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Riflessioni triestine.

dusegno
“Trieste” di Nada Frastor

 

L’articolo “Strana città Trieste”, continua, a distanza di mesi dalla sua pubblicazione, a destare interesse.
Moltissime sono le visualizzazioni che ormai sono giunte a quota 20.000 in ogni angolo del mondo. E moltissimi sono i messaggi di gradimento che ormai sembrano rappresentare una voglia di raccontare ed esprimere una parte di storia, quella personale, che poi altro non è che la storia di Trieste, città ferita più e più volte e che con il tempo ne è divenuta inconsapevole ma sempre con la presenza di un’impercettibile malinconia.
Raccontare e ricordare, sembra essere la via per una presa di coscienza di sé. E così, in questo post, potrete leggere due scritti, tra tanti che mi sono stati inviati, particolarmente significativi.

Biagio Mannino.

Solo due riflessioni…
di Nada Frastor.

…vivo in una terra…
…dove le chiese…hanno l’aspetto di altre terre…
…dove le lingue …si mescolano ai dialetti…
…dove le sbarre del confine…non fermano la gente…
…e le loro culture…
..mentre …ci sono sbarre che non hanno confine…
…una terra dove tutto sembra immobile e tutto si muove…
…luogo di nazionalismi…e di grande apertura…
… teatro e la cultura sono ai primi posti…
..ma alcuni dicono frasi…come …
…noi qui…
…terra…fatta di mare…carso…montagne ..viti….
… gonne orientali…che affiancano borse di plastica…
…piene di speranza…
… donne che affollano i caffè…
…come un luogo di quotidiano incontro…di libertà…
..mentre…si fa a gara per lavare piatti…
…avvolte nel nero mantello dell’abuso…
..terra che… ferma nei ricordi …
.. sembra una dama…
…quando mostra le sue luci nelle splendide piazze…
..ma subito … incontri la ragazzina che è in lei..
….appena sali sul tram….e scopri…
…il carso..
…sanguigno come il sommacco…. candido come la roccia….
…verde come la speranza…
…contrasto di colori … forme …e culture…che unite sono armonia…
….terra…dove posso incontrare…i volti di molte terre….
…e pietre che ricordano…
…gente vissuta…venuta da lontano…
…come le onde che si infrangono sul molo…
…ognuna simile …ognuna diversa nella similitudine…
…a dare e togliere…
nada…
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1958 Redipuglia….
…piccola grembiule bianco..fiocco blu..
..la bandiera tricolore sventola accanto a me..
..di fronte..una scalinata..enorme..
..troppo alti quegli scalini ..a che servono..
..ci sono corpi morti..dentro..
..allora la gola si stringe..
..le lacrime affiorano..
..i sentimenti profondi….e altrettanto fuggenti..
come solo quelli di una bambina possono essere..
..affiorano..
..ti fanno sentire grande..
..la musica si diffonde..
..inni..
..parole..
commozione..
..cantiamo ..i morti..
..ti insegnano la fierezza dell’essere italiana..
..quei morti..li immagini..
..ricordi i racconti..
..la storia..che ti hanno insegnato..
..e ti senti importante nell’essere li..
..commemorarli..
..si gli sguardi adulti ti controllano..
..e tu..
controlli il sorriso che vorresti dare ..
..a chi ti e’ accanto..
..non e’ il momento..
.. senti..il peso di quegli italiani..
..morti ammazzati ..
..per me..
……………………me…..
……otto anni..
..ti senti emozionare..e canti l’inno…………….
……..ripensi a quei cattivi che li hanno uccisi..
..si cattivi…
……………………cattivi…………….
….all’improvviso………….
nonno piero…..lui io so..lui..
..non era cattivo..
…ma nel 1914..viveva qui in questa terra..
..e stava dall’altra parte..
..confusa..canti…e piangi ora di piu’..
..di piu’..
..ora …
…so..
..erano tutti vittime..
..dell’imbecillita’ umana..
..nascosta tra le bandiere..
.. gli inni ed il potere..
..oggi dico a te..
……..bimbo che non hai nome ..
..che non hai terra….
…che non hai religione…
..rifiuta la bandiera…
.che vorra’ asciugare…
.le tue lacrime.
…nada…

Gli effetti dell’eventuale riforma del Senato peseranno o gioveranno per…. la “minoranza” triestina del Friuli Venezia Giulia?

(di Biagio Mannino)

 

Il percorso verso il 4 dicembre, giorno del referendum, continua e molte sono le domande che vengono poste da commentatori, analisti, opinionisti e da tanti altri ancora.
Interrogativi tutti assolutamente degni di interesse: come si è arrivati a modificare in questo modo la Costituzione? C’era l’effettiva esigenza di farlo? Come potrebbe cambiare l’Italia? Cosa potrebbe accadere se vincessero i “NO”? E cosa se vincessero i “SI”? Ci sarebbe un vero rinnovamento? Ci sarebbero rischi per la democrazia? La partecipazione  alla vita politica aumenterebbe o calerebbe?
Sono queste solo alcune delle tante richieste che, cittadini di tutte le età, dai più giovani ai più anziani, pongono e si pongono, desiderosi di vedere soddisfatta la loro naturale voglia di sapere, di conoscere, di essere titolari a tutti gli effetti di quel diritto – dovere rappresentato dall’esercizio del voto.
Valori, principi, tecnicismi… elementi di partecipazione politica, incisivi e tanto importanti quanto il significato di politica stessa, ovvero quell’arte del possibile necessaria per il buon funzionamento della cosa pubblica.
E gli effetti, quelli sul territorio?
L’Italia è uno Stato che per ragioni storiche, geografiche e culturali ha in sé un’eterogeneità che impone valutazioni legate proprio alle molteplici e diversificate realtà locali.
Difficile è accomunare le conseguenze che la riforma Costituzionale potrebbe avere senza tener conto della complessità e varietà del territorio.
Conseguenze che non sono le stesse per la Sicilia e la Valle d’Aosta, che non sono le stesse per Palermo  o… Trieste.
Trieste, per caratteristiche non solo urbanistiche ma anche per quelle storiche e sociali, rappresenta, di fatto, l’unica città del Friuli Venezia Giulia.  Nonostante il suo importante  ruolo, a causa di tutte quelle vicende legate al ‘900, che i triestini, e possiamo dire, ormai, solo loro,  ben conoscono, si è trovata privata di tutto, della sua storica provincia, del suo naturale retroterra, della sua primaria posizione economica, commerciale, finanziaria, di tutte quelle persone che dal circondario guardavano questa città come punto di riferimento e come è logico che sia per tutte le realtà urbane con le caratteristiche, appunto, di Trieste,
Una sorta di Berlino del Mediterraneo, circondata non da un muro ma da un confine a pochissimi chilometri dalla sua periferia, stretta in quel caotico intreccio politico chiamato “guerra fredda”.
Oggi le cose, in parte, sono cambiate. I confini sono (al momento) liberi e quel senso di soffocamento sembra essere passato.
Il termine forse corretto per Trieste oggi è “potenzialità”. Sì, potenzialità.
Di fatto una sorta di minima ripresa si accompagna alla  considerazione di una riacquistata posizione di centralità europea, nel punto di incontro di quella Europa non più definibile come occidentale o orientale ma, semplicemente, Europa. E poi su quel mare, il Mediterraneo, crocevia in cui tre continenti si bagnano.
Ma potenzialità non significa realizzazione.
In questo caso la funzione della politica è quanto mai fondamentale e decisiva, così come è importante il ruolo dei rappresentanti locali, tra i quali, i Senatori.
Al momento attuale il Friuli Venezia Giulia conta 7 Senatori ma, se la riforma Costituzionale dovesse essere approvata al referendum, il numero passerebbe a 2.
Due Senatori, per tutto il Friuli Venezia Giulia.
Uno dei punti di forza maggiormente valorizzato, nel corso dei dibattiti, è rappresentato dalla riduzione del numero dei componenti del Senato, da 315 a 100.
Certamente  il risultato è indiscutibile, tuttavia anche criticabile negli effetti. Ma… la rappresentatività dei territori è altrettanto un principio indiscutibile?
Il quesito non è di poco conto se lo guardiamo alla luce della riflessione precedente: Trieste, città di importanza e valore riconosciuto a livello internazionale ma sola nei suoi confini urbani. Come, in una realtà regionale assolutamente differenziata  si vedrebbe rappresentata proprio in quel Senato che, in particolare, dovrebbe occuparsi di materie  legate all’Unione Europea?
Questo interrogativo, nonostante sia stato posto in più di qualche occasione, non trova al momento una risposta ma, certamente, è legittima la volontà di raggiungere la consapevolezza sul tema da parte del cittadino, poiché, come detto, sono  gli effetti a pesare, o a giovare, sui risultati delle riforme.
Per Trieste, gioveranno o peseranno?

