generazionale dove gli anziani, più legati al passato e meno interessati alle prospettive si scontrano con i giovani dalle esigenze completamente differenti.
Il fatto è che la Gran Bretagna diverrà un paese extra comunitario in un contesto globale che richiede unione e non separazione.
Oltre alla perdita di valore della sterlina, del calo di tutte le borse mondiali, all’orizzonte si intravede il trasferimento delle sedi di molte società proprio in Europa.
Ma gli effetti colpiscono anche la quotidianità delle persone, di tutti coloro che, stranieri, lavorano sull’isola ormai fuori dalla UE e per tutti quegli che, cittadini britannici, si trovano stranieri in Europa.
Vero è che quel desiderio di una mitizzata grandezza, più legata alla storia che alla realtà, rischi di trasformare il Regno Unito in uno strano fenomeno di nuova balcanizzazione strutturale e sociale, sì pacifica, ma pur sempre con una divisione che non può portare ad un effettivo benessere.
Il contesto globale, come detto, non dà spazio ai “piccoli”.
E’ altrettanto vero che, in questo momento storico, paradossalmente, il desiderio va nella direzione separatista.
Ma è, a sua volta, espressione di un malessere sociale.
E’ una grande e grave responsabilità quella che si prendono quei politici che invogliano ad uscire dall’Europa. Una responsabilità che può produrre effetti imprevisti così come stiamo assistendo in questi giorni.
Sono solo gli inizi di quella che appare sempre di più come una scelta portata dalla superficialità e dalle promesse di una politica che appare sempre di più confusa e inconsapevole.
Forse un esempio su cui meditare?
Nota: l’immaginee di questo post è tratta da www. wikipedia. it.

Effetto Brexit: Europa addio?

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Effetto Brexit: crollo delle borse in tutto il mondo, calo del valore della sterlina, corsa ai beni rifugio, forti incertezza sulla tenuta della precaria situazione economica e finanziaria europea, gioia degli euro scettici e di tutti coloro che vedono nell’Europa, quella Unita, una limitazione.
Sì, una limitazione ma… per chi?
Se analizziamo il percorso che ci ha condotto alla costituzione dell’Unione Europea, vediamo come sia l’intera storia del ‘900 a rappresentare la causa che ha portato gli Stati Europei ad unirsi e, di conseguenza, a intraprendere un percorso di altrettanta unificazione dei popoli europei.
No alla mostruosità delle due guerre mondiali! Sì alla ricostruzione del continente Europa in nome della pace e della fratellanza dei popoli.
Principi questi che erano talmente elevati da sembrare utopistici ma che effettivamente hanno portato a quello che molti hanno visto come la realizzazione di un sogno.
L’Unione Europea, oggi più che mai, rappresenta il superamento delle contrapposizioni che, da sempre, hanno caratterizzato queste terre, dove la volontà di creare un popolo unico rappresenta la via di un’effettiva comunione di principi ed anche di… interessi.
Infatti non c’è armonia se non c’è benessere, benessere  economico.
Qui si pone il problema: il percorso di unificazione non può che passare da una visione comune dell’insieme dove solo attraverso una programmazione di sviluppo dell’intera area dell’Unione, diviene possibile il conseguimento di un benessere generale.
Ma se si punta a creare un popolo unico e si mantengono i Governi divisi diviene inevitabile la confusione proprio degli interessi che da generali divengono particolari.
Se poi a questo uniamo una crisi economica e finanziaria come quella iniziata nel 2008, è facile intuire che le implicazioni, rappresentate dalla formazione dei populismi, siano una conseguenza inevitabile.
L’Unione Europea diviene allora il capro espiatorio di colpe che trovano casa altrove e i popoli, mortificati dai sacrifici, seguono l’onda.
La Brexit è il risultato di questo: una errata visione d’insieme dei Governi, un malessere dei popoli.
Come capita spesso le difficoltà divengono opportunità se da esse si sanno cogliere le occasioni e, in questo caso, l’occasione è quella di creare il vero punto di insieme.
Un percorso difficile, dove ora più che mai gli euro scettici coglieranno questo
preoccupante risultato per altre iniziative referendarie o nella speranza di intraprendere percorsi di separazione.
I Governi tenteranno di mantenere i pezzi al loro posto ma se l’interesse non diviene generale allora le fratture si moltiplicheranno.
Molti si chiedono se, su aspetti di così grande delicatezza, sia opportuno il coinvolgimento dei popoli.
E’ difficile dare una risposta. La democrazia è impostata sulla partecipazione popolare. E’ altrettanto vero che i due binari che fondano l’Unione Europea, quello dei popoli e quello dei Governi, viaggiano paralleli e, di conseguenza, destinati a non incontrarsi mai.
Il voto popolare, così,  risulta stonato in un contesto burocratico lontano e incomprensibile..
Solo un reale collegamento tra popoli e Governi può dare un vero senso democratico al tutto ma, per raggiungere l’effettiva partecipazione e decisione popolare, occorre una necessaria limitazione delle sovranità degli Stati membri a favore di uno Stato centrale europeo.
Una strada, questa, che al momento sembra improponibile.
Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. Wikipedia. it.

