Tutti gli articoli di Biagio Mannino

Giornalista esperto di politica internazionale e di comunicazione pubblica.

Mal d’Africa e mal d’Europa: Paolo Silvestri, un triestino “africano”, mi racconta…

(di Biagio Mannino – Giornalista, iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione)
Il mondo cambia. Forse è già cambiato e ancora non me ne sono reso ben conto.
La percezione è quella che tutto sia uguale, le case, le vie, i luoghi dell’infanzia… Ma è solo una convinzione senza alcuna ragione.
Quelle case, quelle vie, quei luoghi sono lì, sempre lì ma è la gente che li frequenta, che li usa, che li rende  vivi, ad essere cambiata.
Effetti della globalizzazione?  Dell’Europa Unità?  Della facilità a spostarsi? Forse semplicemente del naturale corso delle cose che si accompagna alla volontà o alla costrizione di lasciare la   propria casa, la propria terra per trovarne un’altra e cercare nuovamente di renderla propria.
Crisi economica, finanziaria, che grazie alla televisione e a tutto il contesto mass mediatico ci rende vicini e accomunati da simili destini, poveri assieme e diversamente ricchi, in grado di guardare lo stesso sole eppure lontanissimi.
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Paolo Silvestri (foto BM 2016)

Viaggi in aereo al di qua e al di là del mondo e viaggi di disperati che durano tempi infiniti e, spesso, si concludono, sì, si concludono nella tragedia.
Un mondo che si muove e che si interroga, che sembra grande e non lo è, che sembra piccolo è non lo è, che va alla ricerca  di  punti in comune e di mantenere le tradizioni e quando lo fa ci si accorge che queste, le tradizioni, sono finite.
Alla ricerca del mondo occidentale per chi non lo vive e alla ricerca di una dimensione più naturale per chi ce l’ha: sempre alla ricerca di qualche cosa…
Qual è l’arancia spremuta, strizzata fino a non far scorrere più una goccia di succo? È l’Africa o l’Europa? È il continente da cui molti vanno via o quello dove si arriva?
Dov’è l’energia vitale? Dove il futuro? Dove piantare le proprie nuove radici? E tutto ciò che si dice  crea un pensiero comune? Quanto è attendibile?
Mi fa sempre molto pensare, il turista.
Si muove, affronta viaggi, si stanca , indossa cappellini improponibili. Perché?  E perché quei cappellini non continua ad indossarli quando torna a casa?
Partire e lasciarsi dietro qualche cosa, tornare e ritrovare ciò che si è lasciato e poi… Ripartire.
E l’Europa sembra proprio questo, dove la gente parte e ritorna, dove il turismo diventa un’enorme fabbrica di ricordi, di conoscenza di ciò che è stato, di sogni.
A Budapest ho visto come un’intera città, una delle capitali della vecchia Europa, faccia del turismo una valvola economica fondamentale.
E così ovunque, quando improbabili trenini, che poco hanno a che vedere con il concetto stesso di treno, traslano sudaticci turisti da un paesino all’altro della Croazia verso verdi campi da golf.
E il futuro? Dov’è il futuro in realtà  quando la gente  vive sempre di più di ricordi costruiti ed artificiali?
Piazza Cavana, com’è cambiata.
E’ un luogo dove oggi la gente si incontra e dove passa volentieri il tempo, lo passa assieme, chiacchierando, del più e del meno, cosa che, in questa città, Trieste, non è così scontata.
Il mio amico fiumano Gianni Maiani ha scritto un libro  dedicandolo a questa piccola piazza e, in Cavana, vede la Trieste del domani, quella giovane che si è risvegliata da un torpore durato anni, decine di anni, contrapposta a Piazza Unità, statica, ferma nel tempo, ritrovo di turisti che visitano, ciò che fu.
Piazza Cavana no, c’è voglia di fare, di muoversi, incontra e fa incontrare giovani ed anziani, generazioni che si confrontano, etnie che si incrociano, persone che diventano cittadini nuovi spinti dalla voglia di cambiare e di uscire da una depressione sociale che ci attanaglia e che tenta di immobilizzarci.
Un pomeriggio di fine agosto, un violinista di strada suona melodie greche, i tavolini dei bar affollati di gente, come al solito. Difficile trovare posto. Un senegalese cerca di vendere la sua mercanzia, e poi un altro,  e poi un altro ancora, mentre alcuni in bicicletta tentano di attraversare la piazza schivando a stento flussi di turisti che vanno verso piazza Unità.
Poco lontano Massimiliano d’Asburgo guarda il mare.
Già, quel mare che sembra una barriera, un confine ma è anche la via per partire. Il mare: onde e barche. Grandi e piccole. Navi da crociera, viaggi e sogni, viaggi e incubi. Ricordi e storie. Barconi pieni di gente fino ad affondare, tintinnio di bicchieri, pianti di bambini, cocktail con ombrellini di plastica, grandi scatoloni bianchi galleggianti, piccole zattere ricche solo dell’acqua che entra. Musiche di orchestrine, squilli di cellulari. Gps in azione, petroliere piene di energia, per muovere i motori a scoppio, per far funzionare una parte di mondo, per ricaricare la batteria. Azzurro e profumato, divertimento e tristezza.
Il mare  per partire verso il resto del mondo e per tornare poi, a casa… e poi di nuovo, scappare.
In Cavana, in quel pomeriggio di fine agosto, incontro una persona che ben rappresenta questo spirito ricco di intraprendenza e di voglia di viaggiare, di conoscere e di osservare, di lavorare e di raggiungere obiettivi e poi, di tornare: Paolo Silvestri.
Paolo Silvestri, nonostante i suoi 41 anni, ha un’esperienza in ambito internazionale assolutamente qualificata. In particolare ha viaggiato molto in Africa dove tutt’ora lavora.
Ha operato in Costa d’Avorio, Congo,  in Namibia, in Sud Africa e per più di tre anni, in Angola. Attualmente ha sede in Mozambico con l’incarico di Marine Manager presso  Bureau Veritas e Angola M&O Operational  Manager presso Bureau  Veritas.
Il controllo e la gestione della sicurezza sulle navi e sulle piattaforme petrolifere è il suo impegno quotidiano.
“Cosa faccio per prima cosa la mattina?”. Risponde  alla mia prima domanda.

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L’acqua che esce dal rubinetto di casa.

“Apro il rubinetto e verifico che ci sia acqua in casa.”.
La vita in Africa non è semplice.
Un continente che, dalle parole di Silvestri, appare in bilico in un sistema che vive di contrasti. Contrasti sociali dove pochi ricchissimi rappresentano l’altra faccia della medaglia, quella dei tanti poverissimi.
Contrasti urbanistici dove ai grattacieli lussuosi di Luanda si mostrano le strade fangose e caotiche della metropoli africana.
Contrasti tra Stati organizzati alla perfezione ed altri caotici e disordinati dove anche un piccolo spostamento si trasforma in un’avventura degna di un film.
“Se c’è l’acqua, se c’è la luce allora bevo un caffè e, se l’antenna prende, vedo un telegiornale. A questo punto salgo in macchina e vado in ufficio… sfidando gli elementi.”.
“Sfidando gli elementi?” gli chiedo.
“Sì, gli elementi. Ovvero il traffico. Per fare due, tre chilometri, a Luanda impiegavo anche due ore.

