Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

Siria: quando guerra e comunicazione politica coincidono.

(di Biagio Mannino)

 

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Donald Trump

L’intervento militare in Siria voluto da neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sorpreso per la velocità nel prendere, e realizzare, una decisione dagli effetti sicuramente gravi ed imprevedibile nelle conseguenze.
Le vicende tormentate e drammatiche che colpiscono la Siria in generale ed il suo popolo in particolare, caratterizzano la storia degli ultimi anni: guerra civile allargata in ambito internazionale, interessi contrapposti, presenza di potenze straniere in modo attivo e tanto altro ancora accompagnano migliaia di morti ed un numero infinito di migranti, o meglio, profughi, o meglio ancora, persone in cerca di vivere lontano da luoghi in cui i giochi della politica globale sembrano badare, o non badare, a fasi alterne, a tutto quello che la gente vive direttamente.
Persone che scappano, che cercano rifugio altrove, dove vengono accolte malvolentieri, persone che muoiono sotto le bombe e altre cose, come quei gas che pochi giorni fa hanno prodotto disastri tra la popolazione.
Il mondo si indigna. Ma si doveva arrivare ai gas per indignarsi?
Non era sufficiente il numero dei morti, dei profughi, della distruzione materiale e morale di uno Stato che oggi è la Siria, ma ieri era l’Iraq, e prima ancora la Jugoslavia e tanti altri ancora fino al prossimo, quello che risponderà delle strategie e delle pianificazioni geopolitiche.
Donald Trump ritiene che tutto questo debba… finire! O forse… quel “finire” meriterebbe un bel “?” conclusivo?
Se osserviamo i primi mesi del mandato di Trump sono i dissensi, le contestazioni, le opposizioni e, in generale, gli insuccessi ad accompagnare il Presidente.
“America first” appare uno slogan molto debole e che non trova una corrispondenza creando una disillusione in quelle aspettative degli elettori di Trump mentre, a livello internazionale, il progressivo isolamento degli USA cresce portando l’Unione Europea e la Cina a posizioni sempre più vicine e lasciando Trump nella condizione di guardare al Regno Unito più come una necessità che una effettiva risorsa.
Se poi prendiamo in considerazione il fallimento portato dalla tenuta della riforma sanitaria di Obama, dalle sentenze di svariate Corti di netta opposizione alle politiche sull’immigrazione, è facile intuire come Trump, a soli due mesi e mezzo dal suo insediamento, sia in evidente difficoltà e, come se non bastasse, fortemente osteggiato dal sistema mediatico statunitense.
In un sistema, quello USA, che fa della comunicazione e, in particolare, della comunicazione politica il punto di rotazione principale tra chi governa e chi è governato, diviene necessario un segnale di forza, di decisionismo, di protagonismo sulla scena e sulla scena mondiale, occorre, appunto, “America first”!
Un palcoscenico: la Siria, un motivo: la strage di popolazione portata dai gas, un nemico classico: la Russia. Sembrano gli ingredienti perfetti per un messaggio al mondo, per un messaggio ai propri elettori.
E così la guerra diviene comunicazione così come a questo intervento, valutati gli effetti mass mediatici, seguirà qualche altra decisione e il popolo di turno ne subirà le conseguenze.
C’è un problema però: la politica estera non fa mai vincere le elezioni. Al contrario le fa perdere poiché, alla fine, il cittadino – elettore, guarda nelle sue tasche e, se sono vuote, cambia rapidamente idea e così se l’isolazionismo “America first” di Trump dovesse continuare, avrà la conseguenza di una sorta di sconvolgimento del sistema economico e nulla più provocando disoccupazione, miseria e, di nuovo, guerre.
Il Risiko planetario continua… peccato però che non sia un gioco.

 

NOTA: l’immagine in questo post è tratta da www. Wikipedia. it.

“Voci rimosse”, voci di rifugiati.

(di Biagio Mannino)

 

“Voci rimosse”: un libro di Alberto Flego, un testo di grande valore ed importanza, difficile da definire o inserire in qualche categoria.
Un romanzo? Una raccolta di testimonianze? Forse un reportage. Non ha importanza. Quello che “Voci rimosse” è non incide su quel profondo significato che rappresenta in un’epoca, la nostra, dove il fenomeno delle migrazioni è alla base dei grandi cambiamenti geopolitici e sociali oltre che economici e finanziari.
Tanta attenzione viene data a questo fenomeno , agli eventi, ai terribili viaggi che vengono affrontati dalle migliaia e migliaia di persone alla ricerca di una vita, se non migliore, quanto meno lontana da tragiche vicende di guerra.

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Alberto Flego – foto di Biagio Mannino – 2017

