Gordana Drinković espone le sue opere a Trieste.

20180707_200201(di Biagio Mannino)

Sabato, 7 luglio 2018, alle ore 19, presso il Magazzino delle Idee, in corso Cavour 2, a Trieste, si è svolta l’inaugurazione della mostra “Vetro, la mia seconda pelle”, dell’artista e scultrice croata Gordana Drinković, che ha esposto una scelta di opere, e di queste una selezione in anteprima internazionale..
La mostra è stata organizzata con la collaborazione della Regione Friuli Venezia Giulia, dell’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale (ERPAC), del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia MibACT e del Museo dell’Arte e dell’Artigianato di Zagabria.
Numerosa e qualificata è stata la partecipazione all’evento che ha visto la presenza di autorità, esperti del settore provenienti anche dalla Croazia.
Un’attenta e seguita presentazione ha caratterizzato la serata anticipando poi la visita in anteprima alle opere esposte.
Un momento di valore e significato e che mostra come l’arte divenga strumento di incontri dal sapore europeo.
Un’occasione anche per mostrare come le energie di uno Stato giovane, la Croazia, e, contemporaneamente ricco di un’antica identità nazionale fortemente e orgogliosamente sentita, punti anche sull’arte per far conoscere le proprie importanti capacità e tutte le proprie potenzialità.
Fra le tante osservazioni che sono state fatte è emerso come proprio Trieste rappresenti per la Croazia un punto di riferimento che diviene sempre più significativo come luogo di conoscenza.
Le pregevoli opere dell’artista mettono in risalto non solo le sue capacità ma anche il coraggio di trattare un materiale, il vetro, difficile e che, in Croazia, ormai, non trova luoghi di produzione.
La serata si è conclusa con soddisfazione degli organizzatori e con selfy con l’artista croata.

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Alcune note sull’identità.

(di Anna Piccioni)
Capita anche voi come Vitangelo Moscarda il personaggio di “Uno nessuno centomila” quando la moglie gli fa notare che ha il naso che pende…di accorgervi che ‘altro vi vede in maniera diversa di come da tempo voi i vedete. Moscarda arriverà alla follia per pretendere che gli altri lo vedano come si vede lui. A chi non è mai capitato di chiedersi “…ma chi sono io?” Si prova a volte una specie di straniamento di fronte alla nostra immagine riflessa oppure nel vedere il nostro nome scritto. Noi siamo quello che gli altri ci dicono, noi ci riflettiamo negli altri e gli altri si riflettono in noi. Ma il problema sorge quando chi ci sta di fronte ha un’altra pelle. Non ci riconosciamo in lui , ma nemmeno lui si riconosce in noi. Ci spaventiamo quando ci riflettiamo in un altro diverso da noi: allora l’altro diventa una minaccia alla nostra identità.
Siamo se ci confrontiamo con l’altro, incontro non scontro anzi come dice Lèvinas, filosofo del dialogo, bisogna camminare a fianco dell’altro
“… l’identità di ciascuno si definisce a partire dalla relazione con l’altro, per questo è una parola densa di conflitti e contraddizioni, per definirla serve sempre un’alterità, qualcuno o qualcosa con cui confrontarsi e da cui differenziarsi.” (presentazione di Marco Baliani e Maria Maglietta allo spettacolo teatrale IDENTITA’).
Come scrive Saul Bellow l’identità di un essere umano è quella definita dal racconto della sua vita, per estensione l’identità di un popolo o di una società umana sarebbe la sua storia.
Amin Maaluf nel saggio “Identità”scrive :La mia identità è ciò che fa sì che non sia identico a nessun’altra persona…Bisognerebbe fare talvolta il “proprio esame di identità”, non tanto per evidenziare le appartenenze essenziali, quanto per scoprire il maggior numero di elementi che ci legano ad altri individui e nello stesso tempo che fanno di ognuno di noi un caso particolare : complesso, unico, insostituibile.