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Luanda

Un traffico spaventoso, disordinato, irrispettoso di qualsiasi regola, unito a strade completamente distrutte.
Luanda è una metropoli di quasi sette milioni di abitanti ed è, quindi, ovvio che abbia le problematiche tipiche di città di quelle dimensioni, ma la confusione lì è principalmente motivata da una visione caotica, direi, naturale, dell’angolano.
C’è un’ inosservanza delle minime regole,  del rispetto. Faccio un esempio: quando si incappa in una fila di automobili è abitudine cercare vie alternative intasando le corsie in senso opposto e creando un corto circuito che porta ad un blocco totale del traffico. Vige una vera e propria libera interpretazione del Codice della strada.
Quando vivevo in Angola, a Luanda, portavo sempre con me il Codice  proprio perché in determinate situazioni, poteva essermi utile.”.
“Quali situazioni?”.
“Nelle situazioni in cui dovevo discutere con la polizia.”.
“Discutere con la polizia?”.
“Sì, sì. Un paio di volte sono anche stato arrestato.
L’angolano ha un modo di vivere particolare. Trova quasi un gusto personale a scavalcarti. Una fila? Vuole superarti, ma non per arrivare prima, solo per il gusto di farlo. Direi una forma di piacere.”.
“E lo stile di vita?” chiedo “Qual è lo stile di vita in Angola?”.
“Esistono due realtà: la città, Luanda, e il resto. Stiamo parlando di uno Stato molto grande come estensione e con una popolazione che si aggira intorno ai 20 milioni di abitanti.
Luanda ha circa 500 mila benestanti e il resto, quindi quasi sei milioni e mezzo di persone,  vivono in condizioni veramente misere.
Secondo me è la città con le più grandi baraccopoli del mondo.
Intorno al centro, per un raggio di almeno trenta chilometri, ci sono solo queste zone sterminate di baracche dove vivono i luandesi.
Ma chi sta bene… sta veramente bene.”.
“Com’è la vita di questi sei milioni e mezzo di luandesi?”.
“Se si alzano alla mattina senza che la loro baracca sia stata allagata, si preparano alla perfezione e vanno, per chi ce l’ha, a lavorare. Come? Anche qui è un’avventura.
I mezzi pubblici non sono paragonabili a quelli europei. Non ci sono metropolitane né sistemi di autobus o quant’altro. Esistono invece i candongheiros. Sono dei pulmini da nove posti e gli autisti guidano in quel traffico di cui parlavamo  in  modo ancora  più libero.

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Candongheiros

A Luanda si dice che abbiano provocato più morti i candongheiros della guerra civile.
Però, quello che ho osservato e che mi ha molto colpito è il sorriso che hanno tutti.
Nonostante le difficoltà, la miseria e la situazione precaria, sono  sorridenti e danno l’idea anche di essere, tutto sommato, contenti.
Se io vado in un centro commerciale, qui, a Trieste, tra negozi scintillanti e altro, vedo la gente triste, immusonita. Là tra il fango e la mancanza, no.”.
“E i ricchi?” chiedo.
“Dobbiamo fare una distinzione. Una distinzione temporale dove lo spartiacque è rappresentato dal 2014.
Prima il costo del barile di petrolio si aggirava intorno ai 130 dollari, dopo… il crollo.
Uno Stato che fonda la sua struttura economica sulla produzione ed esportazione di petrolio, conseguentemente, entra in crisi. E questa crisi ha colpito i benestanti differenziandoli ancora di più. Ci sono i ricchissimi che possono permettersi anche l’acquisto di appartamenti in quello che oggi viene considerato il grattacielo più costoso del mondo. E si trova proprio a Luanda dove un piccolo appartamento può costare anche 15 milioni di euro.

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Zona centrale di Luanda

Poi, però, usciti dal grattacielo, le strade sfasciate e fangose li accolgono.
E’ uno Stato strano, l’Angola, ricchissimo non solo di petrolio ma anche di diamanti e, contemporaneamente, non investe in una pianificazione, sia sociale che urbanistica.
Ma ci sono i cinesi…”.
“I cinesi? In che senso ci sono i cinesi?”.
“Su 20 milioni di abitanti quasi un milione e mezzo sono cinesi. Loro investono proprio in ambito urbanistico, ovvero, costruiscono.
Alla periferia di Luanda hanno costruito un’intera città, Kalimba, adatta ad ospitare 500 mila abitanti. Viene definita un città fantasma poiché, al momento, vi vivono meno di 10 mila persone.
Sono solo dicerie ma qualcuno ritiene che siano future aree urbane destinate a cinesi che incominciano a collocarsi nel mondo.
Sì, l’Angola è uno Stato pieno di contrasti. Se prima c’era la corruzione, la disorganizzazione ora, dopo il 2014 alla corruzione e alla disorganizzazione si è aggiunta anche la miseria.

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Strade periferiche di Luanda

Un esempio è ben rappresentato dai tanti bambini che non sopravvivono alle malattie, poiché la sanità non è in grado di far fronte ai costi delle cure, anche le più banali.”.
“In Angola c’è democrazia?”.
“Sulla carta sì. In realtà sono ormai quasi 40 anni che il Presidente, José Eduardo dos Santos, domina la scena e non ha alcuna intenzione di lasciare, poiché già si parla della sua futura candidatura alle elezioni del 2018.
Se poi teniamo conto che, pochi mesi fa, la figlia è stata messa a capo della società nazionale che controlla il petrolio… direi che c’è poco da commentare.”.
“E l’angolano, quello povero, come reagisce a questa situazione politica? Ci sono tensioni sociali?”.
“L’angolano subisce questa situazione. Dobbiamo considerare che, quando il barile di petrolio veniva venduto sopra i 100 dollari i soldi non mancavano e non mancavano mai, anche senza lavorare. Oggi i prezzi sono alle stelle ma la birra e l’alcool sono a costi bassissimi.  Se aggiungiamo poi un modo di concepire la vita, quasi assistenziale, c’è una sorta di mancanza di dinamismo ed intraprendenza.
Il problema  trova un’origine  quando, nel 1975, i portoghesi  lasciarono l’Angola. Prima a gestire la società nelle sue complessità provvedevano loro, i portoghesi. Dopo, gli angolani dovettero cavarsela da soli e la guerra civile fu il risultato di quella fase di passaggio.
Oggi si vive una mentalità ben espressa da una statuetta, il Pensador:  un uomo accovacciato con la testa tra le gambe, identifica l’angolano medio.
Paradossale se si pensa che ad un PIL altissimo fino a due anni fa, non è corrisposto alcun investimento sia nell’ambito dell’istruzione che della sanità. Oggi l’Angola viene considerata, da istituti di analisi mondiale, come lo Stato peggiore dove nascere.”.
“E Luanda, la città,  come è?”. chiedo.
“Luanda anche urbanisticamente è espressione del contrasto: grattacieli e assenza di strade, palazzi storici portoghesi in abbandono e voglia di farla diventare come Dubai, baraccopoli sterminate e assenza di mezzi pubblici. Insomma, è così.”.
L’intervista a Paolo Silvestri prosegue davanti ad un bicchiere di vino bianco e fresco.
Il calore del pomeriggio estivo mi sembra eccessivo così come, banale, chiedergli del clima in Angola. Ma la domanda la pongo comunque.
“Il clima? Non bisogna dare per scontato che in Africa faccia caldo.
L’Angola, ad esempio ha zone dove, in questo momento, possono benissimo esserci anche sei gradi.

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Calulu, un piatto tipico dell’Angola

In realtà l’Angola è una terra ricca oltre che di petrolio e diamanti anche di acqua e di foreste.
E’ proprio qui che un altro dei contrasti emerge: l’ospitalità naturale del territori e l’incapacità a renderlo favorevole per tutti.”.
“Di fronte a queste difficoltà gli angolani emigrano? Lasciano la loro terra?”.
“No, gli angolani non lasciano la loro terra. Stanno bene a casa loro nonostante tutto. Fa parte della loro mentalità.”.
“In che senso fa parte della loro mentalità?”.
“Ci sono realtà in Africa dalle quali, a ragione, si scappa, come, ad esempio, la Nigeria. Lì accadono cose orribili e si scappa da quelle situazioni.

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Paolo Silvestri a Lobito

L’Africa sub sahariana è  diversa. Sì ci sono difficoltà economiche, disorganizzazione e confusione generalizzata, ma la vita, così, semplicemente alla giornata, alla fine compensa le mancanze.
Il pesce con facilità viene pescato, si lavora senza pensare al domani ma ad arrivare a sera e fare festa con una birra.
Mi è capitato tante volte, rientrando nel mio appartamento, di essere coinvolto in vere e proprie feste improvvisate. Sì, improvvisate… sul pianerottolo di casa.
Una visione della vita diversa dalla nostra. Più serena? Non lo so. Sicuramente adatta a quel luogo.
Non mancano altri problemi: rapine, aggressioni, ma fanno parte della normale routine delle città. Basti pensare alle città Europee.”.
“Forse è possibile cambiare?”.
“Il sistema è così. Facciamo un esempio: i pulmini di cui parlavamo, i candongheiros, sono gestiti da personaggi legati all’esercito.
Tutto ciò che viene incassato dal lunedì al venerdì va a loro e il resto agli autisti.
Le regole della strada sono infrante e gli incidenti, anche gravi, non si contano. Ma la polizia non interviene. E’ il sistema.”.
“Il tuo lavoro ti porta a stretto contatto con le compagnie petrolifere. I dipendenti di queste come si relazionano con la città che li ospita?”.
“Il mondo delle compagnie petrolifere è diverso dal mio. I dipendenti non vedono ciò che vedo io.

