Un anno di Trump.

foto articolo
Uni3triestenews – Anno IV febbraio 2018 pag.3

(di Biagio Mannino)

Donald Trump, sicuramente, farà parte dell’elenco dei più ricordati tra i Presidenti degli Stati Uniti.
Questo non implica però che sia uno dei migliori.
Dopo la conclusione del primo anno di presidenza è doveroso trarre le prime osservazioni.
Già durante la campagna elettorale nelle elezioni primarie, la “particolarità” di Trump si mostrava evidente: un candidato fortemente osteggiato dal suo partito, quello Repubblicano.
Nel corso della competizione contro Hillary Clinton, anche in questo caso, cosa assolutamente insolita, continua a trovare una forte opposizione da parte dei suoi ma, nonostante tutto va avanti e vince le elezioni.
Sì, Donald Trump vince le elezioni ma… con due milioni di voti in meno rispetto alla Clinton.
Effetto, questo, dello strano sistema elettorale statunitense ma che, in ogni caso, lo incorona Presidente degli Stati Uniti d’America.
Subito iniziano, come benvenuto, manifestazioni di piazza un po’ in tutti gli USA quasi ad indicare che la sua non sarà una presidenza semplice.
Difficile è seguire ad Obama, uno dei più amati Presidenti e non solo negli USA. Trump insiste ancora di più nella direzione di divenire una sorta di anti – Obama iniziando un progressivo abbattimento di ciò che il suo predecessore aveva realizzato.
Ma non tutto va come sperava, anzi.
La componente guidata da McCain, pone una parte dei Repubblicani a difesa proprio del lavoro di Obama mettendo in imbarazzo Trump.
Mentre negli USA le contestazioni continuano ed anche il mondo di Hollywood gli è ostile, mentre non si vedono i risultati promessi in campagna elettorale, mentre il muro al confine con il Messico assume sempre di più connotati da spot, in politica estera, Trump, ottiene che l’UE incominci a distaccarsi dagli USA e i rappresentanti degli Stati membri, sempre di più, lo criticano apertamente.
L’attenzione si sposta, Trump ha bisogno del nemico, la tensione internazionale deve crescere e produrre… distrazione.
Kim Jong – un è il nemico perfetto: il Presidente nord coreano, che cerca una posizione strategica attraverso la corsa agli armamenti creando una sorta di “tensione da guerra fredda” in una collocazione geografica fondamentale per gli interessi finanziari ed economici globali.
La Corea del Nord diviene oggetto di analisi da parte del sistema mediatico dove Trump, con un linguaggio sempre più colorito, fa la voce grossa e minaccia l’uso della forza, o quel che ne resta, degli USA.
Quel che ne resta, poiché l’apice lo raggiunse Bush per poi perderlo in Iraq e lasciare la pesante eredità ad Obama. Obama, la transizione tra quello che gli Stati Uniti erano, ovvero Bush, e quello che sarebbero diventati, ovvero Trump.
Russia e, soprattutto Cina sono attori con cui non si discute ma si tratta: la Corea del Nord forse non è il luogo adatto e Kim raggiunge il suo obbiettivo: il consolidamento del suo ruolo di cuscinetto tra la Cina e gli USA.
La decisione, tra l’altro risalente agli anni ‘90, di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, scompiglia un Medio Oriente serpe pronto ad infiammarsi. L’effetto del trasferimento equivarrebbe a riconoscere Gerusalemme capitale di Israele.
La forza, in questo caso, si vede dal consenso che si ottiene dalle proprie decisioni e, con quasi l’unanimità, l’Assemblea dell’ONU si opporne alla decisione di Trump.
Qualcuno comincia a dire che Trump non conosce il lavoro di Presidente altri che non è adatto.
Scandali, Russia Gate, libri inchiesta completano poi il difficile primo anno di Trump.

 

NOTA: l’articolo “Un anno di Tump” è stato pubblicato anche su Uni3triestenews –  Anno IV febbraio 2018.

NOTA2: l’immagine di copertina in questo post è stata tratta da www. Wikipedia. it.

La trappola del fuorigioco. Un libro di Carlo Miccio.