Referendum sulle trivelle: gli italiani dicono NO… al diritto di voto.

(di Biagio Mannino)

 

*Trionfo dell’astensionismo? Forma di protesta nei confronti della politica? Disinteresse? Ligio rispetto delle indicazioni del partito? Impegni balneari?
Non si sa. Quello che è certo è che ben il 69%  degli italiani ha disertato le urne in occasione del referendum sulle trivelle.
Potremmo porci infinite domande ma il fatto che la partecipazione popolare diminuisca nel tempo sempre di più, implica un’indiretta rinuncia a quel diritto, il voto, per il quale non troppi anni fa si combatté e per il quale, in molte altri parti del mondo meno fortunate della nostra, si combatte.

immagine per blog
Se da un lato la tecnicità del quesito ha spiazzato gli elettori, dall’altro, la carenza di informazione sullo stesso, ha completato il lavoro.
Ma il voto non è solo un diritto: anche un dovere e, di conseguenza, pretende dal cittadino quell’impegno che comprensibilmente richiede.
Se io non so… mi informo.
Ed è qui l’equivoco: l’abitudine ha reso il voto una sorta di “diritto allargato” dove oltre a beneficiarne, il cittadino, attende anche di essere dettagliatamente erudito , chissà, forse anche istruito e consigliato.
Ma il voto è espressione di consapevolezza ed autonomia dove considerazioni del tipo “libertà di scelta” o, peggio, “di coscienza”, non trovano spazio nel secondo comma dell’art. 1 della Costituzione italiana: “La sovranità appartiene al popolo”.
E la politica? Come giudica la politica la disaffezione degli italiani al voto?
Dipende.
Come in tutte le occasioni, anche i referendum divengono il momento in cui il confronto partitico si accende e, a seconda che si faccia parte di maggioranza o di opposizione, si invita al voto in un modo o in un altro dove poi, il risultato implica, o implicherebbe, la vicinanza dei cittadini alle posizioni dei vari leader.
Se invitare a votare Si o No in una consultazione referendaria già pone l’elettore in una condizione di non piena indipendenza, invitarlo a non recarsi alle urne rappresenta quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di democrazia, dove è il popolo al centro del meccanismo.
Vero è che il paradosso della democrazia non è un’elucubrazione degna di  polverosi libri di scienza politica ma una realtà che già si è verificata: la democrazia, democraticamente, rinuncia sé stessa.
L’analisi dell’esito del risultato del referendum del 17 aprile 2016 perde di interesse per i contenuti ma ne acquista tantissimo nei significati politici.
E allora, se le domande iniziali non destavano alcun interesse, adesso, possiamo porci un quesito soltanto: il cittadino è consapevole dei diritti di cui beneficia?
L’impressione, dettata dall’andamento della partecipazione popolare al voto, è che il principio di democrazia si incammini verso un concetto di delega assoluta.
Delegare è alla base dei sistemi democratici complessi ma, in questo caso, la delega aumenta sempre più al punto tale che modifiche della Costituzione che porteranno i cittadini a votare sempre di meno, sembrano rappresentare più una valorizzazione che la perdita di un proprio diritto.
Chissà, Presidente del Consiglio Renzi, vuoi vedere che, alla fine, hai ragione  tu?