Energia, api e politica: a Muggia un incontro dedicato all’ambiente.

(di Biagio Mannino)

 

Giovedì, 3 novembre 2016, presso la Sala Millo di Muggia, si è svolta una lezione – conferenza a “tre voci” il cui titolo, “Energia, il mondo delle api e la politica”, ha destato,da subito, un grande interesse e curiosità.
Organizzato dalla sezione di Muggia dell’Università della Terza Età di Trieste, l’incontro ha visto una grande partecipazione degli iscritti e i tre conferenzieri, Carlo Troiani, Livio Dorigo e Biagio Mannino, hanno affrontato, sotto punti di vista differenti, un problema che ci accomuna tutti: la tutela e la necessità di preservare l’ambiente.
Nel corso della lezione conferenza, voluta dai responsabili della struttura muggesana, Fulvio Piller ed Edi Ciacchi, sono stati affrontati temi profondi sotto aspetti tecnici e politici, naturalistici ed antropologici.
L’utilizzo crescente delle risorse energetiche, fonte primaria per consentire il percorso di un progresso continuo, mal si concilia con l’ambiente, che risente delle attività umane sotto forma di inquinamento.
Di fronte a questo problema la consapevolezza, sostiene Carlo Troiani, diviene fondamentale per comprendere ed essere responsabilizzati.
Infatti, aggiunge Livio Dorigo, un indicatore ambientale fortemente significativo, è ben rappresentato dalle api che, con la loro presenza o meno nel territorio, ne rivela i livelli di salubrità.
La tutela del paesaggio, continua Biagio Mannino, significa tutelare noi stessi poiché, del paesaggio ne facciamo parte come elemento in quel grande contenitore fatto di aspetti naturalistici, geologici, vegetali e, appunto, antropici.
La stessa urbanistica vede come, in particolare nell’Italia centrale, oggi colpita duramente dai terremoti, i borghi siano incastonati nell’ambiente circostante andando a costituire un unico contesto paesaggistico.
E a quelle visioni costruttive del passato oggi possiamo comparare, a livello mondiale, quei danni ambientali, di immensa portata, che  riscontriamo, ad esempio, in Cina, nelle metropoli gigantesche, dove diviene perfino difficile vedere il cielo.
La politica si muove in un modo poco comprensibile e le decisioni, che necessiterebbero velocità di intervento, appaiono lente e lasciate alla buona volontà dei singoli.
Nulla è gratis, sostiene Biagio Mannino. Le comodità, l’indiscutibile miglioramento della vita dell’uomo dato dal progresso, si paga con altra moneta: l’inquinamento e, di conseguenza, con un ripercuotersi proprio su quel livello di qualità di vita faticosamente raggiunto.
Sono stati questi solo alcuni dei temi che i relatori hanno affrontato e che il pubblico ha dimostrato di gradire.
Infatti, a conclusione delle relazioni, tante erano le domande e le riflessioni a dimostrazione di come, un tema così delicato, stia a cuore di tutti noi.
Un ringraziamento va agli organizzatori, Edi Ciacchi e Fulvio Piller, che, sempre attenti e propositivi, si impegnano nella direzione del raggiungimento della consapevolezza.

 

NOTA: l’immagine in questo post è di Biagio Mannino.

Notizie in breve: A Trieste si discute di invecchiamento attivo.

(di Biagio Mannino)

 

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Il convegno del 18 ottobre 2016 – foto archivio Biagio Mannino.

Il 18 ottobre, presso l’aula del Consiglio Regionale della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia di Trieste, si è tenuto il convegno scienze Meets Regions.
Componenti del mondo scientifico, imprenditoriale e politico della Regione, accolti dalla Presidente Debora Serracchiani, si sono confrontati sul tema  dell’invecchiamento attivo, argomento questo di grande attualità nel contesto dell’Unione Europea.
Il Friuli Venezia Giulia è stata scelta come regione pilota per un’attenta osservazione sulle problematiche e le prospettive sull’invecchiamento della popolazione con attenzione, in particolare, all’invecchiamento attivo.
L’Europa è il continente che in prospettiva demografica si trova ad affrontare un progressivo invecchiamento ed un’ altrettanto fenomeno di massima importanza: la decrescita demografica dovuta ad una scarsa natalità.
In Italia la regione maggiormente esposta a questa problematica è la Liguria che si colloca anche tra le prime in Europa per il tasso di anzianità.
Sono emerse alcune difficoltà collegate alle condizioni di salute che vede in crescita, in particolare, il diabete, Solo in FVG conta più di 80000 casi. Analogamente la ricerca, sia sui farmaci che sulle tecnologie, grazie all’importante contributo di strutture d’eccellenza come la SISSA e l’area Science Park di Trieste, favorisce  una qualità di vita sempre migliore.
L’importante incontro di Trieste si è concluso con la firma da parte dei presenti della Carta sull’active ageing, documento programmatico in vista di una regolamentazione normativa dedicata all’invecchiamento attivo.

 

Via Giulia n.3

(di Anna Piccioni)

 