Alberto Flego affronta questo tema dando spazio, in particolare, direttamente ai protagonisti, quei migranti che molto spesso, pur essendo in tutto e per tutto i protagonisti della storia, sono trascurati nei loro personali racconti, ricordi, esperienze.
Sono ben cinquanta le testimonianze raccolte in questo libro e il fatto che molte tra loro sembrino avere punti in comune, rappresentano un fenomeno complessivo che proprio per la sua generalità diventa un unico, impercettibile, dramma.
Incontro Alberto Flego in un noto Caffè cittadino e, tra tintinnio di bicchieri, profumo di caffè e voci diffuse ed allegre, gli chiedo proprio perché “Voci rimosse”:
Mi risponde “Sono le loro voci, quelle delle loro storie, dei loro racconti, delle loro esperienze. Difficili da ascoltare, difficili da accettare, difficili da sostenere. E allora la via più semplice è quella di… rimuoverle. Ma non loro, i protagonisti bensì noi, Noi che dovremmo accoglierli, noi che dovremmo guardare in modo più profondo ed attento ad un fenomeno che è inevitabile.”.
Sì, è una questione di punti di vista che cambiano i loro effetti a seconda del nostro personale modo di interpretare e, in particolare, di volere conoscere.
Non sempre la volontà c’è e, forse, è giustificabile interpretando questo come un percorso di autodifesa nel non volere accettare la sofferenza degli altri, la paura di perdere qualcosa di proprio in un mondo sempre più concentrato sull’individualismo.
I racconti di Alberto Flego su come abbia avuto l’idea di scrivere un libro di questo tenore, la complessa attività di riflessione sulle vicende che a lui venivano raccontate mi colpiva ancora di più sentendo quanto diceva e, con lo sguardo, vedevo un’atmosfera di tutt’altro tono in quel Caffè.
Colpevoli? Innocenti? Semplicemente tutti vittime di un meccanismo che ci rende sempre più indifferenti all’altro.
“Come fare per rendere le persone più attente e sensibili?” gli domando.
“Il mio libro è solo una goccia versata nel tentativo di fare qualche cosa per essere di aiuto. E’ la cultura fondamentale per un cambiamento obbiettivo di mentalità. Solo attraverso la conoscenza e la comprensione, il rispetto reciproco tra tutti, con lingue, tradizioni, usi differenti, può portarci a vedere come il fenomeno delle migrazioni possa divenire anche un elemento di ricchezza”.
Attualmente la popolazione mondiale è in grande aumento demografico. Si stima che, nel 2050 il mondo sarà abitato da 9 miliardi di persone concentrati prevalentemente nelle aree più povere. Inoltre il fenomeno dei cambiamenti climatici renderà proprio quelle aree aride e inciderà fortemente sulle decisioni di lasciarle.
L’Europa e gli USA saranno, al contrario, caratterizzati non solo da un calo demografico ma anche da un invecchiamento della popolazione, da una bassa natalità e da una decisa perdita della forza lavoro. Solo l’arrivo di migranti garantirà a queste realtà il mantenimento della qualità del proprio stile di vita.
Di fronte a queste previsioni diviene logico interrogarsi e chiedersi quali siano le politiche nel lungo periodo ma, al momento, le soluzioni sembrano essere solo l’edificazione di muri.
“I muri” continua Alberto Flego “vengono costruiti in tanti luoghi del mondo. La motivazione è sempre la stessa: difendersi da qualche cosa.  Ed è qui che le testimonianze raccolte diventano un elemento di conoscenza e di consapevolezza, di tutto quello che i migranti devono affrontare senza poi dimenticare le cause che li fanno andare via”.
Ho avuto modo di assistere alla seconda presentazione del libro e la presenza attiva di molti protagonisti di questo fenomeno, che possiamo definire “storico”,era di forte impatto.
Quella, come altre occasioni, alle quali lo stesso Alberto Flego ha voluto che partecipassi, hanno evidenziato come, da parte del pubblico, ci sia stata un’ampia presa di coscienza di un problema che è troppo semplificato per essere compreso. Non bastano espressioni come “Mandiamoli a casa” o “Chiudiamo i confini” per poter risolvere, comprendere l’immenso gioco geopolitico che mette assieme tutto: guerre, clima, cambiamenti demografici, interessi, beni primari e tantissimi altri elementi causando vittime e, appunto, profughi o, utilizzando un termine più corretto, rifugiati.
Sì, rifugiati e non migranti poiché queste sono persone che scappano anche da quelle nuove tipologie di guerre che non si combattono con le armi ma con i giochi della finanza, ulteriori vittime delle conseguenze dell’errate scelte nella gestione del cambiamento climatico.
Alberto Flego fa tutto questo per aiutare, tant’è che i proventi del suo libro sono destinati in beneficenza.
E allora? Cos’è “Voci rimosse”? La risposta è sempre quella: non ha importanza cosa sia ma cosa rappresenti. Un libro da tenere e conservare, sugli scaffali delle proprie librerie di casa, su quelli delle biblioteche perché si possa  capire, oggi come domani, cosa accade intorno a noi, cosa accade agli “altri”, cosa accade a… Noi.

Donne per la vita- viaggio in Bosnia 2014.

(di Anna Piccioni)
In ogni guerra le donne sono le prime vittime: vittime di stupri, di violenza, di lutti: considerate da sempre la parte debole e quindi più facile da sottomettere. Ma nel momento della ricostruzione, soprattutto interiore, sono in prima linea; si rimboccano le maniche e guardano avanti; mentre gli uomini sconfitti da una parte e dall’altra rimangono a leccarsi le ferite e covano le vendette.
Queste considerazioni nascono dopo l’incontro con donne e con  associazioni di donne   in Bosnia, che si occupano di ricostruire lo spirito di tolleranza e gettare “ponti” per superare ‘intolleranza.

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Mostar (foto di Anna Piccioni – 2014)