Il termine identità può essere declinato in vari modi, sociale razziale, nazionale, religioso, sessuale, ma queste sono tutte categorie che sono utili solo per rafforzare la propria appartenenza. Nel breve saggio “Identità” Adriano Prosperi mette in evidenza come stia sempre più crescendo il bisogno di “identità”, ma accanto a identità, “radici” e “etnicità”. “Parole che sono diventate abituali nel nostro linguaggio ma che possono diventare pietre perché, come tutto ciò che serve a distinguere e a prendere coscienza di una separazione, contengono un potenziale violento pronto a giustificare aggressioni civili e guerre. È dietro queste parole che vediamo alzarsi in piedi individui collettivi di cui si presuppone una naturalistica e inassimilabile diversità. Ma nessuna definizione, per quanto acuta ed elegante, può impedirci di avvertire dietro questa parola, apparentemente così semplice e innocua, l’eco sorda della risacca della storia e dei rapporti di forza che ha ripreso a fare intensamente il suo antico lavoro: scaraventa sulle rive più diverse popoli e individui, quando non li cancella inabissandoli nel fondo del mare.”
Va sottolineato che se ragioniamo un po’ siamo più identici con i nostri contemporanei che non con i nostri antenati
Una volte il noi e il loro era interpretato dall’Europa e il resto del mondo, conquistato sfruttato
Oggi viviamo una grande contraddizione: viviamo in un mondo globalizzato dove le distanze sono diminuite e esiste una certa omologazione del pensiero grazie a internet eppure diventa ancora più difficile confrontarsi con l’altro e si difende a spada tratta la propria appartenenza: contrapponiamo un Noi superiore con un Loro spregiativo. Ma la cosa può essere anche ribaltata. Chi ci dà il diritto di essere i migliori.
Erodoto ne le “Storie” invita a mettersi in cammino per conoscere l’altro.

 

Tu non sei i tuoi anni – Ernest Hemingway

Tu non sei i tuoi anni,

nè la taglia che indossi,

non sei il tuo peso
o il colore dei tuoi capelli.

Non sei il tuo nome,

o le fossette sulle tue guance,

sei tutti i libri che hai letto,

e tutte le parole che dici

sei la tua voce assonnata al mattino

e i sorrisi che provi a nascondere,

sei la dolcezza della tua risata
e ogni lacrima versata,

sei le canzoni urlate così forte,

quando sapevi di esser tutta sola,

sei anche i posti in cui sei stata
eil solo che davvero chiami casa,

sei tutto ciò in cui credi,

e le persone a cui vuoi bene,

sei le fotografie nella tua camera
e il futuro che dipingi.

Sei fatta di così tanta bellez

ma forse tutto ciò ti sfugge

da quando hai deciso di esser

tutto quello che non sei.

Ernest Hemingway

 

Letture consigliate:
Ryszard Kapuściński “L’altro”
Adriano Prosperi “Identità”
Amin Maaluf “L’identità”

 

 

Trieste e progetti urbanistici: come (e perché) potrebbe cambiare la città.

 

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le rive di Trieste dal Molo Audace. BM 2015

(di Biagio Mannino)

