LA RIVOLTA DEGLI ASTENUTI AL VOTO.

(di Pio Baissero)

“Saggio sulla lucidità!”: di questo libro del Premio Nobel per la letteratura del 1998, il portoghese Josè Saramago, avevo un vago ricordo. Ma questi giorni mi è riemerso nella memoria. Per quale motivo? Perchè Saramago, già nel 2004, ci aveva fatto entrare, con prosa incredibilmente efficace, nella profonda crisi della democrazia e nella sua mistificazione ad opera di Governi e partiti di ogni colore. Così lo scrittore aveva prefigurato, nel romanzo, un supremo e pacifico atto di ribellione delle persone. Un atto compiuto in un Paese descritto come un inferno dove la politica non riesce a risolvere nulla, il potere economico è altrove e deride la gente, i diritti umani sono abilmente calpestati. In quel Paese il cittadino non riesce più a dir la sua, ad opporsi agli abusi. Alla fine, quando giunge il momento elettorale, prende una decisione irriverente. Spinto da incontenibile indignazione, il corpo elettorale decide – con l’80% degli aventi diritto – di affrontare la deprimente realtà con inaspettata lucidità (da qui il titolo del libro): con un enorme “BASTA” diserta i seggi elettorali. Un “non voto” che suscita prima l’ira e poi la violenta reazione del Governo e del sistema politico. Saramago paragona quella ribellione all’ululato di un cane. Insomma, i cittadini di quell’immaginario Paese avevano provato a parlare, discutere e confrontarsi col potere , ma del tutto inutilmente. Ecco perchè, nella narrazione dello scrittore, non restava al cittadino che ululare, ovvero tentar di riprendere col “non voto” coscienza o lucidità, insomma ribellarsi ad un sistema che pretende di controllare in modo assoluto la vita e le relazioni umane.

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Se ne va Michail Gorbacev, un grande politico nelle intenzioni, uno strumento ed un capro espiatorio per altri.

(di Biagio Mannino)

Michail Gorbacev? Senza dubbio un riformatore.
Un riformatore necessario, arrivato nel momento in cui solo un riformatore poteva arrivare.
Erano gli anni ‘80 e la stanchezza dominava su un mondo che aveva vissuto il ‘900 ancora lontano dal finire ma ricco, anzi ricchissimo, di eventi drammaticamente unici e terribili.
Due guerre mondiali, autoritarismi e totalitarismi, persecuzioni e genocidi, stermini di massa e bombe atomiche che radevano al suolo città, esodi di popoli, armamenti a non finire, miseria e ricchezze e un simbolo là, si mostrava nella sua grigia concretezza, quel muro, quel Muro di Berlino.
Quel Muro che era lì ad attendere il 9 novembre 1989, per essere abbattuto, per crollare e portarsi via la follia di quel 28 giugno 1914, a Sarajevo.
Sarajevo e Berlino, l’inizio e la fine, e, in mezzo, tante cose e tante persone ma, anche, tanti interessi ben lontani da quanto poi appariva in quel momento storico.
URSS ed USA i nuovi protagonisti che succedevano ad un’Europa che abdicava il suo ruolo di centro del mondo con il suo suicidio.
Ormai un terreno di scontro e di dominio, ormai vincitori e vinti solo in apparenza ma tutti sconfitti e messi a disposizione delle nuove egemonie dell’est e dell’ovest.
Anni, lunghi, di guerra fredda, dove tutto serviva ed era estremizzato, dove anche le grandi conquiste dello spazio servivano a mostrare i muscoli e a farsi paura quando, la paura, l’avevano tutti.
Erano poi arrivati, gli anni ‘80 e la stanchezza di tutto questo la si vedeva e la si toccava facendo, però, finta di niente.
E l’URSS in particolare mostrava tutte le sue fragilità accumulate e l’uomo giusto, al momento giusto, entrava in scena: Michail Gorbacev.
Perestroika e Glasnost, le parole chiave, i concetti base del pensiero di Gorbacev, utili, indispensabili e unici.
Rinnovare prima di tutto, ma non cambiare. Non abbattere il sistema: modernizzarlo in un contesto globale, che avrebbe dovuto incominciare un altrettanto, importante processo di rinnovamento mondiale verso un sistema nuovo, post eventi del ‘900.
Niente di tutto questo se non utilizzando la Glasnost, la trasparenza, eliminando la corruzione e gli interessi particolari, veri nemici della Perestroika.
Gorbacev si trovò tra accesi conservatori del sistema e personaggi oscuri, che avevano visto nella sua azione politica l’occasione per la realizzazione di nuovi interessi.
La fine dell’URSS, l’entrata in scena di Boris El’cin, non erano i tasselli giusti del mosaico di Gorbacev, ma la conclusione di un percorso di effettivo rinnovamento e, come tale, da fermare.
Se ne va un grande politico, ma un grande politico per l’occidente, al quale si attribuiscono meriti per intenzioni non sue, per aver dato il colpo di grazia a quell’URSS, quando, Gorbacev, non la voleva affatto colpire e, nella sua attuale Russia, diviene il “colpevole”, della fine dell’impero, senza vedere che quell’impero finì per opera proprio di quel sistema che Gorbacev voleva riformare.
Se ne va un grande politico, e lascia il mondo di oggi, che è figlio delle buone intenzioni proprio di Gorbacev, ma impedite nel realizzarsi, affinché niente possa, ieri come oggi, cambiare, affinché i protagonisti egemoni post Europa dominante, continuino ad essere presenti, nemici più che mai, per giustificarsi vicendevolmente e scontrarsi e dominare, in nome di una apparente democrazia, su di un terreno europeo nuovamente insignificante dopo il secondo suicidio chiamato “Ucraina”.

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