A Mostar Jasna Rada, musulmana, l’unica che è tornata nella sua casa oltre il ponte nella zona proibita ai “ Bosgnacchi, Bosniacchi o Bosniaci musulmani ”durante la guerra, è responsabile  dell’associazione “Kuča Otvorenog Srca” (KOS) – centro diurno “Casa dal cuore aperto” fondata ufficialmente nel novembre 2007.  Il lavoro di questa associazione comincia nel 1996, in una Mostar in ginocchio e spezzata a metà da una guerra che l’ha vista al centro dei bombardamenti dal 1992 al 1994. Da subito un gruppo di donne si sono unite per ricostruire quel tessuto sociale culturale multietnico che ha sempre caratterizzato la Bosnia- Erzegovina.
Si sono impegnate ad aiutare uomini donne e anziani rimasti soli e materialmente e psicologicamente distrutti senza porre nessuna barriera etnica.
Ricordo le madri capofamiglia a Bratunac che dal 2004 si sono unite in una cooperatica agricola “INSIEME”: la ricostruzione richiede cooperazione e cooperazione significa ricreare condizioni di fiducia e confidenza. Queste donne sono la maggior parte dei “ritornati”, quasi tutte vedove o con marito invalido e figli a carico. Rada Zarkovič è la fondatrice della cooperativa. Fino al 1994 è  vissuta a Mostar; colpita duramente dalla guerra si è trasferita a Belgrado e per tutta la guerra ha costruito reti di solidarietà e fatto opposizione all’allora Presidente Slobodan Milosevič.
Le donne della cooperativa Potočnice che gestisce l’agriturismo a Potočari
In fine a Tuzla incontro la dottoressa Irfanka Pašagič, che nel 1994 ha fondato  l’associazione Tuzlanska Amica; l’associazione è formata da un’équipe di donne, tra cui psicologi e medici, e offre assistenza alle donne e ai loro bambini aiutandoli a superare traumi subiti durante la guerra. Dalle donne l’intervento si allarga alle famiglie, assistendo anziani e disabili. L’attività dell’associazione è concentrata soprattutto sui bambini attivando un progetto di adozione a distanza.
A Sarajevo opera l’associazione OGBH (sigla di  l’Educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), fondata nel 1994 per occuparsi dei bambini vittime di guerra da Jovan Divjak, ex generale dell’Armata popolare Jugoslava ora in pensione. Durante l’assedio ha guidato la difesa di Sarajevo scegliendo l’amore per la sua città e alla sua gente piuttosto che la “fedeltà” alla sua appartenenza etnica ( va ricordato il libro intervista “Sarajevo mon amour”edizioni Infinito)

Riflessioni triestine.

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“Trieste” di Nada Frastor

 

L’articolo “Strana città Trieste”, continua, a distanza di mesi dalla sua pubblicazione, a destare interesse.
Moltissime sono le visualizzazioni che ormai sono giunte a quota 20.000 in ogni angolo del mondo. E moltissimi sono i messaggi di gradimento che ormai sembrano rappresentare una voglia di raccontare ed esprimere una parte di storia, quella personale, che poi altro non è che la storia di Trieste, città ferita più e più volte e che con il tempo ne è divenuta inconsapevole ma sempre con la presenza di un’impercettibile malinconia.
Raccontare e ricordare, sembra essere la via per una presa di coscienza di sé. E così, in questo post, potrete leggere due scritti, tra tanti che mi sono stati inviati, particolarmente significativi.

Biagio Mannino.

Solo due riflessioni…
di Nada Frastor.

…vivo in una terra…
…dove le chiese…hanno l’aspetto di altre terre…
…dove le lingue …si mescolano ai dialetti…
…dove le sbarre del confine…non fermano la gente…
…e le loro culture…
..mentre …ci sono sbarre che non hanno confine…
…una terra dove tutto sembra immobile e tutto si muove…
…luogo di nazionalismi…e di grande apertura…
… teatro e la cultura sono ai primi posti…
..ma alcuni dicono frasi…come …
…noi qui…
…terra…fatta di mare…carso…montagne ..viti….
… gonne orientali…che affiancano borse di plastica…
…piene di speranza…
… donne che affollano i caffè…
…come un luogo di quotidiano incontro…di libertà…
..mentre…si fa a gara per lavare piatti…
…avvolte nel nero mantello dell’abuso…
..terra che… ferma nei ricordi …
.. sembra una dama…
…quando mostra le sue luci nelle splendide piazze…
..ma subito … incontri la ragazzina che è in lei..
….appena sali sul tram….e scopri…
…il carso..
…sanguigno come il sommacco…. candido come la roccia….
…verde come la speranza…
…contrasto di colori … forme …e culture…che unite sono armonia…
….terra…dove posso incontrare…i volti di molte terre….
…e pietre che ricordano…
…gente vissuta…venuta da lontano…
…come le onde che si infrangono sul molo…
…ognuna simile …ognuna diversa nella similitudine…
…a dare e togliere…
nada…
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1958 Redipuglia….
…piccola grembiule bianco..fiocco blu..
..la bandiera tricolore sventola accanto a me..
..di fronte..una scalinata..enorme..
..troppo alti quegli scalini ..a che servono..
..ci sono corpi morti..dentro..
..allora la gola si stringe..
..le lacrime affiorano..
..i sentimenti profondi….e altrettanto fuggenti..
come solo quelli di una bambina possono essere..
..affiorano..
..ti fanno sentire grande..
..la musica si diffonde..
..inni..
..parole..
commozione..
..cantiamo ..i morti..
..ti insegnano la fierezza dell’essere italiana..
..quei morti..li immagini..
..ricordi i racconti..
..la storia..che ti hanno insegnato..
..e ti senti importante nell’essere li..
..commemorarli..
..si gli sguardi adulti ti controllano..
..e tu..
controlli il sorriso che vorresti dare ..
..a chi ti e’ accanto..
..non e’ il momento..
.. senti..il peso di quegli italiani..
..morti ammazzati ..
..per me..
……………………me…..
……otto anni..
..ti senti emozionare..e canti l’inno…………….
……..ripensi a quei cattivi che li hanno uccisi..
..si cattivi…
……………………cattivi…………….
….all’improvviso………….
nonno piero…..lui io so..lui..
..non era cattivo..
…ma nel 1914..viveva qui in questa terra..
..e stava dall’altra parte..
..confusa..canti…e piangi ora di piu’..
..di piu’..
..ora …
…so..
..erano tutti vittime..
..dell’imbecillita’ umana..
..nascosta tra le bandiere..
.. gli inni ed il potere..
..oggi dico a te..
……..bimbo che non hai nome ..
..che non hai terra….
…che non hai religione…
..rifiuta la bandiera…
.che vorra’ asciugare…
.le tue lacrime.
…nada…

“Natale in casa Cupiello”: al Teatro Bobbio una rappresentazione eccellente.