Che il clima culturale stia cambiando?
Stavo aspettando l’autobus all’inizio di via Giulia, precisamente davanti al n. 3, di fronte al monumento a Domenico Rossetti. Un tempo a quel numero c’era un caffè : il Caffè Milano. Era frequentato da letterati come Benco, Svevo, Saba Stuparich Bazlen. Ricordo che fino gli anni ’60 era ancora un caffè, no un bar: c’è una bella differenza. Gli arredi ottocenteschi, emanavano ancora un’atmosfera pregnante di cultura, gli odori degli aromi si mescolavano al fumo di sigarette, di pipe e di sigari. Si respirava un’aria ottocentesca. Poi un bel giorno chiude e si trasforma in banca; poi  sede di Equitalia. Un giorno trovandomi lì a far la fila alzo gli occhi e in alto su una tabella è scritto che quel locale è l’antico Caffè Milano frequentato da Bobi Bazlen.
Probabilmente pochi Triestini sanno chi era Bobi Bazlen, tuttavia nel palazzo Gopcevich la sala al pianoterra è a lui intitolata.  “Nacque a Trieste il 10 giugno 1902 da Eugenio e Clotilde Levi Minzi. Il padre, tedesco, originario di Stoccarda e di religione luterana, morì l’anno seguente la sua nascita, e il B., Bobi per gli amici, fu cresciuto dalla madre e dalla famiglia materna, appartenente alla media borghesia ebraica triestina. A Trieste, fino a che la città non passò all’Italia, fu allievo del Real Gymnasium. tedesco, il che, oltre a dargli la perfetta padronanza della lingua tedesca, gli consentì una formazione aperta alla grande cultura mitteleuropea, ignota ed estranea all’educazione scolastica italiana.
Frequentò a Trieste, senza laurearsi, la facoltà di economia e commercio e si impiegò quindi per breve tempo in una ditta di esportazioni. Nell’inverno 1923-1924 si trasferì a Genova avendo trovato un impiego presso l’Atlantic Refining Co. per interessamento di un commerciante di origine greca, Alessandro Psyllàs, e qui conobbe Eugenio Montale; ma l’anno successivo ritornò a Trieste e di quel clima, crogiolo di civiltà, il B. avrebbe sempre ricordato alcune virtù: “anche se Trieste non ha dato grandi valori creativi, è stata un’ottima cassa armonica, è stata una città di una sismograficità non comune: per capirlo, bisogna aver visto le biblioteche sulle bancarelle dei librai del ghetto, al principio dell’altro dopoguerra, quando l’Austria s’era sfasciata, e i tedeschi partivano o vendevano i libri di gente morta durante la guerra. Tutta una grande cultura non ufficiale, libri veramente importanti e sconosciutissimi, ricercati e raccolti con amore, da gente che leggeva quel libro perché aveva bisogno di quel libro … Ancora adesso, se sento di libri definitivamente introvabili e che sono stati rivalutati in questi ultimi venti o trent’anni, e che non ritroverò mai più, ricordo che mi passavano per le mani, sulle bancarelle del ghetto, una trentina d’anni fa, polverosi e pronti a essere dispersi, a una lira l’uno, a due lire l’uno” (Note senza testo, pp. 147 s.). A Trieste, finché ci visse, il B., che manifestò fin da giovanissimo particolare sensibilità e interesse per la letteratura, frequentò l’ambiente intellettuale cittadino, conosciuto e ben accolto da uomini quali Silvio Benco, Umberto Saba, Italo Svevo e il più giovane Giani Stuparich….Nel 1962, essendo ormai chiara l’impossibilità di ritagliarsi un suo programma all’interno di altre case editrici, il B. fondò, a Milano, con Luciano Foà, la casa editrice Adelphi di cui impostò.il catalogo secondo i suoi molteplici e specifici interessi. In questi anni il B. aveva sempre intervallato il soggiorno romano con frequenti viaggi, trascorrendo in particolare lunghi periodi a Londra. Dopo il 1964, quando fu sfrattato da via Margutta, non ebbe più una residenza fissa. Morì improvvisamente a Milano, in un albergo, il 27 luglio 1965.” ( da Enciclopedia Treccani Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 34 (1988) di Aldo Grasso) Già queste brevissime note biografiche danno idea dello spessore intellettuale del Bazlen.
Ma tornando al n. 3 di via Giulia, ora è occupata da una sala corse, scommesse, giochi . Si aprono sale giochi, si installano macchinette mangia soldi. Si chiudono librerie, si aprono negozi e bar gestiti da cinesi; anche le edicole stanno chiudendo. In compenso ci sono molti negozi per animali con cucce hollywoodiane, collarini  con lapislazzuli e swaroskj e t shirt. Forse sono rimpianti di una donna dell’altro secolo, ma mi piacerebbe ancora vedere ascoltare e respirare quell’atmosfera culturale e intellettuale del primo novecento che hanno reso Trieste una città cosmopolita e ha “sprovincializzato” la letteratura italiana.

L’Europa dei muri: da Calais a Trieste.

(di Biagio Mannino)

 

art2jpgMuri, fili spinati, barriere tecniche… sono solo alcuni dei nomi con cui oggi l’Europa si illude di difendere sé stessa e, al contrario, si divide sempre di più fino alla sua negazione.
Storia di un continente che da sempre è vissuto nella contrapposizione, nella ricerca della divisione e nel mantenimento delle proprie piccole particolarità arrivando paradossalmente a negare quelle radici giudaico cristiane che rappresentano la sua identità comune.
Il continente dei contrasti se pensiamo che l’identificarsi nella cristianità emerge, a seconda dei momenti, per distinguersi, per separarsi  da un altro mondo, quello islamico, interpretato come pericoloso per l’identità europea.
Ma questa nasce e decade a seconda dei momenti più o meno favorevoli al concetto stesso di Europa.
Europa unita o Europa Unita? Una bella distinzione, poiché la prima è quella dei popoli mentre la seconda è quella dei Governi.
Ed è qui che l’opporsi si fa scontro tra  interessi economici, finanziari, politici e visioni forse ormai di sognatori che immaginano un popolo europeo estremamente eterogeneo e rispettoso dell’altro, ricco di cultura perché plurale, capace di vedere perché esperto di vicende dolorose.
Invece no: il fantasma del muro di Berlino è lì che trascina i suoi rumorosi e cupi fili spinati e ulula attraverso politici poco illuminati di essere ricostruito. Non in Germania però, ma ai confini della nuova vecchia  Europa: in Ungheria, in Slovenia, in Austria…
E’ piena di muri l’Europa  e altri ne sorgeranno, come a Calais, dove una struttura di un chilometro, alta quattro metri, dovrebbe difendere l’ormai ex componente dell’Unione Europea, dai flussi migratori di gente che prima di arrivare sin alle porte della Gran Bretagna, ha incontrato muri rappresentati da confini, mari, montagne, trafficanti di uomini, pietà televisiva, concreta avversione.
Una realtà strana quella dei muri, che divide,che crea idee e visioni diverse, stili di vita migliori o peggiori a seconda dei punti di vista del leader del momento.
Strano mondo quello dei muri, che preoccupa e fa tranquillizzare e che diventa curiosità turistica, come il muro di Trieste, in quel bagno,alla Lanterna, sempre più famoso per quella divisione,   dove le donne da una parte e gli uomini dall’altra sono fieri di essere separati, di essere portatori di un simbolo della vecchia Europa. Inconsapevoli di rappresentare sempre di più quella nuova.

 

NOTA: questo articolo è stato già pubblicato su Uni3triestenews, anno III ottobre 2016.

Approfondimenti su GRANDANGOLO: tutti i martedì alle 17.03 su http://www.radionuovatrieste.it  !

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Mal d’Africa e mal d’Europa: Paolo Silvestri, un triestino “africano”, mi racconta…

(di Biagio Mannino – Giornalista, iscritto all’ODG FVG – esperto di politica internazionale e analisi della comunicazione)
Il mondo cambia. Forse è già cambiato e ancora non me ne sono reso ben conto.
La percezione è quella che tutto sia uguale, le case, le vie, i luoghi dell’infanzia… Ma è solo una convinzione senza alcuna ragione.
Quelle case, quelle vie, quei luoghi sono lì, sempre lì ma è la gente che li frequenta, che li usa, che li rende  vivi, ad essere cambiata.
Effetti della globalizzazione?  Dell’Europa Unità?  Della facilità a spostarsi? Forse semplicemente del naturale corso delle cose che si accompagna alla volontà o alla costrizione di lasciare la   propria casa, la propria terra per trovarne un’altra e cercare nuovamente di renderla propria.
Crisi economica, finanziaria, che grazie alla televisione e a tutto il contesto mass mediatico ci rende vicini e accomunati da simili destini, poveri assieme e diversamente ricchi, in grado di guardare lo stesso sole eppure lontanissimi.
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Paolo Silvestri (foto BM 2016)

