Quella notte erano tutti lì. di Biagio Mannino.

Quella notte erano tutti lì. Sì, davanti alla Porta di Brandeburgo c’erano davvero tutti, i tedeschi dell’est e quelli dell’ovest. Li chiamavano proprio così, i tedeschi… quelli dell’est e quelli dell’ovest, non come ora, che li chiamano solo “i tedeschi”.

berlinwebUn popolo diviso dalla politica che trova nella politica, ventotto anni dopo l’edificazione del terribile simbolo, la forza di compiere un gesto forte, con conseguenze fortissime: l’abbattimento del muro di Berlino e l’inizio conseguenziale della riunificazione della Germania.

L’immaginario collettivo contemporaneo, soprattutto quello rappresentato dalle più giovani generazione, difficilmente riesce a ricordare o solo immaginare cosa rappresentasse quel muro.

ACHTUNG! Sie verlassen jetzt WEST – BERLIN” (ATTENZIONE! Lei sta per lasciare Berlino Ovest) così un cartello, posto davanti a quella famosa porta, informava i cittadini della parte ovest di Berlino che, proseguendo, stavano per giungere nella parte est della città e, quindi, nella Repubblica Democratica di Germania, più comunemente conosciuta come “Germania Est”.

Quasi duecento chilometri di cemento con torrette di avvistamento, filo spinato, allarmi, guardie armate circondavano Berlino ovest isolandola e collocando i suoi abitanti in una situazione di solitudine materiale e, soprattutto, psicologica, dove le ripercussioni di quello stato di cose avrebbe prodotto conseguenze nelle generazioni successive.

Molte sono le immagini, che ormai appartengono agli archivi della storia, in cui anziane madri tentano, con gesti, di mandare segnali di affetto ai propri figli al di là di quel confine cittadino costruito dalla politica, che le divide nella loro semplice quotidianità; altre in cui alcuni tentano di scavalcarlo, quel maledetto muro, ma vengono bloccati da colpi di arma da fuoco.

Le idee per saltare quel muro erano molte e tra le più stravaganti ci fu quella di un cittadino di Berlino est che tentò l’attraversamento del confine con una piccola mongolfiera casalinga.

Il mondo guardava e la politica usava: “Ich bin ein Berliner” (Io sono un berlinese), diceva Kennedy, il 26 giugno 1963, un chiaro messaggio con il quale il Presidente americano mostrava la vicinanza degli Stati Uniti alla Germania occidentale in generale ed alla città di Berlino in particolare, in netta contrapposizione con l’altra espressione di solidarietà, quella dell’Unione Sovietica verso la Germania orientale, artefice della costruzione del muro .

La frase di Kennedy rimane ancora oggi un insieme di suoni vocali che si trasformano in una sorta di immagine, in un’icona della storia. E ancora, un’altra icona, rappresentata da quella Trabant (idem) che varca le macerie fatte di sassi e cemento, frutto della gioia incontenibile della notte del 9 novembre 1989.

Giovani di tutte le nazionalità, con i volti ricchi di felicità, si incontrarono in un abbraccio di folla, illuminata a giorno dalle luci delle riprese televisive mondiali che resero incancellabili quelle scene di giubilo di una Germania che ringraziava il mondo, e l’Europa in particolare, per quel percorso fatto di cambiamento o, per meglio dire, di perestrojka, rendendo il momento adatto alla riunificazione.

E sì, c’erano proprio tutti in quella piazza, davanti alla Porta di Brandeburgo e, chissà, c’era forse anche Angela Merkel?

Gli anni sono passati e oggi, a ricordarci quei giorni e le sensazioni dell’importante periodo storico, sono rimasti solo i libri ed i documentari.

Nel frattempo la Germania si è, per così dire, data da fare.

Berlino, negli anni novanta divenne un enorme cantiere volto a ristrutturare completamente quella che doveva tornare ad essere rapidamente la capitale della Germania unita, ovvero… la Germania.

Ricordo che mi trovavo in quella città ed era impressionante vedere, dalla metropolitana sopraelevata, di sera, le luci a perdita d’occhio dei cantieri e quelle gru così numerose che sembravano tantissimi alberi, alberi di ferro.

Un enorme cantiere che produceva cemento, questa volta per i palazzi e i grattacieli e non più per quel muro.

Ma ricordo anche la periferia di Berlino est e i paesi, andando verso il confine con la Polonia, dove certo non era il ritrovato benessere ad essere il biglietto da visita, anzi.