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Eduardo De Filippo

(di Biagio Mannino)

 

Al Teatro “Orazio Bobbio” di Trieste è andata in scena l’attesa rappresentazione di “Natale in casa Cupiello”.
La nota commedia di Eduardo De Filippo è stata rappresentata in modo eccellente dove il ruolo di Luca Cupiello ha visto lo stesso nipote di Eduardo, Luigi De Filippo, interpretarlo in modo magistrale.
Tutti gli attori in scena hanno avuto la capacità di saper rendere al meglio quella che, forse, è una delle opere maggiori di Eduardo.
Andata in scena la prima volta a Napoli il 25 dicembre 1931, da subito mostrò la vena ironica e, contemporaneamente, malinconica di quello che è poi il gioco della vita, fatto di problemi quotidiani grandi e piccoli e di sogni per cercare di vivere al meglio.
I numerosi tentativi di ripararsi dal freddo invernale, la ricerca elaborata a parole sulla bontà della cucina di casa Cupiello, si confrontano con un figlio ladruncolo e scansafatiche, con una figlia che tradisce il marito che non ama.
E in questo alternarsi di piccole felicità e grandi tristezze domina il Presepe di Luca Cupiello, sogno di un uomo anziano ma sempre bambino, protezione dalla vita reale.
Una commedia difficile e dura ma che fa sorridere ed andare avanti.
Una figura, quella di Luca Cupiello, in cui ci si può un po’ tutti ritrovare, soprattutto quando si cerca di non pensare, di sfuggire a quello che non si vorrebbe, a quello che è.
E così tutti i personaggi alla fine non sono altro che una interpretazione della quotidianità dell’uomo, ieri come oggi, dove quella storia, del 1931, trova un assoluto inserimento nel nostro contesto sociale contemporaneo sì diverso nei modi, ma altrettanto difficile.
Luigi De Filippo, al termine della recita, si è fermato sul palcoscenico ed ha voluto condividere con gli spettatori alcune sue personali riflessioni proprio sull’opera dello zio tenendo in particolare a dire che, quando la commedia venne rappresentata la prima volta, lui aveva un anno.
Una compagnia pregevole senza alcun tentennamento, che ha fatto apprezzare questo testo importante non solo per la cultura napoletana ma per tutti gli appassionati di teatro, quello vero.

 

NOTA: nell’immagine Eduardo De Filippo. Foto di pubblico dominio tratta da www. wikipedia. it.

Muri, muretti e fili spinati: l’elefante e la cristalleria.

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resti del Muro di Berlino – foto di Biagio Mannino.

(di Biagio Mannino)

 

Elefante…

La prima sensazione, quando vidi quel che restava del Muro di Berlino, fu di perplessità. Poi, gradatamente, di curiosità, di stupore, di imbarazzo, di conoscenza, di incredulità, di nuovo di stupore, di consapevolezza e, infine, di tristezza.
Una serie di passi nella riflessione per cercare cosa nella mente umana possa portare a ritenere opportuna l’idea di costruire un muro intorno ad una città, chiudere centinaia di migliaia di persone in un recinto di cemento, la scelta di dividere le persone, dai loro affetti, dalla loro vita.
Quelle sensazioni le avvertii e le avverto tuttora, quando vedo un confine, una sbarra che mi blocca,  che mi impedisce di camminare lungo la strada che io voglio segnare.
E lì, fermo nella attesa di poter passare, nella speranza di poter proseguire, vedo volare in alto, nel cielo, uccelli totalmente indifferenti alle strane logiche degli uomini.
Confini, sbarre e poi muri e fili spinati. Questa è l’Europa del XXI secolo, questo è il mondo di oggi.
Proteggersi, sì, ma… da cosa?

Cristalleria…

I dati demografici ci mostrano come, nel 2050, la popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi di persone.
La gran parte di questi sarà suddivisa tra le aree più povere del mondo situate in Africa, Asia e Sud America.
Le emergenze aumenteranno a causa dei cambiamenti climatici che, progressivamente, inaridiranno territori dai quali la gente andrà via.
Il fabbisogno di cibo aumenterà e l’acqua diverrà un vero e proprio lusso, un oro blu.
Le guerre per il controllo delle risorse primarie provocheranno esodi e milioni di profughi.
Le stesse guerre non potranno essere più classificate con metodi tradizionali ma a quelle di tipo “classico” si aggiungeranno quelle economiche e climatiche.
I Paesi occidentali avranno un percorso di calo demografico dovuto non solo all’invecchiamento della popolazione ma anche dalla riduzione della natalità.
La forza lavoro calerà vistosamente e la necessità di “importarne” da altrove… aumenterà.
E la risposta a tutto questo? I muri!
Elefante…

Una cronica situazione di emergenza che fa prendere le decisioni nel momento, ormai divenuto una costante, che non guarda al lungo periodo nonostante le grida di allarme date, semplicemente, dai numeri.
Protezionismo, de – globalizzazione, de – europeizzazione, sembrano essere i percorsi risolutivi presi da un opinione politica mondiale dove, tra nazionalismi crescenti, desideri di uomini forti al comando, del guardare prima “a noi” che “a loro”, fa perdere di vista del tutto l’unica via possibile ad un effettivo tentativo di soluzione: la collaborazione.
Problemi mondiali: crisi lavorativa, clima, acqua, cibo, guerre, aumento demografico. Non sono sufficienti a un lavoro comune?
Nell’epoca in cui la comunicazione ci rende cittadini del mondo, dove la possibilità di vedersi da un continente all’altro è un dato di fatto, dove tutti vogliono essere come tutti, nell’era contemporanea, improvvisamente ci si accorge di essere in un mondo virtuale, fatto di connessioni, di web, di sogni, dove la realtà è, al contrario, fatta di muri, di sbarre, di barriere, di permessi di soggiorno, di cittadini comunitari ed extra comunitari. Sì, extra comunitari, come gli inglesi, tra un po’.
Andate a Berlino, a Trieste, a Gorizia, a Budapest, a Sarajevo per capire cosa abbiano fatto i confini. Andate a Pola, ad Atene, a Salonicco, a Bonn e ovunque l’Europa abbia vissuto esperienze derivanti dalle scelte politiche.
L’Europa senza confini è un esempio per il mondo intero e ancor di più se torniamo con la memoria a cento anni fa, quando in questo Continente ci si ammazzava a milioni in una guerra statica, ferma nelle trincee.
Sono passati solo cento anni e se osserviamo quello che accadeva allora troviamo molte singolari somiglianze con certi aspetti di oggi.
Eppure l’impressione è che i popoli europei, a dispetto delle considerazioni di Trump, sentano l’appartenenza all’Unione Europea ma che una certa politica non la veda.
Fenomeni immensi, grandi cambiamenti, un elefante che si muove, lentamente, goffamente, indifferente e quei muri, sì, quelli di Trump, di Orban, di altri appassionati delle costruzioni, sono un po’ come quei delicati bicchieri esposti lì, fermi nelle polverose ingiallite e opache vetrine di una vecchia cristalleria chiamata “individualismo”.