Viaggi in aereo al di qua e al di là del mondo e viaggi di disperati che durano tempi infiniti e, spesso, si concludono, sì, si concludono nella tragedia.
Un mondo che si muove e che si interroga, che sembra grande e non lo è, che sembra piccolo è non lo è, che va alla ricerca  di  punti in comune e di mantenere le tradizioni e quando lo fa ci si accorge che queste, le tradizioni, sono finite.
Alla ricerca del mondo occidentale per chi non lo vive e alla ricerca di una dimensione più naturale per chi ce l’ha: sempre alla ricerca di qualche cosa…
Qual è l’arancia spremuta, strizzata fino a non far scorrere più una goccia di succo? È l’Africa o l’Europa? È il continente da cui molti vanno via o quello dove si arriva?
Dov’è l’energia vitale? Dove il futuro? Dove piantare le proprie nuove radici? E tutto ciò che si dice  crea un pensiero comune? Quanto è attendibile?
Mi fa sempre molto pensare, il turista.
Si muove, affronta viaggi, si stanca , indossa cappellini improponibili. Perché?  E perché quei cappellini non continua ad indossarli quando torna a casa?
Partire e lasciarsi dietro qualche cosa, tornare e ritrovare ciò che si è lasciato e poi… Ripartire.
E l’Europa sembra proprio questo, dove la gente parte e ritorna, dove il turismo diventa un’enorme fabbrica di ricordi, di conoscenza di ciò che è stato, di sogni.
A Budapest ho visto come un’intera città, una delle capitali della vecchia Europa, faccia del turismo una valvola economica fondamentale.
E così ovunque, quando improbabili trenini, che poco hanno a che vedere con il concetto stesso di treno, traslano sudaticci turisti da un paesino all’altro della Croazia verso verdi campi da golf.
E il futuro? Dov’è il futuro in realtà  quando la gente  vive sempre di più di ricordi costruiti ed artificiali?
Piazza Cavana, com’è cambiata.
E’ un luogo dove oggi la gente si incontra e dove passa volentieri il tempo, lo passa assieme, chiacchierando, del più e del meno, cosa che, in questa città, Trieste, non è così scontata.
Il mio amico fiumano Gianni Maiani ha scritto un libro  dedicandolo a questa piccola piazza e, in Cavana, vede la Trieste del domani, quella giovane che si è risvegliata da un torpore durato anni, decine di anni, contrapposta a Piazza Unità, statica, ferma nel tempo, ritrovo di turisti che visitano, ciò che fu.
Piazza Cavana no, c’è voglia di fare, di muoversi, incontra e fa incontrare giovani ed anziani, generazioni che si confrontano, etnie che si incrociano, persone che diventano cittadini nuovi spinti dalla voglia di cambiare e di uscire da una depressione sociale che ci attanaglia e che tenta di immobilizzarci.
Un pomeriggio di fine agosto, un violinista di strada suona melodie greche, i tavolini dei bar affollati di gente, come al solito. Difficile trovare posto. Un senegalese cerca di vendere la sua mercanzia, e poi un altro,  e poi un altro ancora, mentre alcuni in bicicletta tentano di attraversare la piazza schivando a stento flussi di turisti che vanno verso piazza Unità.
Poco lontano Massimiliano d’Asburgo guarda il mare.
Già, quel mare che sembra una barriera, un confine ma è anche la via per partire. Il mare: onde e barche. Grandi e piccole. Navi da crociera, viaggi e sogni, viaggi e incubi. Ricordi e storie. Barconi pieni di gente fino ad affondare, tintinnio di bicchieri, pianti di bambini, cocktail con ombrellini di plastica, grandi scatoloni bianchi galleggianti, piccole zattere ricche solo dell’acqua che entra. Musiche di orchestrine, squilli di cellulari. Gps in azione, petroliere piene di energia, per muovere i motori a scoppio, per far funzionare una parte di mondo, per ricaricare la batteria. Azzurro e profumato, divertimento e tristezza.
Il mare  per partire verso il resto del mondo e per tornare poi, a casa… e poi di nuovo, scappare.
In Cavana, in quel pomeriggio di fine agosto, incontro una persona che ben rappresenta questo spirito ricco di intraprendenza e di voglia di viaggiare, di conoscere e di osservare, di lavorare e di raggiungere obiettivi e poi, di tornare: Paolo Silvestri.
Paolo Silvestri, nonostante i suoi 41 anni, ha un’esperienza in ambito internazionale assolutamente qualificata. In particolare ha viaggiato molto in Africa dove tutt’ora lavora.
Ha operato in Costa d’Avorio, Congo,  in Namibia, in Sud Africa e per più di tre anni, in Angola. Attualmente ha sede in Mozambico con l’incarico di Marine Manager presso  Bureau Veritas e Angola M&O Operational  Manager presso Bureau  Veritas.
Il controllo e la gestione della sicurezza sulle navi e sulle piattaforme petrolifere è il suo impegno quotidiano.
“Cosa faccio per prima cosa la mattina?”. Risponde  alla mia prima domanda.

Acqua casa
L’acqua che esce dal rubinetto di casa.

“Apro il rubinetto e verifico che ci sia acqua in casa.”.
La vita in Africa non è semplice.
Un continente che, dalle parole di Silvestri, appare in bilico in un sistema che vive di contrasti. Contrasti sociali dove pochi ricchissimi rappresentano l’altra faccia della medaglia, quella dei tanti poverissimi.
Contrasti urbanistici dove ai grattacieli lussuosi di Luanda si mostrano le strade fangose e caotiche della metropoli africana.
Contrasti tra Stati organizzati alla perfezione ed altri caotici e disordinati dove anche un piccolo spostamento si trasforma in un’avventura degna di un film.
“Se c’è l’acqua, se c’è la luce allora bevo un caffè e, se l’antenna prende, vedo un telegiornale. A questo punto salgo in macchina e vado in ufficio… sfidando gli elementi.”.
“Sfidando gli elementi?” gli chiedo.
“Sì, gli elementi. Ovvero il traffico. Per fare due, tre chilometri, a Luanda impiegavo anche due ore.

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Luanda

Un traffico spaventoso, disordinato, irrispettoso di qualsiasi regola, unito a strade completamente distrutte.
Luanda è una metropoli di quasi sette milioni di abitanti ed è, quindi, ovvio che abbia le problematiche tipiche di città di quelle dimensioni, ma la confusione lì è principalmente motivata da una visione caotica, direi, naturale, dell’angolano.
C’è un’ inosservanza delle minime regole,  del rispetto. Faccio un esempio: quando si incappa in una fila di automobili è abitudine cercare vie alternative intasando le corsie in senso opposto e creando un corto circuito che porta ad un blocco totale del traffico. Vige una vera e propria libera interpretazione del Codice della strada.
Quando vivevo in Angola, a Luanda, portavo sempre con me il Codice  proprio perché in determinate situazioni, poteva essermi utile.”.
“Quali situazioni?”.
“Nelle situazioni in cui dovevo discutere con la polizia.”.
“Discutere con la polizia?”.
“Sì, sì. Un paio di volte sono anche stato arrestato.
L’angolano ha un modo di vivere particolare. Trova quasi un gusto personale a scavalcarti. Una fila? Vuole superarti, ma non per arrivare prima, solo per il gusto di farlo. Direi una forma di piacere.”.
“E lo stile di vita?” chiedo “Qual è lo stile di vita in Angola?”.
“Esistono due realtà: la città, Luanda, e il resto. Stiamo parlando di uno Stato molto grande come estensione e con una popolazione che si aggira intorno ai 20 milioni di abitanti.
Luanda ha circa 500 mila benestanti e il resto, quindi quasi sei milioni e mezzo di persone,  vivono in condizioni veramente misere.
Secondo me è la città con le più grandi baraccopoli del mondo.
Intorno al centro, per un raggio di almeno trenta chilometri, ci sono solo queste zone sterminate di baracche dove vivono i luandesi.
Ma chi sta bene… sta veramente bene.”.
“Com’è la vita di questi sei milioni e mezzo di luandesi?”.
“Se si alzano alla mattina senza che la loro baracca sia stata allagata, si preparano alla perfezione e vanno, per chi ce l’ha, a lavorare. Come? Anche qui è un’avventura.
I mezzi pubblici non sono paragonabili a quelli europei. Non ci sono metropolitane né sistemi di autobus o quant’altro. Esistono invece i candongheiros. Sono dei pulmini da nove posti e gli autisti guidano in quel traffico di cui parlavamo  in  modo ancora  più libero.

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Candongheiros

A Luanda si dice che abbiano provocato più morti i candongheiros della guerra civile.
Però, quello che ho osservato e che mi ha molto colpito è il sorriso che hanno tutti.
Nonostante le difficoltà, la miseria e la situazione precaria, sono  sorridenti e danno l’idea anche di essere, tutto sommato, contenti.
Se io vado in un centro commerciale, qui, a Trieste, tra negozi scintillanti e altro, vedo la gente triste, immusonita. Là tra il fango e la mancanza, no.”.
“E i ricchi?” chiedo.
“Dobbiamo fare una distinzione. Una distinzione temporale dove lo spartiacque è rappresentato dal 2014.
Prima il costo del barile di petrolio si aggirava intorno ai 130 dollari, dopo… il crollo.
Uno Stato che fonda la sua struttura economica sulla produzione ed esportazione di petrolio, conseguentemente, entra in crisi. E questa crisi ha colpito i benestanti differenziandoli ancora di più. Ci sono i ricchissimi che possono permettersi anche l’acquisto di appartamenti in quello che oggi viene considerato il grattacielo più costoso del mondo. E si trova proprio a Luanda dove un piccolo appartamento può costare anche 15 milioni di euro.