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Un piccolo mercato del pesce improvvisato nelle vie di Luanda

Sono delle scelte che fanno. Quando un loro dipendente arriva viene preso in aeroporto e portato dall’autista nelle loro realtà isolate dal resto. Quando torna indietro, l’autista lo accompagna in aeroporto e parte per la sua destinazione. Non ci sono relazioni con l’esterno.
Sono scelte motivate anche dalla visibilità che queste società hanno nel contesto internazionale.
Se qualche, chiamiamolo così, imprevisto dovesse accadere, è l’immagine pubblica della società a risentirne anche nel contesto borsistico con inevitabili deprezzamenti delle azioni.
La mia società conta quasi 70 mila dipendenti in tutto il mondo, eppure non la conosce nessuno. Questa mancata visibilità garantisce una libertà maggiore.”.
“Quali compagnie petrolifere sono presenti in Africa?”.
“L’ENI è la compagnia maggiormente presente nel continente africano. Dopo seguono i francesi, gli americani, gli inglesi e gli olandesi. Ma in Angola gli italiani sono poco presenti a differenza degli americani e dei francesi. Faccio notare una curiosità: gli americani sono presenti da prima della fine della guerra civile e le loro strutture erano protette dai… cubani.
Ci sono molte cose curiose, come la presenza di una sorta di polizia cinese proprio per i cinesi numericamente molto presenti. Aggiungo che, i cinesi, sono attivi con i loro interessi un po’ ovunque.
Recentemente ero in Tanzania e ho notato che le insegne dei supermercati sono scritte in inglese e in cinese.”.
“Abbiamo parlato di Luanda. E il resto dell’Angola?”.
“Tutta un’altra cosa. Luanda è il centro degli interessi, commerciali, finanziari, amministrativi. Le altre città, come Lobito, sono completamente diverse.
Ci sono meno persone e, soprattutto, meno soldi che girano.
Lobito vive del suo porto, Namib, a sud, sostanzialmente di contrabbando.
La parte interna invece vive di diamanti. Quelle sono zone, però, irraggiungibili proprio per gli interessi che vi sono.”.
“Da quanto mi racconti emerge che in Angola in particolare ma, anche, in Africa in generale, le risorse economiche e naturali ci sono e sono abbondanti. Ci sono giri di denaro molto consistenti eppure c’è miseria. Cosa impedisce un vero e proprio sviluppo?”.
“Dobbiamo considerare la tipologia dell’uomo africano   distinguendo le diverse provenienze degli europei che erano presenti prima.
Le realtà francofone hanno mantenuto buonissimi rapporti e i cittadini locali sono stati integrati nel business.
Là dove, invece, c’erano i portoghesi è subentrato il caos poiché hanno lasciato dall’oggi al domani quei territori al loro destino. In Angola non c’era razzismo, c’era la politica del meticcismo ma nessuna integrazione negli apparati gestionali dello Stato. Facile diventa immaginare il dopo.
C’è poi da dire un’altra cosa… anzi, la porrò come una domanda… per una compagnia petrolifera è più facile parlare, e trattare, con una persona sola o con un Governo democraticamente eletto?”.
Paolo Silvestri racconta la sua esperienza in Africa con entusiasmo ed ascoltarlo è piacevole ed interessante.
Vive con intensità il suo lavoro e l’impressione è che l’insieme che si forma con il resto della sua giornata rappresenti una bellissima avventura.
Vedere e imparare, osservare e provare sono indispensabili per conoscere al meglio i popoli che incontra.
E così anche la quotidianità, fatta di percorsi accidentati, di incontri con le persone, provare i cibi locali e le abitudini, gli  incontri difficili come gli ospedali e le tristezze.
Il fazzoletto nel taschino, della giacca gli occhiali da sole appesi nel terzo bottone della camicia, i jeans all’ultima moda con gli strappi ad arte. Tutti elementi di una persona che a casa si rilassa e ha voglia di raccontare agli altri la propria esperienza fremendo di ripartire e di ricominciare. Di ricominciare la propria attività professionale? Anche, ma soprattutto di ricominciare a conoscere.
“L’Africa” continua Paolo Silvestri” è capace di mostrare incredibili differenze. Il Kenya, ad esempio, che non essendo ricco di risorse come l’Angola, ha sviluppato al meglio i settori finanziari e della sicurezza in quell’ambito. E poi ha strutturato al meglio la gestione dello Stato.
Il Mozambico, dove ora mi trovo, è uno degli Stati più poveri del mondo: non c’è una carta per terra e le strade sono così perfette da essere invidiate. E così la Tanzania.”.
“Come fai a gestire la tua vita, la famiglia, le tue abitudini?”.
“Io vivo a Trieste con mia moglie e i miei due figli. Quando ero in Angola rimanevo a Luanda per quattro mesi e poi tornavo per un mese. Adesso, in Mozambico, resto un mese e mezzo e poi torno a Trieste per due settimane. I viaggi sono sempre molto lunghi e a volte avventurosi ma, alla fine, diventa un’abitudine.
Tornare a casa, tornare a Trieste, per me, è come venire in vacanza. Quando sono qui apprezzo la città per il momento di tranquillità che mi dà.”.
“Ma… se tu fossi africano, andresti via?”.
Un momento di silenzio, una breve riflessione e così mi risponde “Vedo cosa succede in Europa? No, ti rispondo, non vado via. Resto là.
Il potenziale africano è molto più elevato di quello europeo.
L’Africa non ha ancora incominciato a dare espressione a tutto ciò che ha, a tutto ciò che possiede.
E’ vero, il mio è un punto di vista privilegiato ma l’africano dovrà necessariamente cominciare a vedere in sé la forza e le capacità. Cultura, insegnare, spingere le persone a crescere ed emergere.
E’ l’Europa ad essere l’arancia spremuta. Non l’Africa.”.
“Una domanda ti devo fare, forse quella principale: esiste il mal d’Africa”.
Un breve sospiro precede la risposta “Sì… non saprei bene come definirlo ma… direi che… non torni più. Non so, ripeto, come definirlo, ma svegliarsi e trovarsi senza acqua, lavarsi quando capita e dove capita… le difficoltà, i disagi forti ai quali non siamo preparati e che non conosciamo neppure con l’immaginazione. Tutte cose queste che ti fanno scappare. E scappi. Ma poi… torni….
Tu mi stai per chiedere di interpretare l’Africa con una frase. Lo so che concludi le tue interviste in    questo modo. Ti dico… non ti scordar di me. Anche l’Africa, la sua gente si ricorda di te, di quello che tu hai lasciato, che hai fatto, che hai portato. Quando sono stato trasferito dall’Angola al Mozambico le manifestazioni di affetto sincero che ho avuto sono state commoventi.  Manifestazioni di affetto da parte di tutti, colleghi, vicini di casa, gente della zona, che ho conosciuto e che ho imparato a conoscere. Tutti. Quando capitava di tornare anche per pochi giorni li trovavo ad aspettarmi sotto l’albergo, per un saluto, per un momento di vicinanza. Sì… Africa, non ti scordar di me..”.
Tornare… partire e poi… tornare.
Un cerchio che non incontra mai un traguardo.
Muoversi e cercare, muoversi e conoscere, muoversi ed apprezzare, muoversi e rispettare è l’essenza del racconto di Paolo Silvestri.
Massimiliano d’Austria, immobile sul suo piedistallo, guarda quel mare, lì, vicino a piazza Cavana, minuscolo punticino nel mondo dove le etnie si incrociano.
E quel mare che ti collega al resto, che ti dà la direzione per andare e poi, nuovamente, tornare.
Ma quando sei tornato dall’Africa non sai più quale sia la direzione giusta.