 

 

*Pubblicato su uni3triestenews – anno II – maggio 2016.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata realizzata da Biagio Mannino.

Solo una piccola riflessione: Europa, dove vai?

(di Biagio Mannino)

 

Sono ormai lontani nel tempo, quei giorni in cui il mondo intero guardava quanto accadeva a Berlino.
Era il 9 novembre del 1989 e quel muro, simbolo e materia, elemento di divisione dei popoli, franava sotto i colpi dei picconi della gente delle due Germanie e sotto quelli di una politica che, almeno in quel momento sembrava aver intrapreso  un passo unico nella storia europea:  l’unione degli Stati e dei popoli.
Sembrano lontani nello spazio, quei giorni in cui il mondo intero ammirava incredulo l’abbattimento di tutti quei confini, cause ed effetti della tormentata storia europea, cause ed effetti di contrapposizioni tra le genti spostate da esodi voluti da tristi scelte di politiche insensate.
Sì, lontani nel tempo e nello spazio, guardando ad oggi.
I confini risorgono e di nuovo il popolo europeo torna ad essere un’entità plurale dove i popoli trovano nuovamente quel gusto masochistico di contrapposizione.
La politica guarda agli interessi particolari e quella grande visione d’insieme inizia un rapido percorso destinato ad un inesorabile collasso.
Ma come immaginare un’Europa vecchio stile in un mondo contemporaneo globalizzato e moderno?
Lontani nel tempo e nello spazio sono quei politici che non capiscono la gravità del percorso di disgregazione intrapreso in  un contesto dove le generazioni che non vissero la caduta del muro non comprendono e non sanno cosa significhi essere divisi.
Dov’è la politica comune? La solidarietà? Dov’è la visione di un pieno ed armonico sviluppo? Dov’è l’integrazione? Dov’è il Parlamento dei popoli europei?
Gli interessi degli Stati divengono strumento di distruzione di quello che, a questo punto, era veramente un sogno, il sogno europeo.
Ma l’esperienza non basta? Non ricordiamo più la storia? Forse non l’abbiamo studiata?
Non ricordiamo che 100 anni fa l’Europa si autodistrusse?
Forse, di fronte a ciò a cui assistiamo oggi, il modo migliore per ricordare gli europei di allora è non fare le scelte che fecero loro.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

La relatività della storia e del simbolo. Di Biagio Mannino

 