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Zona centrale di Luanda

Poi, però, usciti dal grattacielo, le strade sfasciate e fangose li accolgono.
E’ uno Stato strano, l’Angola, ricchissimo non solo di petrolio ma anche di diamanti e, contemporaneamente, non investe in una pianificazione, sia sociale che urbanistica.
Ma ci sono i cinesi…”.
“I cinesi? In che senso ci sono i cinesi?”.
“Su 20 milioni di abitanti quasi un milione e mezzo sono cinesi. Loro investono proprio in ambito urbanistico, ovvero, costruiscono.
Alla periferia di Luanda hanno costruito un’intera città, Kalimba, adatta ad ospitare 500 mila abitanti. Viene definita un città fantasma poiché, al momento, vi vivono meno di 10 mila persone.
Sono solo dicerie ma qualcuno ritiene che siano future aree urbane destinate a cinesi che incominciano a collocarsi nel mondo.
Sì, l’Angola è uno Stato pieno di contrasti. Se prima c’era la corruzione, la disorganizzazione ora, dopo il 2014 alla corruzione e alla disorganizzazione si è aggiunta anche la miseria.

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Strade periferiche di Luanda

Un esempio è ben rappresentato dai tanti bambini che non sopravvivono alle malattie, poiché la sanità non è in grado di far fronte ai costi delle cure, anche le più banali.”.
“In Angola c’è democrazia?”.
“Sulla carta sì. In realtà sono ormai quasi 40 anni che il Presidente, José Eduardo dos Santos, domina la scena e non ha alcuna intenzione di lasciare, poiché già si parla della sua futura candidatura alle elezioni del 2018.
Se poi teniamo conto che, pochi mesi fa, la figlia è stata messa a capo della società nazionale che controlla il petrolio… direi che c’è poco da commentare.”.
“E l’angolano, quello povero, come reagisce a questa situazione politica? Ci sono tensioni sociali?”.
“L’angolano subisce questa situazione. Dobbiamo considerare che, quando il barile di petrolio veniva venduto sopra i 100 dollari i soldi non mancavano e non mancavano mai, anche senza lavorare. Oggi i prezzi sono alle stelle ma la birra e l’alcool sono a costi bassissimi.  Se aggiungiamo poi un modo di concepire la vita, quasi assistenziale, c’è una sorta di mancanza di dinamismo ed intraprendenza.
Il problema  trova un’origine  quando, nel 1975, i portoghesi  lasciarono l’Angola. Prima a gestire la società nelle sue complessità provvedevano loro, i portoghesi. Dopo, gli angolani dovettero cavarsela da soli e la guerra civile fu il risultato di quella fase di passaggio.
Oggi si vive una mentalità ben espressa da una statuetta, il Pensador:  un uomo accovacciato con la testa tra le gambe, identifica l’angolano medio.
Paradossale se si pensa che ad un PIL altissimo fino a due anni fa, non è corrisposto alcun investimento sia nell’ambito dell’istruzione che della sanità. Oggi l’Angola viene considerata, da istituti di analisi mondiale, come lo Stato peggiore dove nascere.”.
“E Luanda, la città,  come è?”. chiedo.
“Luanda anche urbanisticamente è espressione del contrasto: grattacieli e assenza di strade, palazzi storici portoghesi in abbandono e voglia di farla diventare come Dubai, baraccopoli sterminate e assenza di mezzi pubblici. Insomma, è così.”.
L’intervista a Paolo Silvestri prosegue davanti ad un bicchiere di vino bianco e fresco.
Il calore del pomeriggio estivo mi sembra eccessivo così come, banale, chiedergli del clima in Angola. Ma la domanda la pongo comunque.
“Il clima? Non bisogna dare per scontato che in Africa faccia caldo.
L’Angola, ad esempio ha zone dove, in questo momento, possono benissimo esserci anche sei gradi.

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Calulu, un piatto tipico dell’Angola

In realtà l’Angola è una terra ricca oltre che di petrolio e diamanti anche di acqua e di foreste.
E’ proprio qui che un altro dei contrasti emerge: l’ospitalità naturale del territori e l’incapacità a renderlo favorevole per tutti.”.
“Di fronte a queste difficoltà gli angolani emigrano? Lasciano la loro terra?”.
“No, gli angolani non lasciano la loro terra. Stanno bene a casa loro nonostante tutto. Fa parte della loro mentalità.”.
“In che senso fa parte della loro mentalità?”.
“Ci sono realtà in Africa dalle quali, a ragione, si scappa, come, ad esempio, la Nigeria. Lì accadono cose orribili e si scappa da quelle situazioni.

Lobito
Paolo Silvestri a Lobito

L’Africa sub sahariana è  diversa. Sì ci sono difficoltà economiche, disorganizzazione e confusione generalizzata, ma la vita, così, semplicemente alla giornata, alla fine compensa le mancanze.
Il pesce con facilità viene pescato, si lavora senza pensare al domani ma ad arrivare a sera e fare festa con una birra.
Mi è capitato tante volte, rientrando nel mio appartamento, di essere coinvolto in vere e proprie feste improvvisate. Sì, improvvisate… sul pianerottolo di casa.
Una visione della vita diversa dalla nostra. Più serena? Non lo so. Sicuramente adatta a quel luogo.
Non mancano altri problemi: rapine, aggressioni, ma fanno parte della normale routine delle città. Basti pensare alle città Europee.”.
“Forse è possibile cambiare?”.
“Il sistema è così. Facciamo un esempio: i pulmini di cui parlavamo, i candongheiros, sono gestiti da personaggi legati all’esercito.
Tutto ciò che viene incassato dal lunedì al venerdì va a loro e il resto agli autisti.
Le regole della strada sono infrante e gli incidenti, anche gravi, non si contano. Ma la polizia non interviene. E’ il sistema.”.
“Il tuo lavoro ti porta a stretto contatto con le compagnie petrolifere. I dipendenti di queste come si relazionano con la città che li ospita?”.
“Il mondo delle compagnie petrolifere è diverso dal mio. I dipendenti non vedono ciò che vedo io.

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Un piccolo mercato del pesce improvvisato nelle vie di Luanda