Con mamma miradore
Paolo Silvestri con la madre, Anna Piccioni, in Angola nel 2015

NOTA: SI RIGAZIA  ANNA PICCIONI E PAOLO SILVESTRI PER AVER FORNITO LE FOTO, AVERLE CONDIVISE ED AUTORIZZATO LA  LORO PUBBLICAZIONE IN QUESTO BLOG.
LA FOTO PANORAMICA DI LUANDA E’ STATA TRATTA DAL SITO WWW. NIGRIZIA. IT.
LA FOTO RITRATTO DI PAOLO SILVESTRI E’ STATA REALIZZATA DA BIAGIO MANNINO E FA PARTE DEL SUO ARCHIVIO FOTOGRAFICO.
L’IMMAGINE DI COPERTINA “ONDE DEL MARE” E’ OPERA DI BIAGIO MANNINO.

L’Italia verso il referendum (parte 6): la paura fa… dire SI.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Nella scorsa puntata abbiamo analizzato alcuni aspetti di tipo comunicativo che, in particolare, si riferiscono sostanzialmente alla “vendita” del prodotto, ovvero, in questo caso, del “SI” o del “NO” alla riforma costituzionale.
Un altro metodo comunicativo fa ricorso alle sensazioni profonde, al sentimento nascosto che ci  induce poi a prendere decisioni, anche opposte al nostro punto di vista ma che se, ben gestito, ci porta nella direzione di  scelte volute… da altri.
Questo sentimento è… la paura.
Nei meccanismi comunicativi in ambito elettorale il messaggio tende ad essere estremamente semplificato poiché si parte dal presupposto che l’elettore non capisca o che, in ogni caso, non gradisca i “tecnicismi”.
Lo stesso termine “tecnicismi” è utilizzato proprio da coloro che, al contrario, dovrebbero spiegare nel merito i contenuti e, nel nostro caso, della riforma costituzionale.
Poiché il mezzo per eccellenza di comunicazione resta ancora oggi la televisione, esso non permette di ribattere a considerazioni fatte dagli esperti della materia. Ci si trova in un caso chiamato anche di “comunicazione ad una via” dove uno lancia un messaggio e l’altro lo recepisce senza però poter controbattere, esprimere opinioni, chiedere approfondimenti, dissentire.
Sebbene i social network intervengano in questa direzione, la loro diffusione è ancora troppo ridotta e, soprattutto non diffusa ad un pubblico in età avanzata.
Se poi teniamo conto che l’Italia è lo Stato più anziano del mondo… il risultato lo comprendiamo bene.
La paura diviene così l’elemento più semplice per convincere senza spiegare.
E così si incomincia a paragonare un’eventuale vittoria del “NO” alla Brexit dove le cose più drammatiche accadrebbero e rappresenterebbero un vero e proprio disastro… per l’Europa!
Distinguiamo le cose: la Brexit ha rappresentato l’interruzione di un percorso iniziato con un ampio numero di componenti, ovvero gli Stati membri dell’Unione Europea.
Un eventuale successo dei “NO” non comporterebbe alcuna modifica ad alcun percorso poiché, al massimo, tutto resterebbe come prima.
In questo caso il senso della paura punta a paragonare un evento, quello Britannico, che sicuramente ha avuto ed avrà ripercussioni (leggi su questo blog Effetto Brexit e Effetto Brexit 2), ma che nulla ha a che vedere con un percorso di modifica di una legge interna di un Stato.
La paura porta alla comparazione e gli interrogativi sui contenuti… passano.
Un altro elemento tocca in particolare le Regioni a Statuto Speciale: se la riforma non dovesse passare, si dice, il principio di autonomia sarebbe messo in discussione.
Nuovamente la paura, questa volta, di perdere qualche cosa. Ma… come si fa a perdere la specialità se la Costituzione non dovesse essere modificata?
Come si fa a perdere lo status se lo status resta quello di prima?
Il messaggio comunicativo, lanciato qualche mese addietro da parte del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, di lasciare incarico e politica in caso di insuccesso, colloca, anche questo, nel contesto comunicativo della paura.
I simpatizzanti, convinti o meno della validità della riforma, restano basiti all’ipotesi di perdere il leader e la domanda che si sente spesso è “Se non lui… chi?”.
L’Italia è una Repubblica di tipo parlamentare e non di tipo presidenziale. Questo implica che al centro non c’è “l’uomo” ma le istituzioni e, quindi, la personalizzazione dei processi politici non si inserisce nel contesto giuridico costituzionale italiano.
Infatti il Presidente del Consiglio italiano non è né un Premier né un Primo Ministro.
L’impressione è che, nel corso della campagna referendaria, sentiremo  poco parlare di contenuti e molto di conseguenze presunte.
Torniamo a porre il quesito con il quale ci siamo salutati la volta precedente: per favore, esperti televisivi, potreste spiegare i contenuti della riforma costituzionale? Non vi preoccupate dei “tecnicismi: gli italiani ci sono abituati…

Kugy, Ressel e Weyprecht.

Premessa:
Kugy, Ressel e  Weyprecht sono  solo tre delle numerose figure di illustri concittadini che hanno caratterizzato l’importante storia di Trieste.
Rappresentano quanto di meglio è stato raggiunto in quegli anni nel campo delle esplorazioni scientifiche, geografiche, naturalistiche, nel campo delle innovazioni tecnologiche e in  quello artistico della poesia,
La storia, estremamente malleabile, li ha posti in  quel malinconico luogo delle cose e delle persone dimenticate,
un po’ per effetti conseguenziali al tempo che passa, un po’ per la volontà dei cambiamenti.
Vero è che il tentativo di mantenerne il ricordo, o meglio, di ridestarne il ricordo li rende vivi e presenti nuovamente nella memoria estremamente eterogenea di questa città.
Biagio Mannino.

Kugy, Ressel e  Weyprecht.

(di Bruno Pizzamei)
Alcune considerazioni sull’articolo Strana città Trieste.
Trovo interessante e condivisibile l’articolo di Biagio Mannino: Strana città Trieste.
Mi voglio soffermare sui tre personaggi, non tutti ben conosciuti nella dovuta maniera a Trieste, citati nell’articolo: Kugy, Ressel e Weyprecht.
Kugy e Ressel sono ricordati a Trieste il primo con l’intitolazione di una scuola primaria, una via a Melara, un busto nel Giardino Pubblico, alcune rappresentazioni teatrali sulla sua vita, il secondo con l’intitolazione di una via nella Zona Industriale e di un sentiero naturalistico al confine con la Slovenia. Di Weyprecht si sa veramente poco, mi sembra che non ci sia nessun suo ricordo pubblico in città. Forse merita riportare dei tre una  breve biografia.

Julius Kugy

foto1Julius Kugy nacque il 19 luglio1858 a Gorizia. La madre Julia era figlia del poeta sloveno Johann Vessel mentre il padre Paul era carinziano ma si era trasferito a Trieste dove aveva fondato con un socio, Carlo Giovanni Pfeifer, una ditta di importazione di merci coloniali chiamata Pfeifer & Kugy.
Frequentò a Trieste il ginnasio e a Vienna si laureò in giurisprudenza, nel 1882. Visse a Trieste, sua patria d’adozione.
Nutrì sempre uno spiccato interesse  per la musica. Acquisì una spiccata educazione musicale, essendo stato avviato, tra l’altro, allo studio del pianoforte prima e dell’organo poi. Organizzò e diresse, in età più matura, il Coro Palestriniano.
Studiò i Lieder, espressione musicale del romanticismo tedesco, amò la musica di Wagner, di Schubert, di Bach e di Pierluigi da Palestrina.
Fece conoscere ai triestini alcune grandi opere musicali. Agli inizi del XX secolo donò alla chiesa cattolico-armena dei Mechitaristi di Trieste un organo che suonerà spesso alla domenica durante le celebrazioni.
In gioventù si appassionò alle montagne grazie ai numerosi soggiorni presso il  villaggio natale del padre, Lind, in Carinzia, vicino ad Arnoldstein.
Si interessò anche alla botanica e fu proprio da questa attenzione per la flora che aumentò la sua passione per la montagna. Egli iniziò infatti a percorrere le vie alpine alla ricerca di una rara quanto misteriosa pianta che si supponeva caratteristica delle Alpi Giulie, la Scabiosa Trenta.
Alla morte del padre si dedicò alla gestione dell’azienda familiare senza però trascurare l’alpinismo. Scelse di trascorrere buona parte della sua esistenza in montagna, almeno per ciò che gli consentiva la sua professione di imprenditore e commerciante.
Anche se ebbe modo di esplorare gran parte delle Alpi, dedicò la sua intera carriera alpinistica a scalare le vette delle Alpi Giulie, diffuse la loro conoscenza  e aprì non meno di 50 nuove vie assieme a guide locali.
Nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito austro-ungarico benché avesse 57 anni. Durante il conflitto, grazie alla sua vasta conoscenza del fronte dell’Isonzo, svolse il ruolo di Alpenreferent (consulente alpino), creando una scuola di roccia e fornendo preziosi consigli ai comandi dell’esercito.
Al termine del conflitto, ormai in età avanzata, smise di scalare e si dedicò completamente alla scrittura, pubblicando libri e scrivendo su riviste specializzate. Nel 1932 scrisse la propria biografia intitolata Arbeit, Musik, Berge – Ein Leben (La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti). Morì a Trieste, il 5 febbraio 1944.
Parlava correntemente il tedesco, lo sloveno e l’italiano e nutriva pari rispetto per tutte queste culture. Fu un vero rappresentante della vocazione internazionale della regione d’origine.