La relatività della storia e del simbolo.*
di Biagio Mannino.
La storia è una scienza perfetta?
E’ questa una domanda alla quale non è facile rispondere, anzi, il concetto che sta alla base di questo quesito è difficile, se non addirittura impossibile da realizzare.
La scientificità della materia è data dal fatto che la stessa è oggetto, appunto, di studio e, di conseguenza, protagonista di confronti, dibattiti, teorie e accesi scontri.
Se trattare la matematica implica ragionamenti che si concludono con le dimostrazioni delle ipotesi, la storia è, sostanzialmente, indimostrabile poiché, alla sua base, ha i comportamenti assolutamente soggettivi degli uomini i quali producono risultati oggettivi ma che si scontrano poi con altri comportamenti soggettivi di altri uomini, quelli degli studiosi ma che non trovano una dimostrabilità effettiva degli eventi poiché la parola stessa, “eventi”, li colloca nel passato.
Sono accadimenti del passato, avvenuti, e la loro memoria è data da componenti sì oggettive come , ad esempio, documenti, foto, video, e da altre, soggettive, come i ricordi e, conseguentemente, facili all’interpretazione personale.
La comprensione di ciò che fu diviene un’impresa ardua poiché sullo storico ricade la responsabilità di saper raccogliere tutte quelle informazioni  certe e saperle unire a quelle incerte al fine di dare un’interpretazione più vicina possibile, ma assolutamente, per definizione, opinabile, di cose che sicuramente sono state ma delle quali non si avrà alcuna prova assoluta.
E allora?
E’ evidente che  la responsabilità che grava sugli storici è rilevante poiché ciò che sarà appreso dipenderà non solo dal risultato delle loro ricerche ma anche dall’obiettiva gestione dello stesso.
La storia rientra in quel caotico vortice che si chiama “politica”.
La politica, ovvero, nel suo significato più semplice:  l’obiettivo. L’obiettivo che uno Stato, un partito,  un’insieme di persone unite da comuni interessi e quant’altro… hanno.
La storia, nel sistema della politica, nel perseguimento di quel determinato obiettivo, diviene oggetto di primario interesse, oggetto di strumentalizzazione.
Gli storici rischiano, consapevolmente o non consapevolmente, di essere utilizzati per confermare teorie che legittimano le scelte dei politici con progetti ben precisi ma che esulano dall’effettivo senso della veridicità della storia.
Allora la storia assume un valore plurale e, appunto, da “storia” diviene “storie” e la discussione si sposta dal piano della conoscenza di ciò che fu a quello della contrapposizione di ciò che si ritiene che effettivamente fu e che non coincide, per motivi ideologici, con quello che fu per gli altri.
Si parla, come detto, di storie e non di storia, di memoria e non di memorie, della verità di qualcuno diversa dalla verità di qualcun altro per poi passare alla “vera verità” per arrivare all’omissione della stessa storia.
Omettere al fine di dimenticare, omettere al fine di creare una nuova storia dove ciò che fu non è mai stato e ciò che non è mai stato diviene ciò che fu realmente.
Sono passati cento anni dall’inizio di quella che  veniva chiamata Grande Guerra e che dopo, a seguito dell’altra grande guerra, ha avuto una numerazione chiamandola Prima Guerra Mondiale e l’altra Seconda Guerra Mondiale.
I numeri tondi ispirano sempre la volontà di ricordare, celebrare e, spesso, anche se riguardanti avvenimenti tragici come appunto le guerre sono, di festeggiare.
Dopo il primo anno, al decimo anniversario, al venticinquesimo, al cinquantesimo, al centenario e via dicendo, si sente l’esigenza di rivivere con la memoria e con la partecipazione storica eventi che molto spesso la logica della politica ha trasformato se non del tutto dimenticato.
Eppure, sebbene gli anni passino, il ricordo è presente e la consapevolezza che i propri padri, nonni o, in generale, familiari, siano stati presenti a quegli accadimenti, rendono viva la storia unendola ad una volontà di conoscere e di far conoscere ciò che i vincitori ritennero opportuno cancellare.
L’occasione che all’Istria ed a Trieste si presenta negli anni del centenario della Grande Guerra si manifesta in tutta la sua potenzialità dove, come fantasmi ansiosi di farsi vedere, storie di famiglia, documenti, fotografie, oggetti di vario tipo, ricordi, ed anche leggende emergono dai cassetti e dalle cantine, sporchi di polvere, profumati di muffa, portatori di un messaggio a quelle generazioni contemporanee di volontà di conoscere la vera storia, la loro vera storia.