Sono delle scelte che fanno. Quando un loro dipendente arriva viene preso in aeroporto e portato dall’autista nelle loro realtà isolate dal resto. Quando torna indietro, l’autista lo accompagna in aeroporto e parte per la sua destinazione. Non ci sono relazioni con l’esterno.
Sono scelte motivate anche dalla visibilità che queste società hanno nel contesto internazionale.
Se qualche, chiamiamolo così, imprevisto dovesse accadere, è l’immagine pubblica della società a risentirne anche nel contesto borsistico con inevitabili deprezzamenti delle azioni.
La mia società conta quasi 70 mila dipendenti in tutto il mondo, eppure non la conosce nessuno. Questa mancata visibilità garantisce una libertà maggiore.”.
“Quali compagnie petrolifere sono presenti in Africa?”.
“L’ENI è la compagnia maggiormente presente nel continente africano. Dopo seguono i francesi, gli americani, gli inglesi e gli olandesi. Ma in Angola gli italiani sono poco presenti a differenza degli americani e dei francesi. Faccio notare una curiosità: gli americani sono presenti da prima della fine della guerra civile e le loro strutture erano protette dai… cubani.
Ci sono molte cose curiose, come la presenza di una sorta di polizia cinese proprio per i cinesi numericamente molto presenti. Aggiungo che, i cinesi, sono attivi con i loro interessi un po’ ovunque.
Recentemente ero in Tanzania e ho notato che le insegne dei supermercati sono scritte in inglese e in cinese.”.
“Abbiamo parlato di Luanda. E il resto dell’Angola?”.
“Tutta un’altra cosa. Luanda è il centro degli interessi, commerciali, finanziari, amministrativi. Le altre città, come Lobito, sono completamente diverse.
Ci sono meno persone e, soprattutto, meno soldi che girano.
Lobito vive del suo porto, Namib, a sud, sostanzialmente di contrabbando.
La parte interna invece vive di diamanti. Quelle sono zone, però, irraggiungibili proprio per gli interessi che vi sono.”.
“Da quanto mi racconti emerge che in Angola in particolare ma, anche, in Africa in generale, le risorse economiche e naturali ci sono e sono abbondanti. Ci sono giri di denaro molto consistenti eppure c’è miseria. Cosa impedisce un vero e proprio sviluppo?”.
“Dobbiamo considerare la tipologia dell’uomo africano   distinguendo le diverse provenienze degli europei che erano presenti prima.
Le realtà francofone hanno mantenuto buonissimi rapporti e i cittadini locali sono stati integrati nel business.
Là dove, invece, c’erano i portoghesi è subentrato il caos poiché hanno lasciato dall’oggi al domani quei territori al loro destino. In Angola non c’era razzismo, c’era la politica del meticcismo ma nessuna integrazione negli apparati gestionali dello Stato. Facile diventa immaginare il dopo.
C’è poi da dire un’altra cosa… anzi, la porrò come una domanda… per una compagnia petrolifera è più facile parlare, e trattare, con una persona sola o con un Governo democraticamente eletto?”.
Paolo Silvestri racconta la sua esperienza in Africa con entusiasmo ed ascoltarlo è piacevole ed interessante.
Vive con intensità il suo lavoro e l’impressione è che l’insieme che si forma con il resto della sua giornata rappresenti una bellissima avventura.
Vedere e imparare, osservare e provare sono indispensabili per conoscere al meglio i popoli che incontra.
E così anche la quotidianità, fatta di percorsi accidentati, di incontri con le persone, provare i cibi locali e le abitudini, gli  incontri difficili come gli ospedali e le tristezze.
Il fazzoletto nel taschino, della giacca gli occhiali da sole appesi nel terzo bottone della camicia, i jeans all’ultima moda con gli strappi ad arte. Tutti elementi di una persona che a casa si rilassa e ha voglia di raccontare agli altri la propria esperienza fremendo di ripartire e di ricominciare. Di ricominciare la propria attività professionale? Anche, ma soprattutto di ricominciare a conoscere.
“L’Africa” continua Paolo Silvestri” è capace di mostrare incredibili differenze. Il Kenya, ad esempio, che non essendo ricco di risorse come l’Angola, ha sviluppato al meglio i settori finanziari e della sicurezza in quell’ambito. E poi ha strutturato al meglio la gestione dello Stato.
Il Mozambico, dove ora mi trovo, è uno degli Stati più poveri del mondo: non c’è una carta per terra e le strade sono così perfette da essere invidiate. E così la Tanzania.”.
“Come fai a gestire la tua vita, la famiglia, le tue abitudini?”.
“Io vivo a Trieste con mia moglie e i miei due figli. Quando ero in Angola rimanevo a Luanda per quattro mesi e poi tornavo per un mese. Adesso, in Mozambico, resto un mese e mezzo e poi torno a Trieste per due settimane. I viaggi sono sempre molto lunghi e a volte avventurosi ma, alla fine, diventa un’abitudine.
Tornare a casa, tornare a Trieste, per me, è come venire in vacanza. Quando sono qui apprezzo la città per il momento di tranquillità che mi dà.”.
“Ma… se tu fossi africano, andresti via?”.
Un momento di silenzio, una breve riflessione e così mi risponde “Vedo cosa succede in Europa? No, ti rispondo, non vado via. Resto là.
Il potenziale africano è molto più elevato di quello europeo.
L’Africa non ha ancora incominciato a dare espressione a tutto ciò che ha, a tutto ciò che possiede.
E’ vero, il mio è un punto di vista privilegiato ma l’africano dovrà necessariamente cominciare a vedere in sé la forza e le capacità. Cultura, insegnare, spingere le persone a crescere ed emergere.
E’ l’Europa ad essere l’arancia spremuta. Non l’Africa.”.
“Una domanda ti devo fare, forse quella principale: esiste il mal d’Africa”.
Un breve sospiro precede la risposta “Sì… non saprei bene come definirlo ma… direi che… non torni più. Non so, ripeto, come definirlo, ma svegliarsi e trovarsi senza acqua, lavarsi quando capita e dove capita… le difficoltà, i disagi forti ai quali non siamo preparati e che non conosciamo neppure con l’immaginazione. Tutte cose queste che ti fanno scappare. E scappi. Ma poi… torni….
Tu mi stai per chiedere di interpretare l’Africa con una frase. Lo so che concludi le tue interviste in    questo modo. Ti dico… non ti scordar di me. Anche l’Africa, la sua gente si ricorda di te, di quello che tu hai lasciato, che hai fatto, che hai portato. Quando sono stato trasferito dall’Angola al Mozambico le manifestazioni di affetto sincero che ho avuto sono state commoventi.  Manifestazioni di affetto da parte di tutti, colleghi, vicini di casa, gente della zona, che ho conosciuto e che ho imparato a conoscere. Tutti. Quando capitava di tornare anche per pochi giorni li trovavo ad aspettarmi sotto l’albergo, per un saluto, per un momento di vicinanza. Sì… Africa, non ti scordar di me..”.
Tornare… partire e poi… tornare.
Un cerchio che non incontra mai un traguardo.
Muoversi e cercare, muoversi e conoscere, muoversi ed apprezzare, muoversi e rispettare è l’essenza del racconto di Paolo Silvestri.
Massimiliano d’Austria, immobile sul suo piedistallo, guarda quel mare, lì, vicino a piazza Cavana, minuscolo punticino nel mondo dove le etnie si incrociano.
E quel mare che ti collega al resto, che ti dà la direzione per andare e poi, nuovamente, tornare.
Ma quando sei tornato dall’Africa non sai più quale sia la direzione giusta.

Con mamma miradore
Paolo Silvestri con la madre, Anna Piccioni, in Angola nel 2015

NOTA: SI RIGAZIA  ANNA PICCIONI E PAOLO SILVESTRI PER AVER FORNITO LE FOTO, AVERLE CONDIVISE ED AUTORIZZATO LA  LORO PUBBLICAZIONE IN QUESTO BLOG.
LA FOTO PANORAMICA DI LUANDA E’ STATA TRATTA DAL SITO WWW. NIGRIZIA. IT.
LA FOTO RITRATTO DI PAOLO SILVESTRI E’ STATA REALIZZATA DA BIAGIO MANNINO E FA PARTE DEL SUO ARCHIVIO FOTOGRAFICO.
L’IMMAGINE DI COPERTINA “ONDE DEL MARE” E’ OPERA DI BIAGIO MANNINO.

Kugy, Ressel e Weyprecht.

Premessa:
Kugy, Ressel e  Weyprecht sono  solo tre delle numerose figure di illustri concittadini che hanno caratterizzato l’importante storia di Trieste.
Rappresentano quanto di meglio è stato raggiunto in quegli anni nel campo delle esplorazioni scientifiche, geografiche, naturalistiche, nel campo delle innovazioni tecnologiche e in  quello artistico della poesia,
La storia, estremamente malleabile, li ha posti in  quel malinconico luogo delle cose e delle persone dimenticate,
un po’ per effetti conseguenziali al tempo che passa, un po’ per la volontà dei cambiamenti.
Vero è che il tentativo di mantenerne il ricordo, o meglio, di ridestarne il ricordo li rende vivi e presenti nuovamente nella memoria estremamente eterogenea di questa città.
Biagio Mannino.

Kugy, Ressel e  Weyprecht.