Josef Ressel

foto3Josef Ressel(Chrudim,29 giugno1793 – Lubiana,10 ottobre 1857) è stato un inventore, noto soprattutto per il perfezionamento dell’elica navale. Nacque a Chrudim (Boemia) da padre tedesco e madre ceca. Finì il liceo e la scuola di artiglieria a Linz. Nel 1812 venne ammesso all’Università di Vienna. Studiò medicina, meccanica, fisica e chimica.
Ressel nel 1820 si trasferì nel sud dell’Impero Asburgico e visse tra Trieste dove divenne vice mastro forestale del demanio per l’Illyria e Montona (Istria) dove fu sovraintendente delle foreste demaniali. Lavorò anche a Venezia presso l’Arsenale dove approfondì le sue conoscenze sull’impiego del legno nelle costruzioni navali.
Il suo programma di rimboschimento nelle terre meridionali dell’Impero salvò il patrimonio forestale delle Alpi orientali. Da sempre appassionato di mare e barche, a Trieste studiò il modo di velocizzare le navi.
foto4lavorò sulla nave Carolina, un vaporetto a ruote, a cui pensò di aggiungere un’elica. Dopo molti esperimenti, Ressel chiese nel 1826 il brevetto austriaco per l’elica per la propulsione navale che ottenne nel 1827.
Nel settembre 1828 stipulò con il ricco imprenditore Fontana un contratto per la progettazione e la costruzione della nave Civetta per il collegamento tra Monfalcone e l’Istria. Nelle sue varie prove il Ressel provò l’elica su una nave che poco dopo la partenza, alla velocità di 6 nodi si bloccò per problemi al motore imputati invece all‘elica. Perciò la sua invenzione fu trascurata e altri tentarono di modificare l’invenzione. Ressel ricevette i riconoscimenti per l’invenzione molti anni dopo. Morì il 10 ottobre 1857 a Lubiana.
Altri suoi brevetti furono la posta pneumatica e i cuscinetti cilindrici. Fu anche notevole studioso di foreste e programmi di rimboschimento.

Carl Weyprecht

foto5Carl Weyprecht(Darmstadt, 8 settembre1838 – Michelstadt, 29 marzo1881) è stato un esploratore e scienziato austriaco, ufficiale della Marina Militare austro-ungarica. Originario della Germania, acquisì la cittadinanza austriaca con pertinenza alla città di Trieste, dove risiedeva ormai da anni.
Eroe della battaglia di Lissa del 20 luglio 1866, dove fu insignito dell’Ordine della Corona Ferrea di III Classe, una delle più alte onorificenze dell’Impero. Nel 1866/1867 fu in Messico con la nave a ruota Elisabeth, per una missione di supporto all’arciduca Ferdinando Massimiliano, divenuto imperatore del Messico. Nel 1871 organizzò, assieme a Julius Payer, alpinista, esploratore e pittore austro – ungarico, una spedizione polare ricognitiva tra Spitzbergen e Novaja Zemlja. Nel 1872-1874 comandò la Spedizione Polare austro-ungarica con Julius Payer comandante delle esplorazioni su terra, che porterà alla scoperta della Terra di Francesco Giuseppe.
Fu la prima spedizione polare a comprendere marinai dell’Adriatico (triestini, istriani, fiumani e dalmati), e con lingua ufficiale l’italiano. Protagonista della spedizione fu la nave Admiral Tegetthof. Questa nave fu ideata da Weyprecht, che le dette un profilo dello scafo tale da farla “galleggiare” sul ghiaccio, anziché venirne stritolata.
Weyprecht è conosciuto soprattutto per le sue esplorazioni polari, e per l’ideazione dell’Anno Polare Internazionale del 1882-1883, considerato l’atto di nascita della ricerca scientifica internazionale (progetti scientifici realizzati in collaborazione fra gli stati).
L’idea di una ricerca scientifica internazionale, varata nel 1882-1883, ebbe un seguito con le esplorazioni in Antartide del 1901-1903, l’Anno Polare Internazionale 1932-1933, l’Anno Geofisico Internazionale del 1957-1958 e, infine, con i concomitanti e collegati Anno Polare Internazionale, Anno Eliofisico Internazionale, Anno Internazionale del Pianeta Terra e Anno Geofisico Elettronico Internazionale, svoltisi nel periodo del 2007-2009.
Trascorse molti anni della propria vita a Trieste della quale si sentì,  appartenere profondamente e ne fu considerato cittadino. Morì di tubercolosi, conseguenza della spedizione polare del 1872-1874, nel 1881.
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Suggerimenti per approfondire:
– Julius Kugy
La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti
EUROGRAF Tarvisio 2011
– Enrico Mazzoli
LA GUERRA DI KUGY
Luglio editore Trieste 2014
– Aldo Rambanti
Josef Ressel Un Leonardo di casa nostra
Edizioni Italo Svevo Trieste 2007
– Enrico Mazzoli
TRIESTE FRA I GHIACCI
Luglio editore Trieste 2012

L’Italia verso il referendum (parte 5): logiche comunicative.

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Ormai è chiaro! Nessuno capisce niente del referendum! Neanche i protagonisti dei talk show televisivi!
Non c’è altra risposta al nulla che emerge dai pochi dibattiti che il sistema mass mediatico dedica all’avvenimento.
Se i portatori del “NO” hanno qualche cosa in più, quelli del “SI” si trovano a ripetere in coro sempre le stesse (poche) cose puntando esclusivamente sugli aspetti economici e, in particolare, sul risparmio che deriverebbe dalla riduzione dei componenti del Senato.
E’ vero che, in un’epoca in cui i soldi sono pochi, parlare di risparmio piace agli italiani.
In particolare piace quando, quel risparmio, lo si fa nelle tasche dei politici, i quali, a loro volta, sono l’immagine della politica, la quale, a sua volta, non gode assolutamente di alcuna stima e rispetto, appunto, in questa epoca, a causa proprio… dei politici.
L’idea di ridurre il numero di questi emerge sempre come una sorta di soluzione semplice e veloce quando un sistema entra in crisi.
“A cosa servono tutti questi parlamentari” e poi “ E tutti questi partiti?”. Espressioni spontanee che derivano da legittimi malumori derivanti dalla gestione, per così dire, “allegra”, della cosa pubblica.
La domanda allora è legittima: A cosa servono i Parlamentari?.
Il percorso di democratizzazione della società inizia  da quella “separazione dei poteri” quando il sovrano deteneva nelle sue mani tutto. Infatti la concezione dello Stato era vista come una proprietà del monarca e i cittadini erano i suoi sudditi.
Con la nascita delle Costituzioni e dei sistemi parlamentari, è il concetto di Assemblea ad assumere la posizione di centralità e il popolo diviene sovrano incaricando una parte di sé stesso a rappresentarlo.
L’Assemblea legifera ed autorizza il Governo ad eseguire il proprio lavoro.
Se i Senatori calano di numero, la rappresentanza dei cittadini cala a sua volta. Di conseguenza, passando da 315 a 100 il numero di questi ultimi, le aree geografiche del territorio italiano avranno una rappresentatività inferiore di ben 2/3 rispetto a prima.
E così, essendo il nuovo Senato investito dell’incarico di occuparsi della materia “Unione Europea”, la rappresentatività di alcune aree del Paese sarà decisamente inferiore ed andrà a colpire, in particolare,  le aree di confine, che più delle altre, necessitano di relazioni internazionali.
Il percorso di comprensione di un sistema complesso, come quello di una riforma costituzionale, passa per un altrettanto sistema complesso che vede l’unione di elementi giuridici, economici, finanziari, sociali, comunicativi e che, per semplificare, possiamo far rientrare in un unico contenitore chiamato “politica”.
Nelle logiche comunicative, di tipo politico, il sistema per convincere il proprio “cliente”, ovvero l’elettore, segue gli stessi principi della pubblicità commerciale, dove, per vendere il prodotto, che esso sia un barattolo di pomodori o un telefono, se ne esalta la presunta qualità ma, soprattutto, il prezzo.
E qui il percorso ci mostra una vera e propria celebrazione, altrettanto presunta della qualità, senza però scendere nei particolari, dandola per scontata, mettendo al centro di tutto il prezzo conveniente, ovvero il risparmio derivante dal numero decisamente inferiore dei Senatori. Questo è causa però, di minor rappresentatività del cittadino e di riduzione della sua sovranità, poiché, al momento, i Senatori non saranno eletti ma delegati dalle Regioni.
Torniamo al punto di partenza: cari partecipanti ai dibattiti televisivi, potreste, per favore, spiegare qualche cosa della riforma costituzionale?