Il rischio è sempre quello: la strumentalizzazione che si unisce in queste occasioni alla paura di coloro i quali ne hanno fatto uso di essere a loro volta il prossimo soggetto, o meglio, oggetto da riporre in un cassetto, in attesa di qualche casuale evento che tra dieci, venti o cento anni, li riporti fuori e li faccia conoscere.
E’ questo il continuo gioco che le terre di confine, di confine tormentato da contrapposizioni, si trovano ad affrontare al punto tale da rendere così normale questa situazione da non accorgersene della sua presenza.
L’Austria Ungheria diviene il nemico solo pochi anni dopo la celebrazione, nuovamente la celebrazione, del cinquecentesimo anniversario dell’atto di dedizione all’Austria della città di Trieste e se ai duemila giuliani che combatterono nelle fila dell’esercito del Regno d’Italia si dedicano onori e piazze, ai quarantamila che combatterono nei reggimenti come il novantasettesimo nelle fila austro ungariche, il solo ricordo portava fino ad oggi imbarazzo e desiderio di dimenticanza.
Ma allora? Come affrontare il problema di quel concetto che, esprimendosi con un gioco di parole, evidenzia che tutto è relativo, ovvero quello espresso dalla così detta “verità vera”?
Lo studioso, che sia storico o politologo, sociologo o filosofo, deve partire da due punti di osservazione: quello dei politici e quello delle masse.
In una società contemporanea dove il sistema mass- mediatico diviene totalizzante nell’indirizzo educativo, appare evidente come sia più semplice di quanto si possa immaginare mandare messaggi di indirizzo alle masse utilizzando proprio i percorsi suggeriti dalla stessa psicologia delle masse.
Ritengo che sia difficile, se non impossibile, arrivare ad una presa di coscienza collettiva che vada nella direzione della maturità, ovvero nella capacità di valutare con obiettività, sincerità e disponibilità.
Quanto ricordato in merito al centenario dell’inizio della Grande Guerra ci porta a vedere come con l’attentato di Francesco Ferdinando inizi solo un lungo percorso che trova una sorta di immaginaria conclusione solo il 9 novembre 1989, con il crollo del Muro di Berlino.
Anni, tanti anni che hanno sconvolto l’intera Europa, che hanno sancito la fine di un modo di concepire la società e l’intero sistema delle cose e che, in alcune terre più che in altre, se ne sono duramente vissute le conseguenze, sia negli eventi che nelle espressioni politiche, sociali e storiche successive.
E una di queste terre è proprio l’Istria che con Trieste rappresentano l’esempio della storia europea del XX secolo, della tragica storia europea del XX secolo.
Cos’è l’Istria?
Definirla come una penisola, posta a nor -est di quel mare  Adriatico che, per sua natura si mostra come una realtà chiusa e dove i caratteri delle genti che vivono sulle coste più lontane dalla sua apertura, dalla sua comune appartenenza al Mediterraneo, sembrano mostrare la stessa chiusura unendoli e rendendo la geomorfologia e l’antropizzazione una sola realtà.
Sarebbe troppo semplice definirla in questo modo poiché l’Istria stessa è di per sé una definizione instabile, una mutazione legata a quel concetto di paesaggio che in essa vede tutti quegli elementi fisici che vanno dal mare al Carso e la mostrano nella sua complessità, nella sua diversità così come la gente che vi vive, oggi come ieri, deve abbandonare il concetto di singolarità per abbracciare quello della pluralità, alla ricerca della consapevolezza di quanto questo rappresenti, di fatto, una ricchezza.
Pluralità dunque, di paesaggi e, quindi di, elementi geologici, naturalistici, zoologici e vegetazionali, e antropomorfi con genti diverse, lingue e culture unite però nella comune appartenenza, appunto, all’Istria.
E torniamo allora a quanto precedentemente espresso dove la storia diviene fondamentale per comprendere come una terra così piccola rappresenti in definitiva una vera e propria sintesi europea in cui i popoli convivono e si combattono, si spostano e ritornano, vengono ricordati e vengono dimenticati in un apparente eterno percorso fatto di ostacoli ripetuti e ripresentati periodicamente, di oggettive scelte incidenti nelle singole soggettività al fine di creare un unico pensiero legato però ai diversi popoli al fine di un’altrettanta oggettiva strumentalizzazione.
Politica, storia, antropologia e natura in conflitto: questa è l’Istria.
Diviene difficile affrontare lo studio di quelle situazioni, di quei personaggi, vissuti in anni così recenti, così delicati, così sofferti come quelli del XX secolo proprio per il fatto che sono vicini ed ancora doloranti le ferite aperte.