(di Bruno Pizzamei)
Alcune considerazioni sull’articolo Strana città Trieste.
Trovo interessante e condivisibile l’articolo di Biagio Mannino: Strana città Trieste.
Mi voglio soffermare sui tre personaggi, non tutti ben conosciuti nella dovuta maniera a Trieste, citati nell’articolo: Kugy, Ressel e Weyprecht.
Kugy e Ressel sono ricordati a Trieste il primo con l’intitolazione di una scuola primaria, una via a Melara, un busto nel Giardino Pubblico, alcune rappresentazioni teatrali sulla sua vita, il secondo con l’intitolazione di una via nella Zona Industriale e di un sentiero naturalistico al confine con la Slovenia. Di Weyprecht si sa veramente poco, mi sembra che non ci sia nessun suo ricordo pubblico in città. Forse merita riportare dei tre una  breve biografia.

Julius Kugy

foto1Julius Kugy nacque il 19 luglio1858 a Gorizia. La madre Julia era figlia del poeta sloveno Johann Vessel mentre il padre Paul era carinziano ma si era trasferito a Trieste dove aveva fondato con un socio, Carlo Giovanni Pfeifer, una ditta di importazione di merci coloniali chiamata Pfeifer & Kugy.
Frequentò a Trieste il ginnasio e a Vienna si laureò in giurisprudenza, nel 1882. Visse a Trieste, sua patria d’adozione.
Nutrì sempre uno spiccato interesse  per la musica. Acquisì una spiccata educazione musicale, essendo stato avviato, tra l’altro, allo studio del pianoforte prima e dell’organo poi. Organizzò e diresse, in età più matura, il Coro Palestriniano.
Studiò i Lieder, espressione musicale del romanticismo tedesco, amò la musica di Wagner, di Schubert, di Bach e di Pierluigi da Palestrina.
Fece conoscere ai triestini alcune grandi opere musicali. Agli inizi del XX secolo donò alla chiesa cattolico-armena dei Mechitaristi di Trieste un organo che suonerà spesso alla domenica durante le celebrazioni.
In gioventù si appassionò alle montagne grazie ai numerosi soggiorni presso il  villaggio natale del padre, Lind, in Carinzia, vicino ad Arnoldstein.
Si interessò anche alla botanica e fu proprio da questa attenzione per la flora che aumentò la sua passione per la montagna. Egli iniziò infatti a percorrere le vie alpine alla ricerca di una rara quanto misteriosa pianta che si supponeva caratteristica delle Alpi Giulie, la Scabiosa Trenta.
Alla morte del padre si dedicò alla gestione dell’azienda familiare senza però trascurare l’alpinismo. Scelse di trascorrere buona parte della sua esistenza in montagna, almeno per ciò che gli consentiva la sua professione di imprenditore e commerciante.
Anche se ebbe modo di esplorare gran parte delle Alpi, dedicò la sua intera carriera alpinistica a scalare le vette delle Alpi Giulie, diffuse la loro conoscenza  e aprì non meno di 50 nuove vie assieme a guide locali.
Nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito austro-ungarico benché avesse 57 anni. Durante il conflitto, grazie alla sua vasta conoscenza del fronte dell’Isonzo, svolse il ruolo di Alpenreferent (consulente alpino), creando una scuola di roccia e fornendo preziosi consigli ai comandi dell’esercito.
Al termine del conflitto, ormai in età avanzata, smise di scalare e si dedicò completamente alla scrittura, pubblicando libri e scrivendo su riviste specializzate. Nel 1932 scrisse la propria biografia intitolata Arbeit, Musik, Berge – Ein Leben (La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti). Morì a Trieste, il 5 febbraio 1944.
Parlava correntemente il tedesco, lo sloveno e l’italiano e nutriva pari rispetto per tutte queste culture. Fu un vero rappresentante della vocazione internazionale della regione d’origine.

Josef Ressel

foto3Josef Ressel(Chrudim,29 giugno1793 – Lubiana,10 ottobre 1857) è stato un inventore, noto soprattutto per il perfezionamento dell’elica navale. Nacque a Chrudim (Boemia) da padre tedesco e madre ceca. Finì il liceo e la scuola di artiglieria a Linz. Nel 1812 venne ammesso all’Università di Vienna. Studiò medicina, meccanica, fisica e chimica.
Ressel nel 1820 si trasferì nel sud dell’Impero Asburgico e visse tra Trieste dove divenne vice mastro forestale del demanio per l’Illyria e Montona (Istria) dove fu sovraintendente delle foreste demaniali. Lavorò anche a Venezia presso l’Arsenale dove approfondì le sue conoscenze sull’impiego del legno nelle costruzioni navali.
Il suo programma di rimboschimento nelle terre meridionali dell’Impero salvò il patrimonio forestale delle Alpi orientali. Da sempre appassionato di mare e barche, a Trieste studiò il modo di velocizzare le navi.
foto4lavorò sulla nave Carolina, un vaporetto a ruote, a cui pensò di aggiungere un’elica. Dopo molti esperimenti, Ressel chiese nel 1826 il brevetto austriaco per l’elica per la propulsione navale che ottenne nel 1827.
Nel settembre 1828 stipulò con il ricco imprenditore Fontana un contratto per la progettazione e la costruzione della nave Civetta per il collegamento tra Monfalcone e l’Istria. Nelle sue varie prove il Ressel provò l’elica su una nave che poco dopo la partenza, alla velocità di 6 nodi si bloccò per problemi al motore imputati invece all‘elica. Perciò la sua invenzione fu trascurata e altri tentarono di modificare l’invenzione. Ressel ricevette i riconoscimenti per l’invenzione molti anni dopo. Morì il 10 ottobre 1857 a Lubiana.
Altri suoi brevetti furono la posta pneumatica e i cuscinetti cilindrici. Fu anche notevole studioso di foreste e programmi di rimboschimento.

Carl Weyprecht

foto5Carl Weyprecht(Darmstadt, 8 settembre1838 – Michelstadt, 29 marzo1881) è stato un esploratore e scienziato austriaco, ufficiale della Marina Militare austro-ungarica. Originario della Germania, acquisì la cittadinanza austriaca con pertinenza alla città di Trieste, dove risiedeva ormai da anni.
Eroe della battaglia di Lissa del 20 luglio 1866, dove fu insignito dell’Ordine della Corona Ferrea di III Classe, una delle più alte onorificenze dell’Impero. Nel 1866/1867 fu in Messico con la nave a ruota Elisabeth, per una missione di supporto all’arciduca Ferdinando Massimiliano, divenuto imperatore del Messico. Nel 1871 organizzò, assieme a Julius Payer, alpinista, esploratore e pittore austro – ungarico, una spedizione polare ricognitiva tra Spitzbergen e Novaja Zemlja. Nel 1872-1874 comandò la Spedizione Polare austro-ungarica con Julius Payer comandante delle esplorazioni su terra, che porterà alla scoperta della Terra di Francesco Giuseppe.
Fu la prima spedizione polare a comprendere marinai dell’Adriatico (triestini, istriani, fiumani e dalmati), e con lingua ufficiale l’italiano. Protagonista della spedizione fu la nave Admiral Tegetthof. Questa nave fu ideata da Weyprecht, che le dette un profilo dello scafo tale da farla “galleggiare” sul ghiaccio, anziché venirne stritolata.
Weyprecht è conosciuto soprattutto per le sue esplorazioni polari, e per l’ideazione dell’Anno Polare Internazionale del 1882-1883, considerato l’atto di nascita della ricerca scientifica internazionale (progetti scientifici realizzati in collaborazione fra gli stati).
L’idea di una ricerca scientifica internazionale, varata nel 1882-1883, ebbe un seguito con le esplorazioni in Antartide del 1901-1903, l’Anno Polare Internazionale 1932-1933, l’Anno Geofisico Internazionale del 1957-1958 e, infine, con i concomitanti e collegati Anno Polare Internazionale, Anno Eliofisico Internazionale, Anno Internazionale del Pianeta Terra e Anno Geofisico Elettronico Internazionale, svoltisi nel periodo del 2007-2009.
Trascorse molti anni della propria vita a Trieste della quale si sentì,  appartenere profondamente e ne fu considerato cittadino. Morì di tubercolosi, conseguenza della spedizione polare del 1872-1874, nel 1881.
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Suggerimenti per approfondire:
– Julius Kugy
La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti
EUROGRAF Tarvisio 2011
– Enrico Mazzoli
LA GUERRA DI KUGY
Luglio editore Trieste 2014
– Aldo Rambanti
Josef Ressel Un Leonardo di casa nostra
Edizioni Italo Svevo Trieste 2007
– Enrico Mazzoli
TRIESTE FRA I GHIACCI
Luglio editore Trieste 2012

Grazie!