La Germania, quella riunificazione, la volle fortemente e l’Europa anche la voleva. Certo che Margaret Thatcher e Francois Mitterrand non erano così entusiasti, la prima poiché considerava il popolo tedesco come un popolo ricco di intima belligeranza, il secondo poiché riteneva che un vicino così grande, al centro dell’Europa, fosse estremamente ingombrante. Ma molti considerarono le loro opinioni come l’espressione di una visione della politica ancora legata ad esperienze ormai lontane.

E il popolo tedesco? Il popolo tedesco era inebriato da un senso sì nazionalistico ma, potremmo dire, ispirato ad una visione internazionalistica, dove il desiderio della riunificazione si accompagnava a quello della fine di una guerra, quella fredda, che, di fatto, rappresentava la conclusione di quel tragico percorso iniziato con la Prima e proseguito con la Seconda Guerra Mondiale. Tre eventi, che hanno sempre avuto al centro del tutto proprio quella Germania e quel popolo che in quel 1989 era assolutamente desideroso di… Europa!

E sì, c’erano proprio tutti quella notte davanti alla Porta di Brandeburgo, a Berlino…

Bisogna far pagare le autostrade tedesche ai cittadini stranieri”. Così si esprimeva, il giorno dopo la vittoria della CDU nelle elezioni dei Land, che solo di pochi giorni anticipavano la vittoria trionfale di Angela Merkel, nel mese di settembre di quest’anno, il 2013.

Vero è che parlare di “cittadini stranieri” oggi, in quell’Europa Unita, dove i confini sono divenuti strisce disegnate sull’asfalto, crea un po’ di confusione. Ma… cosa si intende per cittadino straniero? Un Europeo, un extracomunitario o semplicemente un ”exstragermanico”?

E poi, non siamo in quell’Europa dove vige la libera circolazione di persone e cose? Strano che questa osservazione venga proprio da esponenti di quel partito che aveva, in Helmut Kohl, uno dei principali artefici della politica di riunificazione tedesca e, altrettanto strano, che venga da uno dei Land di quello stato, la Germania, appunto, che era tanto europeista già ventiquattro anni fa.

Forse oggi sotto la porta di Brandeburgo non ci andrebbe nessun greco, o spagnolo, o italiano o tanti altri cittadini che vivono, di riflesso, la politica tedesca, che impone scelte che appaiono più frutto di decisioni unilaterali che collegiali, che del resto dovrebbero essere prese in un contesto di aggregazione di Stati, come è l’Unione Europea.

La politica del rigore, secondo una visione tedesca, impone scelte e sacrifici che non possono non produrre risultati di inevitabile recessione per chi li adotta.

Se, per far fronte al risanamento dei bilanci, occorre passare attraverso l’aumento della tassazione ed il contemporaneo abbassamento della spesa pubblica, diviene inevitabile che l’impoverimento di quella che è la maggior parte della popolazione trasformi una società di cittadini medi in una di cittadini poveri e, la povertà, non fa fare acquisti.

In una società dove “consumismo” è la parola d’ordine, l’assenza del denaro impone il risparmio forzato che si traduce in calo, o meglio, crollo delle vendite e queste trascinano, inevitabilmente al ribasso la produzione, che porta come effetto ad un inevitabile ridimensionamento della forza lavoro e, quindi, di altri consumatori.

Uno Stato povero, in un mondo globalizzato, diviene appetibile poiché a saldo si acquistano partecipazioni, parziali o totali alle fonti produttive più importanti, a quei sistemi che lo rendono forte ed indipendente.

Ma, se l’Europa doveva nascere, doveva farlo con quel fondamentale principio di limitazione delle sovranità. Un’Unione Europea che divenga Stati Uniti d’Europa deve vedere i proprio membri rinunciare a parte delle proprie sovranità a favore di un ente centrale che dia ad essa una visione comune ma, in particolare, una forza coercitiva comune che imponga le scelte: limitazione delle sovranità e politica condivisa, non guerra economica portata a colpi di finanza e giochi di borsa.

All’alba delle recenti elezioni in Germania, quella unita già da ventiquattro anni, Angela Merkel ha ottenuto un grande risultato, che mostra come il gradimento del popolo tedesco si sia riflesso in lei in particolare e nei confronti del suo partito. E questo è ulteriormente dimostrato dal fatto che gli alleati nel precedente governo, i liberali, hanno perso talmente tanto consenso da essere estromessi dal parlamento.

Se, da un lato, il successo gratifica, dall’altro punisce poiché, ora, la governabilità dovrà necessariamente passare attraverso una coalizione con forze non affini.