Ma cosa?
E ancora il problema si pone poiché è il punto di vista, il punto di osservazione dal quale si guarda quell’orizzonte che cambia la sua prospettiva  a seconda dell’altezza dell’osservatore.
E così ciò che per uno è, non è per qualcun altro in una lunga contrapposizione generazionale che solo il tempo aiuta a limitare.
Raccontare la storia di figure come quelle di Giuseppe Callegarini richiede uno sforzo da parte dei due protagonisti dell’opera letteraria: lo scrittore ed il lettore.
Il primo ha faticato nella comprensione della figura la cui vita viene raccontata, il secondo nel saper accettare di cogliere tutti quegli aspetti che potrebbero mettere a rischio le proprie convinzioni ed anche i propri stereotipi.
Nei contesti di contrapposizione perdurante negli anni, nelle generazioni, nella memoria dei singoli popoli e dei singoli appartenenti a questi, l’elemento simbolico diviene determinante al fine di trovare in esso un riferimento, un punto in cui vedere riuniti quelli che sono i propri valori, la propria storia, le proprie tradizioni e, semplicemente, ritrovarsi.
L’elemento simbolico si va a manifestare nelle bandiere, negli inni, nei miti e nelle leggende e che vedono negli uomini una elevazione ad un piano superiore, ad un piano in cui la differenza tra il mito e la realtà non è più distinguibile, dove questi uomini divengono simbolo per un popolo intero, da guardare e da imitare, da ammirare e da venerare: questi uomini sono gli eroi.
L’eroe, colui che consapevolmente compie un’azione che molto spesso avrà come conseguenza il proprio sacrificio definitivo, un sacrificio compensato però dalla convinzione di aver agito e preso delle decisioni, appunto, eroiche, nel perseguire quello che è ritenuto essere il bene, ma non il bene soggettivo, individualistico ma quello comune, del gruppo, del proprio popolo e, di conseguenza, della propria famiglia, delle proprie origini.
Ricco è l’elenco degli eroi e dei martiri e non vi è Stato che non li celebri e rispetti, che a loro dedichi vie o piazze, che siano studiati nelle scuole per le loro gesta ed imprese.
Ma le aree di confine, là dove quelle linee immaginarie chiamate appunto “confini” e che in essi trovano una materializzazione, mostrano come il limite tra essere eroe e brigante sia estremamente sottile e facile a rompersi. Infatti quelle gesta eroiche lo sono per alcuni ma non lo sono affatto per altri, poiché c’è chi ne celebra il nome nei tempi avvenire, e chi  dimenticherà completamente.
E’ il triste peso per questi uomini che consapevoli erano solo in parte nel prendere decisioni. Quelle gesta potevano essere comprese da chi ne beneficiava ma avrebbero causato sofferenza in chi le subiva.
Eroi o briganti o, ancor peggio, terroristi? Non conta assolutamente niente di fronte agli occhi di un osservatore che guarda alla storia come una sequenza di cause ed effetti abbandonando quei giudizi universalistici per accettare solo una condivisibilità  o meno.
Se gli eroi di guerra vivono una duplice ed opposta considerazione quelli del lavoro dovrebbero vivere una memoria più serena.
Qui le cose non sono come appaiono poiché l’attribuzione che a loro si deve per il martirio subito nel nome del lavoro è riconosciuta, anche questa volta, da alcuni e non da altri.
Sindacati, partiti, opportunità economiche e finanziarie, volontà di nascondere le responsabilità sono solo alcuni di questi elementi che traslano l’eroe nel dimenticatoio.
Se Giuseppe Callegarini rappresenta l’emblematico esempio di un eroe della resistenza, la sua figura si colloca in un momento storico e in una terra dove i ruoli attivi venivano e sarebbero venuti fortemente strumentalizzati ed ideologizzati, ponendo le azioni di questo uomo non opportune ad essere elevate ad elemento simbolico ma maggiormente degne di essere riposte in qualche scatola in attesa di tempi migliori e, soprattutto lontani, per essere riprese e presentate ad un popolo ormai dimentico addirittura della propria memoria storica.
Dall’altra parte, Arrigo Grassi, viene celebrato eroe del lavoro il cui sacrificio, nelle miniere dell’Arsa salvò molte vite, trova quella elevazione da parte però di un regime, quello fascista che, precipitato portò con sé tutto compresi i suoi eroi.
Due figure, Callegarini e Grassi, che divengono simbolo, sì per le gesta eroiche ma soprattutto per quello che significa la storia complessa e le memorie tormentate derivanti dalle scelte politiche del XX secolo in una tormentata terra che si chiama Istria.