Come potrebbe essere l’assetto urbanistico di Trieste nei prossimi dieci – venti anni?
Tante sono state le proposte che, nella presentazione della loro Visione Urbanistica, Peter Lorenz e Giulia Decorti, hanno presentato ad un vasto e qualificato pubblico.
Presso il padiglione del Molo IV in Porto Vecchio, l’Ateliers Lorenz di Vienna, ha esposto ben 60 idee progettuali per la linea di costa triestina considerando quella parte di città che è inclusa entro due punti di riferimento rappresentati il primo dal Castello di Miramare e, il secondo, dalla penisola dove è sito il faro della Lanterna.
L’area, sostanzialmente, è quella del centro cittadino dove maggiormente si concentrano gli interessi economici non solo contemporanei ma anche in una prospettiva di sviluppo.
La motivazione di una volontà di nuovi assetti e rinnovamenti urbani nasce dalla concreta valutazione che, ormai, Trieste sembra proprio aver ripreso a muoversi.
Non sul bordo ma al centro di un sistema, un punto di riferimento d’area vasta da Verona a Zagabria, da Vienna a Budapest.
La Trieste del domani sembra ricalcare geograficamente quelle prospettive che ricopriva proprio cento anni fa.
Un interesse che guarda ed è guardato poiché, mai come oggi, sostiene l’Architetto Lorenz, ci sono grandi capitali finanziari che vogliono essere investiti.
Lorenz parte dal presupposto che, nei prossimi anni, il trend di crescita demografico della città di Trieste dovrebbe divenire del 2.5%.
Se questa è un’ipotesi su cui costruire un percorso di sviluppo, le valutazioni demografiche dicono che il Friuli Venezia Giulia calerà di circa centomila abitanti nei prossimi anni ma, al contrario, Trieste aumenterà.
Un cambiamento demografico che coinvolgerà alcune aree urbane europee particolarmente significative e, tra le quali, potrebbe esserci anche Trieste.
In questo caso, viste anche le attuali attività in forte crescita in particolare legate alla portualità ed al turismo, oltre alle già consolidate come quelle in relazione alla scienza, una progettualità urbanistica diviene, più che una ipotesi, una vera e propria realtà.
Le idee presentate dallo studio Lorenz sono state molte, alcune pratiche e concrete, altre molto fantasiose.
Ma, in ogni caso, è stata l’iniziativa che ha dato il senso di una vera e propria energia. Infatti il Sindaco Roberto Dipiazza ha constatato come ci sia una volontà sinergica tra le varie forze politiche di proseguire nella direzione di un cammino ben evidenziato.
Le proposte dello studio Lorenz pongono il Porto Vecchio al centro di un’ampia ristrutturazione finalizzata anche ad una mobilità urbana che renda la città all’altezza delle nuove politiche verdi. Di conseguenza linee di trasporti pubblici e graduale eliminazione delle automobili dalle rive rappresentano punti di interesse.
Così le attività legate al mondo del turismo ed alle crociere dovrebbero trovare ubicazione nel Porto Nuovo dando un altro assetto al concetto di mobilità.
Ipotesi di strutture finalizzate a precise attività dovrebbero sorgere come un palazzo dei congressi ed altri ancora.
La stessa riviera di Barcola vedrebbe il prolungamento della pineta conquistando spazio al mare.
Il progetto diviene sogno quando poi, di fronte al Faro della Vittoria, vere e proprie isole accoglierebbero gli appassionati del mare.
Non solo, due torri, una di cento dieci metri ed una di cento cinquanta, potrebbero divenire una sorta di nuovo simbolo del rilancio della città.
Come detto sono state tante le idee presentate come normalmente accade in queste occasioni.
La cosa importante è data dall’interesse in un preciso momento storico in cui tanto deve essere fatto e valutato.
Un paragone, e non a caso, viene portato all’attenzione del pubblico mostrando come Vienna, oggi, stia vivendo una situazione di pieno rilancio.
Dopo aver raggiunto il massimo degli abitanti prima della Grande Guerra, il calo demografico la portò da 2.2 milioni a 1.4 milioni di abitanti. Oggi il ritmo di crescita è di circa trentamila abitanti all’anno e la città ha superato 1.8 milioni di abitanti.
Di conseguenza anche l’urbanistica diviene motore di cambiamento e di sviluppo e là dove c’è incremento demografico, in un concetto architettonico contemporaneo, c’è volontà di guardare in verticale, ai grattacieli.
E così l’edilizia popolare: mi spiega l’Architetto Lorenz che, a Vienna, la qualità delle case popolari è alta. Questa decisione è motivata dal fatto che una migliore vivibilità del contesto cittadino favorisce il rispetto e, di conseguenza, l’integrazione, poiché l’aumento demografico si lega proprio all’arrivo di persone anche con usi profondamente diversi. E senza immigrazione non c’è aumento demografico.
Un progetto interessante, un percorso da considerare in tutte le sue implicazioni in una nuova Mitteleuropa.

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