 

Lo “Yes we can” del 2008.

(di Biagio Mannino)
Obama ha concluso.
Sì, ha concluso il suo doppio mandato e quel percorso, iniziato con l’ormai famoso “Yes we can”, lascia spazio alle inevitabili considerazioni del dopo.
Tutte quelle aspettative di otto anni fa, le speranze, i valori, sono state raggiunte?
Alla vigilia del passaggio al nuovo Presidente, a Donald Trump, Obama saluta i cittadini americani riportandoli con la memoria proprio a quel “Yes we can” che oggi, però, ha una forza decisamente inferiore, la consapevolezza di un’illusione.
Ricordo di aver scritto nel 2008 un articolo dedicato a quel messaggio, a quelle tre parole così semplici eppure così ricche e dall’immensa portata politica.
Otto anni sono passati e, rileggendo adesso quelle poche righe pubblicate, sono tornato indietro nel tempo. Ma solo per un istante, sufficiente a osservare ciò che era allora e confrontarlo con ciò che è oggi.
Obama senza vie di mezzo, un successo o un fallimento?
Considerazioni che non condividerò ma lascio a voi la lettura di quel testo e, per qualche minuto, quel passo nel passato.
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La forza e la debolezza dello “Yes we can” tra speranza e possibilità.
di Biagio Mannino.
Novembre 2008.
In un momento storico in cui i giochi erano a proprio favore, in una situazione in cui i sondaggi sul gradimento dei cittadini statunitensi nei confronti del Presidente George W. Bush erano al minimo storico e più che una previsione davano la certezza di una volontà di cambiamento della politica repubblicana dimostratasi disastrosa, in un momento che lanciava chiari messaggi del rapido avvicinarsi di una crisi economica di portata planetaria e dalle imprevedibili ma negative ,senza ombra di dubbio, conseguenze, il partito democratico, di fronte ad un facile cammino verso le elezioni presidenziali del 2008, decide di intraprendere un tortuoso, faticoso e dispendioso percorso lanciando alle primarie due candidati di evidente rottura: una donna ed un afro americano.
Hillary Rodham Clinton è l’espressione del desiderio di vedere una donna alla guida degli Stati Uniti. Barack Husseim Obama  è il volto nuovo di una politica che vuole dare un netto segno di cambiamento non solo all’America ma al mondo intero .
Il sistema elettorale americano prevede un lungo cammino verso il secondo martedì del mese di novembre dell’anno in cui vengono tenute le elezioni. Un cammino che, sostanzialmente, si divide in due parti: le elezioni primarie finalizzate alla determinazione dei candidati dei due partiti principali, quello Democratico e quello Repubblicano, e le elezioni, per così dire, “principali” in cui i candidati competono per la carica di Presidente.
La storia elettorale è stata sicuramente arricchita dal confronto avvenuto durante le elezioni primarie del Partito Democratico tra Hillary Rodham Clinton e Barack Huseim Obama. La competizione ha evidenziato una vera e propria lotta politica in cui i due avversari hanno dato fondo a mezzi e risorse in tutto il percorso pre-elettorale.
Se da un lato questa accesa corsa alla Convention di Denver ha prosciugato le casse dei contendenti e fatto temere che potesse verificarsi un spaccatura all’interno del Partito  Democratico, dall’altro ha concentrato l’attenzione di tutti gli elettori americani e degli spettatori mondiali attorno ai nuovi protagonisti di un politica americana che fortemente voleva dare un segno di cambiamento. Questo segno è ben rappresentato da un Presidente donna o, ancor di più da un Presidente afro-americano.
L’effetto di comunicazione politica   induce lo spettatore a seguire con maggior attenzione le elezioni primarie del Partito Democratico piuttosto che quelle del Partito Repubblicano che, senza un faticoso percorso, attribuisce a McCain il ruolo di competitor repubblicano.
Ma l’attenzione concentrata sul Partito Democratico crea nell’immaginario collettivo una convinzione che, progressivamente, con il passare del tempo e con l’inasprimento   della lotta politica interna, diviene una certezza non solo tra gli americani ma nel mondo intero: il futuro Presidente degli Stati Uniti sarà un democratico.
Consapevoli di questo effetto i due contendenti utilizzano i più sofisticati sistemi di comunicazione politica.
Quello che sicuramente va analizzato in modo più attento è quello di Obama.
Obama è più “nuovo” del nuovo rappresentato dalla Clinton che in quanto  ex First Lady per otto anni, era già ben conosciuta nel mondo politico americano.
La sua caratteristica di essere afro-americano gli impone un’attenzione particolare nei confronti delle problematiche razziali presenti negli Stati Uniti inducendolo a non affrontare e possibilmente ad evitare ogni coinvolgimento su questo tema ma ponendosi come il candidato e come il potenziale Presidente di tutti.
La sua storia personale, fatta di esperienze di vita, di un padre keniota, di una madre americana, l’essere vissuto alle Hawaii  e avere avuto la possibilità di conoscere il mondo, lo rende sicuramente apprezzabile agli occhi di una molteplicità eterogenea di individui che nella loro diversità trovano nella sua persona un punto in comune.
“Yes we can change” è il motto in cui il singolo trova un riferimento nella figura di Obama .
La parola “ change “ unita ad “ hope “, in un momento storico in cui la crisi economica colpisce in modo  generale gli Stati Uniti ed in particolare quella classe media americana che è sempre stata un punto di forza, crea un forte bisogno di credere nella speranza, nel cambiamento, nella speranza di un cambiamento e nella possibilità di cambiare.
Ma cambiare cosa?
La forza del messaggio comunicativo “Yes we can change” trova un amplificazione nella trasformazione dello stesso in “Yes we can”.
Il singolo individuo percepisce in modo autonomo e personale l’influenza del termine “cambiamento” che, unito alla “possibilità” lo induce verso  la “speranza” di risolvere le problematiche proprie non percependo però quelle della collettività.
Il cittadino affronta quotidianamente la propria vita fatta di problemi che sono diversi da quelli del cittadino che vive nella casa accanto o di quello che vive a mille chilometri di distanza o dall’altra parte del mondo.
C’è chi deve pagare la rata del mutuo della casa, chi ha perso il lavoro, chi deve pagare le tasse universitarie, chi ha il figlio in guerra in Afghanistan, ma anche chi vive la guerra in Iraq o la crisi economica in Europa o non riesce a sfamare i propri figli in Africa. Ecco quindi che il messaggio “Yes we can” diviene di portata mondiale in cui il tutto è rappresentato dai problemi dei singoli che identificano in Obama la soluzione per sé stessi ma non per il tutto.
La storia vede, con le elezioni del novembre del 2oo8, Obama vincitore ,forte di una capacità  comunicativa di deciso impatto ma che crea nella sua figura una serie di responsabilità che inevitabilmente gli si ritorceranno contro.
Se da un lato la speranza del cambiamento vuole divenire possibilità per il singolo la realtà che questo avvenga per la pluralità dei singoli è decisamente impossibile.
Pertanto la certezza di una delusione incombe sull’ormai famoso “Yes we can” che nella sua semplicità terminologica ha mostrato tutta la sua terribile forza ed enorme debolezza.
NOTA: l’immagine in questo post è stata tratta da www. wikipedia. it.