Grazie!

Cari lettori,
c’è solo una parola con cui vi posso esprimere la mia personale soddisfazione per il successo ottenuto dalla pubblicazione del post “Strana città Trieste”: grazie!
Grazie per aver letto così numerosi questo articolo, concepito col fine di dare una visione obiettiva non solo alla storia ma anche all’essenza stessa di questa città,
Grazie a quei 6000 lettori che, in meno di 24 ore, hanno visualizzato il blog, dall’Italia e da tantissimi paesi in tutto il mondo: dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dal Giappone, dall’Australia, dagli USA, dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Serbia, dal Marocco, dal Sud Africa e, ancora, da tantissimi altri stati.
Un risultato questo che invita ad una riflessione attenta sulla sostanziale esigenza di trattare questo argomento senza alcun spirito polemico ma sicuramente in modo attento e preciso,
Questo blog, Il vento di nord est, continuerà ad essere fedele ai suoi principi ispiratori ovvero quelli di affrontare in modo aperto    le tematiche sociali, storiche, politiche e tutto ciò che può riguardarci.
Biagio Mannino
http://www.ventodinordest.wordpress.com
ilventodinordest@gmail.com

Strana città Trieste.

(di Biagio Mannino)
E’ una strana città Trieste.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.
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Trieste e i suoi palazzi imponenti, le piazze e le vie, le chiese di tutte le religioni ben evidenziano quel passato che la portò fino ad un certo punto,  quando gli eventi della storia implosero su Vienna, Budapest, Praga e… Trieste.
In cento anni la memoria di tutto ciò è divenuta gradatamente un vago ricordo. Quasi estranei sembrano quei volti in quelle vecchie foto ingiallite dal tempo che mostrano la vivacità di quegli anni.
Volti quasi di stranieri, di gente che non si riconosce più, che quasi sembrano non appartenere alla città.
“Quando c’era l’Austria…” o “gli austriaci fecero…” sono solo alcuni esempi di espressioni che indicano un passato che non si avverte come proprio.
E’ vero che dopo il 1918 tanto è cambiato. Non solo per Trieste ma per tutto l’Impero Austro Ungarico. Si è conclusa  un’epoca in modo definitivo, l’epoca degli Asburgo, dei valzer, delle operette, dei cappelli a cilindro, delle carrozze a cavalli, degli orologi da taschino e l’Austria e l’Ungheria di allora non ci sono più.
Gli imperi centrali hanno perso la Grande Guerra ma l’Austria – Ungheria l’ha persa di più.
E dopo il 1918 a Trieste il fascismo, le leggi razziali, nuovamente la guerra, la Risiera, le foibe, la Jugoslavia, il Governo Militare Alleato  e… tanto, tanto ancora. Troppo per non lasciare il segno,troppo per non iniziare a dimenticare,  troppo per non cancellare tutto.
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Strana città Trieste, che ricorda Cadorna e ignora quasi del tutto Kugy, Ressel e Weyprecht, che celebra i Volontari Giuliani e dimentica  i quarantamila che combatterono nelle fila dell’esercito di Francesco Giuseppe.
Sì, strana città Trieste, dove la gente si considera non uguale all’altra gente ma vuole distinguersi; lo sloveno dal croato, il meridionale dal settentrionale, il greco dal serbo, l’ebreo da tutti gli altri, l’italiano prima di tutti, i cinesi trasparenti, i medio orientali con i volti arrabbiati, i senegalesi dal sorriso interrogativo, e poi gli istriani.
“I triestini sono così”, “i triestini non hanno voglia di lavorare”, “i  triestini non fanno nulla”… dicono gli altri.
Ma… chi sono questi triestini?
Se sono quelli delle foto, di quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto, beh, quelli non sono triestini perché… erano triestini.
Allora forse i triestini sono ancora qui, tra noi. Ma se sono tra noi, dove sono?
Forse forse, vuoi vedere che, i triestini sono… gli sloveni, i croati, i serbi, i meridionali, i settentrionali, i greci, gli ebrei, i senegalesi, i cinesi, i medio orientali e gli istriani?
E’ paradossale allora, ci troviamo a guardarci intorno e a vederci e scoprirci tutti uguali, tutti triestini.
Quei palazzi, quelle piazze, quelle vie diventano improvvisamente più nostre, perché è proprio qui il punto: tante radici, una radice.
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E allora quella diversità diviene unità e quella diversità diviene appartenenza e quella diversità diviene identità.
Strana città Trieste, cinquecento anni di storia con l’Austria e poco meno di cento con l’Italia. Nazionalisti e nostalgici a volte addirittura coincidono e in quel caffè o nell’altro celebrano ora Nazario Sauro ora Maria Teresa.
“Tuo nonno ha combattuto in Ungheria” sussurrava la madre al figlio, quasi vergognandosene. Ma quella memoria, quella della propria famiglia, quella della propria storia avvertiva quasi inconsciamente che non doveva essere perduta.
E se questo accadeva fino a pochi anni fa, oggi spuntano da ogni parte documenti, immagini e testimonianze di ogni tipo che non più timidamente si fanno sentire, quasi gridando la loro presenza, ieri e soprattutto oggi.
Strana città Trieste che con l’arrivo di settantamila istriani dopo la seconda guerra mondiale ne ricorda la storia e ne dedica musei e monumenti ma tende a dimenticare quei trentamila triestini che  lasciavano la città per mete ben più lontane come l’Australia e il Sud America alla ricerca di ricominciare una vita devastata dalle scelte politiche post 1918.
Stana città, sì, Trieste, dove i figli e i nipoti di quei settantamila istriani non vogliono saperne  delle loro vicine origini e dove quelli di allora si ancorano nei ricordi e nelle contrapposizioni quasi a volere isolare “l’altro” ma finendo per isolare sé stessi e gli altri.
Ma come fa un italiano a capire cosa sia questa città, come fa a capire quando neppure chi la spiega ha compreso qualche cosa perché lui stesso è figlio di un percorso caotico di rimozione del ricordo, del ricordo di quei volti di triestini in quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto?
E i ragazzi cinesi, i ragazzi senegalesi e tutti quei giovani che arrivano da tutti i luoghi del mondo, così come arrivavano nel ‘800 a creare la città, oggi, cosa sanno della loro città?
Strana città Trieste…
Nota: le immagini in questo post sono tratte dall’archivio ArFF: Collezione Bruno  Pizzamei. Si ringrazia il Professore Bruno Pizzamei per la condivisione e per aver autorizzato la pubblicazione delle foto.
La foto in copertina è di Biagio Mannino.