*Tratto dal libro “Giuseppe Callegarini. Un eroe sconosciuto” di Livio Dorigo, Stefano Furlani, Biagio Mannino, Luciano Santin, Roberto Spazzali – edito dal Circolo Istria – Trieste.

La pubblicazione su questo blog è autorizzata dal Presidente del Circolo Istria Livio Dorigo.

 

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

 

Parlare di poesia oggi

(di Anna Piccioni)

Sulla domanda “perché si scrive poesia?” pensiamo a Leopardi, la sua poesia è il prodotto di una tecnica di riflessione che guarda all’aspetto sociale che significa essenziale. La poesia non è sentimento, ma esperienza di vita. Un poeta ha detto ” I versi sono esperienza di vita quotidiana, di ricaduta e di risalita…del fare poesia non bisogna vergognarsi, non bisogna distaccarsi dal combattere.”

Vivere con passione, ascoltare il proprio cuore, cervello, e stomaco, è vivere con poesia.

E per citare ancora Leopardi dallo Zibaldone “7 agosto 1821 “Fra tutte le letture, quella che meno lascia l’animo desideroso del piacere, è la lettura della vera poesia. La quale destando emozioni vivissime, e riempiendo l’animo di idee vaghe e indefinite e vastissime e sublimissime e mal chiare ec. lo riempie quanto più si possa a questo mondo”

E ancora Saffo “Io dico che qualcuno di me si ricorderà…”

Molti scrivono poesia, ma pochi leggono poesia e a guardarsi intorno ben poco di poetico riscontriamo nella vita sociale e politica. Qualcuno ha detto “Chi considera la poesia un modo di passare il tempo commete un crimine…”Di fronte ai problemi tragici di oggi, la cui responsabilità è solo dell’uomo, la “poesia deve dare il senso di quello che sta succedendo”, bisogna che i poeti diventino i nuovi miti, in quanto la poesia non è solo sentimento, ma esperienza di vita.i nuovi punti di riferimento di una società che non sa più ritrovarsi nei valori profondi del vivere civile.

Per questo si deve ritornare al concetto di impegno, difendendo una posizione artisticamente diversa da quella del ‘900, oppure accettare “la sconfitta dell’uomo”. I poeti in quanto uomini e donne devono prendersi la loro responsabilità e favorire l’integrazione con la società. La poesia è un linguaggio della conoscenza, anzi il linguaggio storico dell’uomo. e con David Maria Turoldo ricordiamo che il poeta è un “barometro del suo tempo”.

Se i poeti si fanno prendere dal loro “narcisismo”(fare poesia alta, parlare di sé) allora ha ragione Witold Gombrowicz, che in una conferenza a Buenos Aires nel 1947, “Contro i poeti”, denuncia la “poesia pura”, che ha la pretesa di essere forma d’arte a sé, forma che maschera e mistifica l’Esistenza. “I poeti, secondo Gombrowicz, creano per i poeti, il linguaggio si è fatto rituale trasformando le parole e le metafore in suoni vuoti”. La poesia invece si trova anche nelle opere letterarie o in “un semplice tramonto del sole”.

Ancora va ricordato che Umberto Saba contro la “poesia…a capo” e del non senso disse che compito dei poeti è fare la poesia vera; onesta”.

Lucio Villari in un suo saggio “Viaggi indifferenti” (Bompiani 1987) racconta del suo viaggio in Egitto. Di fronte alle meraviglie architettoniche dei monumenti, in un’atmosfera “drogata e inebriante”, il Villari avverte con inquietudine “l’incomunicabilità” con l’Egitto dei Faraoni. Una ragione fondamentale è che “l’Egitto rispetto al mondo classico non ha né testi filosofici, né una letteratura, né una qualunque forma di drammaturgia: non ci ha lasciato, soprattutto, la Poesia…La Poesia non deve “raccontare” la storia degli uomini, ma deve essere sentita, anche dopo migliaia di anni, come un’anima segreta di questa storia”; per questo l’Egitto è un continente della storia e della memoria, affascinante, ma non nostro. Gli Egiziani invece di privilegiare la Parola, hanno scelto il Suono, muto, ma amplificato dei monumenti giganteschi: “l’Egitto ha il fascino muto e casto della vecchiaia”.

Anna Piccioni

…il blog di Biagio Mannino