Si verrà a creare un percorso in cui gli ostacoli diverranno responsabilità dei piccoli partiti poiché, quello grande, quello della Merkel, ha alle spalle la politica di rigore di Angela Merkel, che ha reso la Germania grande in un’Europa che non va e, gli altri partiti, quelli anti europeisti, o meglio, anti europeisti del sud, troveranno la via in un’accelerazione del populismo per ottenere un consenso maggiore in vista di ipotetiche elezioni anticipate. Un po’ come in Italia…

E sì, quella notte c’erano proprio tutti davanti alla Porta di Brandeburgo…

Nota: l’immagine in questo post è stata tratta dal libro “Il muro che cambiò la storia” – edizioni Il Sole 24 ore – 2009.

Le Città Metropolitane e Trieste. di Biagio Mannino

le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015
le rive di Trieste dal Molo Audace. foto BM 2015

La Città Metropolitana e Trieste: un’ipotesi priva di senso o un’occasione da non perdere?

Prima di tutto cerchiamo di capire cosa sia la CM.

L’iter legislativo che ha portato all’istituzione delle CM è stato molto lungo e complesso. Da un lato perché si andava nella direzione di un sostanziale cambiamento e riordino del sistema degli enti locali, dall’altro perché la delicatezza della materia portava a possibili conflittualità tra norme con il rischio di creare degli inevitabili principi di incostituzionalità.

Oggi le CM sono una realtà e, in particolare, sono quelle di Milano, Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Regio Calabria. Roma, oltre ad essere anch’essa inclusa nell’elenco delle CM beneficia anche di una apposita regolamentazione denominata “Roma capitale”.

Come si può osservare sono tutte aree appartenenti a Regioni a Statuto ordinario e, di conseguenza, istituite tramite legge nazionale.

Le altre aree di analogo interesse, sono di pertinenza delle Regioni a Statuto speciale e, quindi da esse istituite.

Così se Palermo, Catania e Messina sono pronte al via, Cagliari e Trieste sono ancora in fase di discussione.

Il termine CM non deve però trarre in inganno, immaginando con la denominazione “metropolitana” un elevazione di rango del proprio comune.

In realtà la CM coincide esattamente con il territorio di quelle che erano le vecchie Provincie mantenendo gli stessi Comuni e funzioni (vedi box1) ma attribuendo a diversi organi la gestione del tutto (vedi box 2) con una forte presenza del capoluogo.

Se analizziamo la realtà di Trieste vediamo come questa sia forse l’unica tra queste città ad avere proprio la necessità di essere gestita come CM poiché, chiusa nella periferia da un confine, priva di una reale Provincia e che con una tormentata storia che tutti ben conosciamo, ci fa comprendere come, così come prevede la legge, una progettualità integrata che va da Muggia a Monfalcone permetterebbe a tutta quest’area di proiettarsi in quella vera prospettiva europea di cui tanto si parla ma che poco si fa.

Infatti le funzioni della CM consentono anche di intraprendere percorsi di collaborazione internazionale e, se guardiamo a sud di Trieste, è difficile non considerare che anche Capodistria già oggi con Trieste sino a Ronchi dei Legionari costituisce quella che urbanisticamente viene definita “città diffusa”.

La CM di Trieste in realtà, potremmo dire, esiste già ma ancora il superamento dei confini psicologici ci rende divisi e ci porta a perdere di vista le reali opportunità.

BOX 1

Le funzioni della Città Metropolitana:

– funzioni di pianificazione strategica, di pianificazione territoriale generale, di regolazione dei servizi pubblici, funzioni indirizzate alla mobilità e viabilità, alla promozione dello sviluppo economico e sociale, promozione dei sistemi di informatizzazione nel contesto metropolitano

– funzioni in sostituzione a quelle corrispondenti delle Provincie di appartenenza

– funzioni attribuite alle città metropolitane nell’ambito del processo di riordino delle funzioni delle Province

– funzioni dedicate alle città metropolitane dallo Stato e dalle Regioni in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza

– funzioni dedicate alle relazioni istituzionali in riferimento al proprio livello, incluse quelle con le altre città e le aree metropolitane europee

BOX 2

le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015
le rive di Trieste dal Molo Audace. foto  BM 2015

Organi della Città Metropolitana:

1 – Il Sindaco Metropolitano: è il Sindaco di quello che era il capoluogo di Provincia. Se previsto dallo Statuto può essere eletto direttamente.

Presiede il Consiglio Metropolitano e la Conferenza Metropolitana.