L’Italia verso il referendum (parte 4).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
In cosa si differenzia la Costituzione riformata da quella vigente?
Attraverso un percorso comunicativo alquanto discutibile, si sostiene che la riforma sia indirizzata, se non esclusivamente, almeno in gran parte al Senato.
In realtà è l’intero assetto della seconda parte del testo costituzionale ad essere modificato poiché, il principio base del bicameralismo perfetto viene trasformato in un bicameralismo del tutto asimmetrico con un forte sbilanciamento a favore della Camera dei Deputati.
Di conseguenza, se osserviamo che il sistema parlamentare italiano si basa proprio su un sistema di pesi e contrappesi, è assolutamente riduttivo definire con l’espressione “riforma del Senato” l’iter intrapreso.
Vediamo, in modo schematico, cosa cambia:
COSTITUZIONE VIGENTE:
  1. Sistema bicamerale perfetto (le due Camere hanno funzioni medesime tra le quali la funzione legislativa e la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo).
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 315 membri.
COSTITUZIONE RIFORMATA:
  1. Il bicameralismo è assolutamente imperfetto.
    La funzione legislativa è di pertinenza della Camera dei Deputati, la quale esercita la funzione di dare e togliere la fiducia al Governo.
    Il Senato si occupa di materia regionale e di relazioni con la UE.
  2. La Camera dei Deputati ha 630 membri.
  3. Il Senato ha 100 membri.
La riforma è molto più articolata e complessa ed affronteremo questi aspetti successivamente così come gli aspettti legati ai Senatori a vita ed i Senatori di Diritto a vita.
Intanto occorre riflettere su questi primi punti.
Mentre nella Costituzione vigente le leggi vengono approvate dalle due Camere, seguendo un iter sì complesso ma voluto a garanzia e tutela dei cittadini, nella Costituzione riformata le leggi sono di pertinenza della sola Camera dei Deputati. Questo velocizza il percorso di approvazione ma toglie una funzione di controllo tra le due Camere.
Analogamente quel rapporto che si instaura tra il potere legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo), basato appunto sulla fiducia, diviene pertinenza della sola Camera dei Deputati la quale vede in sé concentrata la funzione legislativa e la capacità di “fiduciare o sfiduciare” il Governo.
Se le metodologie di una visione della politica sempre più globalizzata impongono la dinamicità, analogamente, le esigenze di garanzia impongono la presenza di elementi che costituiscano dei punti di sostanziale equilibrio tra i poteri.
In questo caso il forte sbilanciamento non trova alcun “salvagente”.
Nei sistemi monocamerali o bicamerali imperfetti presenti nel mondo, le limitazioni sono date dalla legge elettorale che, quasi sempre, è di tipo proporzionale.
Nel caso specifico della riforma costituzionale italiana è affiancata una legge elettorale, l’Italicum, che dà un premio di maggioranza alla lista che ottiene il 40% dei consensi alle elezioni o, in alternativa, vince il ballottaggio successivo.
Questo implica che sia la fiducia al Governo che la capacità di fare le leggi diviene esclusiva pertinenza di una forza politica unica e ciò implica una mancanza di punti di equilibrio.
Se consideriamo poi che i componenti del Senato verranno delegati dalle Regioni in attesa di una legge che ne regolamenti l’accesso, è facile intuire che la sovranità popolare sancita dal secondo comma dell’art. 1 è messa fortemente in discussione.
Vero è che un sistema di questo tipo collocherebbe l’Italia come tra le nazioni più rapide nella capacità decisionale ed esecutiva. Ma un dubbio si pone: l’Italia è matura per un sistema di questo tipo, sostanzialmente slegato da vincoli, quando sistemi ben più antichi e consolidati, come quello degli USA, hanno punti di equilibrio e contrappesi?

L’Italia verso il referendum (parte 3).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
La modifica di una Costituzione lascia immaginare che questa venga fatta per modernizzarla, renderla semplice nell’interpretazione, agile nell’applicazione, contemporanea e, quindi, al passo con i tempi.
Poiché, come abbiamo detto nella prima puntata, una Costituzione è la  norma base di riferimento dell’ordinamento giuridico di uno Stato, questa deve necessariamente fissare dei punti e contemporaneamente avere delle caratteristiche di programmaticità per il legislatore.
Cosa significa tutto ciò?
Significa che la Costituzione dà delle indicazioni ed all’interno di queste il legislatore si muove.
Di conseguenza le Costituzioni più sono brevi e maggiore è il livello di agilità di uno Stato, più sono lunghe è maggiore è il livello di rigidità in cui lo stesso si trova.
Una Costituzione si definisce lunga quando ha un numero consistente di articoli che la compongono.
E’ altrettanto lunga una Costituzione che, pur composta da un numero ridotto di articoli, sia caratterizzata da una complessa  interpretazione di questi, dovuta proprio alla loro singola lunghezza.
In definitiva l’efficienza di un testo costituzionale è dato dalla più semplice interpretazione possibile.
La Costituzione Italiana non è considerata lunga e non è neppure tra le più brevi.
Si pone, con i suoi 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali (nella versione del 1948, 134 articoli dal 2001) come un testo di sicura e buona agilità. Sarebbe sufficiente… applicarla.
Sul tema dell’applicabilità torneremo successivamente. Intanto osserviamo come la riforma dovrebbe, secondo quanto detto, semplificare la Costituzione figlia dei Padri Costituenti eletti dal popolo italiano il 2 giugno 1946.
Secondo il principio sopra espresso è facile immaginare che si sia raggiunta quanto meno una semplificazione interpretativa del testo ed invece, nonostante la riduzione a 131 articoli,… così non sembra.
Un esempio è ben rappresentato dall’art. 70 che è possibile leggere nell’immagine (figure  A e B).
(Nota per la lettura: a sinistra il testo dell’attuale  Costituzione del 1948, a destra il testo della riforma 2016 – fig. A e B)
fig A rif cost art 70
fig B rif cost art 70
Come è possibile notare non solo la lunghezza aumenta in modo considerevole ma anche l’interpretazione diviene complessa, non evidentemente chiara, fonte di differenti valutazioni e questo di conseguenza, porta non ad uno snellimento bensì ad un irrigidimento della comprensione e dell’applicabilità del funzionamento dello Stato.
Il problema che si pone è evidente già nell’immagine visiva del testo riformato.
La necessità che la lettura di una Costituzione richiede è quella di dare un messaggio che non crei situazioni conflittuali nell’interpretarlo e sia evidente nei contenuti e nelle indicazioni.
Nel caso dell’art. 70, in particolare, viene trattata la funzione legislativa.
Non possiamo dimenticare che alla base del principio di democrazia c’è proprio la funzione legislativa che, accanto a quella esecutiva e giudiziaria, rappresenta la così detta separazione dei poteri.
Ed è qui che la riforma mostra un punto di debolezza poiché nell’esprimere quei contenuti fondamentali mostra complesse articolazioni quando invece è la semplificazione ad essere strutturalmente fondamentale.
Cari lettori, siamo solo agli inizi di un percorso analitico della riforma costituzionale 2o16
sotto gli aspetti non solo giuridici ma anche politici.
Vi invito perciò a continuare a seguire queste “pillole” informative.
Nota: i testi delle fig. A e B sono tratti da: Riforma  costituzionale. Testi a confronto. – edito da PD – Partito Democratico – Genova.