Una nuova legge elettorale? Sì, ma… quale?

(di Biagio Mannino)

 

Una legge elettorale nuova? Sì, ma… quale?
Non è facile realizzare una nuova legge elettorale. Non perché sia tecnicamente difficile ma perché le, leggi elettorali, di fatto, assegnano i posti in Parlamento.
E allora?
E allora diviene una vera e propria impresa trovare un testo che, alla fine, accontenti tutti o, perlomeno, quasi tutti.
Incominciamo dall’inizio dicendo che, sostanzialmente, le leggi elettorali appartengono a due grandi famiglie: leggi di tipo proporzionale e di tipo maggioritario.
Entrambe hanno pregi e… difetti, al punto tale che non è possibile arrivare ad una legge perfetta.
Quelle di tipo proporzionale, come dice la parola stessa, privilegiano la proporzionalità, ovvero se un partito A ottiene il 30% dei voti, otterrà il 30% dei posti, e se B ha ottenuto il 20% dei voti otterrà il 20% dei posti e via dicendo.
Il sicuro vantaggio è dato dal fatto che tutti i partiti, portatori di diversi principi, ideologie, rappresentanti diverse categorie, trovano una collocazione nel sistema parlamentare ma, a pregiudizio, viene messa la governabilità, dove risulta difficile, se non impossibile, che un partito ottenga il 50% +1dei posti necessari a dare la fiducia ad un Governo.
Il sistema proporzionale risulta così privilegiare la rappresentatività democratica a prezzo però di una governabilità stabile imponendo alleanze tra i diversi partiti con le conseguenti “alchimie” politiche.prop

