The Donald’s 2020.

(di Biagio Mannino)Il 2020 per Donald Trump?
Un anno peggiore sarebbe difficile trovarlo. Dopo l’epidemia, la crisi lavorativa, gli scontri sociali, a pochi giorni dalle elezioni arriva la notizia: positivo al Corona virus.
Tutto quanto accaduto porta, inevitabilmente, a chiedersi su cosa poi, alla fine, siano gli Stati Uniti oggi, gli Stati Uniti dopo quattro anni di presidenza Trump.
Non solo: il 2020 si sta mostrando l’anno dei grandi cambiamenti e, inevitabilmente, le riflessioni seguono.
L’interrogativo è d’obbligo: gli USA di Trump possono sempre essere considerati, e soprattutto considerarsi, come un modello per il resto del mondo?
Un anno disastroso per Donald Trump: l’epidemia di Corona virus ha prodotto, al momento, il più importante numero di contagi e di vittime che, ormai, hanno superato quota 200000.
Una gestione dell’emergenza iniziata male per Trump, di fatto, a detta di molti, criticabile nei processi di valutazione dell’effettiva gravità della situazione, mostrandosi come questa si sia poi rivelandosi inadatta a quanto si sarebbe manifestato nei giorni e nei mesi successivi.
E poi le decisioni e, in particolare, le conseguenze alle stesse che hanno prodotto un ingentissimo numero di disoccupati, ponendo gli USA di fronte ad una situazione sociale di grande imbarazzo e di oggettiva crisi.
Crisi perché la classe media, nuovamente dopo il 2008, si trova duramente colpita.
Quasi 40 sono stati i milioni di disoccupati nel momento peggiore.
Ma, sebbene sul fronte occupazionale, la situazione stia migliorando, si è innescata, o meglio, si è ridestata, quella situazione dei confronti e scontri nell’eterogeneo mosaico che è la società statunitense.
La morte di George Floyd, avvenuta per soffocamento ad opera di due agenti di polizia, ha dato il via ad una serie di violente manifestazioni che, in un modo o nell’altro, perdurano tuttora, a macchia di leopardo, in tutto lo Stato.
Nel mezzo Donald Trump, impegnato a difendere tutte le sue scelte e cercando capri espiatori a cui addossare responsabilità vere o presunte nel momento, per lui, peggiore.
Tutto non poteva capitare che nel momento meno opportuno: quello delle elezioni presidenziali dove, dalla parte opposta, c’è Joe Bidden, quanto di più diverso e lontano da Trump.
Trump deve spostare l’attenzione altrove e quel virus, quel virus che sta portando la morte tra gli americani, nelle componenti ispaniche ed afrro americane in particolare, quel virus che ovunque nel mondo si chiama Corona virus o Covid 19, cambia nome e diventa il virus cinese.
Trump punta sulla Cina e scarica tutte le responsabilità per quanto accade negli USA, per quanto accade nel mondo.
Gli scontri sociali si risolvono con Law and order, come se potesse bastare a sanare la storia degli USA fatta di perenni contrapposizioni.
E così tutto diventa utile come la visita a Roma di Mike Pompeo, che si fa carico, a modo suo, dei valori cristiani invitando il Papa a non prendere accordi con il Governo cinese in merito alla spinosa questione della nomina dei vescovi, ma senza accorgersi, forse, di fare la stessa cosa.
Intanto Trump nomina Coney Barrett giudice della Corte Suprema.
La Barret, 48 enne, cattolica, conservatrice, anti abortista, anti matrimoni gay, con sette figli di cui due adottati, si pone come un punto di riferimento per la componente maggiormente conservatrice che vede, nella sua giovane età, una garanzia generazionale di difesa dei valori ad essa riferiti.
Ma, nuovamente, si apre la polemica, poiché se Trump nomina il Senato approva.
La polemica nasce inevitabilmente poiché, a breve, le elezioni vedranno anche protagonisti buona parte dei componenti del Congresso ed allora chi dovrebbe approvare la nomina della Barre? Il vecchio o il nuovo Senato?
Trump accusa e pone il dubbio preventivo: possibili brogli alle elezioni?
Mai come in questa occasione la tensione si avverte in modo deciso e, tutto questo, per vincere le elezioni, quella espressione di massima partecipazione ed orgoglio delle democrazie.

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