L’Italia verso il referendum (parte 2).

di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Cari lettori, a distanza di una settimana dalla pubblicazione del primo post dedicato alla riforma costituzionale 2016, vi presento oggi la seconda parte di questo percorso a tappe verso il referendum confermativo il quale, come ben saprete, non ha ancora una data definita. Si parlava di ottobre, adesso di novembre.
Nella puntata precedente ci siamo posti alcune domande, per così dire, di base.
Oggi parleremo delle motivazioni che spinsero i Padri Costituenti a scrivere il testo tuttora vigente, pur con qualche modifica apportata nel tempo, e le motivazioni che hanno spinto il PD ed il Nuovo Centro Destra, con l’appoggio anche di altri, a modificarlo radicalmente nella sua seconda parte.
Il 1946 rappresenta, per la storia italiana, un punto di svolta.
L’esito del referendum trasformò l’Italia da una Monarchia in una  Repubblica in un momento storico dove le ideologie politiche erano fortemente divergenti e la conclusione della seconda guerra mondiale lasciava un’Europa distrutta in un sostanziale terreno di ipotetiche e possibili contrapposizione tra quelli, che poi, sarebbero divenuti i due blocchi storicamente riconosciuti: l’ovest, sotto l’egemonia degli USA e l’est sotto quella dell’URSS.
In definitiva la guerra fredda trovava in Berlino la sua immagine e nella Cortina di Ferro, che, come diceva Churchill, scendeva da Stettino sul Baltico a Trieste sull’Adriatico, la sua concretizzazione.
In questo caotico scenario quegli uomini e quelle donne, eletti il 2 giugno 1946, si trovarono a lavorare assieme, con ideologie ed appartenenze politiche assolutamente differenti con un solo obiettivo: mai più come prima, dove per “prima” si intendeva l’esperienza fascista.
La nuova Italia doveva garantire sì i doveri dei cittadini ma soprattutto tutti quei diritti che il regime autoritario e la condizione monarchica, aveva precedentemente caratterizzato la vita degli italiani.
Se l’art. 1 al I comma, sottolinea con forza che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il II comma dice che “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Di conseguenza il principio di Res Pubblica trova un rafforzativo nel concetto di democrazia e ulteriormente evidenziato dall’appartenenza della sovranità al popolo. Il tutto recitato dall’art. 1 come in una sorta di apertura del testo costituzionale.
La Costituzione tutela tutti e i diritti di tutti proprio per opporsi al tragico recente passato ed entrare in un percorso nuovo.
Ma la garanzia di democraticità è data anche dal funzionamento dello Stato che deve consentire la partecipazione dei cittadini in tutti i suoi settori incluso quello politico.
Il voto diviene lo strumento primo nell’esercizio di questo diritto e la garanzia è data dall’equilibrio in cui gli organi dello Stato si trovano ad essere, ad incominciare proprio dal… bicameralismo perfetto.
E’ il bicameralismo perfetto ad essere la tutela del controllo di quello che è, non dimentichiamolo, l’istituzione sovrana, dotata del potere legislativo e di quello di consentire all’esecutivo, il Governo, appunto, di governare.
Il Parlamento si auto controlla attraverso il bicameralismo perfetto e consente o meno al Governo di Governare: un equilibrio tra poteri.
Il 1989, così come il 1946, rappresenta una svolta nel panorama politico globale.
Il 9 novembre 1989, sotto i colpi dei picconi del popolo tedesco, quel muro, il muro di Berlino, simbolo della divisione europea post seconda guerra mondiale, crolla ed apre la via non solo a quella che diverrà l’Unione Europea, ma alla completa ridistribuzione dei punti di equilibrio nel contesto globale.
Non più USA ed URSS ma USA, Russia, UE, Cina, Giappone, India.
Un contesto dove è la finanza a diventare egemonica a tal punto da far riflettere sull’effettiva concretezza della forza delle sovranità degli Stati e il caso Grecia ci invita a riflettere.
In un contesto globalizzato anche gli Stati si trovano nella necessità di doversi modernizzare, o quanto meno attrezzare ad affrontare le sfide del nuovo millennio.
Il punto interrogativo è rappresentato proprio dalle Costituzioni  poiché in molti casi si rivelano più un ostacolo che un vantaggio difronte all’energica capacità del business internazionale.
In Italia si discute e si discute molto sull’opportunità di affrontare un rinnovamento del testo costituzionale al fine di renderlo più agile.
Tuttavia il cittadino deve essere consapevole di cosa significhi modificare una Costituzione in nome di una competitività internazionale e, inoltre, se le modifiche apportate vadano in quella direzione.
Molte sono le considerazioni dei promotori del SI alla riforma. Tutte però non forniscono alcun senso di soddisfazione ma portano ad una sorta di minimo appagamento di fronte al cambiamento: purché si cambi… va bene tutto.
Attenzione però che, una volta cambiata, il ritorno indietro non è possibile e i vantaggi o gli svantaggi non sono assolutamente assicurati.
Non dimentichiamo che… nulla è gratis!

L’Italia verso il referendum (parte 1).

(di Biagio Mannino – Giornalista  – iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione).
Inizia con questo post un percorso, per così dire, a puntate, dedicato al referendum confermativo della riforma costituzionale 2016.
E’ questo il tentativo di dare risposta alle numerose richieste giunte e nella speranza di chiarire i contenuti di una riforma che, al momento, non sono trattati in modo adeguato.
Un percorso, come detto, a puntate, in modo da, passo dopo passo, avere un’immagine complessiva, giuridica e politica, di quanto accade.
Incominciamo dall’inizio: cos’è una Costituzione?
Una Costituzione è la norma base di un ordinamento giuridico di uno Stato, il punto di riferimento. Per semplificare, potremmo dire che la Costituzione è “il libretto di istruzioni di uno Stato”.
La Costituzione italiana viene considerata, non a torto, se non la, una delle più belle del mondo, dove, con l’espressione “bella” si indica non solo un gusto estetico ma anche un insieme di elementi che la rendono completa nell’espressione sia dei diritti, dei doveri e del funzionamento dello Stato di cui tutti i cittadini fanno parte.
Come nasce la Costituzione?
Era il 2 giugno del 1946 quando gli italiani votarono per delegare 556 uomini e donne, dando loro l’onore e la responsabilità di traghettare un’Italia distrutta dalle vicende belliche verso uno Stato democratico, moderno ed adatto ad inserirsi nel nuovo assetto internazionale.
La Monarchia era stata sconfitta nel referendum e la Repubblica nasceva in un clima sicuramente incerto ma ricco di volontà di fare bene.
Il 22 dicembre 1947 il testo costituzionale venne approvato, il 27 dicembre promulgato e, il primo gennaio 1948, entrò in vigore.
I Padri costituenti erano rappresentanti della società italiana, in tutte le sue articolate e contrastanti manifestazioni. Rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista, del Partito Socialista, e tutte le altre forze politiche, pur eredi della tormentata storia recente, pur nella dura contrapposizione, collaborarono ed accettarono il dialogo per arrivare al documento finale: la Costituzione della Repubblica Italiana.
E’ una Costituzione vecchia quella italiana?
Se per “vecchia” si intende l’età, la Costituzione italiana ha 68 anni.
Verrebbe da chiedersi se all’età di 68 anni si sia “vecchi”, “anziani” o altro. Giudichino i lettori. Il fatto è che non è l’età di una Costituzione a sancirne la validità quanto i suoi contenuti e, in merito a questo, la Costituzione italiana, ne ha moltissimi che guardano, ancora oggi, non solo al presente ma anche al futuro.
Un esempio? L’art. 9 che tutela il paesaggio. Oggi più che mai, un’esigenza fondamentale.
Come si modifica la Costituzione?
Lo dice la Costituzione stessa, all’art. 138.
Un percorso lungo e difficile, voluto proprio per garantire che i contenuti e l’assetto di sostanziale equilibri tra i poteri, fosse garantito e difeso.
Di fatto la Costituzione si modifica iniziando da una delle due Camere, Camera dei Deputati o Senato. Dopo l’approvazione nella prima delle due Camere si passa alla seconda che se approva le modifiche, consente di proseguire con l’iter.
Questo prevede una pausa, di tre mesi, dopo la quale si torna alla prima Camera e, questa volta, la riforma deve essere approvata almeno a maggioranza assoluta così come deve avvenire nella seconda Camera.
Se tutto ciò accade, entro tre mesi deve essere effettuata la richiesta per un referendum al quale sono chiamati tutti i cittadini i quali confermeranno o meno le modifiche.
Se confermeranno la riforma è completata, se non confermeranno la Costituzione non verrà modificata e tutto resterà come prima.
Tutta la Costituzione italiana è impostata su un criterio logico: se una riforma viene approvata con una maggioranza assoluta ma non qualificata ( i 2/3 dei componenti), in nome della rappresentatività del popolo, il referendum diviene l’espressione della volontà di coloro che non sono rappresentati nella volontà del cambiamento.
Essendo la Costituzione la “legge di tutti”, l’abbinamento doppio percorso parlamentare più referendum diviene il completamento dell’iter con il coinvolgimento di tutte le parti: delegati e deleganti.
Cari lettori, vi invito a leggere la prossima puntata di quello che non è un romanzo ma un tentativo, schematico, di orientamento alla riforma.