IMG-20180123-WA0000(di Anna Piccioni)

La lettura del romanzo di Carlo Miccio trascina all’interno di un privato sofferto. Con un linguaggio ricco, vario, con una prosa moderna e letteraria insieme,lo scrittore descrive ambienti, personaggi vivi reali, situazioni nelle quali ognuno si ritrova; passando poi attraverso i meandri della coscienza e dellìignoto.
Lo scrittore inizia il romanzo con un calcio, ma non è su un campo da gioco; è un gesto violento del padre per distruggere la torre che insieme al figlio avevano costruito: la sorpresa del figlio a cinque anni si manifesterà ancora nel corso del tempo di fronte all’irrazionalità del padre.
Il romanzo di Carlo Miccio “la trappola del fuorigioco” narra di un vissuto nell’arco di quasi quarant’anni, il titolo stesso mette l’accento sul parallelismo tra il gioco del calcio e la vita: il calcio come metafora della vita: nel momento in cui esci dal “collettivo” – la squadra – cadi in trappola.
E’ la storia del disagio famigliare nei confronti della malattia mentale. Quello che colpisce è il forte rapporto tra padre e figlio, anzi sarebbe meglio dire tra figlio e padre: “accanto a lui respiravo anch’io la sua felicità”. La percezione del figlio di qualcosa che rende infelice il padre, che a volte lo allontana, perduto nelle sue “paure”. Quindi è importante per il figlio tenere lontane le paure: il comunismo soprattutto. Non riuscire a capire sembra sia un cruccio, quasi un tormento, ma allo stesso tempo è incuriosito da quella “zona buia del suo cervello” quella “vitalità scomposta”. Col tempo il figlio comprende “l’intensità di quel dolore capace di sommergere la caotica esuberanza delle sue fasi maniacali e cancellare quell’uomo divertente, egoista, curioso, prepotente, bugiardo, disordinato ed eccessivo, ma comunque sempre vivo e radioso di un’infinita energia”.
Per il figlio il padre è ammalato perché prende le medicine; il riconoscimento della malattia passa attraverso vari gradi: esaurimento nervoso, schizofrenia, sindrome maniaco-depressiva, fino al verdetto finale sindrome bipolare.
Per il padre la malattia permette ai sani di essere tali , il malato sia fisico che mentale è un santo, in quanto accentra su di sé le disgrazie del mondo e permette al giovane protagonista di giocare a pallone. La religione, o meglio la superstizione ha una influenza negativa sul padre tanto da credere
al “santone” che spilla i soldi alla povera gente per intercedere con San Michele Arcangelo.
Quello che mi ha colpito nella lettura del romanzo è riscontrare più volte la parola “silenzio”: silenzio piatto, l’aria che si gonfia di silenzio, silenzio compatto che solidifica ogni spazio intorno a me, silenzio minaccioso e imbarazzato, silenzio osceno, “mi colpì la qualità del suo ascolto, il silenzio e l’attenzione che dedicava alle mie parole”. Forse attraverso il silenzio arrivare nella zona buia, scatenante. Ma anche il silenzio per evitare di sconvolgere i fragili equilibri. Il silenzio del padre, il silenzio del figlio, il non detto per paura di scatenare la bestia che stravolge. E’ importante mantenere la fiducia per dare sicurezza.: non tradire mai la fiducia.
Col tempo il figlio osserva costantemente i movimenti, scruta gli impercettibili cambiamenti espressivi per prevenire il momento della dissociazione, della crisi.
E poi la droga, gli studi per dare al giovane la possibilità di mantenersi intero e non perdersi nella sua malattia, nell’ansia di mia madre e di mia sorella
Decidere alla fine di prendersi cura del padre, per non “esaltare la sofferenza fino al punto di farla accadere” per creare un ambiente fiducioso e tranquillo, per non alimentare i fantasmi, per difendersi dalla vita, per proteggersi.

Trieste e le vie della seta in un’Unione Europea in crisi d’identità e dall’incerto futuro.

P_20180110_181204
Trieste – 10 gennaio 2018 – Le vie della seta e dei cantieri – foto BM 2018.