Il sistema maggioritario prevede la divisione in tanti collegi elettorali quanti sono i posti in Parlamento e questi verranno occupati dai singoli vincitori di ciascun collegio. L’effetto porta ad avere una sorta di bi-partitismo poiché anche a livello locale, quelle percentuali sopra esposte in riferimento al sistema proporzionale, si riflettono nei singoli collegi che, di conseguenza, vedranno prevalere, in alcuni di questi,i componenti del partito A e in altri del partito B.
In questo caso, la governabilità è garantita ma a prezzo della rappresentatività poiché, dal contenitore parlamentare,verrebbero escluse quasi tutte le rappresentanze.
Per tentare di giungere ad un compromesso, in alcune realtà, si è ritenuto utile inserire una soglia di sbarramento al sistema proporzionale in modo tale da assicurare una rappresentatività, ma ridotta a tutti quei partiti che raggiungano almeno la soglia prestabilita.
Anche in questo caso, tuttavia, il ricorso alle alleanze politiche è frequentissimo.
Allora si sono inseriti i premi di maggioranza al fine di garantire alla forza che arriva prima la piena governabilità ma, in questo caso, si inserisce una vera e propria lotta per la conquista di quel “voto in più” attraverso coalizioni anticipate che hanno poi l’effetto di creare dei sistemi bi- polari che non sono altro che proporzionali puri mascherati.
Da queste poche righe comprendiamo bene quale sia la complessità dell’argomento che deve poi essere integrato dall’altrettanta complessità dei giochi della politica.
Era il 1993 quando in Italia entrava in scena il “Mattarellum”.
La nuova legge elettorale prevedeva un insieme di sistemi: il 75% dei posti era assegnato con il sistema maggioritario e il 25% con quello proporzionale.
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Un compromesso che assicurava una buona governabilità ed una presenza di forze eterogenee in un sistema bi- polare che era, in sostanza, sempre traballante a causa proprio della sua natura bi -polare e non bi- partitica.
Nel 2005 questa legge venne ritenuta non più adeguata e modificata con quella che oggi viene chiamata “Porcellum”.
Qui si concentra di tutto: premi di maggioranza, coalizioni, soglie di sbarramento, e sistemi differenti tra Camera dei Deputati e Senato, causando in definitiva maggioranze differenti tra i due rami del Parlamento e, di conseguenza, l’ingovernabilità.
Non solo: la legge è stata poi dichiarata incostituzionale  in alcune sue parti dalla Corte Costituzionale lasciando il posto ad un sistema, in sostanza, di tipo proporzionale e chiamata “Consultellum”.
L’apoteosi della confusione si è poi raggiunta con l’approvazione dell’Italicum, legge elettorale studiata per il sistema Costituzionale che sarebbe scaturito ma… l’esito del Referendum del 4 dicembre 2016 ha sancito la vittoria dei NO e, adesso, l’Italia si trova ad avere un sistema elettorale che assegna un’ampia maggioranza ad un partito alla Camera dei Deputati, e un sistema di tipo proporzionale al Senato, imponendo alleanze tra forze che, oggi più che mai, non accettano compromessi.
Diviene necessario avere una nuova legge elettorale, ma… quale?
Torniamo al punto di partenza. Questa volta lo analizzeremo sotto il punto di vista della politica.
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Stando ai sondaggi, un sistema elettorale di tipo maggioritario con compromesso, come il Mattarellum, converrebbe maggiormente al PD ed al M5S che si contendono i primi due posti nella classifica delle preferenze.
Forza Italia, vista la precaria situazione e la perdita di consenso negli ultimi anni preferisce il proporzionale in modo tale da garantirsi la politica delle alleanze così come tutti quei piccoli partiti che, con i loro pochi voti, potrebbero fare la differenza.
La Lega predilige il Mattarellum non perché si trovi ai vertici delle classifiche bensì perché, in un meccanismo di tipo bi -polare imporrebbe i propri candidati in molti collegi che verrebbero eletti anche con i voti degli alleati.
In questa situazione è comprensibile come scrivere una legge elettorale nuova sia un’impresa alquanto ardua, e come la politica si trovi sempre con la possibilità di rimediare a sé stessa, intraprendendo un percorso di collaborazione tra le diverse forze al fine di affrontare la situazione di crisi oggettiva che attanaglia la società italiana, ma, al contrario, non riesca a perseguire questo fine lasciando, il posto, alla classica, vecchia, inconcludente e dannosa politica.

Quale PD dopo il referendum?

(di Biagio Mannino)

 

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Gianni Cuperlo – Trieste, 9 dicembre 2016 – foto BM 2016 – archivio fotografico Biagio Mannino.

Quale PD dopo il referendum del 4 dicembre? E’ questo, non “un”, bensì “il” quesito che molti si pongono, sia all’esterno che, in particolare, all’interno del Partito Democratico.
Ne hanno discusso a Trieste molti autorevoli rappresentanti del PD triestino che, presso l’Hotel Savoia, nella sala Zodiaco, venerdì 9 dicembre, hanno organizzato un incontro pubblico con la partecipazione di Gianni Cuperlo.
La sala era assolutamente gremita da persone simpatizzanti,  che volevano capire cosa potrebbe avvenire di un partito che, con la vicenda referendaria, ha mostrato una grande capacità, a detta di molti, autodistruttiva.
Un partito con una grande forza, con persone capaci  che poi, regolarmente, si potrebbe dire, si scontra con sé stesso.
Una storia già vista ma che, in questo caso, sembra aver prodotto danni superiori alle precedenti esperienze.
“Quale  PD dopo il referendum ?” :  questo è stato il titolo dato all’incontro e che ha visto esprimere una serie di appassionate riflessioni non solo sulle difficoltà di saper cogliere le effettive esigenze della società italiana in grande disagio ma, anche, nel non saper vedere come le condizioni geopolitiche internazionali cambino e dove le forze di sinistra appaiano sempre più emarginate.
Una valutazione non basata sui contenuti della riforma quanto sui metodi comunicativi portati, sull’effettiva esigenza ed opportunità di affrontare un percorso così faticoso e di duro confronto, sugli errori fatti dal Segretario Matteo Renzi.
Tanti argomenti sono stati trattati ed invitavano a riflessioni che sarebbero dovute essere fatte in momenti precedenti come quando, all’indomani della sconfitta in occasione delle elezioni comunali di Trieste, di Torino, di Roma e di tante altre città, il PD non si accorse o, forse, non volle accorgersi, che l’allarme era suonato.
E i bisogni dei giovani? Un altro punto di delicata attenzione sfuggito quando l’80% di questi ha votato “NO” al referendum del 4 dicembre. Inoltre… i sindacati, e in particolare la CGIL, la scuola, tutti bacini elettorali divenuti ex bacini elettorali.
Inevitabile il confronto, la riflessione e porsi, appunto, il quesito su quale possa essere il futuro del PD dopo il referendum.
Quello che è mancato è stato il contrasto tra i partecipanti. L’opinione di autocritica era presente solo in parte, a differenza della presa di coscienza delle responsabilità dei vertici nazionali.
E allora? Si è forse rotto l’incantesimo con Matteo Renzi?
Non è possibile affermarlo in questo momento. Vero è che il senso di profondo disagio e disappunto per come sono state svolte le cose in questi tre anni appare quanto mai evidente e molti, in occasione dell’incontro di Trieste, lo hanno espresso.
Gianni Cuperlo, nella sua città, parla chiaro e con un intervento apprezzato da tutti i presenti, sia per i contenuti che per la qualità, evidenzia la serie di problematiche intrecciate tra la società italiana, il mondo dei giovani, le relazioni intergenerazionali e la situazione internazionale. In un contesto dove si trova il PD ad essere la forza di riferimento appare una società in difficoltà ma che, paragonandola ad un film in cui, nonostante tutto c’è un lieto fine, in questo caso, manca anche la speranza.
Ed è questo il problema: non saper vedere nel lungo periodo, forse, non riuscire, forse non potere. Ma quel grido lanciato ai politici, tutti, non è stato, come scritto nel post precedente, un indirizzarsi verso un apprezzamento o meno del Governo quanto una vera e propria espressione di volontà di partecipare ed essere attivi nella vita politica.
Diviene allora un percorso assolutamente ricco di imprevisti quello di ritenere che quel 40% di voti a favore del SI possano essere interpretati come una sorta di gradimento della figura di Matteo Renzi trasformando un fallimento clamoroso in una grande vittoria.
Una vittoria poiché da solo, Renzi, avrebbe il 40% dei consensi e, tutti gli altri, il 60% da dividersi tra loro.
Un grande e grave errore perché non si è compreso che sono espressione di partecipazione e lo sono tutti, sia il 60% dei NO che il 40% dei SI.
Sottovalutare questo aspetto significa non aver compreso il peso dell’avvenimento del 4 dicembre che, oltre al risultato, ha visto la partecipazione di quasi il 70% degli aventi diritto al voto.
Forse l’interrogativo più opportuno per il convegno doveva essere non tanto “Quale  PD dopo il referendum” quanto “Quale futuro per la politica italiana dopo il referendum” poiché sembra non essere stata ancora compresa la serie di esigenze che l’intera società italiana ha e che vuole, o per lo meno, vorrebbe, vedere la politica, tutta, iniziare a trattare.
Ottima l’iniziativa da parte del PD triestino di realizzare, a così pochi giorni dal referendum, questo confronto ed eccellente l’intervento di Gianni Cuperlo. Un peccato però l’assenza di Debora Serracchiani che sicuramente avrebbe dato un senso di maggiore completezza all’incontro.