Nomina un Vicesindaco.

Propone lo schema di bilancio.

2 – Consiglio Metropolitano: E’ eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei Comuni della Città Metropolitana.

Il numero dei componenti è proporzionale al numero di abitanti della CM e non può essere superiore a 24.

Può essere eletto direttamente se previsto e la carica dura 5 anni.

Ha poteri di indirizzo e controllo.

Approva i regolamenti, i piani, i programmi e il bilancio.

3 – La Conferenza Metropolitana: vi fanno parte il Sindaco Metropolitano e i sindaci di tutti i comuni della CM.

Approva lo Statuto ed ha il potere consultivo in sede di approvazione di bilancio.

 

Nota: le immagini in questo post sono state realizzate da Biagio Mannino.

Paura. una riflessione di Biagio Mannino

il mare al tramonto. foto BM 2015
il mare al tramonto. foto BM 2015
Non lo so… no, non so perché, ma tutti abbiamo paura. Paura…
della povertà
delle malattie
di sbagliare
di parlare
di parlare delle malattie
di parlare di politica
di parlare di religione
di pensare
del dentista
dei gay
della libertà
di non essere liberi
dell’autorità
dell’assenza dell’autorità
del vicino
del giorno in cui il figlio si sposa
del giorno in cui la figlia si rende conto che la suocera non è cattiva
dei parenti
della solitudine
della gente
dello psicologo
delle orecchiette con le cime di rape
delle critiche
della riforma costituzionale di Renzi
di perdere il lavoro
di non essere promossi
di non essere considerati
di non fare carriera
della depressione
del marito
della moglie
dei figli
dei genitori
degli stranieri
dei meteoriti
delle chiacchiere
del televisore quando non funziona e mi priva del TG
di non imparare l’inglese perché altrimenti non riesco a stare al passo con la globalizzazione
del terremoto
di dirglielo
dei barconi, quelli che non riescono ad arrivare in Sicilia
dei barconi, quelli che riescono ad arrivare in Sicilia
di essere sfrattati
delle tasse
dei cibi scaduti
di fare brutta figura
di essere brutta
di essere bella
di essere grassa
di essere calvo
di essere basso
di non avere da mangiare
della notte senza luna
della notte con la luna… e con l’uomo lupo mannaro
di non riuscire ad avere i soldi da spendere nella notte dei saldi
dei politici urlatori
delle scimmie urlatrici
di quelli che dicono che non hanno paura di niente
delle date di scadenza scadute e dimenticate
dei refusi nei miei libri
di quelli che dicono “ci sono dei refusi nei tuoi libri”
di quelli che dicono “ci sono dei refusi nei tuoi libri” e non si accorgono di quello che hanno letto
delle penne che quando finiscono l’inchiostro costringono gli scrittori non tecnologici a cercare il temperino poiché l’unica matita che hanno è senza la punta
di non saper nuotare
di non saper andare in bicicletta
della Jugoslavia
dei virus
dei partiti
dei meridionali
dei ladri
dei ladri con il volto coperto
dei ladri in giacca e cravatta
del credito residuo esaurito
del bancomat demagnetizzato
delle code ai caselli
delle giornate da bollino rosso
del rosso, semplicemente
del nero e basta
degli immigrati
dei sordi che guardano la televisione
dello sciopero dei treni ma non degli aerei perché io devo prendere il treno e non l’aereo
dei luoghi aperti
dei luoghi chiusi
dei cani dei gatti
delle zecche
delle zanzare
delle vespe
delle api
dei funghi coltivati
dell’olio d’oliva non italiano
delle olive ascolane troppo calde
dei cibi avariati
delle allergie
dell’inquinamento
della bora
degli ubriachi a carnevale
di quello che fa veramente paura e che non dico perché fa veramente paura
del colesterolo
dei radicali liberi
dei radicali
di invecchiare
di non invecchiare
del sole
del freddo
del caldo
dell’acqua
delle medicine
di sapere
di non sapere
delle donne
degli uomini
delle valanghe
delle frane
del fuoco
del domani
dell’eclissi
del buio
della guerra
delle armi
delle bombe
dei matti
dell’ascensore
dei cinesi
dei tedeschi biondi
degli italiani
degli sloveni
dei croati
dei serbi
dei popoli in generale
della polizia
del professore
degli esami
dell’aereo
di viaggiare
di dormire fuori casa
di morire
insomma, in una paura sola…
… di vivere…
Nota: l’immagine in questo post  è stata realizzata da Biagio Mannino. 

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