(di Biagio Mannino)

 

L’affermazione della forza economica e finanziaria cinese è ormai una realtà consolidata.
La necessità di trovare sbocchi al di là dei confini, impone al Governo cinese di intraprendere percorsi commerciali puntando in particolare all’Europa.
Quella mitica “via della seta” rappresenta un’idea che trova una piena realizzazione anche oggi ma che, da “via” diviene “vie” della seta.
“Vie” poiché a quella linea terrestre che dalla Cina, attraverso l’Asia, raggiunge l’Europa, si affiancherebbero altre “vie”, marittime che, passando per Suez, giungerebbero ai porti del Mar Mediterraneo per poi convogliare tutte le merci nel territorio europeo.
Un enorme scambio di beni e prodotti in entrata e in uscita da queste due grandi realtà: quella cinese e quella dell’Unione Europea.
Ma, mentre la Cina presenta una pianificazione strategica chiara e strutturata, l’Unione Europea mostra, come ormai siamo abituati ad osservare, una forte disorganizzazione e, soprattutto, una visione di insieme assente ma sostituita e sempre dominata dagli interessi particolari degli Stati membri.
L’Europa erede di quei territori che una volta venivano identificati come Austria Ungheria e poi, successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, come Europa dell’est, non accetta una visione germano centrica portata avanti dalla politica di Angela Merkel.
E questo, in quella eterna contrapposizione Russia – Stati Uniti è quanto di più favorevole ad una politica di oltre oceano volta ad isolare l’erede dell’Unione Sovietica.
Un’Europa che dalla Polonia alla Croazia, dall’Austria alla Slovenia, dalla Slovacchia all’Ungheria e alla Romania, vive la UE con grande malessere e sempre attenta ai tentativi, o presunti tali, di eventuali forme di controllo ad est, ovvero da parte russa, ed a ovest, ovvero da parte tedesca.
Nella confusione europea di mezzo, si realizzano le previsioni che, negli anni ‘90, gli analisti statunitensi facevano a proposito di un avvicinamento della Germania e dell’Italia proprio alla Russia motivato principalmente dall’effettiva necessità di risorse energetiche.
Se poi includiamo il fatto che, con la Brexit, il Regno Unito ha dato il via al desiderio di separazione, l’immagine di una Unione Europea in crisi è quanto mai evidente.
Nel recente vertice africano con l’Unione Africana è emerso come le diverse relazioni internazionali avvenissero sì tra Unione Europea ed Unione Africana ma poi, gli accordi, quelli veri, avvenivano tra i singoli Stati membri delle due organizzazioni.
E questo evidenziava ulteriormente la debolezza di una visione d’insieme della UE.
Nel panorama dei grandi interessi internazionali, la logistica dei trasporti punta ai porti italiani come via privilegiata, e, in particolare, al porto di Trieste.
Proprio Trieste che, protagonista nei mari fino a cento anni fa, nell’anniversario della fine della Grande Guerra, potrebbe trovare un nuovo rilancio.
Ma anche qui l’incertezza è molta nel momento in cui la politica italiana si trova in una fase di grande confusione, con prospettive elettorali che, al momento, vedono nell’ingovernabilità il solo risultato nelle prossime elezioni legislative.
Le caratteristiche fisiche del territorio, del mare e la struttura urbanistica di Trieste, rappresentano il punto di vantaggio rispetto ad altri competitori in Italia, come, ad esempio, Venezia.
Tuttavia anche in Italia, come nell’Unione Europea, la mancanza di una visione d’insieme, rischia di vanificare delle occasioni straordinarie di crescita e, soprattutto, di rilancio.
In occasione del convegno “Le vie della seta e dei cantieri”, tenuto presso la sala Saturnia della Stazione Marittima di Trieste e che ha visto, tra i relatori, la partecipazione di Lucio Caracciolo, Direttore della rivista di geopolitica Limes e di Zeno D’Agostino, Presidente dell’Autorità d Sistema Portuale del Mare Adriatico orientale, davanti ad un numerosissimo pubblico, sono state affrontate le analisi oggettive della situazione.
Se, da un lato, emerge la consapevolezza della necessità di un coordinamento governativo, contemporaneamente si evidenzia la debolezza della politica non solo italiana ma anche europea.
Nonostante questo il percorso è iniziato. La direzione che questo prenderà dipenderà solo da quelle strategie e quelle visioni d’insieme che al momento non ci sono.

 

NOTA: le immagini in questo post sono di Biagio Mannino.

…il blog di Biagio Mannino

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il Blog si sbriciola facilmente