Referendum 2016: trionfano i NO.

(di Biagio Mannino)

 

Vincono i NO con il 60%  dei consensi! Nella consultazione referendaria costituzionale 2016 gli italiani hanno deciso di non cambiare.
Un percorso lungo, complesso, che dopo una faticosissima campagna elettorale si è concluso il 4 dicembre con un’ ampia affluenza alle urne, quasi il 70% degli aventi diritto.
Un’ esperienza, questa, che ha portato milioni di italiani a interessarsi di più, conoscere, studiare e apprezzare il testo che li rende cittadini  e che, oggi più che mai, legittima quella definizione molto spesso sottovalutata  che,  al contrario, dovrebbe essere  celebrata.  Infatti la Costituzione della Repubblica Italiana è, a ragione, definita come la più bella del mondo.
La riforma non è stata voluta e le motivazioni di  questo risultato  possono essere molte: la non accettazione dell’intero progetto di cambiamento, la non accettazione di una o più parti che andavano a modificare il testo originario, la scarsa fiducia nelle prospettive che il nuovo testo proponeva, la visione politica  in cui la vera motivazione si indirizzava verso gli autori della riforma e non verso i contenuti della stessa. Tante ipotesi e tutte degne di interesse.
E se la motivazione di questo evidente risultato fosse una sola?
Sicuramente l’esito esprime, unito all’ampia affluenza, la volontà che i cittadini hanno di partecipare.
E questa riforma, al contrario, diminuiva la partecipazione poiché la non eleggibilità diretta dei Senatori unita all’aumento della raccolta delle firme per il referendum abrogativo, unita all’aumento della raccolta delle firme per le leggi di iniziativa popolare andava ad influire proprio in quella parte, la prima, che veniva detto non essere stata toccata dalla riforma.
In realtà gli effetti si sarebbero potuti osservare già nei contenuti del secondo comma dell’art.1 dove “la sovranità  appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Di conseguenza, se i limiti vengono già dalla riforma allora gli effetti ricadono anche sull’art. 1.
Inoltre la democrazia è anche espressione di rappresentatività e il fatto di ridurre il numero dei Senatori avrebbe avuto implicazioni in questo senso.
In particolare  sarebbe divenuto difficile sentirsi rappresentati quando molte Regioni si sarebbero trovate ad avere   solo due Senatori.” Rappresentanza” significa anche far sentire le proprie ragioni, le proprie esigenze, le proprie contrapposizioni. E come questo sarebbe potuto  avvenire quando Regioni come il Friuli Venezia Giulia avrebbero visto contrapporsi Regioni come la Lombardia che di Senatori ne avrebbe avuti 14?
I cittadini hanno voluto esprimere il loro pensiero dove il vero rinnovamento è rappresentato proprio dalla loro partecipazione in questa occasione, dove la vera riforma tanto attesa non è stata ancora scritta e che dovrebbe contenere un aumento della rappresentatività e della vita politica attiva.
E’ questo allora un chiaro messaggio alla politica, a quella politica che ritiene che la partecipazione democratica sia più un problema che una ricchezza.
Cosa succederà adesso?
La politica e la comunicazione politica daranno il via al dopo referendum e le dinamiche porteranno a nuovi assetti e tanti, che prima avevano determinate posizioni, le cambieranno. Molti diverranno convinti difensori del testo costituzionale del 1948 e altri seguiranno, abbandonando il carro degli sconfitti. E’ il naturale, poco elegante, gioco del dopo elezioni.
Ma i cittadini no, i cittadini hanno riscoperto il gusto della partecipazione, di far sentire la loro opinione dopo un lungo periodo di allontanamento. Hanno conosciuto la bellezza del loro testo costituzionale e seminato l’invito per un percorso di vero rinnovamento. Un vero rinnovamento, sì, ma non della Costituzione, bensì della politica e questo rappresenta un invito a tutti coloro che non ne hanno capito il significato,   che       hanno sottovalutato la forza democratica dei cittadini e che continuano ad   attribuire le cause della vittoria dei NO a fenomeni  che poco hanno   a che vedere con le reali motivazioni  di questo risultato. Un invito, quindi, ad avere , semplicemente, maggiore umiltà.