Cari lettori,
c’è solo una parola con cui vi posso esprimere la mia personale soddisfazione per il successo ottenuto dalla pubblicazione del post “Strana città Trieste”: grazie!
Grazie per aver letto così numerosi questo articolo, concepito col fine di dare una visione obiettiva non solo alla storia ma anche all’essenza stessa di questa città,
Grazie a quei 6000 lettori che, in meno di 24 ore, hanno visualizzato il blog, dall’Italia e da tantissimi paesi in tutto il mondo: dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna, dal Giappone, dall’Australia, dagli USA, dalla Slovenia, dalla Croazia, dall’Ungheria, dalla Serbia, dal Marocco, dal Sud Africa e, ancora, da tantissimi altri stati.
Un risultato questo che invita ad una riflessione attenta sulla sostanziale esigenza di trattare questo argomento senza alcun spirito polemico ma sicuramente in modo attento e preciso,
Questo blog, Il vento di nord est, continuerà ad essere fedele ai suoi principi ispiratori ovvero quelli di affrontare in modo aperto    le tematiche sociali, storiche, politiche e tutto ciò che può riguardarci.
Biagio Mannino
http://www.ventodinordest.wordpress.com
ilventodinordest@gmail.com

Strana città Trieste.

(di Biagio Mannino)
E’ una strana città Trieste.
Sì, decisamente strana.
Una città che, fino a cento anni fa, era la quarta realtà per importanza e dimensioni di un impero, quello Austro Ungarico.
Vienna, Budapest, Praga e Trieste: questi erano i luoghi dove la politica, l’economia, la finanza aveva sede e dove le decisioni venivano prese.
Città all’avanguardia in tutti i settori: da quelli urbanistici a quelli della ricerca scientifica, dalle esplorazioni geografiche allo studio della psiche, dalla musica alla letteratura.
Città strana Trieste, città di Pasquale Revoltella, uno dei più attivi investitori ed artefici della realizzazione del canale di Suez, nel cui palazzo, oggi, tanto evidenzia quell’impresa e poco o niente di lui sanno i turisti che visitano quel museo.
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Trieste e i suoi palazzi imponenti, le piazze e le vie, le chiese di tutte le religioni ben evidenziano quel passato che la portò fino ad un certo punto,  quando gli eventi della storia implosero su Vienna, Budapest, Praga e… Trieste.
In cento anni la memoria di tutto ciò è divenuta gradatamente un vago ricordo. Quasi estranei sembrano quei volti in quelle vecchie foto ingiallite dal tempo che mostrano la vivacità di quegli anni.
Volti quasi di stranieri, di gente che non si riconosce più, che quasi sembrano non appartenere alla città.
“Quando c’era l’Austria…” o “gli austriaci fecero…” sono solo alcuni esempi di espressioni che indicano un passato che non si avverte come proprio.
E’ vero che dopo il 1918 tanto è cambiato. Non solo per Trieste ma per tutto l’Impero Austro Ungarico. Si è conclusa  un’epoca in modo definitivo, l’epoca degli Asburgo, dei valzer, delle operette, dei cappelli a cilindro, delle carrozze a cavalli, degli orologi da taschino e l’Austria e l’Ungheria di allora non ci sono più.
Gli imperi centrali hanno perso la Grande Guerra ma l’Austria – Ungheria l’ha persa di più.
E dopo il 1918 a Trieste il fascismo, le leggi razziali, nuovamente la guerra, la Risiera, le foibe, la Jugoslavia, il Governo Militare Alleato  e… tanto, tanto ancora. Troppo per non lasciare il segno,troppo per non iniziare a dimenticare,  troppo per non cancellare tutto.
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Strana città Trieste, che ricorda Cadorna e ignora quasi del tutto Kugy, Ressel e Weyprecht, che celebra i Volontari Giuliani e dimentica  i quarantamila che combatterono nelle fila dell’esercito di Francesco Giuseppe.
Sì, strana città Trieste, dove la gente si considera non uguale all’altra gente ma vuole distinguersi; lo sloveno dal croato, il meridionale dal settentrionale, il greco dal serbo, l’ebreo da tutti gli altri, l’italiano prima di tutti, i cinesi trasparenti, i medio orientali con i volti arrabbiati, i senegalesi dal sorriso interrogativo, e poi gli istriani.
“I triestini sono così”, “i triestini non hanno voglia di lavorare”, “i  triestini non fanno nulla”… dicono gli altri.
Ma… chi sono questi triestini?
Se sono quelli delle foto, di quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto, beh, quelli non sono triestini perché… erano triestini.
Allora forse i triestini sono ancora qui, tra noi. Ma se sono tra noi, dove sono?
Forse forse, vuoi vedere che, i triestini sono… gli sloveni, i croati, i serbi, i meridionali, i settentrionali, i greci, gli ebrei, i senegalesi, i cinesi, i medio orientali e gli istriani?
E’ paradossale allora, ci troviamo a guardarci intorno e a vederci e scoprirci tutti uguali, tutti triestini.
Quei palazzi, quelle piazze, quelle vie diventano improvvisamente più nostre, perché è proprio qui il punto: tante radici, una radice.
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E allora quella diversità diviene unità e quella diversità diviene appartenenza e quella diversità diviene identità.
Strana città Trieste, cinquecento anni di storia con l’Austria e poco meno di cento con l’Italia. Nazionalisti e nostalgici a volte addirittura coincidono e in quel caffè o nell’altro celebrano ora Nazario Sauro ora Maria Teresa.
“Tuo nonno ha combattuto in Ungheria” sussurrava la madre al figlio, quasi vergognandosene. Ma quella memoria, quella della propria famiglia, quella della propria storia avvertiva quasi inconsciamente che non doveva essere perduta.
E se questo accadeva fino a pochi anni fa, oggi spuntano da ogni parte documenti, immagini e testimonianze di ogni tipo che non più timidamente si fanno sentire, quasi gridando la loro presenza, ieri e soprattutto oggi.
Strana città Trieste che con l’arrivo di settantamila istriani dopo la seconda guerra mondiale ne ricorda la storia e ne dedica musei e monumenti ma tende a dimenticare quei trentamila triestini che  lasciavano la città per mete ben più lontane come l’Australia e il Sud America alla ricerca di ricominciare una vita devastata dalle scelte politiche post 1918.
Stana città, sì, Trieste, dove i figli e i nipoti di quei settantamila istriani non vogliono saperne  delle loro vicine origini e dove quelli di allora si ancorano nei ricordi e nelle contrapposizioni quasi a volere isolare “l’altro” ma finendo per isolare sé stessi e gli altri.
Ma come fa un italiano a capire cosa sia questa città, come fa a capire quando neppure chi la spiega ha compreso qualche cosa perché lui stesso è figlio di un percorso caotico di rimozione del ricordo, del ricordo di quei volti di triestini in quelle foto ingiallite che si trovano nei mercatini del ghetto?
E i ragazzi cinesi, i ragazzi senegalesi e tutti quei giovani che arrivano da tutti i luoghi del mondo, così come arrivavano nel ‘800 a creare la città, oggi, cosa sanno della loro città?
Strana città Trieste…
Nota: le immagini in questo post sono tratte dall’archivio ArFF: Collezione Bruno  Pizzamei. Si ringrazia il Professore Bruno Pizzamei per la condivisione e per aver autorizzato la pubblicazione delle foto.
La foto in copertina è di Biagio Mannino.